IL PRIMATO DELL’ASCOLTO E LA MISSIONE DELLA CONSOLAZIONE

 Lectio quaresimali tenute in Duomo a Montebelluna – F. Bianchin

Libro di Isaia cap 50,4-9+10-11

La composizione si presenta, dal punto di vista narrativo, come un monologo in cui il Servo parla del prezzo pagato per il suo servizio di consolazione e della fiducia riposta nel Signore in un ambiente ostile.

Il Libro di Geremia  sembra la fonte ispiratrice del suo racconto. Alla luce di quella storia, il Servo imparò a leggere la propria esperienza, comprendendo che il Signore non abbandona mai, nemmeno nelle vicende oscure e drammatiche, anche quando non risponde alle domande inquietanti dell’uomo. A differenza di Geremia  il Servo non maledice il giorno della sua nascita (cf Ger 20,14-18) e non accusa Dio di averlo sedotto e poi ingannato (Ger 20,7-10). Il testo più vicino sembra quello di Ger 15,10-21, in cui il profeta denuncia di essere vittima di azioni malvagie e chiede a Dio di ricordarsi di lui.

La figura misteriosa del Servo è dunque istruita dall’assidua familiarità con le Scritture. La preghiera dei Salmi proteggono il Servo da sfoghi amari e senza speranza. La fiducia prevale sullo sconforto, ed egli capisce che proprio l’esperienza del dolore gli permise di essere vicino e di aiutare molti disperati.

 

  1. Il segreto della speranza – Is 50,4-5 a

 

v 4  – La dimensione prioritaria dell’ascolto: “Il Signore mi ha dato una modalità di comunicare, di conversare che sgorga dal mio essere alunno” (ebraico Limmud). Il Servo non dispone di una retorica che incanta e la forza incisiva del suo parlare viene dall’ascolto. Isaia parla del primato fondamentale dell’ascolto nella vita del credente.

Il Servo resta sostanzialmente un alunno nella sua missione e ricorda volentieri il primo dono che il Signore gli ha dato. In questo egli è figlio di Abramo; nella sua esperienza di profeta rivive la freschezza di Samuele (1Sam 3,1-21). “Adonai era con lui e non permetteva che nemmeno una parola andasse a vuoto; per questo ogni israelita comprese che Samuele era profeta accreditato presso JHWH. E il Signore continuò a manifestarsi attraverso la sua Parola”.

Il Servo isaiano riconosce la grande opportunità della scuola dell’ascolto continuo: inizia la sua giornata ascoltando, alla scuola del servizio del Signore. L’alunno (limmud) non è l’esperto, ma colui che apprende la lezione della vita del Signore; se mancasse questa scuola quotidiana tutto si svuoterebbe, perderebbe di incisività e motivazione. Egli si presenta come persona bisognosa di imparare.

La prima finalità della missione è saper dialogare e comunicare con chi è abbattuto e provato. Si tratta di una comunicazione impegnativa, che mira a sollevare, consolare, rimotivare. Prima delle mediazioni c’è dunque la dimensione dell’apprendimento che descrive la relazione di fede.

  1. Giacomo dedica un intero capitolo al tema dei maestri (cap 3), di coloro che hanno un compito educativo e di mediazione nella comunità e nella società. E nel cap 1,16-26, sinteticamente ribadisce l’importanza di essere alunni della Parola creatrice: “Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira” (1,19).

 

  1. L’esperienza dell’umiliazione e della sofferenza fisica – Is 50,5b-6

 

Un’attenta lettura mette in evidenza un paradosso, purtroppo frequente nella storia. Colui che spende la vita per aiutare e consolare finisce per essere oggetto di violente aggressioni: flagellato, condannato come un colpevole, seviziato come un prigioniero, infine deriso e umiliato.

La descrizione richiama da vicino i tre annunci della Passione (Mc 8,31; 9,31; 10,33-34) e la notte del processo a Gesù, gli scherni subiti come passatempo dei soldati, mentre aspettavano l’alba (Mc 15,16-20). Un divertimento disumano e macabro. La storia non ha dismesso questi sistemi di tortura per zittire gli oppositori. Il corpo devastato mostra i segni della desolazione e permette di capire qualcosa del dramma del prigioniero. L’uomo dispone di una triste capacità: infierire su chi è indifeso e devastare la dignità della persona che resta immagine di Dio.

 

  1. La consolazione interiore del Signore – Is 50,7-9 (cf Ger 20,11)

 

Il Servo non chiede al Signore la liberazione, al contrario la situazione lo rende ancora più determinato (cf Lc 9,51). Di fronte alla violenza egli rimane fedele perché “se Dio lo approva, chi può condannarlo?” (v 8). L’avversario prepotente lo piegherà in tribunale? No, Dio lo sostiene, perciò non teme chi lo condannerà. Si risentono le parole di Paolo nella Lettera ai Romani cap 8,31-39.

 

  1. Un cambiamento improvviso del soggetto – Is 50,11

 

Ora Dio parla e presenta l’esperienza del Servo come cammino autentico del discepolo. Il Signore non pronuncia un verdetto di liberazione per il suo Servo, ma ce lo dona come modello di vita.

V 10  Se qualcuno venera Dio, accolga questa esperienza didattica che lo formerà. La finale ci invita ad assimilare quello che il Servo-alunno ha vissuto: “Ascolti la voce del suo Servo”.

 

Poi un’ammonizione:

v 11 – Deridere o sottovalutare questo insegnamento mette in serio pericolo la propria esistenza. Si tratta di una minaccia funzionale ad accogliere l’esperienza di vita del Servo:

Impara anche tu l’attitudine dell’ascolto, e aiuta chi, nella vita, ha perso ogni speranza.

Attrezzati in modo da perseverare quando non avrai consensi, ma sofferenze e minacce.

Continua a perseverare e confidare nel Signore, perché non mancherà di sostenerti interiormente.

L’ingiustizia umana non giustifichi la resa,  non cambi la tua missione di aiuto e la tua fiducia nel Signore.

Dio sarà la tua forza nelle avversità e non sarai deluso.

 

 

UN DONO ILLIMITATO CHE FA RISORGERE :

IL QUARTO CANTO DEL SERVO – Is 52,13-53,12

 

Il brano ha suscitato un grande dibattito circa l’interpretazione: chi è il Servo? Israele deportato e poi tornato in patria? L’Unto del Signore, il Messia? La sua morte è sostitutiva o partecipativa? Ci sono popoli forse che non sperimentano il dolore? O parlando della persone: che non muore? Le ambiguità delle traduzioni: è stato trafitto per noi o da noi? L’ebraico significa “da”, dalle nostre colpe.

Concentriamoci sul testo e sull’interpretazione del NT che cita il brano attribuendolo alla Morte redentrice di Gesù e alla sua Risurrezione non in chiave sostitutiva (al posto nostro), ma nella prospettiva partecipativa (del dono) colpito dalle nostre iniquità, ha condiviso il dramma del colpevole, pur essendo innocente; quell’evento ci guarisce e ci ricrea. Egli si lascia opprimere (1Pt 2,21-25); portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce (li azzerò morendo). Inizia per noi la risalita della guarigione; Gesù sarà custode e Pastore delle nostre vite.

  1. L’oracolo divino – Is 52,13-15

Si comincia con l’oracolo divino che offre la chiave interpretativa del dramma e dell’esito del Servo che nessuno avrebbe mai previsto e a stento creduto. All’umiliazione e all’annientamento, per intervento divino, segue l’esaltazione del Servo, portato nella condizione divina. Il fatto inaudito non sta nelle sofferenze e nella morte; la novità assoluta dovuta all’intervento di Dio che lo glorifica. Un evento mai udito prima.

  1. Il profeta – Is 53,1-6

Ora il profeta narra la vicenda del Servo: la sua vita fallita, avvolta di sofferenze la sua Morte e sepoltura. La sua esistenza ha conosciuto una terra arida, un contesto avverso; sperimentò una vita di stenti e finì i suoi giorni nel dramma più ignominioso. La storia lo liquiderà  con un giudizio infame: “fu castigato da Dio”! Il servo non conobbe nessuna solidarietà, soltanto buio fitto; nessuno lo ha riabilitato. A questo punto il profeta emette il verdetto opposto, una sentenza e la sua rivalutazione: il motivo della sua condanna va ricercata nella nostra malvagità (v 5). Il “noi” dei contemporanei non comprese nulla di quella storia.

V 4: pensavano: “Dio lo ha colpito, ha fatto giustizia di un malfattore”. In realtà, il profeta ribadisce che il Servo fu colpito dalle nostre iniquità (v 5). L’inaudito? Per questa via egli ci ha partecipato la pienezza dei beni divini (pace-Shalom), che ci guariscono e ci faranno risorgere (vv 5-6).

  1. Passione, morte, sepoltura e glorificazione del Servo – Is 53,7-10

Un commentatore successivo approfondisce la passione, la morte, la sepoltura e la glorificazione del Servo, ma soprattutto l’opera di Dio, come risposta al sacrificio del Servo. Il profeta anonimo denuncia che molti hanno letto con superficialità la vicenda sfortunata del Servo e continuano ad applicare maldestramente la legge retributiva dicendo: “Egli ha ricevuto il giusto castigo”. In realtà “Si lasciò opprimere dalle nostre malvagità (v 8), ha sofferto in silenzio, come un agnello condotto al macello” (cf 1Pt 2,21-25; At 8,33). La sua condanna fu ingiusta e lo seppellirono con gli empi (v 9; cf Lc 22,37), nella fossa dei senza nome, dei giustiziati.

Sul v 10 è necessaria una precisazione, perché si tratta di un’affermazione delicata: “JHWH ha voluto prostrarlo con dolore”. La traduzione corretta invece è: “JHWH ha gradito la sua offerta”. Dio non chiede il pagamento con la moneta del dolore;  Isaia usa un verbo afez, che indica gradimento. In altre parole, Dio raccoglie la vita disprezzata e annientata del Servo, la apprezza perché è il dono totale e diventa l’opera per la nostra espiazione; dunque vedrà una discendenza ricca di Frutto. Ma chi comprenderà questa vicenda? (Gv 12,37-50): la maggioranza dei contemporanei di Gesù non capiranno e l’evangelista cita Isaia 6,9ss. Positivamente troviamo la risposta in Gv cap 3,16: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio Unigenito”. E nel passo in cui il Figlio esplicita: “Io do la mia vita … Nessuno me la toglie”(Gv  10,17-18).

  1. Un secondo oracolo divino fa da cornice – Is 53,11-13

Dio stesso interpreta definitivamente l’operato del Servo. La vita del servo, la sua sofferenza e morte, sono l’intercessione incessante per i peccatori. Si ripropone il tema che attraversa tutta la rivelazione: il Servo non solo ha sofferto a causa nostra, ma prega per noi: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Così Gesù chiude la sua vita (Lc. 23,34).

Invece della retribuzione e della rappresaglia vendicativa, la vicenda misteriosa del Servo che si compie veramente in Gesù. Dio fedele alle sue promessa fa grazia. Per quella morte noi tutti siamo salvati, Dio manifesta il suo amore illimitato. Nel suo servo Gesù si fa anche intercessore di coloro che lo torturarono e lo uccisero. Dio, in Gesù risponde all’ingratitudine con la benevolenza infinita.

Veramente le quattro composizioni del Servo descrivono e si compiono in Gesù di Nazaret, Messia, Figlio di Dio e salvatore del monto. Dio mandò il suo Figlio perché noi ricevessimo la sua vita.

La simbolica della luce a doppio effetto: il cieco è illuminato, i vedenti sono accecati Gv 9,1-41

Nella IV Domenica di Quaresima leggiamo il Vangelo di Giovanni, cap 9,1-41. Riproponiamo la scheda completa degli incontri sul tema indicato nel titolo, tenuti nel mese di luglio 2016 a S. Maria in Colle.

LA SIMBOLICA DELLA LUCE A DOPPIO EFFETTO:

il cieco è illuminato, i vedenti sono accecati Gv 9,1-41

 Si tratta di un brano importante all’interno del Quarto Vangelo. La chiesa antica e la catechesi battesimale dei padri rileggevano con grande interesse il cap  9 perché esso narrava il cammino progressivo della fede o il progressivo accecamento. Oggi si parla di simbologia visiva che intreccia luce, acqua, fango, le opere di Dio, il senso vero del peccato, il dono singolare che Dio ha fatto all’umanità donando il suo Figlio (cf Gv 3,16). Lavarsi nella piscina di Siloe è come un’anticipazione del crocifisso, dal quale esce l’acqua e il Sangue che lavano e salvano (Gv 19,34; cf Gv 4,10-14; 7,37-39).

Il tema della luce nel contesto della sezione Gv 7-11, trova nel cap 9 il suo cuore.

Gesù viene narrato come luce, la sua missione di illuminazione permette di vedere. Naturalmente al lettore viene chiesta una partecipazione attiva che riesca a leggere il gioco del simbolo, passando da una realtà materiale a quella del suo significato simbolico

In San Giovanni troviamo molteplici simboli: la luce, l’acqua sorgiva, il pane di vita. Essi descrivono degli archetipi, realtà costitutive che danno continuità e progressione alla narrazione, ma anche all’esperienza della vita. Se non si decifrano i simboli, Giovanni diventa incomprensibile. Parallelamente cresce l’interesse per il tema della cecità, della vista, della luce. Il Prologo sottolinea questo tema della luce e del vedere (Gv 1,1-18). Il cap 9 sembra fare da perno, da punto di svolta per arrivare ai racconti pasquali (cap 20-21), dove il problema sarà proprio il vedere, il saper leggere la realtà simbolica cristologica per arrivare alla fede. Vedere diventa un simbolo per dire la fede, per dire il nostro cammino, mescolato da permanenti cecità, fino a che arriveremo all’escaton, dove il fango sarà per sempre lavato (Gv 9).

L’esegesi odierna è un cantiere aperto

Secondo l’analisi narrativa, come accennato all’inizio, oggi si attribuisce grande importanza al processo di progressiva cecità e allo sforzo del vedere realmente. Anche nel Vangelo di Marco, cap 8,22-26 il cieco prima vede confusamente (uomini come alberi) e poi “vedeva a distanza ogni cosa”. Cf cap 10,46-52.

Il metodo di lettura: guardare il movimento letterario più vasto

Contestualizzare il brano di Gv. cap 9 e vederlo nell’intera opera cogliendo le varie prospettive dell’essere cieco.  Se guardiamo il cap 5 il paralitico guarito non raggiunge la fede. Se mi fermassi qui?  Sarebbe un fallimento. Guardando i punti di contatto tra 5 e 9 vedo molti legami, nel cap 9 l’esito è positivo, mentre nel cap 5 vi è una sospensione. I testi ricevono la luce quando sono letti all’interno del movimento letterario più vasto.

La trama narrativa di Giovanni

La solenne apertura: Il Prologo teologico (1,1-18). Con esso il lettore è introdotto nell’universo giovanneo.

Poi una grande parte denominata Libro dei Segni (1,19-12,59). Giovanni preferisce questo termine a quello del miracolo o delle opere meravigliose. In questa parte siamo condotti attraverso una selezione di segni esemplificativi, alternati da lunghi discorsi che a volte terminano in monologhi. La trama ci conduce alla scoperta della vera identità di Gesù e alle possibili risposte umane di fronte al suo rivelarsi.

I segni sono una specie di caposaldo dello sviluppo narrativo (2.4.5.9.11) approfondito dai discorsi che illuminano il loro significato profondo.

Si parla di una raccolta di sette segni:

  1. Cana – 2,1-12
  2. Funzionario regio – 4,46-54
  3. Paralitico – 5,1-18
  4. Il pane moltiplicato – 6,1-15
  5. Il cieco nato – 9,1-41
  6. Lazzaro – 11,1-44
  7. Il settimo segno per eccellenza sarà la Risurrezione, prefigurata in 2,18-19 e 10,17-18.

A questo segno si potrebbe aggiunger il vino, l’acqua e il Sangue del Crocifisso (19,17-37).

La narrazione avviene secondo un crescendo dell’identità di Gesù, fino al suo potere di risuscitare i morti. Parallelamente, abbiamo un progressivo irrigidimento di alcuni, che rifiutano Gesù, diventando ostili fino a eliminarlo. Giovanni presenta così il tema del superamento della cecità o del progressivo accecamento. Alcuni esegeti catalogano come Segno Gesù che cammina sulle acque (cap 6), e integrano con la cacciata dei venditori (2,13-22) o l’unzione di Betania (12,1-8).

La suddivisione del Libro dei Segni

La settimana inaugurale che si conclude con le nozze di Cana fino al cap 4. Da Cana a Cana: 4,1-4.

La sezione 5-10: Gesù reinterpreta le feste giudaiche conducendole alla pienezza della sua opera.

La conclusione del Libro dei Segni (cap 11-12) diventa anche introduzione al Libro dell’Ora: la seconda grande parte (13-21).

Vediamo le singole sezioni del Libro dei Segni:

  • Prima sezione: cap 1-4
  • Dopo il Prologo innico: 1,1-18
  • La settimana inaugurale: prologo narrativo 1,19-2,11
  • Il segno di Cana che fa da cerniera perché apre su altre sequenze in cui Gesù si sposta dalla Galilea a Gerusalemme (2,13); (cacciata dei venditori – secondo segno 2,13-25).
  • Dialogo di approfondimento con Nicodemo a Gerusalemme (3,1-36).
  • Gesù torna in Galilea, attraversa la Samaria (la Samaritana) dialoga con la donna (4,1-42).
  • 4,43 – Gesù riparte per la Galilea e viene a Cana dove aveva cambiato l’acqua in vino (4,46). Ecco la cornice, che si chiude con il secondo segno (4,46-54): il funzionario regio.

Lungo il cammino, Giovanni ci fa incontrare con i rappresentanti di vari gruppi, che forse costituiscono il tessuto della comunità giovannea, e per noi il tessuto delle nostre comunità (Brown, La comunità del discepolo prediletto).

Gesù attraversa e incontra, ma non resta prigioniero delle relazioni che lo attorniano. Incontra le varie rappresentanze, le varie anime del tessuto religioso-sociale e cerca di aprirle: l’esponente ufficiale del giudaismo, Nicodemo, il Battista, la Samaritana sismatica, i suoi cittadini, il funzionario del mondo pagano. Se ora guardiamo in modo globale lo scorrere narrativo di Giovanni constatiamo come lui selezioni il materiale della tradizione e lo disponga secondo la sua ottica.

La solennità innica è il punto di partenza della lettura.

Troviamo nell’inno – prologo un moltiplicarsi di immagini: parola, luce, vita, tenebre, mondo, i suoi (giudei), il Battista, le testimonianze, la creazione, il figlio, l’uomo. L’inno riassume tutta l’opera, proiettando sui lettori la prospettiva di ciò che intende narrare e facendo intuire l’opportunità dell’offerta: il Vangelo e chi è colui che lo offre. Una ricchezza da cui attingere secondo un crescendo (1,16).

 

L’inno avverte che l’offerta meravigliosa spesso non sarà capita e accolta proprio dai suoi, che i malintesi saranno ricorrenti. E le pretese di coloro che pensano di disporre del mistero di Dio devono mettersi al seguito di Colui che è Unico per nascita e condizione (1,18). La sua offerta ci fa diventare figli grazie a Lui che condivise la nostra carne e finitudine nel cammino della nostra esistenza (1,14). Coloro che lo accolgono godono della potenzialità di diventare figli perchè attingono dalla sua pienezza (1,16).

Segue il prologo narrativo, in cui emergono i riferimenti spaziali e temporali, i simboli e l’inclusione settimanale, lo sviluppo, il cammino rivelativo, le mediazioni. Compaiono i personaggi della settimana inaugurale col Nome (1,19-2,12): dal Battista (tramite testimoniale e vertice del Primo Testamento) fino alla scoperta dell’Agnello di Dio (termine pasquale), l’esperienza dei primi discepoli, la cui sequela è embrionale fino ad approdare al gruppo presente a Cana con la promessa a Natanaele: “Vedrete cose più grandi di queste” (1,51). Si profila l’attesa, che nel Segno archetipo di Cana indica il futuro nuziale della festa e del vino buono, come meta dell’opera di Gesù e del cammino della fede di tutti noi.

Dunque il lettore si aspetta di vedere altri segni. L’invito è di proseguire il cammino di lettura, accompagnati dalla mediazione dell’autore e della comunità per entrare nell’evento Gesù, nella sua identità e nella sua pienezza, che offre e dona progressivamente.

A Cana l’ignoranza sul Maestro non è colpevole, mentre lo sarà per altri, soprattutto al cap 9, dove si consuma la chiusura dei giudei.

Da Cana si riparte per la seconda sezione – 2,12-4,54 – incorniciata da due Segni che avvengono proprio nella cittadina. Il cammino apre sulla Pasqua a Gerusalemme dove troviamo la purificazione del tempio. Le autorità giudaiche diventeranno sempre più chiuse e ostili e nella terza pasqua consumeranno il sacrificio di Gesù.

L’episodio di Nicodemo segnala una possibile apertura, ma con resistenze; egli ritorna al cap 7 e al 19, 39 finalmente capace di scegliere e decidersi per Gesù. Anche per chi appartiene alla classe dirigente paurosa e ostile, è possibile un cammino progressivo di ripensamento; all’inizio clandestino, poi la testimonianza. Ritroviamo il simbolo di Nicodemo nei genitori del cieco (cap 9) che, per paura, non si espongono, ancora indecisi di venire alla Luce.

Nel cap 4 l’autore allarga l’orizzonte: Gesù non è solo il Messia per Israele, ma il Salvatore del mondo così lo confessano i Samaritani (4,42).

La Samaritana poi, assomiglia al cieco nato, essa mostra interesse e accetta di essere accompagnata da Gesù. Compare il tema dell’acqua e del dono di Dio (Siloe – Piscina dell’inviato che lava). Emergono i titoli: profeta, Messia – Cristo, Figlio dell’uomo, Signore. Il verbo “dire” (4,26 – cf 9,37); poi “da dove” (4,11 e 9,29-30). Infine il tema dell’adorare (4 e 9). L’ultimo episodio riguarda l’ufficiale: il padre col figlio, il cieco con i genitori. L’ufficiale crede senza vedere i segni (4,48), ma sulla Parola (4,50) si mette in cammino.

Riferimenti bibliografici

Marchadour, I personaggi del Vangelo di Giovanni, EDB 2007

M.L. Rigato, Giovanni, EDB 2007, in particolare pp 121-256

  1. Vignolo, Personaggi del Quarto Vangelo, Glossa 1994
  2. Brown, Il Vangelo e le lettere di Giovanni, Queriniana 1994.

 

LA SEZIONE CENTRALE DEL LIBRO DEI SEGNI  capp. 5 – 10

Questa sezione è dedicata alla reinterpretazione delle feste giudaiche in chiave cristologica. Giovanni scandisce la sua narrazione nominando le grandi feste giudaiche:

  • La Prima (Pasqua) 2,13-25;
  • La Seconda – 5,1-18: l’evangelista non lo specifica;
  • La Terza: Pasqua chiamata genericamente festa dei Giudei (6,1-71);
  • La Quarta: festa dell’Esodo (7,1ss);
  • La Quinta: la Dedicazione del Tempio (10,22ss).
  • La Sesta Pasqua, denominata ancora festa dei Giudei (11,55).

Giovanni mette in relazione tutte le feste con l’evento Gesù, soprattutto la sua Pasqua, il cammino del deserto, il dono della Torà, la persona di Gesù, vera dedicazione del Tempio, non costruito da mani umane, luogo della presenza di Dio e dell’offerta a Lui gradita. La sesta Pasqua segna la fine della missione terrena di Gesù Messia, figlio di Dio e dà inizio alla Settima Pasqua, la Sua Pasqua: il compimento di tutta la storia del Dio che salva, consegnando il suo Figlio al mondo, che Egli continua ad amare.

Il Vangelo dell’Ora Gv 13-21: La seconda grande parte del Vangelo giovanneo

 Reinterpretazione delle feste giudaiche, 5-10

Il materiale raccolto dall’evangelista sembra non avere un ordine: la moltiplicazione dei pani (cap 6); l’adultera (cap 7,53-8,11) addirittura proveniente dalla tradizione sinottica; il Buon Pastore (cap 10). L’evangelista approfondisce queste narrazioni con dei lunghi discorsi, creando così una prospettiva unitaria il cui legame è la reinterpretazione delle feste giudaiche in chiave cristologica.

Un secondo legame è il riferimento costante con la narrazione del cieco (Gv 9).

Abbiamo questa figura geometrica    7-8 —————- 10

9 (Il cieco)

una possibile struttura del come l’evangelista ha disposto i materiali preesistenti dando una singolare reinterpretazione (vedi l’opera incentrata in Gesù). ( Mlaknzhyl, La disposizione cristocentrica, Analecta Biblica, n 117, 1987).

  1. Gesù, Figlio di Dio guarisce il paralitico di Sabato (azione + discorso), 5,1-47;
  2. Gesù dona il pane di Vita prima della Pasqua (azione + discorso) 6,1-71;
  3. Festa delle Capanne: ricorda il cammino dell’Esodo sotto la tenda e Dio che dona la Torà per il cammino). Gesù è sorgente di acqua e di Luce 7,1-8,59.
  4. Gesù luce, guarisce e illumina il cieco nato, di Sabato 9,1-41
  5. Gesù Bel Pastore 10,1-21
  6. Festa della Dedicazione: le opere e l’identità di Gesù Messia 10,22-42.

Sguardo sommario delle tematiche

Gesù è il Figlio di Dio che guarisce (cap 5) e illumina l’uomo (cap 9); dona la vera vita (10,22-42) perché è il vero Pastore, che offre al gregge la sua vita (cap 10), e il Pane disceso dal cielo per la vita eterna dell’uomo (cap 6). Una particolarità stilistica che funziona da collegamento è il giorno di Sabato, nominato esplicitamente nella guarigione del paralitico (Gv 5,9) e del cieco nato (Gv 9,14). Il tema della piscina (5,2+9,6; nella sezione 7-9 Gesù si definisce la sorgente dell’acqua viva e la luce: sono i due elementi della festa delle Capanne, memoria dell’Esodo, in cui Dio assicura l’acqua ed è la Nube luminosa che indica la Via.

Il paralitico (cap 5) e il cieco nato (cap 9)

Nelle due narrazioni il miracolo viene come relativizzato dal lungo dibattito incentrato sulla figura e l’opera di Gesù. Per Giovanni, il centro non è il miracolo, ma il suo significato profondo in riferimento all’identità di Gesù e alla sua opera. I due discorsi sviluppano proprio le opere compiute dal Padre e dal Figlio suo (5,17-36 e 9,3-5). Centro di questo dinamismo operativo del Padre è mostrare al Figlio, (far vedere) come Lui opera (5,20), tema ripreso nel cap 9,3. Si visualizzano così le opere del Padre compiute da Gesù.

Altre ricorrenze tematiche: risuscitare (dare la vita), non giudicare. Gesù si autodefinisce l’Inviato di Dio (5,23-38 e 9,4-7); il Figlio dell’uomo (5,25 e 9,35-38). Relazione tra peccato e malattia, Gesù non giudica ma opera (5,14; 9,1-3). Due testimonianze autorevoli: il Battista 5,34-35 e Mosè 9,27.

I farisei sono ciechi perché non vedono nelle Scritture ciò che si riferisce a Gesù (essi scrutano ma non vedono – 5,36-46), addirittura scelgono l’ostilità nei confronti di Gesù 9,39-41. E così la loro colpa ( il peccato)  rimane. Il tema-malattia nei due brani subisce il capovolgimento: chi pecca? I malati o i sani? Al paralitico Gesù chiede se vuol guarire, poi agisce con la Parola, al cieco nato Gesù non chiede niente ma interviene (9,6), usa dei gesti simbolici (il fango spalmato sugli occhi) accompagnati dall’ordine: “va, lavati nella piscina, Siloe, che significa Inviato” (9,7). Al cieco Gesù comanda di camminare fino alla piscina; evidentemente si tratta di un cammino simbolico, di un’azione visiva, poi Egli scompare. Quando ricompare, Gesù  nei due racconti incontra il paralitico nel tempio (5,14) e il cieco fuori del tempio (9,35) perché era stato cacciato dai Giudei. Si annuncia così Gesù il Buon Pastore che raccoglie e chiama le sue pecore ( cf Gv 10)

Che significa tutto questo? Il dialogo lo fa intravedere: il paralitico non sa rispondere, mentre il cieco è sempre  più motivato, cammina accogliendo la Rivelazione di Gesù che svela il significato profondo illuminandolo con la sua Parola. Si registra così la simbolica a doppio effetto, che oppone i due cammini: esattamente quello che è narrato nelle sezioni 7-8 e 10. Ciò che racconta il paralitico ai giudei è una testimonianza imperfetta o un’accusa? (5,15). Nell’episodio del cieco si resta affascinati dal come quest’uomo matura il cammino di illuminazione di fede, fino a culminare nell’adorazione (fuori del tempio, esattamente come Gesù disse alla samaritana (4,21ss) accompagnata dalla parola: “Credo, Signore” (9,38) che anticipa il discepolo amato (Gv 20,8) e Tommaso (20,28).

Nell’episodio del paralitico (5,16) i giudei accusano il guarito di aver camminato e portato la barella di Sabato, e successivamente accusano anche Gesù. In 9,16 l’accusa prima è rivolta a Gesù, discutendo sulla legittimità del suo agire, infine disprezzano il cieco fino a cacciarlo fuori (9,34).

Il paralitico e il cieco, nell’elaborazione giovannea, diventano personaggi rappresentativi e simbolici che si completano a vicenda, sia pure nella forma opposta.  Il primo non approda alla fede, il cieco lo fa con sempre più determinazione e profondità. Giovanni, con una finezza letteraria,  colloca i due personaggi di Sabato e alla fine della sezione (5-9), inizio e termine delle feste giudaiche, creando così il cammino del come Gesù compie e realizza il Primo Testamento.

Il rapporto tra il cap 6 e il cap 9

Il discorso di Gesù sul pane sottolinea il pericolo di vedere i segni distorcendoli nel loro significato. “Mi cercate perché avete mangiato” (6,29 e 6,36). “Mi avete visto e non credete”. E’lo stesso tema che si ripropone poi nel cap 9. Facendo la somma dei due capitoli si deduce che compiere l’opera della fede costa fatica (6,60). Dunque, datevi da fare “per il cibo che rimane e offre la vita eterna, quello che il Figlio dell’uomo donerà, perché su di lui il Padre ha messo il suo sigillo (6,27).

L’ultima parte della sezione del Libro dei Segni: cap 11-12

Il Libro dei Segni (1-12) si chiude con una parziale delusione dell’opera di Gesù e la sua condanna a morte da parte dei vertici istituzionali del giudaismo (il Sinedrio – 1,47-53e 54). Si legga a proposito la conclusione (Gv 12,37-50: Sebbene avesse fatto tanti segni miracolosi in loro presenza, non credevano in lui; affinché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:
«Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?»  Perciò non potevano credere, per la ragione detta ancora da Isaia: «Egli ha accecato i loro occhi e ha indurito i loro cuori,affinché non vedano con gli occhi,e non comprendano con il cuore, e non si convertano, e io non li guarisca». Queste cose disse Isaia, perché vide la gloria di lui e di lui parlò. Ciò nonostante, molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga; perché preferirono la gloria degli uomini alla gloria di Dio.
Ma Gesù ad alta voce esclamò: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo.  Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette.

Il dono della vita di cui si è parlato soprattutto nel cap 10 (Il Buon Pastore) si realizzerà attraverso un sacrificio cruento (l’uccisione). Il lettore è informato che non sarà una vittoria violenta di Gesù sui suoi avversari (12,9-19).

Tuttavia leggendo globalmente l’intera prima parte, si dovrà notare che il fallimento non è totale; una parte, anche se piccola, aderisce a Gesù. Tra i capi spicca Nicodemo (cap 3), la Samaritana e i samaritani, i discepoli (6,67-71) che dal cap 7-8 emergono per la loro adesione a Gesù: sono le sue pecore (cap 10). Nel cap 9 è il cieco illuminato, poi i greci (12,20ss). In un contesto di conflitto, Gesù non assume mai comportamenti violenti; si ritira, eppure la sua missione si presenta fruttuosa. La finale del cap 12,37-50 commenta questo: v. 37 “sebbene avesse compiuto segni così grandi davanti a loro, non credevano in Lui” affinchè si compisse Is 53,1: “Signore chi ha creduto alla nostra parola”.  E Is 6,9-10: “Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!” Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi, non intenda con il cuore, non si converta e non sia guarito!»  ***

Si riprende così il collegamento con la simbologia del vedere e dell’accecamento raccontato nell’episodio del cieco nato ( Gv 9,40), a conclusione di un conflitto che dura da molto tempo.( 8,59; 10,31-39).

Il Segno di Lazzaro – cap 11 — mette in luce tutta la dialettica esposta dall’evangelista: la malattia di Lazzaro, l’amico di Gesù, il suo sonno, la morte, la risurrezione. Sono tutte tematiche che indicano un cammino ed esplicitano il legame con la Pasqua di Gesù; la fatica del credere, la fedeltà di Gesù, che nonostante sia continuamente osteggiato, non ritira il suo dono, non modifica il progetto della sua missione. Egli sa che l’innalzamento (morte di croce) realizzerà una forza di attrazione. “Attirerò tutti a me” (12,32) compiendo la profezia di Caifa (11,51-53): “Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi. Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire.”

L’ultima sezione (11-12) del Libro dei Segni, oltre che funzionare da conclusione, apre sulla seconda grande parte: il Libro dell’Ora (13-21) in cui Giovanni propone una lettura matura degli avvenimenti pasquali, secondo questa disposizione:

13-17—Introduzione (prologo) ed approfondimento dell’Ora. L’evangelista prima di narrare la Pasqua la interpreta creando così una guida per il lettore.

18-19 – L’Ora narrata, molto densa: centrale nel conflitto Luce-Tenebre la proclamazione solenne di Pilato: Gesù re dei Giudei, la morte, il dono del Crocifisso nuovo tempio con la promessa – profezia: “Guarderanno Colui che hanno trafitto”(Gv 19,37).

20-21 – L’Ora della svolta luminosa: Gesù è ritrovato come centro della comunità (20, 19 ss). La chiesa diventa missionaria (21), Gesù è presente nel lavoro della pesca, nell’Eucarestia, nella vita della sequela, nella differenziazione dei carismi e nelle mediazioni. La comunità è tenuta insieme mentre cammina verso la meta dalla rete della sua presenza pasquale. Le grandi conflittualità (153 grossi pesci) non spezzeranno la Rete. Giovanni confessa: la Morte-Risurrezione di Gesù riunirà tutti i figli di Dio dispersi dalla storia. L’evangelista, attraverso il gioco delle figure e delle funzioni rappresentative, visualizza la chiesa sempre chiamata e guidata dal suo Signore.

IL VEDERE SIMBOLICO CONTRADDETTO

La tensione tra il vedere e il suo significato

Il cap 9 (il cieco nato) costituisce il punto d’arrivo del rapporto vedere-udire-credere, mai narrato in maniera così dettagliata fino ad ora. Ma è anche il punto di partenza per leggere e confessare in modo nuovo la via necessaria per entrare nella beatitudine di chi crederà senza vedere (20,28.29).

Il cap 9 mette in evidenza la fatica del credere, gli schieramenti opposti nei confronti dell’identità e dell’opera di Gesù, il rifiuto definitivo dei giudei e la testimonianza del cieco che viene cacciato fuori (11,34) dalla sinagoga (9,22).

L’episodio del cieco si presenta come il perno della simbologia visiva contraddetta, collocato a metà strada tra il Prologo e il cap 20, che realizza e propone il nuovo credere senza vedere.

L’episodio di Gv 9,1-41

Delimitazione del brano: l’inizio e la fine mostrano l’autonomia del narratore, che delimita bene l’episodio. Il ruolo importante della comunicazione è rappresentata dall’area del vedere e dell’udire. Per ordinare le parti si osservano i personaggi che entrano ed escono di scena; il cambio di luogo e di tempo; l’attenzione ai temi trattati o appena accennati.

La struttura del brano in tre punti:

Primo quadro – La guarigione 9,1-7

vv 1-3  a) discepoli e Gesù in relazione al peccato e alla cecità

vv 4-5 b) Gesù ribadisce la sua missione di luce

vv 6-7 c) Gesù illumina il cieco e lo rende vedente.

Secondo quadro – L’interrogatorio 9,8-34 (la sezione più ampia)

vv 8-12   Interrogatorio dell’ex cieco da parte dei presenti, non bene identificati.

vv 13-17 Interrogatorio da parte dei farisei (cambio di luogo e di persone).

vv 18-23 Interrogatorio dei genitori da parte dei giudei

vv 24-34 Interrogatorio del cieco da parte dei giudei.

          Quadro conclusivo – L’epilogo 9,35-41

vv 35-38 Gesù illumina il cieco con la Parola

v 39  Gli svela la sua missione (è venuto nel mondo per provocare una scelta (crino).

vv 40-41 Il vero peccato è la cecità, ovvero la rigidità delle proprie posizioni, il non ascolto in rapporto a Gesù e alla sua opera.

Come si può notare la prima e la terza parte funzionano da cornice agli interrogatori secondo questo movimento tematico. Nel primo quadro abbiamo:

Peccato

Missione

            Illuminazione.

La conclusione – terzo quadro -ripete i temi in senso invesro rispetto all’inizio:

           Illuminazione

Missione di Gesù che provoca scelte

Peccato – cecità.

 Centrale è l’illuminazione: vedere per capire il significato.

La prima scena 1-7 descrive la trasformazione materiale del cieco in vedente, ma non ancora credente in Gesù.

La terza scena 35-41 sottolinea il vedere profondo dell’ex cieco che accoglie la rivelazione di Gesù, lo confessa e lo adora. Alla fine Gesù commenta e interpreta l’episodio, sottolineando lo scopo della sua missione e il pericolo delle scelte rigide, incapaci di aprirsi al dono della rivelazione, attraverso l’ascolto.

Al centro 8-34 l’evangelista narra gli interrogatori che delineano la posizione dei singoli personaggi. Solo il cieco interpreta la sua vicenda secondo un crescendo di apertura, e smaschera perfino l’irrigidimento dei giudei, che vorrebbero piegarlo alla loro interpretazione. L’ex cieco pagherà con l’espulsione la sua testimonianza. Una nota stilistica: nella parte centrale Gesù è assente, ma diventa il contenuto vero degli interrogatori. Nella terza scena Gesù si mostra il Buon Pastore, che raccoglie e chiama le sue pecore e le guida verso pascoli abbondanti. In tal modo l’evangelista collega e apre sul cap 10. I vari personaggi con ruoli rappresentativi sono il cieco, i discepoli, i vicini, i farisei, i giudei, i genitori, Gesù. La trama narrativa è costruita attorno ai verbi del vedere, udire e credere.

 

Nel primo quadro si discute sulla relazione peccato-cecità (vv 1-3); successivamente Gesù si definisce la Luce del mondo (vv 4-5). Egli opera finchè è giorno, poi viene la Notte. La sua opera illumina, dona la capacità di vedere (vv 6-7).

La scena si apre col vedere di Gesù e termina col vedere del cieco. Al centro l’opera e il comando di Gesù: Va’, lavati alla piscina dell’Inviato, mentre emergono i termini simbolici: il fango, l’acqua e la luce. Così la cecità e il peccato sono sciolti dall’intervento di Gesù.

 La seconda parte: gli interrogatori (8-34)

Preminenza del tema: vedere.

8-12 i vicini che l’avevano visto; la domanda: “come ci vedi?” Il cieco risponde narrando l’opera e il comando di Gesù che gli hanno permesso di recuperare la vista.

Nuovo tema: dov’è costui?

Risposta: Non lo so (è il punto di partenza del cieco circa l’identità di Gesù). L’oggetto vero degli interrogatori d’ora in poi verte sull’identità di Gesù. All’inizio il cieco non sa nulla di Lui, ma solo quello che Gesù gli ha fatto e comandato con il risultato ottenuto. Come si può notare, la narrazione passa dall’identità del cieco a chi è Gesù.

13-17 – Interrogatorio dei farisei

Ora l’evangelista annota che era Sabato quando Gesù fece il fango. Evidentemente i farisei sono sensibili a questo tipo di osservanza, incuriositi domandano come è avvenuta la guarigione e concludono: “Quest’uomo non è da Dio, perché non osserva il Sabato”. Nasce un dibattito che divide i farisei. Allora chiedono al cieco che dia la sua interpretazione. Sorpresa: il cieco dice: “E’ un profeta”. Per lui l’opera di Gesù non è incompatibile con il Sabato, anzi rivela un agire profetico.

Davanti ai Giudei (vv 18-23): il terzo movimento dell’interrogatorio

I giudei non interrogano neppure il cieco, chiamano i genitori per verificare se il cieco è il loro figlio. L’interrogatorio accerta l’identità del figlio, la modalità per cui ci vede, e per opera di chi. I genitori però non si compromettono e dicono: “Non sappiamo come sia avvenuta la guarigione (come ci vede) e chi gli abbia aperto gli occhi, sappiamo che è nostro figlio, il rimanente non lo sappiamo”; con questa risposta evitano eventuali ritorsioni.

Il quarto movimento (24-34): l’interrogatorio del cieco

Il clima è ostile, la conclusione già stabilita: i giudei “sanno che l’uomo Gesù  è un peccatore”.

Il cieco risponde: se sia peccatore non lo so, però so che ora ci vedo! Domanda: che cosa ti ha fatto? “Ve l’ho già detto e non avete ascoltato”. Poi il cieco li provoca: volete diventare suoi discepoli? La reazione dei giudei è rabbiosa: lo insultano. La chiusura è totale; le loro tesi sono preconcetti infondati e si giustificano dicendo: “ tu sei discepolo di quello, noi invece siamo discepoli di Mosè.  Costui, non sappiamo donde  sia”. Il cieco replica: siete strani. Non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

Al v 31 troviamo la svolta centrale. Dio ascolta chi fa la sua volontà, dice il cieco. Seguono poi delle considerazioni a sostegno della sua affermazione (32-33). La reazione dei giudei è furibonda: “vuoi farci da maestro, tu, che sei nato nei peccati? (Da notare l’nclusione inclusione coll versetto 9,2)  “E lo cacciano fuori” (9,34). Lo scontro è radicale, ora resta in campo solo il testimone cieco. Gli oppositori escono di scena. Oggetto e causa del contrasto è Gesù, la sua identità, il suo operare, la sua Parola.

La scena conclusiva porta il lettore su un piano diverso del vedere; Gesù valuta con un giudizio il percorso avvenuto: chi è capace di vedere? L’imprevedibile esito capovolge i pronostici di partenza. Giovanni è perfino ironico. Il vero miracolo consiste nel confessare, ascoltare e saper leggere che cosa fa l’Inviato di Dio per l’uomo. “Non come ti ha aguarito”, ma chi è e cosa fa Gesù! Il cammino del cieco si rivela paradigma del cammino della fede.

La cecità? Un processo complicato, reso tale dalla rigidità irrazionale di chi si ostina a non vedere e a non ascoltare (cf Gv 7-8).

Il lavoro aperto meriterebbe un’indagine sui personaggi, anche su quelli non presenti, ma citati, come Mosè e Dio e poi sui discepoli, i vicini-conoscenti, i farisei, i giudei, i genitori, il cieco e Gesù.

Il processo visivo evidenzia due cammini opposti e il rovesciamento della situazione: il cieco guarito ci vede, quelli che pensano di vedere diventano ciechi. E’ il contrasto e l’effetto tra due saperi e due modi di vedere. Gesù non è venuto per condannare (vv 3-5), ma per aiutare a far discernimento, a valutare (dal greco crino). Il cieco confessa che Gesù è profeta, i farisei accusano Gesù perché “ non è da Dio”, i giudei lo proclamano “peccatore”. Solo il cieco contesta queste conclusioni, perché Gesù gli ha aperto gli occhi. Ora la comunità cristiana si unisce al cieco e proclama: “Voi non sapete, noi invece sappiamo” (v 28.33).

Giovanni e la tradizione biblica

Due grandi episodi del Primo Testamento (tra i molti) ci aiuteranno a capire come Giovanni sia perfettamente inserito nella tradizione biblica: l’episodio di Balaam nel Libro di Numeri cap 22,22-35. L’angelo del Signore e l’asina modificano il messaggio del vedente Balaam. Egli cresce nella consapevolezza, mentre si reca al luogo dove doveva maledire Israele, ma alla fine  lo benedice, suscitando l’ira di Balac, che l’aveva chiamato e pagato.

Il secondo episodio è di Es 3,1-6: il roveto che arde. Vedere Dio dove non è abituale vederlo (in Gv 9,32: “Da che mondo e mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco”. Il tema del fuoco che non distrugge ma respira ossigeno incuriosisce. Gli speleologi anche oggi dicono che dove si spegne il fuoco non c’è vita, perché manca ossigeno. Il fuoco che non divora è Dio, perché vede con amore la situazione degli schiavi, ascolta il loro grido e scende a liberarli: ecco il fuoco che non divora, ma è ossigeno di vita per l’uomo.

Note conclusive

La trama narrativa di Giovanni sottolinea l’importanza della simbologia visiva, del sapere e del  conoscere attraverso la quale levangelista crea l’unità del brano, rendendolo dinamico e ricco.  Luce e vista, illuminare e vedere, sapere e conoscere descrivono la persona di Gesù, la sua missione di risanatore e di rivelatore, ma anche il cammino del credente che passa dal non sapere e non vedere al conoscere, alla consapevolezza, al confessare e adorare (cf Gv 4).

Il cammino e l’effetto opposto dei vari personaggi sottolineano la sfida, la fatica del prendere posizione, la rigidità di chi resta prigioniero delle sue posizioni  o non ha il coraggio di esporsi come Nicodemo (Gv 7,50-53). Eppure Giovanni dice che anche dalle sponde dei capi è possibile compiere un cammino verso Gesù. Ancora Nicodemo 19,39: “Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch’egli, portando una mistura di mirra e d’aloe di circa cento libbre”.

Il tema simbolico della luce è quindi importante in Giovanni. Lo troviamo nel Prologo (1,1-18); poi compare e viene trattato in un crescendo nei cap 8,12+15-16 (l’esodo); 9,4-5+39 e 12,46-47 (la cecità). A partire dal contesto della festa delle Capanne, che ricordava l’Esodo, il dono dell’acqua (richiamata  al cap 9 – con la piscina di Siloe (l’Inviato) e la luce assumono un risalto solenne. Giovanni riprende temi cari anche a Mc 8,22-26; 10,46-52 e soprattutto all’Apocalisse. Infine il tema è vitale per l’uomo e la società, perché cecità e oscurità producono confusione e morte.

Chi è Gesù?

  • Facendo la somma dei titoli comparsi in Gv 9 e confrontandoli con Gv 4 (la Samaritana) sono elencati una serie di caratteristiche di Gesù.
  • Il Maestro. v 2
  • L’uomo detto Gesù. v 11
  • Dov’è? Non lo so. v 12
  • Questo uomo non è da Dio, dicono i farisei. v 16
  • Ma come può un peccatore fare tali cose? v 16
  • E’ un profeta dice il cieco. v 17.

Nota del narratore: chi l’avesse confessato Messia (22) sarebbe stato espulso dalla Sinagoga.

  • Ma costui non sappiamo donde sia. v 29
  • Sappiamo che Dio ascolta chi fa la sua volontà. 31
  • Questi è da Dio. 33
  • Figlio dell’Uomo. 35 – cf Libro di Daniele cap 7 e soprattutto Gv 1,51; 3,13;5,27.
  • Credo Signore. 38
  • Kirios (Signore) ,chi è? Cf 4,21-26
  • L’hai visto, è Colui che parla con te. v 37
  • Credo Signore. v 38
  • E si prostra. Ecco il punto di arrivo! v 38

C’è poi una domanda martellante: “Dov’è questo uomo, e da dove viene?” Perché non ascoltate?

Il suo agire dimostra la sua origine celeste. Chiude la sentenza il verdetto di Gesù (39-41), che dichiara  il senso della sua missione: Egli è venuto perchè l’uomo non sprofondi nell’oscurità delle sue tenebre, delle sue chiusure e del peccato.

La tensione tra il vedere e il suo significato

Proposte di laboratorio

 

L’episodio del cieco è costruito su tre campi semantici (di significato) della tradizione biblica molto vasti: visione – peccato – conoscere-udire (in Gv 9: “Noi sappiamo”).

Di solito questi temi disegnano il cammino della fede e operano uno spostamento dal vedere- conoscere al sapere-udire-credere.

Il tema del peccato evocato all’inizio da Giovanni allude a una concezione popolare molto diffusa, che Gesù smentisce: Egli rompe la dialettica rigida di causa effetto (Gv 9,2). La concezione giovannea del peccato è più profonda e consiste nel rifiuto alla rivelazione del Figlio di Dio, inviato dal Padre (Gv 9,41). Il Prologo già lo anticipava e lo declinava: “tutto è stato fatto per mezzo di Lui, ma l’uomo non lo riconobbe; venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”.

Questo dramma, attraversa l’intera bibbia ed è particolarmente sottolineato dai profeti:

Is 1,2-3: “Udite, o cieli! E tu, terra, presta orecchio! Poiché il SIGNORE parla:
«Ho nutrito dei figli e li ho allevati,ma essi si sono ribellati a me.

 Il bue conosce il suo possessore,e l’asino la greppia del suo padrone,
ma Israele non ha conoscenza,il mio popolo non ha discernimento».

 Is 6,9-10: Ed egli disse: «Va’, e di’ a questo popolo:”Ascoltate, sì, ma senza capire;guardate, sì, ma senza discernere!” 

Rendi insensibile il cuore di questo popolo,rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi,in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi,non intenda con il cuore, non si converta e non sia guarito!

 Ger 2,1-13: “vv 12-13: O cieli, stupite di questo; inorridite e restate attoniti», dice il SIGNORE.
«Il mio popolo infatti ha commesso due mali:ha abbandonato me, la sorgente d’acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l’acqua”.

Nel brano di Gv 9, le autorità accusano Gesù di non essere da Dio, ma di essere un peccatore, perché non osservava il sabato. La conclusione dell’episodio del cieco riporta la valutazione di Gesù che rivela la rigidità dei giudei. Una chiusura che li inchioda nella dimensione stabile di peccato (9,41). All’inizio i discepoli chiedono a Gesù chi ha peccato, alla fine troviamo la rivelazione di Gesù: coloro che presumono di vedere e giudicano gli altri.

 Una domanda. Chi vede realmente? Come vedere?

Spostando oggi il problema in campo sociale-religioso: chi viola i diritti della persona conosce Dio? Vede chiaramente? Perché l’uomo vede solo i propri privilegi, dai quali nasce un campo vasto di opere malvage? La pretesa del sapere condiziona anche il vedere, il capire la realtà. Questa pretesa diviene la propria condanna.

Dialettica tra visibilità e non visibilità, tra affermazione e negazione

Questa tensione è riproponibile nel cammino di fede e presenta una miriade di espressioni che non sono facili da cogliere al di fuori di un contesto. Nel brano giovanneo di fronte all’evidenza del cieco diventato vedente, si impone la negazione della comprensione riguardo la persona e l’operato di Gesù, infatti l’elite religiosa dice: non è da Dio perchè non osserva il sabato. Tu invece dà gloria a Dio per la vista ritrovata, e non a lui che è un peccatore. Così i giudei giungono alla conclusione opposta del cieco divenuto vedente, mentre i vedenti diventano ciechi. Essi negano l’evidenza del Segno, ossia il suo significato e messaggio profondo. Occorre dunque superare ciò che fa da schermo. Questa tema ricorda e riprende:

Is 6,9-10: vedi sopra.  Un testo ricordato da tutti i Vangeli per esempio

Mt 13,14-17: “ Così si avvera per loro la profezia di Isaia che dice
Udrete con i vostri orecchi e non comprenderete;
guarderete con i vostri occhi e non vedrete;
 perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile:
sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non rischiare di vedere con gli occhi e di udire con gli orecchi, e di comprendere con il cuore e di convertirsi, perché io li guarisca
“. Ma beati gli occhi vostri, perché vedono; e i vostri orecchi, perché odono!  In verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi vedete, e non le videro; e udire le cose che voi udite, e non le udirono”.

Anche Giovanni  (12,37-50),  chiudendo  il libro dei Segni riprende ancora Is 6,9-10: (vedi sopra)

Al termine della sua missione Att 28,25-27 Paolo cita il testo isaiano per spiegare l’ostilità incontrata durante la sua opera di missionario. Ci sono altri testi che ripropongono il tema del vedere e del capire.

Nel libro di Giobbe – cap 28 –  l’autore anonimo ammira le capacità dell’uomo di trasformare la materia, procurarsi i beni della vita, ma non conosce il luogo dove si trova la Sapienza. L’uomo la può ricevere solo dalla Rivelazione. La Sapienza poi orienta le sue scelte.  E al cap 38,19: “Dov’è la via in cui abita la luce? E dove il luogo delle tenebre?”

L’accusa dei profeti si fa ancora più tagliente, denunciando che il non vedere porta all’idolatria, imprigiona l’uomo nei falsi assoluti. Di qui la messa in guardia di fronte alla fragilità del vedere umano e la necessità di purificare i percorsi del vedere, per giungere al significato valido e autentico.

Si opera così lo spostamento dal vedere  all’udire-ascoltare

Il testo di Gv  9 e la conclusione del libro dei Segni (12,37-50) sono messaggi importantissimi perché mostrano la tensione tra vedere e rivelare: per approdare alla confessione non è sufficiente il vedere materiale. Vedere Gesù nel suo Mistero profondo necessita ascoltare la sua Parola. Il messaggio giovanneo è perfettamente in linea con la tradizione biblica, e poiché i giudei ricordano che Dio ha parlato a Mosè sarà importante rivisitare il brano del roveto, Es cap 3,1-6.

Mosè si avvicina per vedere, ma alla fine ciò che è decisivo è l’ascoltare. Bisogna avvicinarsi per vedere. Vedere è la prima chiamata, la prima sollecitazione. Poi è necessario purificare il cammino: togliersi i sandali, coprirsi il volto (ossia non guardare più con gli occhi, ma vedere con le orecchie, con l’udire) per prendere coscienza di Colui che ci parla e si rivela. Il cieco è il testimone della tradizione ebraica fondata in Abramo e Mosè.

Il brano di Gv 9 mette in evidenza l’acutezza di Giovanni, annotando che il gesto di Mosè è smentito dal comportamento dei giudei. Il brano dell’Esodo si può definire come la simbolica della visione illuminata. Se guardiamo attentamente, il cieco compie esattamente questo percorso e Giovanni, narrandolo, riprende il caposaldo della Rivelazione ebraica che ora si compie in Gesù, rivelatore del Padre (1,18). Nell’Esodo, attraverso la Parola, JHWH si fa conoscere a Mosè come il Dio dei Padri, che vede le sofferenze del popolo e lo vuole liberare. Attraveso i segni operati da Gesù e illuminati dalla sua Parola, il cieco e il discepolo possono giungere alla fede in Lui: “Chi è Signore, perché io creda in lui?” Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è Colui che parla con te”. Credo Signore! (9,36).

Questo cammino non rievoca episodi passati, ma affronta il tema fondamentale dell’uomo, quello che in modo tecnico è stata chiamata la “visione contraddetta”, la dialettica dell’ideale intravisto: del vedere iniziale e il cammino della vita che può smentirlo. L’uomo sogna ma con le scelte miopi può annullare tutto e dirigersi all’opposto. Un operato fatale che può essere interrotto solo per grazia, cioè l’opera dell’Inviato. Se Dio non avesse accompagnato Giacobbe, che ne sarebbe stato della sua visione? (Gen 28,10-22). Se Dio non avesse rilanciato Israele, grazie alla sua promessa che ne sarebbe stato del suo futuro? (Rm 11,32). Se  l’uomo non accoglie l’opera dell’Inviato che cosa può costruire con le sue mani?

Il Vangelo senza mezzi termini dice: “Una visione contraddetta”, un sogno annullato da un cammino opposto. Ecco il contenuto vero del peccato, che Gesù denuncia e guarisce per rilanciare il cammino dell’uomo verso un futuro di pienezza donato da Dio (cf. R. Fornara, La visione contraddetta, Roma 2004).

Dio rimane l’ossigeno per l’uomo e il suo inviato è il fuoco che non si può imbrigliare perchè scioglie finalmente l’enigma del peccato umano.

Bibliografia di riferimento

AA.VV., Lessico ragionato dell’esegesi biblica, Queriniana 2006.

  1. E. Brown, La comunità del discepolo prediletto. Cittadella editrice. 1982
  2. Brown, Il Vangelo e le lettere di Giovanni, Queriniana 1994.

M Caurla, Il cieco illuminato e i vedenti accecati di fronte alla luce di Cristo, Editrice P.U.G 2015.

X.L. Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 2007.

J.P.Fokkelman, Come leggere un racconto biblico, guida pratica alla narrativa biblica, EDB 2002.

R Fornara, La visione contraddetta. An. Bib. N155 Roma 2004

  1. Henrici, Guida pratica allo studio, E.PU.G., Roma 1997.
  2. Hermans, P. Sauvage (a cura di), Bibbia e Storia, EDB 2004.
  3. Maggioni, Attraverso la Bibbia, Un cammino di iniziazione, Cittadella 2003.
  4. Marguerat-Y. Bourquin, Per leggere i racconti biblici, Borla 2001.
  5. Marguerat e A. Wénin, Sapori del racconto biblico, EDB 2013.

Mlaknzhyl,  citato da M Caurla; La disposizione cristocentrica, Analecta Biblica, n 117, 1987.

Marchadour, I personaggi del Vangelo di Giovanni, EDB 2007

Pontificia commissione biblica (AA.VV.) L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, ELLEDICI 1998.

  1. L. Ska, I nostri padri ci hanno raccontato, Introduzione all’analisi dei racconti dell’Antico Testamento, EDB 2012.
  2. Vignolo, Personaggi del Quarto Vangelo, Glossa 1994-

 

 

Lectio biblica I Domenica di Quaresima

il cammino quaresimale, tempo di speranza

Attendiamo la Creazione Nuova nel gaudio dello Spirito condividendo fatiche e sofferenze

Il sogno divino del paradiso

La Bibbia definisce Israele un popolo di migranti, chiamati da Dio, da Lui liberati e condotti alla meta. Gli antichi padri sono definiti erranti, senza fissa dimora, sottolineando così la loro precarietà. Con la fine della monarchia, l’esilio e il ritorno, gli autori hanno dato forma alle narrazioni bibliche delineando l’Israele della fede, la cui identità non dipende più dalle istituzioni politiche permanenti, ma dalla concezione religiosa. Israele ormai, dal 520 era sì nella sua terra, ma era ridotto a una provincia persiana. Emerge un paradosso: il popolo vive i contenuti ideali della terra come fosse fuori dalla sua patria. Quello che è importante è l’identità al presente che si compirà al futuro. Il pericolo latente in questa situazione è di perdere la memoria profonda della propria identità.

Approfondiamo così una prima grande dimensione: il tempo[1]

Di Gen 1,1-2,4a leggiamo i vv 14-19. Il tempo, più che lo spazio, è la struttura in cui si gioca la vita: i giorni, gli anni sono più corposi dei volumi. Brevemente: il brano di Gen 1 è strutturato in sette giorni.

Nel primo giorno Dio crea il ritmo del giorno (luce) e della notte (tenebre), il tempo allo stato puro. L’ultimo giorno sarà un tempo senza lavoro. Al centro (nel quarto giorno) (3+3+1).Eloim, dopo aver creato i volumi (la volta celeste, la terra il mare – 2 giorno – ) e le piante (3 giorno), crea il sole, la luna e le stelle (vv 14-19), la Bibbia non li chiama per nome, perché nell’oriente antico erano venerati come divinità; li declassa a pure funzioni. Finora avevano il ritmo essenziale: giorno e notte, ora con la luna e le sue quattro fasi (di crescita e decrescita) si possono calcolare le settimane e i mesi. Il giro della terra attorno al sole (non c’era Galileo) si compie nello spazio di un anno; le stagioni dipendono dall’inclinazione o dalla posizione del sole; mentre l’osservazione delle stelle segnala ulteriormente il cambio delle stagioni: primavera, estate, autunno, inverno. Nasce il calendario che Genesi puntualmente finalizza per segnalare le feste. Quali? Le ricorrenze liturgiche di Israele. Il tempo diventa così la culla delle azioni di Dio per il suo popolo e per l’umanità (Dt 16,1-17 descrive le tre feste del pellegrinaggio):

La festa della Liberazione, gli Azzimi, la Pasqua in primavera (Es 23,15); (cf Gv 2,13); Es 23,14; la Pentecoste (festa delle sette settimane) dono della Torà, (Dt 16,9-12); la festa delle Capanne in autunno (Dt 16,13; Gv 7,2), il raccolto (Es 23,16). Israele ricorda la sua condizione di migrante verso la terra.

La quarta festa è tardiva e viene celebrata in inverno: la dedicazione del Tempio (Gv 10,22) dopo la ribellione maccabaica. Il calendario delle feste ritma la memoria delle azioni con cui Dio ci raggiunge nel tempo e in esso si rende presente.

 

Facendo una lettura riassuntiva della struttura di Genesi: il primo giorno, il quarto e il settimo stabiliscono come vivere il tempo e il suo vertice: Il Sabato è santificato e benedetto. Es 20,8 evidenzia un linguaggio liturgico: Dio dona la sua santità in una relazione e ci guida attraverso le  sue opere, lungo lo scorrere del tempo, di cui Lui è il Signore. Nel tempo e non semplicemente nello spazio l’uomo incontra Dio. Dio è il Dio della storia. E quando Israele perderà la terra e il tempio, non perderà il contatto con Dio, perché Egli non è legato a un luogo (cf Gv 4,20-22): “Né su questo Monte, né in Gerusalemme si adora Dio”.

La dimora di Dio è il tempo, la storia, prima dello spazio sociale. Egli li determina con le promesse, impone al tempo una linea ascendente che diviene salvezza temporale, negli spazi della storia, finché essa compirà il suo disegno (cfr.Teilhard de Chardin, L’ambiente divino, ed  Queriniana). L’eternità è in un altro tempo, qualcosa che è davanti e dentro di noi. “Vita aeterna est: interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio” (Boezio, La consolazione della filosofia, Utet).
Il tempo è circolare? Eterno ritorno o lineare – ascensionale? Israele e il cristianesimo ci avvertono che nel tempo si gioca il progetto divino, che porterà la creazione al vertice della delizia divina e nostra (il riposo). L’Apocalisse descriverà che storia ed eternità sono ormai contigue (cap 21-22). La città non ha bisogno della luce del  sole e della luna (21,23; 22,5;20,11): “Davanti al Cristo fuggì la terra e il cielo e non fu trovato posto per essi”. Ci troviamo di fronte alla realizzazione del progetto divino e allora noi saremo come Dio ci vuole.
Nasce una domanda: Come vivere lo scorrere del tempo? Apriamo la pagina di un saggio (Sir 16,24-30). L’opera è scritta verso il 172 aC e custodisce il patrimonio religioso di Israele; nello stesso tempo si confronta con le nuove culture, cercando di tradurre l’insegnamento antico in linguaggio contemporaneo, al fine di educare le nuove generazioni. L’opera scrive in ebraico e poi è tradotto dal nipote in greco. L’autore descrive l’acquisizione della sapienza come un cammino.
Il testo scelto parla della creazione. Il saggio si introduce con l’invito ad ascoltare (v 27 e vv 26-28). Descrive poi la creazione degli astri: ognuno segue la sua orbita, nessuno sconfina facendo danni. Gen 1,16 li definisce l’orologio del tempo: infatti hanno una funzione vitale; il Libro del Siracide osserva che restano fedeli al loro compito nella loro corsa. Che cosa vuole insegnare Ben Sira? Raccontando la creazione il saggio invita il discepolo a imparare il proprio cammino dal modo con cui gli astri svolgono la loro funzione (Sir 16,27). Essi collaborano per la vita, fanno un percorso sincronico, relazionale che non danneggia. Nel v 28 si afferma: “Non disobbediscono alla Parola”. L’ordine degli astri segue una legge; l’uomo dovrà trovare la sua strada usando l’intelligenza e la libertà in relazione con il suo creatore.
Entriamo così nel terzo brano- Sir 17,1-14 – La creazione dell’uomo.
Dalla volta celeste il saggio ritorna sulla terra e porta l’attenzione sull’uomo. La sua esistenza è più breve degli astri e più modesta. Tratta dall’adama e del suo ritorno alla polvere. Eppure l’uomo ha un compito che non è eguagliato da nessuna realtà creata (17,2). Partecipa della vitalità divina(forza) creativa (barà, berakà) (cf Gen 1,28 – la benedizione). Addirittura è immagine di Dio. Il Siracide non dice che dovrà somigliare a Dio, ma descrive che cosa dovrà fare l’uomo e lo prepara alla sua missione. Egli svolgerà il suo ruolo (17,6-10) attraverso sette facoltà, sette organi, ognuno dei quali ha una funzione precisa, e nessuno di loro deve essere isolato dall’altro.
Ecco la descrizione della persona in azione:
–          Dotato di una capacità volitiva (orientarsi)
–          Comunicativa (lingua)
–          in grado di vedere – osservare (occhi
–          di ascoltare
–          di un cuore per elaborare le decisioni
Con questa attrezzatura l’uomo è in grado di acquisire
–          un sapere pratico, un’esperienza (episteme)
–          che gli permette di orientarsi, di valutare.
Alla fine Dio lega a sé l’uomo con un’alleanza eterna, non fondata sulla retribuzione, ma sulla sua generosità. Egli gli dona il consiglio, gli raccomanda di stare lontano da ogni ingiustizia e di prendersi cura del prossimo.

Quando l’uomo userà male la sua libertà, cosa accade?
Ez 36,16-38: La terra perde il sangue vitale a causa della malattia, si diffonde la violenza umana che corrompe e destabilizza la creazione. Dio allora risponde alla perversione umana, che trasforma la terra in un cimitero (Ez 37), con un’azione di ri-creazione (Ez 36,26-38).
Aprirsi a Dio significa accogliere un dinamismo ricreante. Dio è Padre e desidera perdonare, cambiare il cuore dell’uomo. Egli risponde alle azioni di morte con la forza della vita, con un’acqua che lava il corpo come fu per Naaman il Siro, il lebbroso (2Re, cap 5).
Egli riversa il perdono incondizionato che purifica come nel giorno del kippur (v 25 cf Lv 16,30). Il cuore nuovo permette il legame di ricreazione, e il popolo ritorna ad essere figlio. Dio attua la ricreazione donando all’uomo un’interiorità nuova. Così consolerà il suo popolo, riprendendolo come sua sposa (cf Is 49,14-16; 54,5-10) e suo figlio (Os 11,1-9).

[1] Cfr J.L.Ska, I volti insoliti di Dio, EDB 2006 (pp 9-13)

P. Beauchamp, Il tempo, ed AdP.

 

I Quaresima -Omelia di P. G. Lafont

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,24-34)

 

[Gesù disse ai suoi discepoli:] 24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.

25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

 

Omelia di padre Ghislain Lafont

 

Quando ascoltiamo questo Vangelo, le prime righe… noi siamo d’accordo: è vero che nessuno può servire due padroni e che il nostro padrone è Dio, il nostro Padre. E, dunque, non si può nello stesso tempo dare la stessa importanza alla nostra filiazione divina e alla ricchezza. E fin qui va tutto bene.

Ma dopo, l’applicazione di Gesù ci spaventa! Perché non si tratta nella parabola delle ricchezze, grandi ricchezze, ma si tratta delle cose essenziali alla vita. Tutti voi avete fatto la colazione stamattina, se non l’aveste fatta, se non aveste avuto la possibilità di mangiare, forse sarebbe un ambiente più difficile, perché il cib0, la bevanda, le vesti sono delle cose essenziali: non si può farne a meno.

Allora: che significa ciò che dice di Dio? Che vuol dire che ‘non dobbiamo occuparci delle cose essenziali’?

Forse siamo di fronte, oggi, alla nostra fede: chi è Dio, per noi? …più importante del cibo, del bere, del vestirsi?

Tutti noi abbiamo delle preoccupazioni, anche su questo punto. La maggior parte di noi ha un conto in banca – non lo so, suppongo… e facciamo attenzione che tutto vada bene e dobbiamo farlo: anche la Genesi dice che dobbiamo coltivare la terra, dunque ‘lavorare’!, dunque fare anche tutto ciò che è necessario per prevedere il domani…

Però questo Vangelo è molto forte: non preoccupatevi…di queste cose essenziali.

Poiché ciascuno di noi ha altri profondamente nel suo cuore, per chiedersi:

  • “ma che significa per me questo vangelo?”;
  • “sono veramente totalmente distaccato dalle cose essenziali?”;
  • “…posso esserlo?” posso essere più o meno indifferente alle necessità fondamentali della vita?
  • …in questo vangelo c’è anche un accenno alla vita e alla morte: “sono libero di fronte alla vita, alla salute, alla morte?”

Mi sembra che questa esigenza del Signore non ha senso se dal Suo Spirito non ci desse un sentimento profondo della paternità di Dio: siamo veramente ‘figli di Dio in Gesù’ e quali che siano le circostanze concrete della vita, la nostra filiazione e la nostra fraternità sono le cose essenziali; e, tutte le altre cose, sono importanti sì – dobbiamo fare tutto ciò che è necessario! – però in un ambiente-una mentalità di filiazione, di invocazione.

Sono stato colpito stamattina, meditando questo vangelo, sul contrasto tra la cosa quotidiana che ci occupa tanto e che è niente, dice il vangelo, di fronte alla fiducia in Dio. Se le cose essenziali sono niente, significa che Dio è tutto. Non ‘tutto-in-sé’, ma ‘tutto-per-noi’.

E dobbiamo sviluppare questa convinzione di fede che la Relazione con Lui è viva dentro di noi…‘ci fa vivere’, più anche del cibo o della bevanda o della veste. Dio è più importante.

Non Dio come un generico ‘essere supremo’, ma come il padre di Gesù, quello che ci ha dato lo Spirito Santo.

Ma c’è un aspetto e c’è una certa distanza che si deve custodire, di modo che possiamo apprezzare il Dono che ci è fatto di essere ‘figli di Dio-fratelli tra di noi’.

Quando il papa Francesco parla delle periferie, della gente che non ha il necessario… non dice soltanto, come dire, un’insistenza morale ma dice che ‘tocca a noi’ di aiutare gli altri ad avere il necessario…perché possano riconoscere il Padre. Perché, forse, quando la difficoltà è troppo grande…la fede non è tanto forte e invece, quando abbiamo una fede forte, allora le cose necessarie vanno al secondo posto.

Più vado avanti nella vita, più mi sembra che non conosciamo bene Dio: ‘chi è Dio?’

E, la vita che ci è ancora lasciata, ci è data per capire le dimensioni immense! della paternità di Dio…

La prima lettura ci dà l’immagine della donna che non può non preoccuparsi del figlio… Dio come una madre, non soltanto un padre, ma una madre… sono le cose che non possiamo capire, alla fine,

se non dalla preghiera, se non dall’unione con Lui, dall’avvicinarci a Lui, ogni giorno, un po’ di più attraverso la fede che non è evidente e che, a volte, può essere molto oscura.

Sono colpito dal fatto che i due apostoli della misericordia di questa generazione, le due sante, suor Teresa del Bambino Gesù e Madre Teresa… e ambedue hanno vissuto in una oscurità totale – non si sa forse questo: su Madre Teresa, non aveva mai una consolazione spirituale, sempre vivendo sul Vangelo, era sulla fede ma senza nessun sentimento di prossimità; e Teresa del Bambino Gesù è morta dopo due anni di ‘non-fede’, di buio totale.

Questo vangelo ci mostra, di fatto, la radicalità della fede.

Che va al di là di tutto…il cibo la bevanda le vesti, ma anche le soddisfazioni spirituali, che possono mancare.

Forse siamo ancora all’inizio del nostro cammino spirituale: non sappiamo ancora cosa è ‘essere-figli-di-Dio’, forse lo sapremo al momento di morire! In questo momento ci sarà forse una scelta: oppure Lui oppure noi, perché non sarà noi, sarà Lui.

Quindi preghiamo gli uni per gli altri, per vivere per gli altri, per me, questa fede nella paternità di Dio.Per noi, ma anche per tutti coloro che soffrono in questo mondo.

Leggendo i salmi, ciò che faccio ogni giorno naturalmente, vedo come il salmista ‘lotta-molto’ e, non è facile, e lui alle volte dice a Dio che non è più possibile… Dunque non è facile abbandonarsi alla provvidenza, però la direzione è quella: facciamo fatica sì, ma non possiamo – come dire – fare a meno della nostra filiazione.

E, quando diciamo “Padre nostro”, questo vangelo di oggi, ascoltato nell’ambiente difficile di questo mondo, questa parola ‘Padre-nostro’ prende tutta la sua immensa dimensione:

siamo figli di Dio e siamo fratelli gli uni degli altri;

abbiamo preoccupazioni non per noi stessi, ma ‘per gli altri’ e per il Vangelo,

e allora, come dice il brano, tutto il resto ci sarà dato senza problema.

Tempo di Quaresima 2017

LECTIO DOMENICALI DI QUARESIMA 2017

 ORE 17.00-18.30 (con Vespri)

DOMENICA 5 MARZO: Il cammino quaresimale, tempo di speranza. Attendiamo la Creazione nuova nel gaudio della Spirito. Viviamo e condividiamo le fatiche e le sofferenze.

DOMENICA 12 MARZO: Sarebbe un grave errore chiedere alle istituzioni ecclesiali ciò che spetta al cittadino e alla comunità civile.

DOMENICA 19 MARZO: Dalla parte dei poveri.

DOMENICA 26 MARZO: Sulla stessa via di Cristo (cf LG n 8) Le scelte di vita che ci avvicinano a Gesù e all’uomo ferito.

DOMENICA 2 APRILE: Il Cristo Pasquale è il dono della pace: accoglierlo significa operare per la pace.

Lo sguardo profetico dei cristiani

Terza Lectio di Avvento 2016 – Firmino Bianchin

Lavoro, povertà, solidarietà, Eucarestia, Liturgia delle Ore, condivisione dei valori

(Cf. B. Calati, Il primato dell’amore, pp 15-25)

  1. B. Calati porta l’attenzione sulla luce delle Scritture Sante, sulla grande tradizione patristica e sul dialogo col mondo, sulla necessità della riscoperta della verginità e del matrimonio come volti dell’amore. Valori resi vivi dalla lectio, dall’aggiornamento teologico, per non finire nelle derive ambigue della mondanità liberista e parossistica del facile erotismo, incentivato anche dall’eccessivo puritanesimo legalista, che ha imperversato nell’educazione cristiana. Calati definisce questa tradizione fatta di discipline più che di educazione globale della persona come un “retaggio arcigno e maledetto”. Quello che è mancato e manca è la formazione sapienziale permanente, alla luce della rivelazione, della quale il priore sottolineava prima di tutto l’importanza dello Spirito Santo, nella dimensione dialogica relazionale trinitaria e di riflesso in quella antropologica (Vedi il Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qoelet, Ester e il NT, in particolare la tradizione giovannea.

Povertà e lavoro insieme alla preghiera e alla comunione, costituiscono le coordinate fondamentali dell’identità cristiana e monastica. Anche questi valori ci giungono da tradizioni spirituali ambigue e riduttive, che hanno privato il cristianesimo dell’afflato profetico. I Padri antichi erano aderenti al progetto divino dell’incarnazione: il Verbo si fece carne e si manifestò per trent’anni come il figlio del falegname. Nella Scrittura non ci sono modelli intimistici come quelli favoriti dal pietismo religioso della devotio moderna.

La povertà non si risolve in miseria, in sottosviluppo e degrado. La povertà biblica è sobrietà, solidarietà, liberazione da accentramenti di capitali che generano ingiustizia, è garanzia da affanni e alienazione di un lavoro schiavizzante. Il lavoro come è proposto dalla Bibbia ci pone in tensione verso la pienezza, perché associa l’uomo all’operosità divina che sa creare e donare. Dio ci vuole suoi collaboratori; affida all’uomo il compito del lavoro perché diventi artefice di progresso, di promozione sociale. La povertà ha molte sfaccettature, e può degenerare in miseria, in privazione di diritti, in degrado e sottosviluppo (cf Laudato si, nn 43-54) e colpisce in modo speciale i più deboli, ma questo è frutto dell’uomo peccatore.

  1. a) La santificazione dell’impegno umano- T. De Chardin (L’ambiente divino, ed. Queriniana, 2003)

Non penso di esagerare affermando che, per i nove decimi dei cristiani praticanti, il lavoro umano resta allo stato di «impaccio spirituale». Nonostante la pratica della retta intenzione e della giornata quotidianamente offerta a Dio, la massa dei fedeli cova oscuramente l’idea che il tempo trascorso in ufficio, nel proprio studio, nei campi o nella fabbrica sia sottratto all’adorazione. Certo, è impossibile non lavorare. Ma è anche impossibile proporsi quella profonda vita religiosa riservata a coloro che hanno il tempo di pregare o predicare tutto il giorno. Nella vita, alcuni minuti possono essere recuperati per Dio. Ma le ore migliori sono sperperate o per lo meno svalorizzate dalle cure materiali. – Oppressi da questo sentimento, moltissimi cattolici conducono in realtà una doppia vita, o una vita impacciata: hanno bisogno di abbandonare la veste umana per ritenersi cristiani, e solo cristiani di secondo ordine.

Dopo quanto abbiamo detto delle divine estensioni e delle divine esigenze del Cristo mistico od universale, appaiono manifeste l’inanità di quelle impressioni e la legittimità della tesi, così cara al Cristianesimo, della santificazione del dovere del proprio stato. Certo, nelle nostre giornate, esistono minuti particolarmente nobili e preziosi, quelli della preghiera e dei sacramenti. In mancanza di quei momenti di contatto, più efficaci o più espliciti, il fluire dell’onnipresenza divina e la visione che ne abbiamo ben presto s’indebolirebbero, sino a che la nostra più fervida diligenza umana, senza essere del tutto perduta per il Mondo, resta per noi privata di Dio. Ma, riservata gelosamente questa parte alle relazioni con Dio incontrato, se oso dire, «allo stato puro» (cioè allo stato di Essere distinto da tutti gli elementi di questo Mondo), come temere che l’occupazione più banale, più assorbente oppure più affascinante, ci costringa ad uscire da Lui? – Ripetiamolo: in virtù della Creazione e ancor più dell’Incarnazione, niente è profano quaggiù per chi sa vedere. Invece, tutto è sacro per chi sa distinguere, in ogni creatura, la particella di essere eletto sottoposta all’attrazione del Cristo in corso di compimento. Con l’aiuto di Dio, riconoscete la correlazione, anche fisica, che collega il vostro lavoro all’edificazione del Regno Celeste, vedete lo stesso Cielo che vi sorride e vi attrae attraverso le vostre opere; e, nel lasciar la Chiesa per la città rumorosa, non avrete altro che la sensazione di continuare ad immergervi in Dio. Se il lavoro vi sembra insipido od estenuante, cercate rifugio nell’interesse riposante e inesauribile di progredire nella vita divina. Se vi appassiona, trasferite nell’anelito di Dio, da voi meglio conosciuto e desiderato sotto il velo delle opere, lo slancio spirituale che la Materia vi comunica. Mai, in nessun caso, «sia che mangiate o che beviate», acconsentite a fare checchessia senza averne riconosciuto prima e senza averne ricercato poi tutto il significato ed il valore positivo in Christo Jesu. Questa non è soltanto una lezione di salvezza qualunque; è, secondo lo stato e la vocazione di ognuno, la stessa via della santità. Infatti, per una creatura, cosa significa essere santa, se non aderire a Dio al massimo delle proprie possibilità? – e che cosa significa aderire a Dio al massimo grado se non adempiere, nel Mondo organizzato attorno al Cristo, la funzione precisa, umile od eminente, alla quale, per natura e per sovranatura, essa è destinata?

Nella Chiesa, vediamo diversi gruppi i cui membri si dedicano alla pratica perfetta di questa o di quella virtù particolare: misericordia, distacco, splendore dei riti, missione, contemplazione. Perché non vi potrebbero essere anche uomini votati al compito di dare, con la loro vita, l’esempio della santificazione generale dello sforzo umano? – uomini il cui ideale religioso abituale sarebbe quello di dare completa e cosciente esplicitazione alle possibilità od esigenze divine racchiuse in una qualsiasi occupazione terrestre? – in breve, uomini che, nei campi del pensiero, dell’arte, dell’industria, del commercio, della politica ecc…, si dedicassero a compiere, con lo spirito sublime richiesto, le opere fondamentali che costituiscono la stessa ossatura della società umana? Attorno a noi, i progressi ‘naturali’ di cui si alimenta la santità di ogni secolo nuovo, sono troppo spesso abbandonati ai figli della Terra, cioè agli agnostici o agli atei. Certo, senza pensarvi o senza volerlo, costoro collaborano al Regno di Dio e al compimento degli eletti: i loro sforzi, superando o correggendo intenzioni imperfette o cattive, sono recuperati da Colui «la cui Energia è in grado di sottomettersi tutto». Ma non si tratta, ovviamente, che d’una soluzione di ripiego, d’una fase provvisoria nell’organizzazione delle attività umane. Dalle mani che l’impastano sino a quelle che la consacrano, la grande Ostia universale dovrebbe essere preparata e maneggiata solo con adorazione.

Oh! venga il tempo in cui gli Uomini, diventati coscienti dello stretto legame che associa tutti i movimenti di questo Mondo nell’unica opera dell’Incarnazione, non potranno più dedicarsi ad alcun compito senza illuminarlo con la prospettiva precisa che il loro lavoro, per quanto elementare sia, è raccolto e utilizzato da un Centro divino dell’Universo! Allora, veramente, ben poco separerà la vita del chiostro da quella laicale. E solo allora l’azione dei figli del Cielo (assieme all’azione dei figli del Secolo) avrà raggiunto la pienezza desiderabile della sua umanità.

  1. b) L’umanizzazione dell’impegno cristiano

La grande obiezione del nostro tempo contro il Cristianesimo, la vera fonte delle diffidenze che rendono impermeabili all’influsso della Chiesa intere masse dell’Umanità, non sono precisamente delle difficoltà storiche o teologiche. È il sospetto che la nostra religione renda i suoi fedeli inumani. «Il Cristianesimo – pensano talvolta i migliori tra i Gentili – è cattivo o inferiore perché non conduce i propri adepti oltre l’Umanità ma fuori o a lato di essa. Li isola anziché immetterli nella massa. Li disinteressa anziché applicarli al compito comune. Dunque non li esalta: ma li indebolisce oppure li guasta. Del resto, non lo confessano forse essi stessi? Quando, per caso, un loro religioso, un loro sacerdote, si dedica a ricerche cosiddette profane, il più delle volte, prende ben cura di far presente che si adatta a queste occupazioni di second’ordine solo per conformarsi a una moda o ad un’illusione, tanto per dimostrare che i cristiani non sono i più stupidi tra gli uomini. In definitiva, quando un cattolico lavora con noi, abbiamo sempre l’impressione che lo faccia senza sincerità, per condiscendenza. Sembra interessarsi. Ma, in fondo, per via della sua religione, non crede allo sforzo umano. Il suo cuore non è più con noi. Il Cristianesimo genera disertori e traditori: ecco ciò che non possiamo perdonargli».

Questa obiezione, mortale se corrispondesse alla verità, l’abbiamo messa in bocca a un non credente. Ma non risuona forse, qua e là, nelle anime più fedeli? A quale cristiano, accorgendosi della sorta d’isolante o di ghiaccio che lo separava dai suoi compagni non credenti, non è forse accaduto di chiedersi con preoccupazione se non sbagliasse strada e se non avesse effettivamente perso il filo della grande corrente umana?

Ebbene, senza negare che (ben più con le parole che con gli atti) taluni cristiani si espongono al rimprovero d’essere, se non ‘nemici’, per lo meno ‘stanchi’ del genere umano, noi possiamo affermare, dopo ciò che abbiamo appena detto sul valore sovrannaturale dell’impegno terrestre, che l’atteggiamento di quelle persone è dovuto a un’incompleta comprensione, e non già ad una certa qual perfezione, della religione.

Noi disertori? Noi scettici circa il valore del Mondo tangibile? Noi disgustati del lavoro umano? Ah! quanto poco ci conoscete… Ci sospettate di non partecipare alle vostre ansie, alle vostre speranze, alle vostre esaltazioni nel penetrare i misteri e nel conquistare le energie terrestri. «Siffatte emozioni, dite voi, potrebbero essere condivise soltanto da coloro che lottano insieme per l’esistenza: ora, voialtri cristiani, vi professate già salvati». Come se, per noi, altrettanto e ben maggiormente che per voi, non fosse una questione di vita o di morte che la Terra abbia successo fin nelle sue potenzialità più naturali! Per voi (e davvero in questo caso non siete ancora abbastanza umani, non amate cioè sino al punto estremo della vostra umanità) si tratta solo del successo o dello scacco d’una realtà che, anche se concepita sotto l’aspetto di una qualche super-umanità, rimane vaga e precaria. Per noi, invece, in un senso vero, si tratta proprio del compimento del trionfo d’un Dio. C’è una cosa infinitamente deludente, ve lo concedo: è che, troppo poco coscienti delle responsabilità ‘divine’ della loro vita, tanti cristiani vivono come gli altri uomini, in uno sforzo dimezzato, senza conoscere il pungolo o l’ebbrezza del Regno di Dio da promuovere in tutti i campi dell’attività umana. Ma abbiate la cortesia di criticare qui solo la nostra debolezza. In nome della nostra Fede, abbiamo il diritto e il dovere d’appassionarci alle cose della Terra. Come voi, e persino meglio di voi (perché, di noi due, solo io posso prolungare sino all’infinito, conformemente alle esigenze del mio più intimo volere, le prospettive del mio impegno), voglio votarmi, corpo ed anima, al sacro dovere della Ricerca. Sondiamo tutte le barriere. Tentiamo tutte le strade. Scandagliamo tutti gli abissi. Nihil intentatum … Lo vuole Dio, che ha voluto averne bisogno. – Siete uomini? « Plus et ego ».

«Plus et ego». Non v’è dubbio. In questo tempo che vede il risveglio legittimo, in un’Umanità in procinto di diventare adulta, della coscienza della sua forza e delle sue possibilità, uno dei primi doveri apologetici del cristiano sta nell’indicare, con la logica delle sue prospettive religiose e ben di più con quella del suo agire, come il Dio incarnato non sia venuto per sminuire in noi né la magnifica responsabilità, né la splendida ambizione di farci noi stessi . Ancora una volta « non minuit, sed sacravit ». No, il Cristianesimo non è, come lo si rappresenta o talvolta lo si pratica, un sovraccarico di pratiche e obblighi che appesantiscono, aumentano l’onere già così gravoso o moltiplicano i vincoli, già così paralizzanti, della vita sociale. Esso è, in verità, un’anima potente, che conferisce significato, fascino e nuova scioltezza a quanto già facevamo. Ci orienta, certo, verso vette impreviste. Mala salita che a queste conduce, è tanto ben correlata a, quella che stavamo naturalmente già percorrendo che, nel cristiano, niente è più decisamente umano (è quello che dovremo ora esaminare) del suo stesso distacco.

  1. Il distacco mediante l’Azione

Quanto abbiamo testé esposto circa la divinizzazione intrinseca dello sforzo umano non pare discutibile tra i cristiani, poiché, per stabilirlo, ci siamo limitati ad assumere nel loro giusto rigore, e a confrontare tra loro, alcune verità teoretiche o pratiche riconosciute da tutti.

Tuttavia, certi lettori, senza trovare alcun difetto preciso al nostro ragionamento, si sentiranno forse vagamente disorientati o preoccupati di fronte a un ideale cristiano in cui è data tanta importanza alla cura dello sviluppo umano e alla ricerca di miglioramenti terrestri. Abbiano la cortesia di non dimenticare che abbiamo sinora percorso solo la metà della strada che conduce al Monte della Trasfigurazione. Sin qui, ci siamo occupati solo della parte attiva delle nostre esistenze. Tra breve, e cioè nel capitolo dedicato alle passività ed alle diminuzioni, si scopriranno con maggior ampiezza le braccia dominatrici della Croce. Osserviamo però che, nell’atteggiamento così ottimistico, così liberatorio di cui abbiamo or ora abbozzato i lineamenti, si nasconde ovunque una vera e profonda rinuncia. Colui che si dedica al compito umano, secondo la formula cristiana, sebbene possa esternamente apparire come immerso nelle cure della Terra, è, sin nell’intimo, un essere profondamente distaccato.

In sé, per intrinseca natura, il lavoro è un fattore molteplice di distacco per coloro che vi si dedicano senza ribellione, con fedeltà. In primo luogo, implica lo sforzo, la vittoria sull’inerzia. Per quanto interessante sia (quanto più spirituale è, potremmo dire), il lavoro è un parto doloroso. L’uomo sfugge alla terribile noia del dovere monotono e banale soltanto per fronteggiare le ansie e la tensione interna della ‘creazione’. Creare, o organizzare, energia materiale, verità o bellezza, rappresenta un intimo tormento, per cui chi vi si avventura è distolto dalla vita tranquilla e ripiegata su di sé, in cui sta proprio il vizio dell’egoismo e dell’attaccamento. Per essere un buon operaio della Terra, l’uomo, non solo deve abbandonare una prima volta la tranquillità ed il riposo, ma deve anche saper continuamente abbandonare le forme iniziali della sua industriosità, della sua arte, del suo pensiero, per conseguire risultati migliori. Fermarsi nel godimento, nel possesso, sarebbe una colpa contro l’azione.

Ancora e sempre, bisogna superare se stessi, lasciare dietro di sé ad ogni momento le più care idee appena abbozzate. – Ora, seguendo questa strada, non poi tanto diversa dalla via regale della Croce, come potrebbe sembrare a prima vista, il distacco non consiste semplicemente nella sostituzione continua di un oggetto con un altro oggetto dello stesso ordine, – come i chilometri succedono ai chilometri su una strada piana. In virtù di una meravigliosa potenza ascensionale inclusa nelle cose (l’analizzeremo più dettagliatamente quando parleremo della «potenza spirituale della Materia»), ogni realtà raggiunta e superata ci permette di scoprire e di perseguire un ideale di più elevata qualità spirituale. A chi dispiega adeguatamente la vela al soffio della Terra, si rivela una corrente che lo costringe ad inoltrarsi sempre più in alto mare. Più le aspirazioni e le azioni d’un uomo sono nobili, più questi diventa avido di fini grandi e sublimi da conseguire. Ben presto non gli bastano più la sola famiglia, la sola patria, il solo aspetto remunerativo della sua azione. Avrà bisogno di creare delle organizzazioni generali, di aprire vie nuove, di sostenere delle Cause, di scoprire delle Verità, di nutrire e di difendere degli Ideali. – Così, gradualmente, l’operaio della Terra cessa di appartenere a se stesso. A poco a poco, il grande soffio dell’Universo, insinuatosi in lui attraverso la fessura d’un agire umile ma fedele, lo ha dilatato, sollevato, trascinato.

Nel cristiano, purché sappia usare in modo conveniente le risorse della propria fede, tali effetti raggiungono il culmine e il coronamento. L’abbiamo visto: rispetto alla realtà, alla precisione, allo splendore del fine ultimo cui dobbiamo mirare anche con il più infimo nostro atto, noi, discepoli del Cristo, siamo i più fortunati tra gli Uomini. Il cristiano riconosce come sua la funzione di divinizzare il Mondo in Gesù Cristo. In lui dunque, il processo naturale, che spinge l’azione umana da un ideale all’altro, verso oggetti sempre più consistenti ed universali, raggiunge, grazie alla Rivelazione, il totale compimento. Di conseguenza, in lui il distacco mediante l’azione deve conseguire il massimo della sua efficacia. E ciò è perfettamente vero. Così come lo abbiamo concepito in queste pagine, il cristiano è ad un tempo l’uomo più dedito e distaccato che esiste. Convinto, più di un qualsiasi ‘mondano’, del valore e dell’interesse insondabili nascosti nel benché minimo successo terreno, è nel contempo persuaso, alla pari di un qualsiasi anacoreta, della fondamentale nullità di ogni risultato inteso semplicemente come vantaggio individuale (anche universale) all’infuori di Dio. Egli cerca Dio e solo Dio, attraverso la realtà delle creature. Per lui, l’interesse è veramente nelle cose, ma in assoluto subordine alla presenza di Dio in esse. Per lui, la luce celeste diventa tangibile e raggiungibile nel cristallo degli esseri; ma desidera solo la luce; e se la luce si spegne perché l’oggetto è spostato, superato, oppure se ne va, anche la sostanza più preziosa non diventa che cenere ai suoi occhi. Così, ‘sin nel proprio intimo e negli sviluppi più personali che si procura, non cerca se stesso ma il più Grande di sé, al quale sa di essere destinato. Davvero, al proprio sguardo, non conta più; non esiste più; si è dimenticato e perso nello stesso sforzo del perfezionamento. Non è più l’atomo che vive, è l’Universo che vive in lui.

Non solo ha incontrato Dio nell’intero campo delle proprie attività tangibili. Ma, in questa prima fase del suo sviluppo spirituale, l’Ambiente divino da lui scoperto assorbe le sue intime potenzialità nella stessa proporzione in cui queste conquistano più faticosamente la loro individualità[1].

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Il lavoro se non è collegato con la ricerca della Sapienza e della dimensione etica finisce per essere condanna, non senso, ingiustizia, stravolgimento del creato (cf Laudato si). Il senso ultimo della realtà e del destino umano non viene semplicemente dal lavoro, ma da Dio che dona un legame di venerazione amante per allontanare l’uomo dal male. Sapienza e venerazione non vengono dalla tecnologia

(Lettura: Libro di Giobbe, cap 28 (Traduzione di G. Borgonovo – Bibbia Mondadori, Vol III, pp 66-67).

L’uomo, nel creato, ha una capacità unica di trasformare la materia, di scoprire e di procurarsi i beni per la vita. Dio possiede la sapienza, e la dona all’uomo nel dialogo per orientarlo alla risposta etica.

GS Proemio. – La comunione: condivisione di ideali e di beni.

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

L’intuizione del Concilio: Dio ha un progetto universale di fraternità nell’unica figliolanza. Le fonti bibliche del Concilio sono l’intera rivelazione: dalla dispersione di Babele imperialista alla chiamata di Abramo. Lungo tutto il pellegrinaggio Dio tesse la fraternità del popolo, che ha come missione vivere e irradiare la benedizione della fraternità universale, realizzata e resa operante in pienezza dal Messia Pasquale.

Nella Lettera a Ef 2,15 si legge: “per creare in se stesso, dei due (le frammentazioni umane) un solo uomo nuovo”. “Non più giudeo, greco, schiavo, libero, maschio o femmina, ma tutti siete uno in Cristo Gesù”, appartenenti a Cristo, discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3,28-29).

In Ef 2,1-22 Paolo, o la sua scuola, elaborano una pagina di grande valore profetico rileggendo la missione di Gesù. Cristo abbatte i muri costruiti dalla carne (2,14), per creare in se stesso, dalle ceneri delle divisioni, un solo uomo nuovo. Il movimento è dalle divisioni all’unità paragonata alla Nuova creazione (per creare in sé – Ef 2,15). Cristo ha lo stesso compito del Dio creatore, e porta a compimento la prima creazione facendola approdare alla pace di Dio (Shalom). Paolo sancisce una cristologia creatrice. Cristo riuscirà a trarre dalle forze negative delle acque primordiali una originale umanità, ancora sconosciuta per la storia umana, denominata “un solo uomo Nuovo”, vera immagine di Dio che finalmente gli assomiglia (Gen 1,26). Si noti la forza rappresentativa dell’intuizione paolina sulla creazione nuova di umanità e del suo habitat (cf GS n 39. L’uomo nuovo nella comunione sono i “cittadini del cielo”, opera del Vangelo finalmente assimilato e realizzato (Fil 1,27; 3,20).

Cittadini del vangelo per diventare cittadini del cielo sono concetti dinamici di cammino – pellegrinaggio di Koinonia, per tessere la fraternità sognata da Dio. Si veda anche 1Cor 1,9: “Dio è fedele e vi ha chiamati alla koinonia col Figlio suo Gesù Signore nostro; e in 1Cor 10,16: “Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo?

“Mangiare e bere sono contenuti densi di vita e stabiliscono una relazione vitale. Paolo parla del cibo pasquale del pellegrinaggio. Si tratta di affermazioni irriducibili, il cui significato interpella il credente. Dio ci dona un legame eterno di relazione, lungo il pellegrinaggio, per vivere relazioni nuove orizzontali. La comunità cristiana pone alla base l’educazione alla koinonia espressa e ricevuta nella celebrazione eucaristica e nel prolungamento della Liturgia delle Ore.

Non cediamo al ritualismo cerimoniale. Questa centralità non è un fatto a cui abituarci. Cosa fare, dice B. Calati, perché queste azioni comunitarie importanti (Eucarestia, Liturgia delle Ore), siano presenti nella ferialità del nostro cammino di fede e trasformino la vita in offerta reale? La preghiera, la liturgia inverano la storia della salvezza, la producono e la rendono irradiante.

Regola di S. Benedetto, cap 72

Lo zelo buono che i monaci devono coltivare

1Come vi è uno zelo amaro e cattivo che allontana da Dio e conduce all’inferno, 2così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. Questo è lo zelo che i monaci devono coltivare con il più ardente amore. 4Essi dunque «gareggino reciprocamente nel rendersi onore» (Rm 12,10); 5sopportino con la più grande pazienza le infermità fisiche e morali dei fratelli; 6facciano a gara nell’obbedirsi a vicenda; 7non cerchino il proprio vantaggio, ma quello altrui; 8manifestino con cuore puro carità fraterna; 9temano Dio con amore; 10amino l’abate con affetto umile e sincero; 11non antepongano assolutamente nulla a Cristo, 12 il quale ci conduca tutti insieme alla vita eterna.

Nel percorso della Regola, il n 72 fa emergere i frutti della “scuola del servizio del Signore” (cf Prologo v 45), verso cui ogni monaco – discepolo di Gesù – deve tendere (cf n 43), nutrendosi nella Liturgia (n 43,3) e raggiungere la Sapienza donataci nelle Scritture Sante (cf n 73).

 

Si veda anche scheda su: Il lavoro: condanna o benedizione?

Il senso ultimo del lavoro

 

[1] Pierre Teilhard de Chardin, L’Ambiente Divino , tr. it a cura di Annetta Dozon Daverio e Fabio Mantovani, Queriniana, Brescia 2003, pp. 28-46.

 

 

Il lavoro: condanna o benedizione?

Firmino Bianchin

 

Non è facile condensare in un incontro il tema del lavoro a partire dalla Rivelazione. Il compito primario non è quello di ricette per i nostri problemi, perché l’incontro con la Parola non è strumentale, ma dialogico. Lo scopo dell’ascolto sarà raggiunto se riusciremo ad entrare, o perlomeno a fare un passo di avvicinamento verso il disegno di Dio ed appropriarci delle sue valutazioni dal momento che Egli ha voluto associare l’uomo alla sua operosità. La lettura della Parola diviene un esercizio di senso per attivare la visione armonica e sapienziale. La Bibbia va accostata come un tutto unitario (DV 12); dall’inizio, con le sue pagine sulla creazione (l’opera di Dio e la collaborazione umana), fino al risultato finale di cieli nuovi e terra nuova (Ap 21,10). In mezzo, il cammino evolutivo dell’universo e soprattutto quello dell’uomo con il suo lavoro, per approdare alla meta luminosa e trasfigurata (GS 39).

 

La Parola ci accompagna facendoci conoscere il progetto esaltante di Dio e rendendoci partecipi della sua stessa condizione di vita (DV 2; Ef 2,18). Volendoci collaboratori, Dio si fida di noi e nello stesso tempo rischia molto; la narrazione biblica e le pagine della storia non  smentiscono l’instabilità del patto associativo di Dio con l’uomo nell’occuparsi dell’universo. A partire dalla Scrittura santa è possibile cogliere ciò che è costitutivo e di primaria importanza per la via umana; un’ampia prospettiva di speranza per la storia del mondo e dei popoli; un divenire grandioso nel quale i valori del lavoro, del progresso, della giustizia e della solidarietà saranno possibili.

Dobbiamo convincerci che Dio vuole questa meta ed essa ci impegna nell’esercizio del discernimento perché fiorisca un’umanità vera non più vittima dell’egoismo e dell’avarizia. Le azioni intraprese non esauriranno mai il progetto di lavoro per una equa e giusta politica economica e sociale a respiro universale, fondamento della pace e dello sviluppo con le sue implicazioni religiose. Sarà importante verificare di continuo se stiamo facendo un lavoro valido di perfezione progressiva, attraverso una storia sensata in cui operare progressivamente la messa in prospettiva di Dio, dell’uomo e del cosmo. Per questa appropriazione multiforme dell’umano occorre tempo, impegno generoso ed onesto e preghiera, come dice il Salmo 137/138: “Dio porta a compimento ciò che ha cominciato in noi e non abbandonare l’opera delle tue mani”.

 

Leggeremo ascoltando: un buon lettore affina l’attenzione e la disponibilità. Non ascoltiamo semplicemente  una voce, bisogna coinvolgerci in una relazione. Il testo ci presta la voce, ci svela il cuore, le intenzioni, i progetti come voce di silenzio che si apre (qol de mama daqqa – 1Re 19,12).

 La dimensione sociale del lavoro

e il suo rapporto necessario con la Sapienza

 Difficoltà e successi della modernità e post moderno.

L’estensione delle capacità tecniche dell’uomo ha provocato disuguaglianze sociali sempre maggiori e la duplice gestione del lavoro e del denaro, oltre agli innegabili vantaggi, ha contribuito alla crescita dell’ingiustizia e della violenza. L’affermarsi del potere umano sembra svuotare la relazione con il sovrannaturale e la preoccupazione delle mete ultime è divenuto un tema a cui pochi si interessano. C’è il rischio di un ritorno ad una religione fondata sulla paura, ancorata al passato e quello di abbandonarsi alla dinamica atea di un progresso incontrollato. Occorre lavorare per un nuovo equilibrio con un atteggiamento di apertura e dialogo, allora la fede sarà più credibile.

Apriamo insieme una pagina di un saggio e precisamente il cap 28 del Libro di Giobbe. Nel serrato confronto precedentemente descritto fra Giobbe e i suoi amici, emergono punti di vista divergenti che potremo definire così l’antico principio della retribuzione: i laboriosi onesti vengono premiati; i fannulloni patiscono l’indigenza. Se l’uomo lavora e sa fare si costruirà una fortuna, Dio lo benedice perché è un galantuomo. L’autore del libro contesta energicamente questa considerazione dell’esperienza umana, troppo ingenua e semplicistica. Il cap 28 pone in dialettica l’abilità dell’uomo “faber”, egli è davvero insuperabile nella sua capacità di trasformare la materia: scava i luoghi delle materie che lo arricchiscono, scopre la miniera dell’argento, il giacimento dell’oro, estrae il ferro dal suolo (28,1-2) “trivella gallerie nelle rocce e il suo occhio vede ogni prezioso (28,10), trae dalla terra il pane” (28,5).

Ma ecco sorgere una duplice domanda che divide e conclude le due parti del cap: v 12 “ma la sapienza da dove proviene? Il senso ultimo, la risposta etica chi la rivela all’uomo? Subito dopo la riflessione continua con tono incalzante: v. 13 “il mortale non ne conosce la dimora, la sapienza non si trova nella terra dei viventi”; e ai vv 15-16: “non si baratta con l’oro né si compra con l’argento, né si paga con l’oro di Ofir”.

Questo valore appartiene a Dio, egli solo lo può rivelare nel dialogo religioso. Abilità tecnica, senso degli affari, scaltrezza commerciale non producono automaticamente la Sapienza. Il mortale non ne conosce la dimora (v 13).

V 20 dunque la Sapienza da dove viene?

  1. 23 – Dio solo ne conosce la via, Egli solo sa dove si trovi
  2. 27- Dio solo scruta la Sapienza
  3. 28 – E dice all’uomo: fate attenzione! Venerare il Signore è sapienza, allontanarsi dal male è conoscenza!

 Per l’uomo biblico la terra è dono di Dio; dice il Salmo 115,16: i cieli sono di Adonai, ma la terra l’ha data agli uomini”. L’uomo faber ha il compito di lavorarla e trasformarla, ma con sapienza ammonisce il racconto di Gen 1,28: Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra e regnate con sapienza regale (kabas) su di essa. (Questa traduzione è più precisa di “soggiogatela”). Questa benedizione abilita l’uomo e gli chiede molto di più di un dominio arbitrale, illimitato e distruttivo.

“Regnare con sapienza regale” indica la qualità dell’attività umana che è molto di più dello sfruttamento per arricchirsi e dell’abilità tecnica nel trasformare la materia e trarre il proprio sostentamento. All’uomo Dio assegna il compito di lavorare con sapienza regale (divina) la quale tiene conto di tutti gli aspetti necessari per realizzare ciò che è buono, esattamente come il lavoro di Dio nella creazione in ciascuna delle sue attività produsse il “Buono”. Dio vide che era buono – Gen 1,10.12.18.25.31. Solo il buono serve alla vita di tutti.

Riprendendo il cap 28 di Giobbe, l’autore dice: “ il pane proviene dalla superficie della terra, le ricchezze minerarie dal sottosuolo “ (v 5). In entrambi i casi lo sconosciuto narratore pone in evidenza la stupenda sinergia fra la materia prima offerta dalla terra e il lavoro umano per trasformare i prodotti. La storia (il sentiero) del progresso umano mette in risalto la superiorità indiscussa dell’uomo rispetto agli animali. Nel v 7 si legge: un sentiero sconosciuto ai rapaci (occhi di aquila), né avvistata dall’occhio del falco (il quale vide anche un topo in un prato di notte). v 10: L’occhio umano invece è in grado di vedere ciò che è prezioso, che lo arricchisce e lo sfama.

Vv 13-20 L’oro, l’argento e tutti gli altri materiali preziosi; una volta estratti e lavorati divengono oggetti di scambio economico. Quello che l’uomo non produce lo può acquistare dagli altri, egli fiuta gli affari del commercio, delle borse. Ma questo non vale per la Sapienza, nè per la sua arte regale di regnare. Dopo aver evidenziato il successo tecnologico ed economico, l’autore sottolinea il limite dell’uomo. La capacità tecnologica e lavorativa in genere può essere cantata e persino esibita con arroganza, tuttavia essa sperimenta un limite: la Sapienza non si trova automaticamente sul sentiero tecnico-economico, come non si trova negli abissi (vv 14-19).

L’affermazione del libro di Giobbe è tutt’altro che ingenua o sorpassata; basti pensare che cosa produce l’uomo con la sua fame di ricchezza e di dominio: privilegi di un numero ristretto di potenti, sottosviluppo e impoverimento di intere masse di uomini, tensioni, ingiustizie e guerre.

Nell’era dei giochi finanziari e delle speculazioni senza scrupoli che condanna milioni di uomini all’indigenza, Giobbe (c 28) cita ironicamente tredici materiali preziosi per gli scambi commerciali, fatturati con il sangue dei poveri, degli schiavi e persino dei bambini.

Ma la sapienza rimane irraggiungibile per l’uomo economico-commerciale e speculatore, associato alle grandi multinazionali o alle aziende a delinquere, che manovrano la politica. La domanda dell’autore rimane aperta e l’antitesi si pone tra l’uomo che non può trovare con le proprie risorse la Sapienza, il senso etico ed ultimo nelle cose create (28,15-19). Esattamente come essi sono nascosti agli occhi di tutti gli animali (v 21). Dall’altra (v 23ss) Dio conosce la via e il luogo della sapienza e la può rivelare.

Da questa meditazione sul lavoro umano si ricava che la sola dimensione lavorativa è pericolosamente  insufficiente per l’umanità. Questa deve scoprire anche un rapporto preferenziale con il suo creatore se vuole vivere e crescere nell’armonia dello sviluppo e nel benessere che non la svuota e non l’umilia. Questo rapporto preferenziale l’autore lo consiglia proprio nell’ultimo versetto del capitolo quando, rivolgendo la parola all’uomo, Dio gli insegna la via della Sapienza: “venerare il Signore e allontanarsi dal male” (v 28).

Quello che l’uomo faber (economico, tecnico, finanziario) non riesce a raggiungere, lo ottiene l’uomo religioso che ama Dio e fugge il male, lavorando con sapienza regale. Da notare che non si parla di semplici prestazioni religiose, ma della via sapienziale che ha un carattere primariamente esistenziale e laborioso, fatto di valori autentici e non di recite esibizioniste.

La capacità lavorativa di trasformare e di ricercare che l’uomo esercita nel cosmo è solo una parte delle sue possibilità. Ma egli imita veramente il suo creatore e lo sostituisce nel lavoro sotto il sole, quando accoglie e coltiva la relazione con Dio, fonte di sapienza.  Se l’uomo matura nella saggezza, diventa a sua volta luogo di sapienza, venerando Dio e rifiutando il male per accedere a quella conoscenza che ha occhi, orecchi e cuore per condividere nella solidarietà. Sono le regole di vita universalmente valide, che molti uomini osservano. Altre strade, per quanto ammiccanti, conducono al tramonto.

Troviamo questa sapienza universalmente riconosciuta anche nel Libro dei Proverbi. Molte sentenze provengono dalle culture non ebraiche e fanno parte del patrimonio sapienziale degli uomini di buona volontà.

  • Prov 10,16Il salario del giusto serve per la vita, il guadagno dell’empio per i suoi vizi”.
  • Prov 11,24-26 – C’è chi è generoso e la sua ricchezza aumenta, c’è chi è tirchio oltre misura eppure impoverisce. La persona benefica si arricchisce, e colui che disseta sarà dissetato. Il popolo maledice colui che accaparra il grano, benedizione invoca su chi lo vende (lo distribuisce).

 L’avidità, il privilegio, lo sfruttamento e un falso ordine fondato sull’ingiustizia hanno sempre effetti gravissimi perché impediscono lo sviluppo armonico e integrale del mondo. Non c’è bisogno di rinnegare Dio e la sua promessa di vita eterna per amare l’uomo e difendere la giustizia terrena. E chi si fregia di titoli religiosi stia attento a non offrire coperture alle ingiustizie assurde, che dilaniano il globo, in nome del diritto di proprietà, dell’iniziativa privata o dei privilegi acquisiti. L’esigenza di dignità, di giustizia equa, di rispetto dei diritti di tutti, della promozione e di accesso alla ricchezza donata da Dio sulla terra, sono rivendicazioni dettate dalla Sapienza divina. L’uomo non può diventare luogo di ricchezza senza sapienza, si trasformerebbe in un tiranno che schiavizza. Il colonialismo è diventato oggi interno agli stati, oltre che planetario e si è trasformato in condizionamento economico che consente a pochi di arricchirsi con facilità, alle spalle di masse mantenute in situazione di povertà e miseria.

E’ difficile essere ricchi e mantenere viscere umane, perché in genere il denaro copre gli occhi delle persone con squame pericolose e congela il cuore, le mani e gli orecchi, rendendoli incapaci di accogliere il grido e il lamento dei salariati defraudati. Parlare di sviluppo senza sapienza di riforme circa il lavoro e il commercio è molto rischioso.

L’affanno del troppo lavoro

 La tradizione biblica non esalta il lavoro per se stesso, ma lo collega sempre con la ricerca di senso, di armonia, di solidarietà per la crescita della vita. Spesso lo orienta al recupero di ampi spazi di riposo e di contemplazione: compiere l’opera è finalizzato al godimento del Sabato, alla salvaguardia della qualità delle relazioni con Dio, con la famiglia, con il prossimo. E’ la teologia del Sabato – e per noi cristiani – della domenica a ricordarcelo.

Si veda a tale proposito anche il Salmo 103/104. In questa prospettiva si coglie meglio il rischio di coloro che si abbandonano alla febbre del lavoro come strumento per arricchirsi. Tale ottica culturale altera il senso voluto da Dio circa il lavoro. Dio vuole la crescita totale dell’uomo, non l’idolatria del lavoro come valore primario. La ricchezza cercata per se stessa è maledizione perché attiva l’ingiustizia, grida la Bibbia.

Sir 31,1-5 L’insonnia del ricco logora la sua salute. Le preoccupazioni per il cibo tolgono il sonno più  di una grave malattia. Il ricco si affatica per accumulare averi e, se riposa, vuol godersi piaceri. Il povero sgobba per una vita di stenti e, se si riposa, cade nell’indigenza.  Chi insegue l’oro non sarà senza colpa e chi ama il denaro si travierà per esso.

 L’idolatria del lavoro finisce nell’avarizia –Sir 14,3-4A un cuore meschino non si addice la ricchezza; a una persona invidiosa non si addice l’oro. Chi priva se stesso, risparmia per altri e un estraneo sperpererà i suoi beni. Non troviamo parole benevoli neppure per il lavoro commerciale, oggi traducibile con gli scambi di ricchezza virtuale –

Sir 26,29-27,2Un mercante difficilmente rimane privo di colpe o un venditore immune dal peccato.  Per amore del denaro molti peccano, e la ricerca del profitto acceca gli occhi.  Un chiodo si conficca nelle fessure delle pietre: tra la compra e la vendita s’insinua il peccato. 

L’autore stigmatizza in modo implacabile ogni forma di speculazione e di accumulo sfrenato. Il correttivo suggerito è sempre nella linea di chi ha cuore, occhi e orecchi sensibili e mani generose

Sir 4,2-4Non affliggere chi è indigente, e non chiuderti a chi è depresso. Non esasperare chi si sente abbattuto, non affliggere il povero che ti è vicino e non negare un dono al bisognoso. Non respingere la supplica del povero.

Ricordiamo il monito del Salmo 127,1-2: se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i lavoratori.

 L’idolatria prodotta dal lavoro

 Leggiamo l’avvertimento del 2 Is 44,9-11: i fabbricatori di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla: ma i loro devoti non vedono, ne capiscono affatto. Chi fabbrica un dio e fonde un idolo senza cercarne un vantaggio?

Queste parole sono molto attuali, basta aggiornarle con le amplificazioni dei media a riguardo di certi sport i cui protagonisti sono super pagati e hanno il compito di distrarre ed ubriacare le masse. Lo stesso si può dire delle paghe d’oro di certi ruoli dirigenziali che finiscono per diventare  aspirazioni divine per molti, con l’effetto di atrofizzare paurosamente altre dimensioni della vita umana. Un lavoro amplificato reso idolatrico, il tutto per guadagnare soldi dai compratori di idoli, i quali non brillano per intelligenza. In altre parole l’acquirente è adescato e ipnotizzato dal fabbricatore dell’idolo. Il vero obiettivo che sta alla base di questo lavoro è il guadagno, una vera e propria maledizione perché immola salute e vite umane, schiave del desiderio di successo orchestrato da pochi potenti. San Giovanni nella 1Lettera cap 5,21 avverte: “Figlioli, guardatevi dagli idoli”.

il lavoro come vocazione divina

Nella Bibbia il lavoro appare come qualcosa di normale per l’uomo e la donna; solo i ricchi possono vivere senza lavorare e ciò viene duramente criticato dai profeti. Si veda a tale proposito Amos 6,1-6: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Questi notabili della prima tra le nazioni, ai quali si recano gli Israeliti!  Passate a Calnè e guardate, andate di lì ad Amat la grande e scendete a Gat dei Filistei: siete voi forse migliori di quei regni o è più grande il vostro territorio del loro?  Voi credete di ritardare il giorno fatale e affrettate il sopravvento della violenza.  Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla.  Canterellano al suono dell’arpa, si pareggiano a David negli strumenti musicali;  bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.

 Gen 2,8.15 Poi JHWH Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’umanità che aveva plasmato. JHWH Dio prese l’umanità e la fece riposare nel giardino di Eden, perché lo lavorasse e lo custodisse.

Il brano presenta l’occupazione del lavoro già nel giardino primordiale. Se mancasse l’acqua e il lavoro, il parco creato da Dio si ridurrebbe a terra deserta. Dio provvede l’acqua, ma questa non basta per rendere produttivo il giardino. La terra non produce a casaccio ogni sorta di vegetazione, è indispensabile il lavoro dell’uomo che mantenga efficiente l’irrigazione, selezioni le piante, pianifichi la produzione, raccolga le messi, le trasformi. L’uomo mangia pane, non frumento, beve vino, non mastica uva.

Da un lato Dio provvede le strutture fondamentali (terra, acqua, le varie specie vegetali da piantare), dall’altra necessita il lavoro dell’uomo, la sua forza lavoro. Noi siamo abbastanza abituati al racconto e non sempre cogliamo tutta la novità rispetto ai miti degli antichi popoli mesopotamici. Anch’essi si sono interrogati sulla creazione, sul perché della fatica del lavoro e della penosa condizione umana. Per queste tradizioni l’uomo è stato fatto dagli dei, perché scavasse canali e servisse gli dei offrendo le primizie per i loro banchetti.

“Il Dio Marni aprì la sua bocca e rivolse queste parole agli dei maggiori: mi avete affidato un compito e io l’ho condotto a termine. Ho tolto di mezzo il vostro lavoro e ho imposto la vostra fatica sull’uomo”.

Diverso è il pensiero biblico che si distingue per il suo ottimismo carico di riconoscenza. Il lavoro non serve per mantenere Dio. Egli viene descritto come un benefattore che prepara una casa ricchissima, prima di collocarvi la sua creatura preferita. Il racconto si muove nella linea della sponsalità. Si veda a proposito la storia di Israele, raccontata in Is 5,1-7, Ez 16,1-19 , Is 5,1-7 ed Os 11.

Dio stesso lavora ed ora associa l’uomo al suo operare perché continui la sua opera. Niente è più conforme alla vocazione biblica dell’uomo quanto il lavoro con cui questi trasforma il mondo materiale, ordinandolo al progresso. L’uomo è il custode intelligente del parco di Dio. La condanna, la miseria, l’abbruttimento, la fatica (sudore), gli scarsi risultati sono da cercarsi nella trasgressività umana – Gen 3,1-24.

L’autore biblico racconta in questo mito la trasgressione di Israele sedotto dai culti orgiastici di Canaan. Tale cedimento ha rotto ogni equilibrio ed è divenuto maledizione. Ma Dio rimane ancora il Dio della vita che si prende cura della sua creatura caduta. La maledizione verrà dunque riscattata dall’agire di Dio (cf Sap 11,21-12,2).

IL LAVORO COME VALORE SOCIALE

 Ef 4,28 Il breve testo paolino educa il discepolo sul modello Gesù. “Chi era avvezzo a rubare non rubi più, piuttosto si sforzi di lavorare per avere di che condividere con chi si trova in necessità”. L’apostolo, dopo aver comandato a colui che abbraccia la via di Cristo di non rubare più, positivamente gli ordina di affaticarsi e lavorare onestamente per condividere con chi ha bisogno. Non si deve vivere a carico degli altri se non per gravi motivi di malattia o indigenza. Al di fuori di queste situazioni l’ordine è di lavorare per vivere e soprattutto, ecco l’aspetto originale, per aiutare chi ha necessità. Rubare è negare la responsabilità di solidarietà sociale; educarsi a lavorare per rafforzare la solidarietà verso coloro che soffrono privazioni fa parte dei doveri di un cristiano.

Il testo lucano di 16,19-31 è ancora più radicale: dipinge un personaggio egoista e gaudente reso cieco dalle ricchezze e dal lusso sfrenato: feste,vestiti, pranzi etc.. I beni sono doni divini da amministrare per gli altri, non diritti assoluti da consumare fino all’abuso: per il ricco la vita è un banchetto quotidiano, l’abbondanza è visualizzata da vesti sontuose come la porpora e il lino egiziano. La posizione agiata del ricco contrasta in modo stridente con colui che giace con i cani alla porta, affamato, ammalato e vestito di stracci. Gesù dipinge la malvagità egoista e dannosa che espropria di legittime risorse milioni di esseri umani, condannandoli ad una vita sub-umana.

Il lavoro di Gesù

Gv 5,19-20

 Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati.

Dopo la guarigione del paralitico si è accesa una disputa fra Gesù e i Giudei. Gesù si limita ad affermare che il Padre opera in continuità, ugualmente lo fa anche il Figlio. L’operosità di Gesù è illustrata chiaramente dall’espressione: il Figlio impara dall’agire del Padre. Egli lo guarda con attenzione in un contesto di amore. E il Padre non lo costringe, ma semplicemente gli mostra il suo agire, mentre il Figlio desidera imitarlo. L’operosità che il Padre gli mostra produce vita e la restituisce a chi l’ha perduta. Proprio questo lavoro è ripreso da Gesù e interpretato a favore dell’uomo. E’ stata la regola della sua vita lavorativa, perciò nel momento di lasciare il mondo e tornare al Padre, dando uno sguardo retrospettivo alle vicende della sua vita può dire con verità: “Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che tu mi hai dato in dono di fare” (Gv 17,4).

Auguriamoci che il nostro lavoro, qualunque esso sia, anche nel  grigiore quotidiano, possa conoscere la gioia segreta della gratuità e la forza di promuovere vita finchè il Regno di Dio venga pienamente per tutti gli uomini.

Bibliografia di riferimento

 AA.VV. Ouvrir les Ecritures, ed Cerf n 162, 1955.

  1. Borgononovo, La notte e il suo sole, Roma 1995
  2. Camara, Roma, le due del mattino, ed S.Paolo 2008

A cura di G. De Gennaro, Lavoro e riposo nella Bibbia, ed  Napoli 1987.

AA.vv “L’AT e le culture del tempo”, ed Borla 1990.

Lettura di J. Goldstain, Creation et péchè, pp 112-115

Letture dei giorni – 887-888.

A cura della Comunità di Bose, Piemme 1994.

Il lavoro appare come la vocazione primordiale dell’uomo nei confronti del creato; un po’ come il culto lo sarà nei confronti dell’increato. Non per nulla il medesimo termine ebraico avodah designa l’uno e l’altro. Così, quando i Pirqe Avot, il trattato dei principi dei principi del giudaismo, dicono all’inizio (1,2) che il mondo si sostiene su tre cose: la legge, l’amore e l’avodah, questo può intendersi sia del lavoro come del culto.

Ma se il culto è un “lavoro”, è valido anche l’inverso: il lavoro dev’essere considerato come un “culto”. In tutta la sua attività la creatura loda Dio, perché questa attività realizza il desiderio di Dio. Per lo slancio che lo trascina alla propria perfezione il mondo è come un’immensa aspirazione a Dio. Ma nel contempo è anche un appello all’uomo perché lo renda armonioso e più umano, perché lo ricolmi di intelligenza e di ordine; insomma, lo faccia cantare.

Così, per il lavoro dell’uomo, la creazione è nel contempo dono di Dio e conquista dell’umanità. Niente è più conforme alla vocazione biblica dell’uomo quanto il lavoro con cui questi trasforma il mondo materiale ordinandolo a suo piacimento, realizzandovi  dei progressi incessanti grazie a una padronanza sempre più grande delle forze che esso nasconde in sé. Nella descrizione lirica dei ritmi del cosmo che si propone il Salmo 104 c’è anche l’uscire di casa dell’uomo fin dal sorgere del sole per andare a lavorare, per compiere il suo lavoro fino a sera. Per quanto sia umile il lavoro, è pur sempre il “sostegno della creazione” (Sir 38,34) e l’uomo vi appare come collaboratore di Dio (cf. 1Cor 3,9). E’ deliberatamente un mondo incompiuto quello che Dio ha consegnato nelle mani dell’uomo, perché questi vi possa lasciare la sua impronta. “Di tutto ciò che è stato creato nell’opera dei sei giorni non v’è nulla che non sia da portare a compimento e che l’uomo non debba ritoccare” (Sepher aggadah).

Un maestro del chassidismo diceva: “Ogni uomo ha per vocazione di completare qualcosa in questo mondo”. Dio portò a termine il mondo nel sesto giorno come un tessitore porta a termine l’ordito di un tessuto. Spetta all’uomo il compito di fare la trama. Non è forse questo il senso di ciò che leggiamo nel racconto della Genesi: “JHWH Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra e non c’era uomo per coltivare il suolo (Gen 2,5)?” Lacuna che Dio colmerà creando l’uomo e assegnandogli il compito di coltivare  e custodire il giardino dell’Eden.

Il lavoro dell’uomo impregna di spirito la materia, la umanizza, la rende più dolce al nostro sguardo, e la rende così un po’ più simile alla bontà divina, un po’ più bella agli occhi di Dio, realizzando in tal modo l’attesa divina. (…)

Proprio perché l’uomo ne è il custode, la creazione sarà tributaria del suo peccato e della sua disobbedienza, sottomessa alla “vanità”, all’assurdità. Consegnata nelle sue mani perché serva alla gloria del suo Creatore e alla felicità della creatura, l’uomo con il peccato la distoglierà dalla sua finalità facendola concorrere all’offesa dell’uno e alla distruzione dell’altra. Perciò essa gemerà come per i dolori del parto (cf. Rm 8,22).

Così l’uomo è l’ago della bilancia della creazione: questa creazione egli la può offrire al Padre attraverso il lavoro, ma la può anche sfigurare e profanare con il peccato. E’ il senso dell’avvertimento dato ad Adamo, che un midrash mette sulla bocca di Dio: “Vedi come sono belle le mie creature, come sono meravigliose? E’ per te che ho creato ogni cosa: fai attenzione a non sciupare, a non far sfiorire il mio universo; perché, se lo sciupi, non ci sarà nessuno dopo di te per restaurarlo (Sepher aggadah).

 

Nel dialogo col mondo educhiamoci allo sguardo profetico dell’Amore che rigenera

(Testo completo Lectio della Seconda domenica di Avvento 2016) – F. Bianchin

Riferimento: Il Primato dell’Amore pp 12-15

Vorrei portare l’attenzione su due contenuti del Regno enunciati da Gesù: la verginità e il matrimonio come due volti dell’Amore. Una lunga storia ci precede circa questi due volti del Regno, carica di ambiguità, ma anche di eroismi.

  1. Calati intitola il paragrafo “Il celibato (verginità) e l’Amore”. Allargando al nostro uditorio, preferisco parlare di verginità e nuzialità, che insieme presentano il volto severo della povertà, della ricchezza, dell’attesa e dell’educazione all’amore che le conduce alla pienezza (cf 1Cor 12,31b + 14,a).

I due valori costituiscono due vie antropologiche della relazione. Paolo parla di via secondo un massimo. Verginità e sponsalità sono cammino e sviluppo dell’uomo, della società e del Regno, perché l’uomo giunga a compimento nella nuzialità celeste, che trascende ogni previsione di maturità. Saremo infatti uguali agli angeli, dice Gesù (Lc 20,35-36); “vidi la città santa, la Sposa vestita con l’abito nuziale per il suo uomo, scrive Giovanni (Ap 21,2); perché vennero le nozze dell’Agnello e la sua sposa si preparò (19,7-9) e le fu dato di rivestirsi di un lino puro e splendente.” Il lino simboleggia le azioni giuste dei santi. “E mi dice: Scrivi: Beati coloro che sono stati chiamati alla cena delle nozze dell’Agnello”. Per questi testi e per altri ancora possiamo parlare di due volti del discepolato della chiamata cristiana al discepolato.

Ripensiamo questi contenuti nell’ambito della più viva tradizione sapienziale, che i grandi monaci ci hanno lasciato in eredità. Parlo della tradizione biblica sapienziale e della sua funzione, in particolare sottolineo il Cantico, per la formazione umana come apprendimento delle frontiere dell’amore proprie del Regno. Essa ingloba persona, popolo, giovinezza, e cammino verso la maturità.

Calati sottolinea che la verginità senza relazioni è un assurdo; l’esperienza ci dice che una sponsalità chiusa nella gelosia reciproca implode e inaridisce. Parimenti quando verginità e sponsalità sono garantite solo dalla legge, diventano prigionia. Il loro vero fondamento è lo Spirito Santo l’esperienza trinitaria, come svuotamento reciproco, a volte perfino doloroso e drammatico, ma sempre compensato dalla risposta relazionale che arricchisce.

Tre sono i volti dell’Amore, ricorda p. G. Lafont nel testo “Promenade in Theologie”: il desiderio, la tragedia, la pienezza compensativa. Sappiamo che a livello umano e dell’uomo ferito, il dono totale può finire in tragedia e spoliazione totale. L’amore umano deve fare i conti con i limiti e la finitudine. La compensazione non avviene in tempo reale. Il desiderio apre sull’esigenza di donare e ricevere, ma l’attesa può diventare delusione sul piano umano, non su quello divino, perchè il dono di Dio Padre e la restituzione inimmaginabile del Figlio sono reali; per questo vale la pena di perseverare ed essere fedeli a Dio.

  1. B. Calati è disincantato mentre parla del giardino dell’Amore, che spinge ad approfondire la sequela di Gesù, l’amore verso tutti. Egli sa bene che questo valore, umanamente, è minacciato dall’egoismo, non si tratta infatti di amare solo la propria famiglia, i propri figli, gli amici, ma di educare la sensibilità che si apre verso tutti per soccorrere, restituire, promuovere, a partire da chi è più affaticato e ha meno risorse. E’ l’esperienza di Gesù che ci orienta a queste dimensioni.

Ora la tradizione storica che ci è giunta è carica di ambiguità e di sospetto per la corporeità, a causa dell’egoismo e della concezione dualistica greca. La sfida oggi è accompagnare la persona verso la maturità umana e spirituale, in modo che comprenda verginità e matrimonio in maniera più profonda, meno istintuale e riduttiva. I confini tra sponsalità e verginità non sono poi così distanti e  molti aspetti antropologici fondamentali sono comuni. Non bisogna poi trascurare – dice B.Calati – il peso esercitato da una falsa morale sessuale, che non ha permesso un rapporto    sereno con la propria corporeità e forse è fra le cause dell’odierno orientamento parossistico dell’erotismo libertario.

Non va dimenticato che la tradizione cristiana antica, purtroppo, ci giunge attraverso la cultura ellenica dualistica: la materia e in particolare quello che istintivamente creava attrazione, era guardato in modo negativo. La Bibbia ci ricorda che la dimensione animale presente nell’uomo deve compiere un salto qualitativo sul piano della relazione, non in funzione della semplice riproduzione, ma della relazione amicale, che restituisce alla persona libertà, dignità, mai strumentalizzazione o possesso: una dimensione paritetica di assoluto rispetto. La persona è sacra quanto Dio stesso, perciò è necessario dire no all’eccesso del puritanesimo, no alla pura funzione generativa, no all’erotismo parossistico, che condanna il rapporto a pura cosificazione, separando la persona destinata a rivestire i tratti del divino e la nuova creazione. Il compito di educare le persone a relazionarsi resta il compito primario.

Verginità e matrimonio non si realizzano nel disimpegno dalla storia, nel rifugio intimistico, nella chiusura, nella separazione o nella fuga. Tali scelte sviluppano sete di potere possessivo, bisogno smodato di autoreferenzialità. Tutto si gioca in favore dell’ego, dei piccoli interessi, fossero anche quelli affettivi. Parlando a monaci, P. Calati li esorta ad investire nell’impegno culturale, nell’esercizio della Lectio, nella formazione della capacità relazionale a tutto campo. Al contrario, si è condannati a rimanere eterni bambini e a trattare gli altri come sudditi o come possesso.

Cf Dei Verbum n 21 La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. È necessario dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio » (Eb 4,12), « che ha il potere di edificare e dare l’eredità con tutti i santificati» (At 20,32; cfr. 1 Ts 2,13).

Le frontiere del Regno portato da Gesù hanno la caratteristica dell’Amore. Gesù avvicina, incontra donando sempre libertà, rigenerazione, mai possesso. La sua relazione è di recupero, di ricerca e di salvezza di chi si perde (cf Lc 19,10): ecco la verginità e la sponsalità (cf Ef 5,21 e 26-28). Ogni incontro ha bisogno di ascesi altrimenti si trasforma in manipolazione.

Perché la Lectio è garanzia della verginità e del matrimonio? Perché educa all’ascolto, all’accoglienza e porta oltre la frontiera degli interessi e  della semplice gratificazione. Una verginità e sponsalità che non sanno commuoversi  per la sofferenza, che non rivelano compassione per le donne e gli uomini feriti, affaticati, defraudati, rimangono chiuse nel recinto formale delle leggi burocratiche, o dei semplici interessi a prezzo del sangue altrui e della loro dignità. P. Calati le definisce come arcigne e biblicamente maledette, derive dell’impegno proprio dell’uomo. Papa Francesco parla dei “lecca calze” di candidati alla carriera, di inseguitori di privilegi, di ambizione, di secchezza affettiva, di cecità di fronte alla carne di Cristo. Persone che vedono solo le cerchie alleate, le occasioni di guadagno ignobile, di falsità, di ingiustizia e d’incapacità di riconoscere i diritti elementari della persona.

Verginità e sponsalità sono traguardi: vanno perciò educati, attraverso l’accoglienza e il dialogo che orientano le attese giuste. Queste dimensioni squisitamente umane e divine chiedono il discernimento dello Spirito (saper saggiare) e la robustezza culturale; diversamente finiscono per lasciarsi contaminare da meschine e istintive sensibilità. Non saremo mai persone che abbracciano la complessità degli altri, se vediamo solo i piccoli e gretti interessi, mascherati e legittimati come scelte che ci fanno apparire rispettabili, persino colti e dignitosi. La verginità e la sponsalità richiedono la purezza del cuore, non la doppiezza opportunistica. Un tale cammino è arduo e va sempre confrontato fedelmente nel quotidiano.

La tradizione del Cantico e di Gesù nel Vangelo di Giovanni: Il Giardino Nuovo della Risurrezione.

Rabbi Aqiva (150 dC) disse: il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico è stato dato a Israele perché esso è il libro che educa la relazione d’amore, Scritto sacro che “sporca le mani”, “il Santo dei santi degli scritti della Tradizione rivelativa ebraica”. Il Cantico è ricerca dell’altro; il Cristo giovanneo provoca i due discepoli (1,35-51) a chiedersi che cosa cercano. E’ noto infatti che la ricerca umana può essere molto al di sotto dei contenuti veri (Gv 6,26-29). Il Risorto nel giardino dice a Maria di Magdala: Perché piangi? Chi cerchi? (Gv 20,15). Il “venite e vedrete” del Gesù giovanneo, detto ai due discepoli, sembra aperto all’indeterminatezza, per questo richiede di  aggiustare la ricerca nel cammino, per cercare ciò che non perisce. “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna” (Gv 6,26).

La relazione senza ricerca si smarrisce, diventa piatta e costruisce prigionie egoistiche. L’anelito paziente, appassionato, rivitalizza la ricerca, mette a fuoco i veri obiettivi, non cosifica, cerca di essere attento all’altro, sa vivere la povertà e non approfittare. Nel linguaggio del Cantico la relazione col corpo è educazione globale attraverso simboli che educano il valore, la bellezza come doni da custodire, non da rubare. Il Cantico descrive la corporeità come simbolo della Terra promessa, come metafore reali che varcano la corporeità stessa.  Tutto ruota intorno alla vita! La famiglia, la scuola, la comunità se non educano gli affetti inducono al disordine e allo sfruttamento. L’uomo è grande, ma anche ferito e fragile. Per l’ebreo, Salomone è il prototipo del saggio e il NT dice: qui e adesso c’è uno che è più di Salomone” (Mt6 12,42). Cristo, compimento della Sapienza, è il profeta che la realizza (cf Os 2-11).

Israele legge il Cantico a Pasqua; perché è il Libro dell’amore, che conduce al di là delle diffidenze, espresso con i registri della corporeità integrale. E’ il Libro che rompe con il maschilismo despota: non più padrone mio, ma “amore mio” (doddì); libro raffinato, non populista, libro spirituale, non carnale, il cui linguaggio è altamente reale e simbolico. Il Cantico definisce l’amore “fiamma di Jah” (8,6), partecipazione alla forza divina, impronta di stati d’animo costruttivi e dialogici. L’amore per il Cantico è voce non solo dell’io, ma anche dell’altro, educazione contemplativa del sogno di Dio, della comunione paritetica e rigeneratrice, del sogno di comunione e di reciprocità.

Il sogno patriarcale della terra è tradotto nel Cantico in relazione amante lungo il cammino guidato misteriosamente da Dio, descrizione della relazione vera, non quella delle grandi corti orientali, fatte di sfarzo anonimo e di possesso di schiave.

Il Libro del Cantico va letto sull’orizzonte di tutta la rivelazione biblica: dalla prima coppia alla nuzialità della Gerusalemme celeste. E’ Libro del cammino! Per questo la tradizione ebraica lo colloca come via dei cinque rotoli (meghillot) secondo questa disposizione:

Il Cantico dei Cantici apre la Via, perché fiamma di JAH;

Il Libro di Rut, canta l’amore maturo e delicato;

Le Lamentazioni, insegnano l’amore che regge anche nelle catastrofi;

Il Libro di Qoelet: un anziano indaga sulla ricerca della felicità.

Infine, il Libro di Ester: ammonisce a non considerare il compimento dell’amore solamente nella propria realizzazione, trascurando la collettività, e oggi, possiamo dire dell’intera umanità.

Veglia di Natale (testi)

 

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“Io Gesù, testimonio queste cose sulle chiese”

IO SONO LA RADICE E LA DISCENDENZA DI DAVID,

LA STELLA, QUELLA SPLENDENTE DEL MATTINO (Ap 22,16)

 

1 Lettore- Introduzione

La violenza non ha tregua, la guerra soffoca la solidarietà, l’odio sembra dettare legge, la sopraffazione e l’inganno oscurano la giustizia, molta parte dell’umanità è spogliata dei beni necessari e si rafforzano gli strumenti di morte. Ecco lo scenario che permane di fronte a noi anche in questo Evento del Natale. Urge lo sforzo di ascoltare, approfondire ciò che uomini credenti hanno compreso e vissuto, per tenere insieme la storia tragica dell’umanità e la luminosa fedeltà di Dio, che continua a salvare. Egli non delude e sempre fa risorgere l’umanità. La nascita povera del Messia Gesù, la sua morte e Risurrezione ci conducono a cercare luce e speranza nella Rivelazione, nel disegno misterioso e fedele di Dio Padre.

Per accogliere veramente Gesù nella nostra esistenza la strada è proprio quella indicata dal Vangelo, cioè dare testimonianza a Gesù nell’umiltà, nel servizio silenzioso, senza paura di andare controcorrente e di pagare di persona. E se non tutti sono chiamati a versare il proprio sangue, ad ogni cristiano però è chiesto di essere coerente in ogni circostanza con la fede che professa. E la coerenza cristiana è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore. […] La coerenza cristiana è una grazia da chiedere oggi. Seguire il Vangelo è di certo un cammino esigente, ma bello, bellissimo, e chi lo percorre con fedeltà e coraggio riceve il dono promesso dal Signore agli uomini e alle donne di buona volontà. Come cantavano gli angeli il giorno di Natale: Pace! Pace! Questa pace donata da Dio è in grado di rasserenare la coscienza di coloro che, attraverso le prove della vita, sanno accogliere la Parola di Dio e si impegnano a osservarla con perseveranza sino alla fine. (Papa Francesco)

  1. 21 Invitatorio

Prima lettura: DAL LIBRO DEI NUMERI (CAP 24,15-18)

“Allora Bil’am pronunciò il suo discorso profetico e disse:

“Così dice Bil’am, figlio di Be’or, così dice l’uomo che ha l’occhio aperto:

così dice colui che ode la parola di Dio, che conosce la mente dell’Altissimo,

prostrato e con gli occhi aperti.

Lui vedo, ma non adesso, Lui osservo, ma non vicino: sorge una Stella da Giacobbe, si eleva uno scettro da Israele”.

PAROLA DI DIO

 

Inno n 47: SEI LA SPERANZA UNICA

 

 

 

Seconda lettura: LE STELLE CHE ILLUMINANO LA NOTTE DI QUESTA VITA

 

E’ bello notare come Dio abbia disposto, tra le sue opere meravigliose, l’avvicendarsi delle stelle nella volta del cielo per illuminare la notte di questa vita, finché al termine della notte sorge, vera stella del mattino, il Redentore del genere umano. Il corso della notte, punteggiato dalle stelle che sorgono e tramontano, riceve dal cielo grande splendore di bellezza. La luce delle stelle, una dopo l’altra e ciascuna a suo tempo, era destinata a fugare le tenebre della nostra notte; perciò è comparso Abele a mostrarci l’innocenza; è venuto Enoc a insegnarci la purezza dei costumi; è venuto Noè a suggerirci la longanimità della speranza e dell’azione; è venuto Abramo a manifestare l’obbedienza; è venuto Isacco come esempio di castità coniugale; è venuto Giacobbe a mostrarci come si sopporta la fatica; è venuto Mosè come esempio di mansuetudine; è venuto Giosuè a ispirarci fiducia nelle avversità; è venuto Giobbe a mostrarci la pazienza nelle prove.

Ecco le fulgide stelle che scorgiamo nel cielo. Sono lì per aiutarci a percorrere con passo sicuro il nostro sentiero nella notte. La divina provvidenza ha messo sotto gli occhi degli uomini la vita dei giusti come altrettante stelle che brillano in cielo sulla vita dei peccatori, finché spunti la vera stella del mattino, la quale, annunziandoci l’aurora eterna, con la sua divinità splenderà più luminosa di tutte le altre.

BENEDICIAMO IL SIGNORE

 

Terza lettura: DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA (Cap 49,13-17)

 

Esultate, cieli, e tu, terra, festeggia!
Prorompete in grida di gioia, monti, poiché il SIGNORE consola il suo popolo
e ha pietà dei suoi afflitti.

Ma Sion ha detto: «Il SIGNORE mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata».

Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta,

smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere?
Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te.

Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani;
le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi.
I tuoi figli accorrono; i tuoi distruttori, i tuoi devastatori si allontanano da te.

 

PAROLA DI DIO

 

Quarta lettura: DAL LIBRO DELL’APOCALISSE (2,18-19.25-26.28)

 

“All’angelo della chiesa di Tiatira scrivi: queste cose dice il Figlio di Dio, colui che ha i suoi occhi come fiamma di fuoco e i suoi piedi simili a bronzo incandescente.

Conosco le tue opere

e l’amore

e la fede

e il servizio

e la tua capacità di tenuta.

Non getto su di voi altro peso: però ciò che avete tenetelo con forza

sino al momento in cui sopraggiungerò.

E chi vince e mantiene sino alla fine le mie opere, gli darò il potere sulle nazioni.

Come anch’io ho ricevuto il potere da parte del Padre mio.

E gli darò in donola Stella, quella del mattino”.

PAROLA DI DIO

 

N 588 – SALMO 131: Le promesse di Dio

 

Quinta lettura: DAL LIBRO DEL PROFETA MICHEA (5,1-6+7,8-11)

 

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda,
da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele,
le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.

Perciò egli li darà in mano ai loro nemici,
fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà;
e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele».

Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,
con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.
E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra.

Sarà lui che porterà la pace.
Quando l’Assiro verrà nel nostro paese e metterà piede nei nostri palazzi,
noi gli opporremo sette pastori e otto prìncipi del popolo. Essi governeranno il paese dell’Assiro con la spada
e la terra di Nimrod nelle sue proprie città;
egli ci libererà dall’Assiro, quando questi verrà nel nostro paese,
e metterà piede nei nostri confini.

Il resto di Giacobbe sarà, in mezzo a molti popoli,
come una rugiada che viene dal SIGNORE,
come una pioggia sull’erba, che non aspettano ordine d’uomo
e non dipendono dai figli degli uomini.

 

Non ti rallegrare per me, o mia nemica! Se sono caduta, mi rialzerò; se sto seduta nelle tenebre,
il SIGNORE è la mia luce. Io sopporterò lo sdegno del SIGNORE,
perché ho peccato contro di lui, finché egli difenda la mia causa e mi faccia giustizia;
egli mi condurrà fuori alla luce e io contemplerò la sua giustizia.
Allora la mia nemica lo vedrà e sarà coperta di vergogna;

lei che mi diceva: «Dov’è il SIGNORE, il tuo Dio?»
I miei occhi la vedranno, quando sarà calpestata come il fango delle strade.

Verrà il giorno in cui le tue mura saranno ricostruite; quel giorno saranno allargati i tuoi confini.

 

N 641: Salmo 135 – Il suo amore è per sempre

 

Sesta lettura: La profezia che svela il presente ( Omelie su Ezechiele, di S. Gregorio Magno)

 

Tre sono i tempi della profezia: passato, presente, futuro. Ma occorre osservare che in due tempi la profezia viene meno alla sua etimologia. Essa infatti si chiama profezia appunto perché predice il futuro, ma quando si riferisce al passato o al presente il suo significato viene meno: non profetizza ciò che avverrà, ma richiama avvenimento passati o presenti. Alcuni esempi tratti dalla Sacra Scrittura rendono più chiaro questo discorso sui tre tempi della profezia. “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio” (Os 7,14) è una profezia che si riferisce al futuro. “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1) è una profezia che si riferisce al passato: un uomo infatti parla di quel tempo in cui l’uomo non esisteva. Mentre è una profezia che si riferisce al presente, quando l’apostolo Paolo dice: “Se tutti profetassero e sopraggiungesse qualche infedele o semplice uditore, verrebbe convinto da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è in mezzo a voi” (1Cor 14,24-25). Dicendo che “sarebbero manifestati i segreti del cuore”, dimostra che in questo modo lo spirito di profezia non predice ciò che sarà, ma rivela ciò che è. Allora, in che senso si chiama spirito di profezia ciò che non si riferisce affatto al futuro, ma narra il presente? E’ il caso di tener conto che la finalità specifica della profezia non è quella di predire il futuro, ma di rivelare ciò che è occulto.

 

Settima lettura – (Dal Discorso di Papa Giovanni XXIII nella solenne apertura del Concilio)

 

Le stelle si avvicendano per illuminare la notte di questa vita, finché sorga la Stella del Mattino, scriveva Gregorio Magno. E’ apparso nella storia recente Giovanni XXIII, per insegnarci un nuovo dire e un nuovo fare nella chiesa:

 

“La Madre Chiesa si rallegra perché, per un dono speciale della Divina Provvidenza, è ormai sorto il giorno tanto desiderato nel quale qui, presso il sepolcro di san Pietro, auspice la Vergine Madre di Dio, di cui oggi si celebra con gioia la dignità materna, inizia solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II. 

…(31)

 Dopo quasi venti secoli, le situazioni e i problemi gravissimi che l’umanità deve affrontare non mutano; infatti Cristo occupa sempre il posto centrale della storia e della vita: gli uomini o aderiscono a lui e alla sua Chiesa, e godono così della luce, della bontà, del giusto ordine e del bene della pace; oppure vivono senza di lui o combattono contro di lui e restano deliberatamente fuori della Chiesa, e per questo tra loro c’è confusione, le mutue relazioni diventano difficili, incombe il pericolo di guerre sanguinose…

…(42)

Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene.

 

…(54-55)

Il ventunesimo Concilio Ecumenico — che si avvale dell’efficace e importante aiuto di persone che eccellono nella scienza delle discipline sacre, dell’esercizio dell’apostolato e della rettitudine nel comportamento — vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.

  1. Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli.
  2. Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti.
  3. Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi […].

 

…(57)

Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando. Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché tutte quante contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle, soprattutto quelle forme di esistenza che ignorano Dio e le sue leggi, riponendo troppa fiducia nel progressi della tecnica, fondando il benessere unicamente sulle comodità della vita. Essi sono sempre più consapevoli che la dignità della persona umana e la sua naturale perfezione è questione di grande importanza e difficilissima da realizzare. Quel che conta soprattutto è che essi hanno imparato con l’esperienza che la violenza esterna esercitata sugli altri, la potenza delle armi, il predominio politico non bastano assolutamente a risolvere per il meglio i problemi gravissimi che li tormentano.

 

…(58)

Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. All’umanità travagliata da tante difficoltà essa dice, come già Pietro a quel povero che gli aveva chiesto l’elemosina: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” [8]. In altri termini, la Chiesa offre agli uomini dei nostri tempi non ricchezze caduche, né promette una felicità soltanto terrena; ma dispensa i beni della grazia soprannaturale, i quali, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono di così valida difesa ed aiuto a rendere più umana la loro vita; apre le sorgenti della sua fecondissima dottrina, con la quale gli uomini, illuminati dalla luce di Cristo, riescono a comprendere a fondo che cosa essi realmente sono, di quale dignità sono insigniti, a quale meta devono tendere; infine, per mezzo dei suoi figli manifesta ovunque la grandezza della carità cristiana, di cui null’altro è più valido per estirpare i semi delle discordie, nulla più efficace per favorire la concordia, la giusta pace e l’unione fraterna di tutti.

 

N 650 – Salmo 71 – Questo Salmo è stato composto in un’epoca in cui Israele non aveva più monarchia. Il re di cui il profeta parla è il Messia che noi cristiani confessiamo in Gesù, nato a Betlemme.

 

N 386 – Salmo 116 (antifona e prima strofa).

 

 

Il disegno divino si dispiega come trama di figliolanza

(Testo completo della Lectio della Prima domenica di Avvento)

Lumen Gentium cap 1, nn 1-8

Il primato dell’amore pagg 7-12

 La chiesa è pellegrina nel tempo

Le fatiche dell’attuale papato

Ogni leader e profeta ha la sua armonia e il suo equilibrio mentre propone qualcosa di innovativo; non sempre però chi lo ascolta vive tutto il suo profondo retroterra. Papa Francesco propone una chiesa in uscita; ed oggi tu si riempiono la bocca e affilano le armi per questa battaglia evangelica.

La storia ci insegna che se manca uno spessore spirituale, l’onda perde presto la sua spinta, tutto passa, col pericolo del fraintendimento che sottolinea un aspetto e ne trascura un altro essenziale e primario. Nella Lettera di chiusura del Giubileo e nell’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, Francesco ricorda che la recezione del Concilio e ancora di più della Sacra Scrittura domanda molto tempo; la carità non è mai un programma tecnico, essa sgorga dal contatto con la Rivelazione; pertanto non basta essere vuoti uditori esterni, senza il coinvolgimento di un ascolto interiore (cf DV 25 che richiama S. Agostino).

Le chiese particolari non devono concepirsi come organismi mutilati; l’Apocalisse cap 2, nella lettera ad Efeso ci insegna che Gesù mentre loda quella chiesa per l’impegno multiplo profuso, la rimprovera perché ha lasciato “l’amore quello primo”, il rapporto con il suo Signore. Se non aggiusta la direzione, essa potrebbe decentrarsi dalla sorgiva, proveniente dal contatto liturgico globale. Applicato all’oggi ecclesiale e allo sforzo di rinnovamento, ciò significa che è necessario percorrere la grande tradizione ebraico-cristiana richiamata solennemente dal Papa, nel suo primo intervento ai cardinali, all’indomani della sua elezione:

“In queste tre Letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare.

Camminare. «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa.

Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare.

Terzo, confessare. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio.

Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro.

Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore.

Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti.

Io auguro a tutti noi che lo Spirito Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia.”http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130314_omelia-cardinali.html

 Camminare: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore” (Is2,5). Questa è la richiesta che Dio ha fatto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. “Camminare! La nostra vita è un cammino, quando ci si ferma non va!

Edificare – (Ef 2,20) Edificati sul fondamento degli Apostoli, dei profeti e Cristo è la pietra fondamentale. Paolo nella 1Cor 1,30 ammonisce: ciascuno stia attento a come costruisce sopra: paglia, fieno, legno non hanno futuro, invece argento e oro, a contatto col fuoco delle prove, diventano sempre più autentici e luminosi.

Confessare – Possiamo fare tante cose, ma se non confessiamo Cristo, prosegue il papa, diventiamo una ONG assistenziale e non la chiesa sposa di cristo. L’amore “quello primo” (Ap 2,1ss) è questa relazione primordiale e vitale.

In un’altra omelia ai cardinali (novembre 2015) papa Francesco ribadisce: “il rapporto con Gesù crea un ponte verso la vita”.

Luigi Sartori si augurava che il monachesimo aprisse la comunicazione con gli altri carismi della chiesa e del mondo. Anche Lutero cercò di portare la dimensione dei religiosi nel popolo, per rivitalizzare il carisma delle famiglie e delle parrocchie. Promosse la lettura e la spiegazione della Bibbia, rinnovò le devozioni promuovendo i Salmi e gli oratori dei canti biblici. Quando le chiese tendono a farsi istituzioni gerarchiche corazzate dal diritto delle leggi, Dio suscita al loro interno movimenti di reazione e di risveglio, provoca le comunità con scelte di vita e percorsi più illuminati (cf. Una sfida per il monachesimo, ed Praglia 1999; p 89 ss.).

Apriamo dunque la rilettura del Concilio e della tradizione biblica, guidati da un contributo di Benedetto Calati: “Il primato dell’Amore” – Discorso al capitolo generale di Camaldoli, al termine del suo servizio di priore generale durato 18 anni.

Il Concilio suggerisce alla chiesa la dimensione del cammino, non una concezione statica. Un cammino irreversibile e irrevocabile, dono della benevolenza del Padre, fatto di rinnovamento permanente fino a che non avremo raggiunto cieli nuovi e terra nuova in cui abita la giustizia (LG n 48 (417). La concezione del cammino relativizza tutte le istituzioni, persino i sacramenti, perché esse portano l’impronta fugace di questo mondo; e tutto vive nel travaglio di un parto (cf Romani 8,19-22 e soprattutto 8,28-39).

La nostra dimensione di figli ci pone nel presente in cammino fra la cittadinanza del Vangelo, senza dislivelli (Fil 1,27) e la cittadinanza del cielo nel futuro (Fil 3,20) quando avremo raggiunto la meta. L’attuale dimensione è dunque segnata dalla parzialità e dal necessario rinnovamento inarrestabile perché voluto dal progetto stesso del Dio trascendente che opera nella nostra storia in modo incisivo.

La grande intuizione di Benedetto Calati fu di applicare, per analogia (due realtà diverse e simili nello stesso tempo) questa prospettiva della chiesa alla vita della famiglia monastica, e noi diciamo ad ogni cammino di fede per i discepoli. Don Benedetto ama ripensare la dimensione monastica sul progetto divino della chiesa e lo vede in un divenire camminare nel fedele fatto di continuo aggiornamento perché quaggiù, adesso, nulla è allo stato perfetto, ma tutto deve tendere al raggiungimento della maturità nella meta.

Il rabbino David Mayer in un recente articolo – “Avvicinare le tradizioni ebraica e cristiana” (in Studi Fatti Ricerche 154  2016) offre una sottolineatura importante. Egli dice. “la storia di ogni religione è fatta di ambiguità. L’essere umano è ontologicamente ambiguo. E’ per questo che abbiamo due racconti della creazione di Adamo nel libro della Genesi, riflesso di una doppia personalità, di una certa inconsistenza della natura umana. Non mi sembra dunque utile pretendere che tutte le ambiguità possano in futuro essere dissipate. Riconosco perciò alla Chiesa il diritto di avere le sue ambiguità, come l’ebraismo ha le sue. Ciò che conta è la confidenza umana che riusciamo a stabilire con i nostri partner del dialogo. La confidenza umana e l’amicizia che si sviluppano nel tempo non sono traducibili in dichiarazioni, che non avrebbero altro scopo che quello di smussare le asperità del passato”

Coscienti della povertà attuale di ogni esperienza di vita anche del passato, ma pur sempre  misteriosamente compensata dal dono divino, cogliamo continuamente gli stimoli di liberazione. Calati ama definire questa dialettica “obbedienza della fede”; l’obbedienza che si affida, che si apre, che collabora, che acconsente e assimila secondo una modalità progressiva. Dio ci sta davvero indirizzando a divenire conformi all’immagine del Figlio suo: chiamandoci, trasformandoci, partecipandoci i suoi stessi valori (Romani 8, 29ss), come recita il testo paolino citato dalla LG n 2.

Il progetto umano cosmico e universale va attuandosi timidamente: umanità che diviene figliolanza, fraternità paritetica attraverso il cammino, il dialogo doloroso che Paolo paragona ai dolori del parto (cf LG n 48 , 417).

Ora siamo ancora lontani dalla meta, perciò nessun trionfalismo ci si addice, ma solo la responsabilità di rispondere e servire il luminoso progetto di Dio ( LG 418; 2 Cor 5,6). Nel presente siamo nel gemito, nel conflitto, ma simultaneamente siamo anche abitati da una tensione piena di speranza. Il grande disegno divino si dispiega infatti come trama di figliolanza nella storia. Ef 1,3-14 lo definisce il sogno con cui Dio ci ha vagheggiati. Si tratta del programma di salvezza del Padre, la caratteristica del Dio biblico, che è altresì cristificazione incessante grazie allo “sfraghis”, il sigillo dello Spirito. Amo tradurre il termine “sigillo”con assillo insopprimibile impresso dallo Spirito che ci chiama a partecipare ad una vita che supera la semplice biologia, sociologia e antropologia naturale. Tutto è fondato nella sorgiva della benevolenza divina sapiente e ricreante sempre attuata dalla mediazione del suo Figlio e resa incisiva in noi e in tutte le cose dallo Spirito della Pasqua.

Il Concilio propone l’orizzonte disegnato e voluto dalla relazione divina carico di affetto bruciante e instancabile, perché egli ci vuole suoi partner. Il disegno divino è estensivo ed abbraccia la totalità, lo ricorda un’antica omelia di Gregorio Magno (Omelie sui Vangeli 19, Mt 20, 1-16): “Dio è il padre di famiglia, la vigna è la Chiesa. Dio possiede una vigna, cioè la chiesa universale che da Abele il giusto fino all’ultimo eletto che nascerà nel mondo, ha prodotto tanti tralci quanti sono i santi.

Questo padre di famiglia assume dunque operai per coltivare la propria vigna: di mattino, all’ora terza, sesta, nona e undicesima; e questo significa che il Signore dall’inizio del mondo sino alla fine non cessa di chiamare. (LG n 2: la chiesa negli ultimi tempi è manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli come si legge nel testo conciliare a partire da Adamo, non più dal giusto Abele, fino all’ultimo eletto. Allora tutti saranno riuniti presso il Padre nella assemblea universale).

Nessuno ha mai conosciuto il progetto sorto in Dio, biblicamente chiamato mistero nel Nuovo Testamento e nel primo Testamento Sod e Raz. Nessuno di noi potrebbe conoscerlo se Lui non ce l’avesse notificato e attuato (Ef 3,1-13). Non si tratta di un indefinito divenire, ma di un progetto di umanità che coinvolge anche l’habitat cosmico indirizzandoci verso la dimensione di Cristo risorto. Paolo parla esplicitamente di indossare Cristo (Gal 3,27) oppure rivestire l’uomo nuovo (Col 3,9-11). Si tratta di un rinnovamento radicale, di un umanesimo la cui creazione è in corso finchè Cristo sia tutto in tutti. In questa direzione l’uomo trova il senso della sua avventura; Paolo definisce l’uomo realizzato (Ef 4,13) “teleios” (pienezza, compimento) quando l’identità cristica diventa esperienza dinamica  e raggiungerà il traguardo definitivo nel Regno. Paolo con un guizzo creativo chiama questa umanità futura “un solo uomo nuovo” (Ef 2,15), immagine corporativa relazionale, inclusiva, solidale, paritetica con Dio e Cristo oltre che tra di noi: l’immagine più alta dell’umanità, la vera immagine di Dio, quella che finalmente gli assomiglia senza deformazioni.

Continuando il riferimento a Benedetto Calati sul Primato dell’amore (pag 9) l’autore afferma: “l’obbedienza è prima di tutto obbedienza della fede: ascoltare e mettere in pratica la Parola. L’autorità istituzionale invece, si caratterizza alla luce del Nuovo Testamento come servizio di carità fraterna. Sarebbe tradire la forza propulsiva dell’evangelo proporre all’uomo adulto di oggi il regime obbedienziale e gerarchico caro alla cristianità medievale: questo lo sottolineo fortemente! Non credo a una certa mistica dell’obbedienza, che si tenta di ripensare in svariate forme da persone così dette carismatiche. Forse alla base della loro personalità c’è un carisma discutibile di autorità innata, che ha messo queste persone al riparo di una via di obbedienza che però essi vorrebbero oggi riproporre in modo indiscriminato. Obbedire alla parola che quotidianamente ci giunge dal Vangelo può anche essere il nostro portare la croce nell’umile e feriale impegno frutto della nostra presunzione? E’ chiaro che la vita di comunione esige che questa obbedienza si concretizzi nel nuovo comandamento dell ”ametevi gli uni gli altri” come vuole il Signore. L’obbedienza evangelica, quindi, si staglia come via e come corrispondenza di amore all’amore. Quando parliamo di conversione dei costumi dobbiamo sempre richiamarci al “niente anteporre all’amore di Cristo”, su cui la tradizione monastica sembra particolarmente radicata”.

Si può leggere a questo  proposito anche D. Bonhoeffer in: Scritti scelti Frammento di meditazione sul salmo 119 (pagg 497-498): Con Dio non si rimane sempre sullo stesso posto, ma si percorre una via: Dio cammina alla testa con noi (Es 13,21 ss). Dio è come via e Gesù ne è la personificazione. Infatti dice “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

La dimensione dell’obbedienza alla Parola si trasforma in servizio di carità e diviene la vera ascesi cristiana, il vero impegno umano. Si veda a proposito la conclusione della vita di S. Benedetto il primato dell’amore impersonato nella figura di Scolastica: potè di più colei che amò di più (Libro II, Dialoghi cap 33). Così la catena dell’eremita Martino. Gregorio Magno dice che la vera catena è quella di Cristo, il resto è per la secchia. Fuor di metafora ciò significa che ogni regime autoritario e gerarchico serve per la secchia non per gli uomini. Ecco perché la rivelazione biblica ci indirizza verso la vera liturgia come offerta esistenziale (Romani 12,1-2) che inaugura un nuovo umanesimo di relazioni (Salmo 40,7-9) vissuto in pienezza da Gesù (Ebrei 10,5-10). Si tratta della dimensione principe della conversione. Il “Sub” ebraico convertirsi esplicita un orientamento affettivo ed esistenziale della persona, sempre rinnovato sull’orizzonte del progetto di Dio. Paolo la definisce la vera cittadinanza del Vangelo nell’oggi permanente della chiesa, quella che ci farà pervenire alla cittadinanza del cielo quando Dio trasfigurerà la nostra attuale misera persona, ridisegnandola, ricreandola sulla persona gloriosa del Signore Gesù (Fil 3,20). Chi accoglie la Parola comincia a cercare Dio: è il cammino tracciato dalla Scrittura che ha come vertice la regola della carità (RB nn 72-73), la chiave interpretativa dell’intera regola fondata sul primato della Parola.

Felicemente il Concilio ha ripensato la chiesa riconducendola al progetto divino (mistero) non più chiesa società perfetta e gerarchica, com’era stata consuetudine dei secoli precedenti, ma chiesa che incarna la dimensione permanente dell’Avvento, fatta di attesa nel cammino.

Il Vangelo parla del seme della parola eterna nel campo della vita; un seme che abita dentro di noi, quando amiamo una persona essa abita dentro di noi. La parola non degrada la vita; Dio non vuole far trionfare le idee, e noi non siamo sotto il dominio delle idee, ma della relazione di benevolenza divina che ci custodisce, come spesso scrive D.Bonhoeffer.

Lumen Gentium n 3: Gesù inaugura il Regno, rivela pienamente il progetto di Dio nella storia portandolo a compimento. La chiesa e ogni comunità non si identificano nell’oggi in pienezza con il Regno; rimangono realtà sempre molto povere, ma attirate instancabilmente dal Risorto (Gv 12,32). La missione di Gesù, dice il paragrafo conciliare, dà accesso al Padre attraverso lo Spirito donatoci nella Pasqua e ci conduce alla Verità piena (Giovanni 16,13) offrendoci continuamente il dono di Dio (Giov 4,14) che è lo Spirito (Giov 7, 38-39). L’affermazione conciliare è concisa, e la comprenderemo lungo il tempo della nostra vita. Per questo è sempre importante ribadire la necessaria pedagogia dello Spirito nella chiesa. Il testo conciliare ci esorta a invocare le ultime parole dell’Apocalisse (22, 17-18): vieni Signore Gesù. Questo linguaggio ci ricorda che ogni esperienza religiosa è parziale e in divenire, perché l’esperienza cristiana è casa in costruzione sul fondamento di Gesù (Ef 2). E’ il campo dove Dio semina e fa crescere (1Cor, 1,3-9 citato da LG 6). La chiesa è ancora lontana dal Signore, essa sta camminando verso il suo sposo (Ef 5,29) e nella tensione dell’attesa è invitata a confezionare il suo abito nuziale (la sua vita) per il suo Uomo (Ap 21,2-17). Distanza e tensione sono le dimensioni permanenti e strutturali del cammino della vita ecclesiale e personale.

LG n 7 porta l’attenzione sull’impegno del cristiano a relazionarsi con Cristo e gli altri uomini secondo una articolazione differenziata (1 Cor 12). Il primo capitolo e l’ultimo (LG8) sono incorniciati dalla dimensione del progetto di Dio (mistero) (LG 2,8).

Tutte queste immagini ecclesiali di relazione paritetiche, tutte concorrono a descrivere la chiesa definitiva come famiglia universale di Dio, come città celeste degli uomini (Ef 2, 22 e Ap 21-22). Per questo il Concilio e Benedetto Calati parlano dell’indole escatologica della chiesa peregrinante, lontana dal suo Signore qui in terra (2 Cor5,6) chiesa che si considera esule ma sempre in ricerca del suo Sposo (LG 6). La Parola e il Concilio ribadiscono la tensione strutturale come l’aspetto centrale del progetto divino ecclesiale.

  1. De Lubac vedeva in questo disegno uno dei fondamentali paradossi della chiesa, che appartiene alla santissima Trinità ma essendo itinerante verso la “Terra promessa”, sempre deve uscire dalla attuale condizione umana che appartiene alla prima creazione. La chiesa si definisce non come società perfetta, ma come realtà che si relaziona al suo Sposo, nel quale abita tutta la pienezza del sogno umano (Col 2,9; Ef 3,19; LG ). La chiesa pertanto è chiamata a camminare sulla stessa via di povertà e di dono di Gesù Messia, solo così essa prende forma ed è plasmata dal suo Signore mediante lo Spirito per diventare quello che il Padre nella sua trascendenza l’ha vagheggiata.

Per saperne di più:

Romano Penna, Il misterium paolino. Edizioni Paideia 1978

Aldo Martin, La tipologia adamitica nella lettera agli Efesini. Roma PIB 2005

Bernard Rey,Creati in Cristo Gesù. Edizioni AVE 1968

  1. Repole, Lumen Gentium, Commentario ai documenti del Concilio Vaticano II, vol. 2.

Testo integrale di Lumen Gentium al link:

http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

Testo della Vita di S. Benedetto nel Libro dei Dialoghi di S. Gregorio Magno al link:

http://ora-et-labora.net/LA%20VITA%20DI%20SAN%20BENEDETTO.pdf

 

Testo della Regola di S. Benedetto al link:

http://www.maranatha.it/Testi/TestiVari/Testi2Page.htm

 Firmino Bianchin

Novembre 2016