Emmaus

Omelia di P. Tarcisio Geijer, monaco certosino, Vedana (Bl) 1972

Il comportamento di Gesù riguardo ai due discepoli di Emmaus e il loro contegno verso di lui esprime assai bene le relazioni reciproche fra il cristiano e il Signore risorto. Il vangelo di oggi è infatti come il compendio dell’esistenza redenta, della vita cristiana fatta di fede, di speranza e di carità. I due discepoli sono in cammino e Gesù si unisce a loro nel viaggio. ogni cristiano è continuamente in viaggio, è peregrino in cammino verso l’aldilà. E Gesù cammina al suo fianco.

Ma questo Gesù, è un Gesù risorto, glorioso, e cammina con noi circondato da una luce inaccessibile. Perciò, come accadeva nei due discepoli, noi non lo riconosciamo, come neanche Maria Maddalena, che amava tanto Gesù, non l’aveva riconosciuto, allorché egli le apparve. Ci vuole infatti una grande fede, speranza e amore per penetrare il mistero pasquale: un cadavere non ritorna in vita e non esce fuori dalla tomba. Gesù risorge per l’intervento di Dio. E’ anche concessione divina che il Risorto appaia a un uomo e si renda visibile. La vita del Risorto non è semplice continuazione della sua vita terrena. Gesù era già risorto, ma i due discepoli sono tristi, sono delusi nelle loro speranze, l’incertezza opprimente li paralizza. Ed è anche spesse volte questo il nostro atteggiamento. La nostra fede è malferma, la nostra speranza delusa, la nostra carità è fredda. Come per i discepoli di Emmaus, tante volte ci sembra tutto invano, tutto perduto. Il Dio incarnato crocifisso che conosciamo, ci sembra vinto e impotente. Sappiamo che Gesù è risorto, ma la nostra intelligenza rimane sbarrata e il nostro cuore ottuso e pigro.

Non riusciamo a penetrare la luce della Resurrezione. Gesù risorto è entrato nella gloria di Dio, ha adesso una logica tutta divina. Ed è appunto questa maniera di essere e di agire propria di Dio che l’uomo non capisce. Dio è amore e tutto che vuole e fa è necessariamente amore. Forse è questo che l’uomo riesce così difficilmente ad accettare. La Rivelazione dice che le vie di Dio non sono queste dell’uomo e che il suo piano differisce dal nostro come il cielo è lontano dalla terra. E perciò Dio nel suo stesso amore infinito verso di noi rimane sempre vulnerabile. Noi possiamo infatti quasi sempre obiettargli: Perché hai fatto così; perché non hai impedito ciò che ci è avvenuto? Ma Dio a ciò ha sempre una unica risposta: l’ho fatto, l’ho permesso perché ti amo. E noi non comprendiamo. Siamo rattristati e Gesù potrebbe ripetere a noi ciò che diceva ai discepoli di Emmaus: O stolti e tardi a credere. Non dovreste voi forse soffrire tutte queste cose – come io l’ho sofferto – ed entrare così nella gloria? Infatti, secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù – che è anche la nostra strada – per giungere alla gloria della salvezza deve passare attraverso la sofferenza e la morte. Quando però noi ci troviamo nella sofferenza, stentiamo a credere, a sperare nella felicità, e quando siamo felici rifiutiamo di aspettare e di accettare la sofferenza.

E così il Cristo sofferente come il Cristo risorto ci rimane nascosto. Ma la strada di Gesù, sceso dalla gloria alla sofferenza, conduce solo attraverso il dolore di nuovo alla gloria. Il piano di Dio comprende infatti queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Quaggiù dunque croce e felicità, risurrezione e morte sono inseparabili. Ma nella sofferenza non siamo soli. Gesù cammina, come con i due discepoli, accanto a noi. Gesù è il nostro misterioso compagno di viaggio. I discepoli dicevano: resta con, perché si fa sera. E quante volte anche per noi si fa sera nella nostra vita: l’oscurità della sofferenza, della tentazione, della prova entra nella nostra esistenza.

Bisogna allora insistere presso il Signore: resta con noi, il nostro giorno già declina. E Gesù entra e rimane e mangia con noi. Il vangelo dice che Gesù benediceva e spezzò il pane della cena con i due. Ed è allora che si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Quella cena era il banchetto eucaristico. Spezzare il pane indica qui la celebrazione dell’ Eucaristia, quella ultima cena che Gesù mangiava con i suoi discepoli l’ultima volta prima di soffrire e morire, di sera al declinare del giorno, trasformando il convito pasquale nel banchetto eucaristico. Il racconto evangelico dei discepoli di Emmaus rende così non soltanto testimonianza a Gesù risorto, ma dà nel gesto eucaristico il Risorto medesimo vivente e presente.

L’Eucaristia è il grande segno della risurrezione del Signore, il segno da cui si riconosce che il Signore vive ed è presente fra di noi. Essa non è soltanto il ricordo della morte del Signore, ma anche della sua risurrezione e della sua permanenza in mezzo a noi. Resta dunque con noi Signore e aumenta la nostra fede, la nostra speranza e anzitutto la nostra carità.

Nel Tempo della Pasqua

IL CAMMINO E IL PASTO

IL PASTO E IL CAMMINO

La Bibbia nei due Testamenti lega la liberazione pasquale a due pasti, due conviti che annunciano l’esodo dalla casa degli schiavi e il passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13) o, come amano raccontare i Sinottici: “Ho desiderato grandemente di mangiare questa Pasqua con voi, finchè non si compia nel Regno di Dio (Lc 22,15).
Le grandi svolte della vita di Israele sono sancite da banchetti (1Sam 9,18-10,1; 1Sam 16,1-13); così la svolta del futuro è presentata col tema del banchetto (Is 25,6-10). Precedentemente la festa dell’alleanza aveva luogo sul monte: Es 24,11: mangiarono e bevvero). Anche il ricominciamento dopo l’esilio inizia con la lettura della Parola e poi con il banchetto (Neemia 8,10-12).
Il pasto e la violenza
Nella Bibbia non c’è solo il pasto e la liberazione, c’è anche l’inverso. Per vivere è necessario mangiare, ma a questa evidenza il testo sacro ne accosta un’altra: per vivere non basta mangiare, è necessario un rapporto con l’altro e smettere di mangiare l’altro, di non divorare tutto, di lasciare che anche altri mangino. (Dt 8,1-3).
L’uomo non vive solo di pane, ma dell’ascolto obbedienziale di Dio. Per vivere dobbiamo smettere anche di mangiare; il Vangelo ricorda che Gesù digiuna (Mt 4,1-4)
Il racconto dell’inizio ripropone il simbolo del mangiare con le sue limitazioni (Gen 2,15-17). La prima trasgressione avviene nel simbolo del prendere e mangiare. Mangiare significa assimilare e trasformare in umano il vegetale, l’animale. Trasformare tutto, adattandolo a sé è un gesto che può anche essere pericoloso.
La Bibbia ci porta in profondità, per capire la validità della limitazione. Essa riguarda la voracità animale presente nell’uomo. Se questa non ha limiti, finisce per annullare l’altro, non lasciare spazio all’altro, al diverso,  di violentare tutto piegandolo al proprio desiderio (Gen 3,6).
La legge alimentare che il NT sembra abolire (At 10,9-15 e soprattutto Paolo in Gal 2,16-17) invitava di fatto a convertire in mitezza la forza bruta e distruttiva della voracità umana, della cupidigia. Essa mette un freno all’uomo ingordo, al quale nulla basta (Cf Lc 12,13-15).
Il Salmo 49 ammonisce che l’uomo nell’abbondanza non comprende, è come un animale. Non sorprende che il banchetto sia ambivalente e possa diventare anche simbolo dell’eliminazione dell’altro. Il Pasto diventa così celebrazione di annientamento, quando tutto è ricondotto al proprio progetto vorace (cf Gen 37,23-25a). Si ricordi il pasto dei mafiosi dopo l’uccisione del giudice Falcone nella strage di Capaci.
La Bibbia mostra una comprensione articolata e profonda, quando sottolinea la necessità altrettanto vitale per l’uomo di vivere all’altezza della responsabilità affidata da Dio all’uomo: custodire il creato (Gen 2,15-17). L’uomo sia il signore della creazione, ma senza violenza, adotti i giusti limiti, riconosca la legge della condivisione, converta in mitezza una forza che può divenire devastatrice.
A questo proposito, nel raccontare la prima trasgressione, il testo sacro denuncia l’astuzia del serpente che vuole distorcere il dono gratuito di Dio, convertendolo in convenienza invidiosa, concorrenziale, non comando di Dio,  per proteggersi e non per proteggere l’uomo. Il testo svela la logica falsa del tentatore, che cerca di trasformare il comando in logica di rivalità. Ecco la nudità del serpente, che rende nudi. Dio non è un concorrente dell’uomo come il nudo, il liscio (serpente) vuol far apparire. La logica concorrente porta alla rottura delle relazioni vitale e favorisce la vittoria del violento e della morte.
Il simbolo del Pasto
Questo simbolo si mostra complesso: devi mangiare per vivere, ma rispetta anche i limiti imposti dal tuo bisogno, come possibilità di vita. Nel comando divino comprendi l’aiuto per sconfiggere la tua cupidigia, perché la voracità può ferire tutto. Concedersi tutto, credere che puoi tutto, varcando ogni limite, è bramosia infernale.
Il comando divino è punto centrale del racconto delle origini e del compito di signoria dell’uomo rispetto al creato. Il gesto di prendere e mangiare, raffigura emblematicamente la dinamica del cupido, dell’ingordo, di colui che brama infinitamente (Gen 3,6), distorcendo il senso del comando, per giustificare la legge del bramare. Prendere e mangiare necessità allora della logica dell’inganno.
La cena allora inaugura la rottura e la morte. Il desiderio totalizzante rende insopportabile ogni limitazione. Tutto allora viene legittimato, anche la trasgressione.
Questa logica apre gli occhi? Nell’abbondanza (Sal 49) l’uomo non capisce, è come l’animale, anzi troverà chi lo loda. Ti loderanno perché ti tratti bene, sai fare. Attenzione: te ne andrai nel regno delle tenebre (Sal 49,19). Chi fa capire che l’uomo è nudo? Chi lo aiuterà ad abbracciare la sapienza dell’essenzialità, della logica solidale del dono?
Chiediamo a Dio che ci doni l’attitudine obbedienziale come voce più forte dell’istinto, che ci scavi l’orecchio per capire ciò che nella vita crea davvero problemi, che ci apra alla disponibilità di accogliere riflessioni intelligenti, legate alla sapienza, imparando modelli nuovi di uomini.
IL PASTO CHE APRE IL CAMMINO DI LIBERAZIONE – Es 12-13
Dal cap 2 di Esodo fino al cap 11, è narrato il progetto di liberazione divina e la sua attuazione per mezzo di Mosè. Un lungo racconto di esortazioni e tentativi di realizzazione. Piaga dopo piaga, il faraone resiste; il popolo vede peggiorata la sua situazione e chiede di essere lasciato nella sua condizione. Il progetto di liberazione sembra non approdare a nulla, ma di aggravare il rapporto schiavi-padroni.
La trattativa giunge al punto di rottura(11,1). Ora si attende l’evento e l’uditore ne aspetta il racconto. A sorpresa invece vengono impartite in tutti i dettagli le norme per preparare un pasto (12,1-13,16).
Il pasto sarà soglia tra schiavitù e liberazione. Il rito pastorale del Sangue dell’Agnello inaugura il Nuovo che dovrà accadere. Un’altra sorpresa riguarda le prescrizioni particolareggiate del come preparare e del come mangiare la Pasqua, poi il comando di ripetere nel futuro il rito per rivivere l’evento, ma l’autore non racconta che il pasto fu consumato.
E’ il Sacrificio della Pasqua (12,26) per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto e colpì l’Egitto. E’ Memoriale (zikaron) per sempre; va celebrato con un rito (12,14);
13,3     Ricordati di questo giorno
13,5     lo celebrerai (vivrai) anche nel paese che Dio ti ha promesso;
13,8.14 Quando il figlio ti chiederà:  perché? Tu lo spiegherai: a causa di ciò che il Signore ha fatto per me (non al passato); la liberazione è sempre in atto. Evento vivo, incisivo (Memoria), da non dimenticare perché se ora vivi ciò dipende dalla forza sprigionata dalla Memoria-Evento.
La smemoratezza sarebbe imperdonabile. Ricorderai l’evento con una ritualità offertoriale, perché tu capisca che quello che possiedi e vivi non è principalmente il frutto della tua fatica, ma è un dono che ricevi in continuità; riconoscilo! (13,11-16). La liberazione non è ancora compiuta, per questo preparati e sempre incomincia a viverlo. E’ liturgia da invocare e inverare.
La memoria è sorgiva e avvia il cammino di liberazione; è la forza e la luce del cammino. Dio ti strappa dalla casa degli schiavi e dalla morte. Il tutto della liturgia è consegnata nella simbologia della Notte (12,2), confine del tempo della schiavitù, fine della maledizione e inizio dell’alba, del giorno di speranza e di vita. Le prescrizioni rituali sono mescolate alla spiegazione degli effetti, delle conseguenze e dell’obbedienza richiesta per incominciare a vivere la liberazione.
Il pasto non è consumato, l’autore annota che il popolo eseguì le prescrizioni. La Pasqua è evento da accogliere ed obbedire, mai interamente assimilato: è confine, soglia fra la notte e il giorno creato dal Signore (Sal 118,24): “Rallegriamoci in esso ed esultiamo”. Il Pasto-Memoria dell’evento di liberazione ha il potere di distruggere le forze oscure della schiavitù.
La novità pasquale avrà sempre la caratteristica e il sapore del dono: del giorno che viene e della fine della sofferenza; perciò essa è speranza e vita.
Rito da celebrare, da mangiare, da assimilare per camminare, esperienza sempre in atto e mai compiuta. La meta è alla fine. Il prezzo della libertà è costoso, lo ricorda il rito del sangue; ci espone alle nostalgie, ai ritorni rassicuranti del passato (cf Es 14,10-12). La liberazione non rompe subito l’inclinazione degli elementi seduttivi che schiavizzano.
L’ordine di preparare il pasto si ripete:     12,21-28
Liberazione e partenza notturna:              12,29-42
Altre prescrizioni rituali:                             12,42-49
Rievocazione della liberazione:                   12,50-51.
Il tutto è sempre collegato al Pasto, da cui sgorga la forza di liberazione. La Pasqua inaugura e fluisce in un evento permanente: deve essere rivissuto di anno in anno.  La coscienza del narratore attesta così che la liberazione proclamata e vissuta nel pasto non  è mai interamente compiuta, la si riceve affinchè giunga a compimento.
L’Agnello sacrificato è simbolo di un paradosso: la vita è garantita dall’immolazione. In Giovanni e nei Sinottici la si chiamerà amore infinito: la vita viene dal dono.
Il dono di un agnello giovane, senza difetti, ecco la simbologia della vita liberata. Il testo offre così la prospettiva infinita della vita pasquale. L’avvenire è prodotto, reso possibile dal dono illimitato e dalla fede che accoglie e si affida all’evento. Il popolo è messo in cammino, il pasto spalanca la porta, finisce la Notte, si avanza verso il giorno.
Quello che sembrava impossibile da superare, si piega davanti alla forza di Dio: il Mare che custodisce le forze del caos diviene la Via (Sal 77.89).
Dell’Agnello tutto deve essere consumato, perché è la fine di un’epoca e l’energia del futuro di Dio (12,10).
Il passato verso il futuro è presentato anche dal rito agricolo (Massot) 12,17;
Memoriale da vivere  (Zakkar)12,14
E da custodire (Samar) 12,17; 12,24-25.
Ecco l’evento della vita, occorre che una parola autorevole ed esperienziale sappia spiegare e trasmettere il significato del rito e dell’evento che in esso rivive.
Un’esperienza da trasmettere, per dire come nasce un popolo libero che cammina verso la terra e sfugge alla Morte. Il Rito e l’esperienza devono suscitare domande: per due volte è narrata la scena in cui il figlio vuole sapere perché si ripete il pasto e quale è il suo significato: 12,26-27: che cos’è questo servizio per voi? (13,14).
Le domande vengono fatte perché il significato del rito non è evidente e verrebbe ignorato se qualcuno non lo raccontasse e non lo esplicitasse: ecco l’Haggadà , il racconto del padre al figlio (13,8) per riconoscere l’azione di Dio in corso. Il Pasto pasquale offre l’occasione per capire come Dio continua a passare e liberare. L’identità di un popolo: il frutto di una liberazione, un popolo in cammino verso la libertà e la vita.
La forza? Un amore che si immola.
 
Firmino Bianchin

 

 

 

 

VOLTI DEL MATTINO DI PASQUA –

 pietro-e-giovanni-corrono-al-sepolcro-vuoto-e-burnand-1850-1921
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro vuoto (E. Burnand 1850)

Al nostro mattino pasquale si affacciano, attraversando il tempo, nella sempre sconvolgente novità dell’annuncio evangelico, volti che ci accompagnano a riconoscere  e confessare il Cristo risorto dai morti. E’ il desiderio e il pianto per la “perdita del Signore” di Maria di Magdala, che solo il Risorto “converte” e fa “voltare”, fino ad affidarle il compito dell’annuncio di Risurrezione; è la ricerca e la corsa al sepolcro dei due discepoli, e la capacità del discepolo amato da Gesù di scrutare e scorgere la sua presenza “attraverso i segni”, è l’ostinazione e la curiosità di “toccare” il Signore di Tommaso, che non si accontenta di “riconoscerlo” per sentito dire…

L’assenza e il desiderio di incontrarlo, la sollecitudine e l’intelligenza del cuore per riconoscerlo, l’ostinazione di farne una esperienza diretta, personale, per poter confessare, ancora oggi: “mio Signore, mio Dio”.

Volti e tracce sul nostro mattino di Pasqua . Il Vangelo di Giovanni ci guida…

Maria di Magdala…

Il primo dei giorni, prestissimo, era ancora buio, Maria Maddalena va al sepolcro – vuoto – e corre da Simon Pietro e dal discepolo che Gesù amava dicendo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo” (cf. Gv. 20,1).

L’assenza è un dramma, è il buio, un mattino non nato. Gesù di Nazaret non c’è,  e con lui non si può stabilire nessuna forma di contatto. L’incontro con questo primo volto della Pasqua – Maria – non è una cronaca ma una sfida nel tempo presente al discepolo di Gesù crocifisso e risorto. L’annuncio dell’assenza: “hanno portato via il corpo del Signore” nella forma del plurale risuona nell’oggi, anche se non ci rendiamo forse conto di quanto possa pesare per la nostra vita questa incapacità di “vederlo”…

Maria di Magdala rimane presso il sepolcro, all’esterno, in pianto. Non vi è nessun movimento; immobilizzata dall’evidenza della morte, incapace di voltarsi. “Vede Gesù ma non sa che è Lui”. Lo vede e non lo incontra. Il Vangelo di Giovanni indugia sul pianto di Maria, sull’incapacità di riconoscere il Signore risorto. E scruta le paralisi di ogni discepolo, in lei, che si ricreano quando la ricerca di Lui non va per la via che egli stesso insegna. Maria non muove i passi verso la vita perché ferita e angosciata da un affetto ferito mortalmente. Il volto del pianto è sul passato, sul già conosciuto, sul buio della notte di morte, sul sepolcro vuoto, sulla certezza che “l’abbiano portato via”… Maria ha visto ciò che vediamo anche noi- nel momento dell’Eucaristia. Nei simboli della descrizione evangelica il posto occupato dal cadavere di Gesù è sostituito da un annuncio trascendente (angeli in vesti bianche). Nel luogo del cadavere c’è un annuncio!

“Perché piangi”? la domanda di Gesù è come un piegarsi attento e sollecito a rompere il circolo vizioso del senso di morte che prende di fronte a una perdita considerata ormai irreparabile. E’ un invito a rimettersi in cammino, anche se Maria volta le spalle al “mattino della Pasqua”, non riconoscendo la luce del Risorto che le parla. Lo interroga: “se l’hai portato via tu, dimmi”… Il suo amore non basta a riconoscerlo. Gesù stesso, chiamandola per nome, la invita a “trasfigurare” il suo amore, il suo sguardo accecato dal pianto. Occorre “convertire” il desiderio della ricerca, il nostro stesso sguardo, accogliere un legame con il Cristo che “sale al Padre” (Gv. 20,17); il mistero della Risurrezione chiede il cambiamento radicale del nostro “modo di cercare” il Signore.

Gesù consegna un “ordine”: “va’ dai miei fratelli e dì loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Il Risorto insegna a Maria come lo si deve cercare e solo ora può annunciare: “Ho visto il Signore”! (20,18).

I due discepoli…

Alla notizia di Maria: “hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo”, due discepoli  Simon Pietro e il discepolo che Gesù amava “partono e vanno al sepolcro. “Correvano insieme, loro due. Ma l’altro discepolo corre avanti più veloce di Pietro. Arriva per primo al sepolcro. Si china, scorge le bende per terra. Ma non entra. Anche Simon Pietro arriva al sepolcro. Entra e osserva le bende per terra, e il sudario per coprire il capo, non per terra con le bende, ma a parte, piegato in un angolo. Entra allora anche l’altro discepolo, quello arrivato per primo al sepolcro: ed ecco, vide e credette” (Gv. 20,3-8).

L’evidenza che ha paralizzato Maria provoca nei due discepoli un movimento. La corsa è il simbolo della ricerca. Ma non ogni ricerca porta a “vedere e credere”. Il Vangelo mostra l’amore di una relazione come una “corsa veloce”, un chinarsi a scorgere segni e comprenderne il significato. Uno spazio riflessivo, una sosta su “quel lenzuolo appiattito”. E’ un indizio importante, in contrasto con l’evidenza di un “cadavere rubato”. Il discepolo amato da Gesù scorge un particolare che sembra insignificante; la percezione di chi cerca amando è acuta, sa “vedere e credere”, coglie anche le sfumature che l’evidenza vorrebbe smentire. La relazione viva con il Signore conduce il discepolo ad una certezza: la vita non può dissolversi nella morte dopo aver fatto l’esperienza della figliolanza con il Dio vivente. Noi subiamo la morte, ma Dio non è prigioniero di questa fragilità…

Il discepolo amato vive nel tempo questa relazione “originaria” che restituisce alla vita.

…”Alla sera dello stesso giorno Gesù Risorto prende il posto nella comunità : “stette in mezzo”. Lui, presente, nella sua condizione di morto e risorto, “mostra le mani e il costato”. E’ la manifestazione della pienezza sorgiva della sua condizione; egli sta al centro con la forza della sua morte e risurrezione (cf. Gv. 20,19ss.).

Viene come risorto e “alita lo Spirito su di loro”. Non più il soffio che dà vita al fango (come in Gen. 2,7)ma un soffio che ricrea l’umanità, trascinandola dalla condizione di fragilità a quella della figliolanza e fraternità.

Tommaso detto Didimo…

Didimo significa gemello. Tommaso è gemello della nostra umanità, diffidente, curiosa, ostinata… Tommaso non è con il gruppo quando viene Gesù (cap. 20,24) e non si fida di quelli che gli dicono “abbiamo visto il Signore”. Si parla facilmente di incredulità, ma potremo arrischiare di dire che egli ci provoca a non “fare affidamenti impersonali”… La rivendicazione di Tommaso si esprime con: “Se non vedo, se non tocco, se non metto la mano, allora non credo” (Gv. 20,25)…; non gli basta la mediazione degli altri fratelli.

Gesù lo richiama, pure acconsentendo alla sua richiesta dicendogli “non essere più incredulo, ma credente”. Un altro movimento della ricerca del Risorto, un dinamismo affascinante segnato da un equilibrio fragile, in cui la mediazione dell’annuncio e la responsabilità della ricerca personale sono entrambe  necessarie e sempre da tenere legate.

La fede della chiesa dipende da questo primo gruppo di testimonianza, ma occorre anche una vera audacia, più volte richiamata nelle pagine evangeliche. E’ il coraggio della fede come itinerario esistenziale, dove “tutto di noi stessi” viene chiamato alla risposta, in un rincominciamento radicale, luminoso come la luce del Risorto, che rompe le catene della morte, che asciuga le lacrime, che rilancia umane e ragionevoli diffidenze.

Solo l’affidamento può condurci all’esperienza pasquale, alla confessione: “Signore mio, Dio mio”. E’ un legame inscindibile, personale, che ci porta oltre al desiderio di “toccare, di investigare… Tommaso ha creduto. E’ la beatitudine più grande, e questa è donata.

La cecità del pianto di Maria di Magdala lascia il posto alla luce, in questo mattino di Pasqua. I discepoli oggi, confessano che il Signore risorto è presso il Padre e al contempo “con noi”, nell’assemblea credente, come mediazione assoluta, da cui discende la forza della risurrezione. Noi ci accostiamo non con la pretesa di un contatto fisico, ma con l’affetto e la responsabilità, con la sollecitudine della ricerca che si affida a Gesù risorto. “Signore mio, Dio mio”. E’ la confessione che ci riconosce “beati”, perché credenti, pur senza aver visto!

(F.C.)

 

 

 

 

Sera del Venerdì Santo

Una pozza di sangue chiuse il conto
del giorno e dell'”affaire”,
Non arrivavano da oltre i monti più precisi indizi.
Di chi era l’epilogo? perchè epilogo lo era, di che era
occidente quel crepuscolo?
Si stampò nell’aria, si posò
al suolo gravemente
come un cerbero, come un “hic sunt leones”
quel fulgore porporino.
Sicuro era lo strappo di una perdita,
incerto ma invincibile
lo strazio di una travolgente nascita
(M. Luzi, L’opera poetica, Meridiani Mondadori, p 1112)

IMG_0004

Valter D’Agostini, 1988 – Pietà, Terracotta bronzata

GIORNI SANTI – VERSO LA PASQUA 2017

Venerdì Santo

AleppoBimbi

 

Aleppo, 2016

“Mio Dio, perchè mi hai abbandonato?”

Sotto la coltre di tenebre egli è il Dio di quegli uomini.

Dov’è la sacca tragica in fondo a cui l’uomo è più triste e soffoca in una nausea mortale?

Eccola: Cristo vi sprofonda dentro, uguale a tutti gli sventurati che hanno perduto il Padre; perchè non metteva conto che egli nascesse e morisse tra i vivi senza dividere con noi l’ora nona.

(Luigi Santucci)

 

SETTIMANA SANTA – ORARI

9 APRILE – Domenica delle Palme – (Al pomeriggio non c’è lectio biblica)
INTRODUZIONE ALLA PASQUA

Giovedì santo: Ore 7.00 Mattutino e Lodi
13 aprile Ore 12.00 Ora Media
Ore 19.30 Eucarestia in Coena Domini

TRIDUO PASQUALE

Venerdì santo: Ore 7.00 Mattutino e Lodi
14 aprile Ore 15.00 Ora Media
Ore 19.30 Liturgia della Passione del Signore

Sabato santo: Ore 7.00 Mattutino e Lodi
15 aprile ore 10.00-11.00 – Meditazione: nel presente dramamtico Dio è inerte? – La comunità grida “Dio, àlzati, svegliati”!
Ore 12.00 Ora Media
Ore 18.30 Vespri

Ore 21.00 SOLENNE VEGLIA PASQUALE

PASQUA DI RISURREZIONE

Ore 10.00 Celebrazione dell’Eucarestia
Ore 17.30 Lectio biblica e Vespri
Lunedì di Pasqua – giornata di chiusura