ESTATE 2017 – CALENDARIO

SETTIMANE ESTIVE

21-25 AGOSTO 2017

Relatore D. Flavio dalla Vecchia

Genesi 37-50: La storia di Giuseppe

Una difficile fraternità, una relazione tutta da costruire.

(Le lezioni si terranno dalle ore 20.30 alle ore 22.30).

 

SABATO 2 SETTEMBRE  (ore 10.00)

  1. Ghislain Lafont terrà un incontro sul tema:

“LA CHIESA DEL FUTURO…”

        

11-15 SETTEMBRE  2017

Relatore D. Gianantonio Borgonovo

Isaia 40-66: L’atto creativo di Dio fa fiorire il deserto.

L’amore immutabile di Dio e la sua promessa trasformano il deserto in terra paradisiaca: “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore” (Is 66,14).

(Le lezioni si terranno dalle ore 20.30 alle ore 22.30).

 

6 – 7 OTTOBRE 2017 (orario da stabilire)

Daniel Marguerat e Matteo Silvestrini

Venerdi 6 ottobre – ore 20.30 L’orizzonte e lo sviluppo della Riforma luterana (Matteo Silvestrini)

Sabato 7 ottobre – ore 16.00 “Salvati per grazia o per le opere”

(Daniel Marguerat)

 

Pentecoste

Testi biblici per la Veglia

1 Lettura: Apocalisse cap 1,9-16

Antifona: La Voce del Sinai cede il posto allo Spirito Santo che porta la legge nuova nei nostri cuori.

Salmo 28 (n 172)

 2 Lettura: Apocalisse 4,1-5

3 Lettura: Apocalisse 5,1-5

Antifona: Festeggiamo la venuta dello Spirito, perché nascendo da acqua e da Spirito, entriamo nel Regno di Dio.

Salmo 133 (n 647)

 4 Lettura: Atti degli Apostoli cap 2,1-11

5 Lettura: Dal Vangelo di Giovanni cap 16,29-33

APPROFONDIMENTO MEDITATIVO

 Secondo notturno

 Sezione meditativa: Apocalisse capp 8-13: il grido minaccioso e angosciato rivolto a coloro che costruiscono la loro casa sulla terra.

 6 Lettura: Apocalisse 8,7-12

7 Lettura: Apocalisse 9,1-11

Antifona: Ciò che sembra stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini,

                 ciò che sembra debole dal punto di vista umano è più costruttivo.

Salmo 51 (n. 197)

 Antifona: Di fronte all’insana situazione umana, Dio mostra pazienza e fedeltà.

Salmo 53 (n. 198)

Dio non si rassegna alla disperata situazione in cui l’uomo è andato a infilarsi. Egli ordina: “è necessario che tu di nuovo profetizzi sopra popoli e nazioni, e lingue e molti re”. Dio sa, e la storia lo documenta, che la sua Parola incontrerà molte difficoltà; l’ostinazione umana è lenta e difficile ad arrendersi.

 8 Lettura: Apocalisse cap 10,8-11. La vita del credente in Gesù ha un prezzo che può finire nel martirio.

 

Terzo notturno

Dal pericolo alla speranza

Tre grandi segni:

  • La donna-popolo vestita di sole e chiamata alla meta del Regno eterno.

9 Lettura: Apocalisse cap 11,19-12,2 – La donna – popolo dovrà subire il confronto con il grande drago rosso (secondo segno) e le sue incarnazioni.

10 Lettura: Apocalisse cap 12,3-4 –

  • Il drago rosso grande opera nella storia attaverso i suoi profeti di sventura, coloro che attuano logiche infernali. Ne consegue uncombattimento aspro con il discepolo di Gesù.

11 Lettura: Apocalisse 12,7-10

12 Lettura: Apocalisse 13,1-10: Prima incarnazione satanica: la Bestia del Mare, operante mediante re e potenti della terra.

– Essa vuole essere adorata,

– imporre il suo modello egoistico e corrotto

– controllando tutte le attività (organizzazione sociale, vendite e acquisti).

– L’assoluto del guadagno è una bestemmia.

13 Lettura: Apocalisse 13,13-16: Seconda incarnazione: la Bestia della Terra, i poteri politici e socioeconomici. Il sistema idolatrico, per dominare e sedurre, ha bisogno della propaganda che legittimi come progresso: guerre, affari, tratte di schiavi, leggi, organizzazione a delinquere, depistaggio per distogliere l’attenzione.

Il cristiano nella storia non può accettare che l’esistenza umana e ambientale sia compromessa; dovrà invece attrezzarsi per scoprire le manipolazioni, i condizionamenti morali, le ingiustizie che uccidono i poveri e ingrossano le diseguaglianze in tutti i settori della vita.

14 Lettura: Apocalisse 14,6-8

 Il terzo grande segno annuncia la vittoria del progetto di Dio. Babilonia la grande cade, essa aveva ubriacato gli uomini con la sua corruzione (v 8).

Cantico n 655/657

 Quarto notturno

Una visione d’insieme

Lo scenario storico, carico di pericoli non deve cancellare la speranza, né i credenti in Dio e in Gesù devono abbassare la guardia del loro impegno. “La costanza dei santi custodisce le preziose indicazioni di Dio e la fede in Gesù (Ap 14,12) finché questa nostra storia giungerà alla Gerusalemme Nuova: allora non ci sarà più notte, né morte, ma solo la Gloria-valore di Dio condivisa con i suoi figli (Ap 22,5).

15 Lettura: Dalla Lumen Gentium nn 379-381

Con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l’opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l’utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana. Così Cristo per mezzo dei membri della Chiesa illuminerà sempre di più l’intera società umana con la sua luce che salva.

Inoltre i laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l’annunzio della pace entri nel mondo.

La Parola ci guidi nella storia, con la forza vivificante dello Spirito; a noi il compito di non seppellirla nell’indifferenza, ma di custodirla con tutte le risorse che abbiamo. Lo chiediamo come dono al Signore Risorto, in questo compiersi della Pentecoste della sua Pasqua.

Veni Sancte Spiritus (n 79).

 

 

La Via

Testo di lettura di Romano Guardini

«Via» è anzitutto l’esistenza stessa. L’essere pensata come cammino è una delle sue caratteristiche di fondo: su cui si basa la possibilità che in essa si realizzi un corrispondente movimento, che venga intrapresa e perseguita l’una o l’altra direzione, che l’esistenza medesima giunga ad attuarsi. Gesù, però, non parla di tale realtà — già di per sé fonte di meraviglia e d’inquietudine: la via che Egli intende, piuttosto, fa tutt’uno con una particolare mèta, un particolare punto di partenza e un particolare movimento.

La mèta è il Padre — lo stesso che, nella discussione intorno alla verità, era apparso come il punto d’avvio del processo del suo dischiudersi. Al Padre non conduce nessuna delle strade immediatamente accessibili, rappresentate dalle cose e dalla loro configurazione essenziale; né da lui si diparte una via o un canale di rivelazione che si possano considerare universalmente percorribili, dal momento che Egli trascende il mondo intero e tutte le sue potenzialità, ed è per essenza l’Ignoto e il Nascosto — mentre il mondo è sottoposto al peccato e alla confusione che ne deriva.

Così Egli ha dovuto essere rivelato, ha dovuto farsi visibile, e ciò è accaduto nel Figlio. Allo stesso modo qui. Niente di creato è in grado di raggiungere il Padre con il solo movimento della propria esistenza: c’è bisogno di una guida, e soltanto il Figlio è all’altezza di tale compito. Compito che non consiste nell’aver Egli, finalmente, additato una prospettiva e un orientamento di per sé già inscritti nella stoffa dell’essere, e che prima di allora sarebbero semplicemente rimasti nell’ombra: la questione rimane per principio senza soluzione, se la si affronta a partire dal mondo e dalla realtà creata.

Quell’itinerario dev’essere tracciato per la prima volta, «creato» — allo stesso modo in cui il diventare manifesto del Padre ha dovuto essere concesso e attuato. Ora, questa strada è lo stesso Gesù Cristo. Come l’essere dell’Uomo-Dio è la verità medesima, e costituisce il rendersi manifesto del Padre nel mondo — così Gesù, la sua personalità, la sua disposizione d’animo, il suo parlare e agire, e anche il suo destino sono e rappresentano esattamente la via. Come chi «vede lui, vede il Padre», così chi entra in relazione con Cristo è introdotto nella comunione di pensieri e di sentimenti e nella forma d’esistenza che uniscono Gesù al Padre.

Egli riceve occhi per vedere il Padre, e il Padre  gli si fa manifesto. Si istituisce quel rapporto personale nel quale il Creatore e Signore del mondo diviene per questo uomo «il Padre»; e a questi «è dato il potere di diventare figlio di Dio» (Gv 1,12). Ne nasce una vicinanza, uno stare-presso-di-lui, una comunione nella quale il credente partecipa della vita stessa di Dio; si veda il punto, nel discorso di commiato, dove Gesù afferma: «[…] lo Spirito di verità 1…] prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede, [infatti,] è [anche] mio […]» (Gv 16,13-15).

  1. GUARDINI, Gesù Cristo. La sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni, Traduzione di C. FEDELI (Sestante 12), Vita e Pensiero, Milano 1999, pp. 202-203.

Incontro con Andrea Grillo

SABATO 27 MAGGIO 2017 – ORE 10.00

Andrea Grillo

docente di teologia (sacramentaria e liturgica)

terrà un incontro a S. Maria in Colle sul tema:

“Tornare alle fonti e tornare a essere fonti”

Ripensare insieme la Quaresima e la Pasqua, nella relazione con Dio, con Cristo e tra di noi, per giungere tutti al traguardo della Pienezza di Cristo (Ef 4,13).

DOMENICA  28 MAGGIO – SOLENNITA’ dell’ASCENSIONE

Emmaus

Omelia di P. Tarcisio Geijer, monaco certosino, Vedana (Bl) 1972

Il comportamento di Gesù riguardo ai due discepoli di Emmaus e il loro contegno verso di lui esprime assai bene le relazioni reciproche fra il cristiano e il Signore risorto. Il vangelo di oggi è infatti come il compendio dell’esistenza redenta, della vita cristiana fatta di fede, di speranza e di carità. I due discepoli sono in cammino e Gesù si unisce a loro nel viaggio. ogni cristiano è continuamente in viaggio, è peregrino in cammino verso l’aldilà. E Gesù cammina al suo fianco.

Ma questo Gesù, è un Gesù risorto, glorioso, e cammina con noi circondato da una luce inaccessibile. Perciò, come accadeva nei due discepoli, noi non lo riconosciamo, come neanche Maria Maddalena, che amava tanto Gesù, non l’aveva riconosciuto, allorché egli le apparve. Ci vuole infatti una grande fede, speranza e amore per penetrare il mistero pasquale: un cadavere non ritorna in vita e non esce fuori dalla tomba. Gesù risorge per l’intervento di Dio. E’ anche concessione divina che il Risorto appaia a un uomo e si renda visibile. La vita del Risorto non è semplice continuazione della sua vita terrena. Gesù era già risorto, ma i due discepoli sono tristi, sono delusi nelle loro speranze, l’incertezza opprimente li paralizza. Ed è anche spesse volte questo il nostro atteggiamento. La nostra fede è malferma, la nostra speranza delusa, la nostra carità è fredda. Come per i discepoli di Emmaus, tante volte ci sembra tutto invano, tutto perduto. Il Dio incarnato crocifisso che conosciamo, ci sembra vinto e impotente. Sappiamo che Gesù è risorto, ma la nostra intelligenza rimane sbarrata e il nostro cuore ottuso e pigro.

Non riusciamo a penetrare la luce della Resurrezione. Gesù risorto è entrato nella gloria di Dio, ha adesso una logica tutta divina. Ed è appunto questa maniera di essere e di agire propria di Dio che l’uomo non capisce. Dio è amore e tutto che vuole e fa è necessariamente amore. Forse è questo che l’uomo riesce così difficilmente ad accettare. La Rivelazione dice che le vie di Dio non sono queste dell’uomo e che il suo piano differisce dal nostro come il cielo è lontano dalla terra. E perciò Dio nel suo stesso amore infinito verso di noi rimane sempre vulnerabile. Noi possiamo infatti quasi sempre obiettargli: Perché hai fatto così; perché non hai impedito ciò che ci è avvenuto? Ma Dio a ciò ha sempre una unica risposta: l’ho fatto, l’ho permesso perché ti amo. E noi non comprendiamo. Siamo rattristati e Gesù potrebbe ripetere a noi ciò che diceva ai discepoli di Emmaus: O stolti e tardi a credere. Non dovreste voi forse soffrire tutte queste cose – come io l’ho sofferto – ed entrare così nella gloria? Infatti, secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù – che è anche la nostra strada – per giungere alla gloria della salvezza deve passare attraverso la sofferenza e la morte. Quando però noi ci troviamo nella sofferenza, stentiamo a credere, a sperare nella felicità, e quando siamo felici rifiutiamo di aspettare e di accettare la sofferenza.

E così il Cristo sofferente come il Cristo risorto ci rimane nascosto. Ma la strada di Gesù, sceso dalla gloria alla sofferenza, conduce solo attraverso il dolore di nuovo alla gloria. Il piano di Dio comprende infatti queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Quaggiù dunque croce e felicità, risurrezione e morte sono inseparabili. Ma nella sofferenza non siamo soli. Gesù cammina, come con i due discepoli, accanto a noi. Gesù è il nostro misterioso compagno di viaggio. I discepoli dicevano: resta con, perché si fa sera. E quante volte anche per noi si fa sera nella nostra vita: l’oscurità della sofferenza, della tentazione, della prova entra nella nostra esistenza.

Bisogna allora insistere presso il Signore: resta con noi, il nostro giorno già declina. E Gesù entra e rimane e mangia con noi. Il vangelo dice che Gesù benediceva e spezzò il pane della cena con i due. Ed è allora che si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Quella cena era il banchetto eucaristico. Spezzare il pane indica qui la celebrazione dell’ Eucaristia, quella ultima cena che Gesù mangiava con i suoi discepoli l’ultima volta prima di soffrire e morire, di sera al declinare del giorno, trasformando il convito pasquale nel banchetto eucaristico. Il racconto evangelico dei discepoli di Emmaus rende così non soltanto testimonianza a Gesù risorto, ma dà nel gesto eucaristico il Risorto medesimo vivente e presente.

L’Eucaristia è il grande segno della risurrezione del Signore, il segno da cui si riconosce che il Signore vive ed è presente fra di noi. Essa non è soltanto il ricordo della morte del Signore, ma anche della sua risurrezione e della sua permanenza in mezzo a noi. Resta dunque con noi Signore e aumenta la nostra fede, la nostra speranza e anzitutto la nostra carità.

Nel Tempo della Pasqua

IL CAMMINO E IL PASTO

IL PASTO E IL CAMMINO

La Bibbia nei due Testamenti lega la liberazione pasquale a due pasti, due conviti che annunciano l’esodo dalla casa degli schiavi e il passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13) o, come amano raccontare i Sinottici: “Ho desiderato grandemente di mangiare questa Pasqua con voi, finchè non si compia nel Regno di Dio (Lc 22,15).
Le grandi svolte della vita di Israele sono sancite da banchetti (1Sam 9,18-10,1; 1Sam 16,1-13); così la svolta del futuro è presentata col tema del banchetto (Is 25,6-10). Precedentemente la festa dell’alleanza aveva luogo sul monte: Es 24,11: mangiarono e bevvero). Anche il ricominciamento dopo l’esilio inizia con la lettura della Parola e poi con il banchetto (Neemia 8,10-12).
Il pasto e la violenza
Nella Bibbia non c’è solo il pasto e la liberazione, c’è anche l’inverso. Per vivere è necessario mangiare, ma a questa evidenza il testo sacro ne accosta un’altra: per vivere non basta mangiare, è necessario un rapporto con l’altro e smettere di mangiare l’altro, di non divorare tutto, di lasciare che anche altri mangino. (Dt 8,1-3).
L’uomo non vive solo di pane, ma dell’ascolto obbedienziale di Dio. Per vivere dobbiamo smettere anche di mangiare; il Vangelo ricorda che Gesù digiuna (Mt 4,1-4)
Il racconto dell’inizio ripropone il simbolo del mangiare con le sue limitazioni (Gen 2,15-17). La prima trasgressione avviene nel simbolo del prendere e mangiare. Mangiare significa assimilare e trasformare in umano il vegetale, l’animale. Trasformare tutto, adattandolo a sé è un gesto che può anche essere pericoloso.
La Bibbia ci porta in profondità, per capire la validità della limitazione. Essa riguarda la voracità animale presente nell’uomo. Se questa non ha limiti, finisce per annullare l’altro, non lasciare spazio all’altro, al diverso,  di violentare tutto piegandolo al proprio desiderio (Gen 3,6).
La legge alimentare che il NT sembra abolire (At 10,9-15 e soprattutto Paolo in Gal 2,16-17) invitava di fatto a convertire in mitezza la forza bruta e distruttiva della voracità umana, della cupidigia. Essa mette un freno all’uomo ingordo, al quale nulla basta (Cf Lc 12,13-15).
Il Salmo 49 ammonisce che l’uomo nell’abbondanza non comprende, è come un animale. Non sorprende che il banchetto sia ambivalente e possa diventare anche simbolo dell’eliminazione dell’altro. Il Pasto diventa così celebrazione di annientamento, quando tutto è ricondotto al proprio progetto vorace (cf Gen 37,23-25a). Si ricordi il pasto dei mafiosi dopo l’uccisione del giudice Falcone nella strage di Capaci.
La Bibbia mostra una comprensione articolata e profonda, quando sottolinea la necessità altrettanto vitale per l’uomo di vivere all’altezza della responsabilità affidata da Dio all’uomo: custodire il creato (Gen 2,15-17). L’uomo sia il signore della creazione, ma senza violenza, adotti i giusti limiti, riconosca la legge della condivisione, converta in mitezza una forza che può divenire devastatrice.
A questo proposito, nel raccontare la prima trasgressione, il testo sacro denuncia l’astuzia del serpente che vuole distorcere il dono gratuito di Dio, convertendolo in convenienza invidiosa, concorrenziale, non comando di Dio,  per proteggersi e non per proteggere l’uomo. Il testo svela la logica falsa del tentatore, che cerca di trasformare il comando in logica di rivalità. Ecco la nudità del serpente, che rende nudi. Dio non è un concorrente dell’uomo come il nudo, il liscio (serpente) vuol far apparire. La logica concorrente porta alla rottura delle relazioni vitale e favorisce la vittoria del violento e della morte.
Il simbolo del Pasto
Questo simbolo si mostra complesso: devi mangiare per vivere, ma rispetta anche i limiti imposti dal tuo bisogno, come possibilità di vita. Nel comando divino comprendi l’aiuto per sconfiggere la tua cupidigia, perché la voracità può ferire tutto. Concedersi tutto, credere che puoi tutto, varcando ogni limite, è bramosia infernale.
Il comando divino è punto centrale del racconto delle origini e del compito di signoria dell’uomo rispetto al creato. Il gesto di prendere e mangiare, raffigura emblematicamente la dinamica del cupido, dell’ingordo, di colui che brama infinitamente (Gen 3,6), distorcendo il senso del comando, per giustificare la legge del bramare. Prendere e mangiare necessità allora della logica dell’inganno.
La cena allora inaugura la rottura e la morte. Il desiderio totalizzante rende insopportabile ogni limitazione. Tutto allora viene legittimato, anche la trasgressione.
Questa logica apre gli occhi? Nell’abbondanza (Sal 49) l’uomo non capisce, è come l’animale, anzi troverà chi lo loda. Ti loderanno perché ti tratti bene, sai fare. Attenzione: te ne andrai nel regno delle tenebre (Sal 49,19). Chi fa capire che l’uomo è nudo? Chi lo aiuterà ad abbracciare la sapienza dell’essenzialità, della logica solidale del dono?
Chiediamo a Dio che ci doni l’attitudine obbedienziale come voce più forte dell’istinto, che ci scavi l’orecchio per capire ciò che nella vita crea davvero problemi, che ci apra alla disponibilità di accogliere riflessioni intelligenti, legate alla sapienza, imparando modelli nuovi di uomini.
IL PASTO CHE APRE IL CAMMINO DI LIBERAZIONE – Es 12-13
Dal cap 2 di Esodo fino al cap 11, è narrato il progetto di liberazione divina e la sua attuazione per mezzo di Mosè. Un lungo racconto di esortazioni e tentativi di realizzazione. Piaga dopo piaga, il faraone resiste; il popolo vede peggiorata la sua situazione e chiede di essere lasciato nella sua condizione. Il progetto di liberazione sembra non approdare a nulla, ma di aggravare il rapporto schiavi-padroni.
La trattativa giunge al punto di rottura(11,1). Ora si attende l’evento e l’uditore ne aspetta il racconto. A sorpresa invece vengono impartite in tutti i dettagli le norme per preparare un pasto (12,1-13,16).
Il pasto sarà soglia tra schiavitù e liberazione. Il rito pastorale del Sangue dell’Agnello inaugura il Nuovo che dovrà accadere. Un’altra sorpresa riguarda le prescrizioni particolareggiate del come preparare e del come mangiare la Pasqua, poi il comando di ripetere nel futuro il rito per rivivere l’evento, ma l’autore non racconta che il pasto fu consumato.
E’ il Sacrificio della Pasqua (12,26) per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto e colpì l’Egitto. E’ Memoriale (zikaron) per sempre; va celebrato con un rito (12,14);
13,3     Ricordati di questo giorno
13,5     lo celebrerai (vivrai) anche nel paese che Dio ti ha promesso;
13,8.14 Quando il figlio ti chiederà:  perché? Tu lo spiegherai: a causa di ciò che il Signore ha fatto per me (non al passato); la liberazione è sempre in atto. Evento vivo, incisivo (Memoria), da non dimenticare perché se ora vivi ciò dipende dalla forza sprigionata dalla Memoria-Evento.
La smemoratezza sarebbe imperdonabile. Ricorderai l’evento con una ritualità offertoriale, perché tu capisca che quello che possiedi e vivi non è principalmente il frutto della tua fatica, ma è un dono che ricevi in continuità; riconoscilo! (13,11-16). La liberazione non è ancora compiuta, per questo preparati e sempre incomincia a viverlo. E’ liturgia da invocare e inverare.
La memoria è sorgiva e avvia il cammino di liberazione; è la forza e la luce del cammino. Dio ti strappa dalla casa degli schiavi e dalla morte. Il tutto della liturgia è consegnata nella simbologia della Notte (12,2), confine del tempo della schiavitù, fine della maledizione e inizio dell’alba, del giorno di speranza e di vita. Le prescrizioni rituali sono mescolate alla spiegazione degli effetti, delle conseguenze e dell’obbedienza richiesta per incominciare a vivere la liberazione.
Il pasto non è consumato, l’autore annota che il popolo eseguì le prescrizioni. La Pasqua è evento da accogliere ed obbedire, mai interamente assimilato: è confine, soglia fra la notte e il giorno creato dal Signore (Sal 118,24): “Rallegriamoci in esso ed esultiamo”. Il Pasto-Memoria dell’evento di liberazione ha il potere di distruggere le forze oscure della schiavitù.
La novità pasquale avrà sempre la caratteristica e il sapore del dono: del giorno che viene e della fine della sofferenza; perciò essa è speranza e vita.
Rito da celebrare, da mangiare, da assimilare per camminare, esperienza sempre in atto e mai compiuta. La meta è alla fine. Il prezzo della libertà è costoso, lo ricorda il rito del sangue; ci espone alle nostalgie, ai ritorni rassicuranti del passato (cf Es 14,10-12). La liberazione non rompe subito l’inclinazione degli elementi seduttivi che schiavizzano.
L’ordine di preparare il pasto si ripete:     12,21-28
Liberazione e partenza notturna:              12,29-42
Altre prescrizioni rituali:                             12,42-49
Rievocazione della liberazione:                   12,50-51.
Il tutto è sempre collegato al Pasto, da cui sgorga la forza di liberazione. La Pasqua inaugura e fluisce in un evento permanente: deve essere rivissuto di anno in anno.  La coscienza del narratore attesta così che la liberazione proclamata e vissuta nel pasto non  è mai interamente compiuta, la si riceve affinchè giunga a compimento.
L’Agnello sacrificato è simbolo di un paradosso: la vita è garantita dall’immolazione. In Giovanni e nei Sinottici la si chiamerà amore infinito: la vita viene dal dono.
Il dono di un agnello giovane, senza difetti, ecco la simbologia della vita liberata. Il testo offre così la prospettiva infinita della vita pasquale. L’avvenire è prodotto, reso possibile dal dono illimitato e dalla fede che accoglie e si affida all’evento. Il popolo è messo in cammino, il pasto spalanca la porta, finisce la Notte, si avanza verso il giorno.
Quello che sembrava impossibile da superare, si piega davanti alla forza di Dio: il Mare che custodisce le forze del caos diviene la Via (Sal 77.89).
Dell’Agnello tutto deve essere consumato, perché è la fine di un’epoca e l’energia del futuro di Dio (12,10).
Il passato verso il futuro è presentato anche dal rito agricolo (Massot) 12,17;
Memoriale da vivere  (Zakkar)12,14
E da custodire (Samar) 12,17; 12,24-25.
Ecco l’evento della vita, occorre che una parola autorevole ed esperienziale sappia spiegare e trasmettere il significato del rito e dell’evento che in esso rivive.
Un’esperienza da trasmettere, per dire come nasce un popolo libero che cammina verso la terra e sfugge alla Morte. Il Rito e l’esperienza devono suscitare domande: per due volte è narrata la scena in cui il figlio vuole sapere perché si ripete il pasto e quale è il suo significato: 12,26-27: che cos’è questo servizio per voi? (13,14).
Le domande vengono fatte perché il significato del rito non è evidente e verrebbe ignorato se qualcuno non lo raccontasse e non lo esplicitasse: ecco l’Haggadà , il racconto del padre al figlio (13,8) per riconoscere l’azione di Dio in corso. Il Pasto pasquale offre l’occasione per capire come Dio continua a passare e liberare. L’identità di un popolo: il frutto di una liberazione, un popolo in cammino verso la libertà e la vita.
La forza? Un amore che si immola.
 
Firmino Bianchin

 

 

 

 

Sera del Venerdì Santo

Una pozza di sangue chiuse il conto
del giorno e dell'”affaire”,
Non arrivavano da oltre i monti più precisi indizi.
Di chi era l’epilogo? perchè epilogo lo era, di che era
occidente quel crepuscolo?
Si stampò nell’aria, si posò
al suolo gravemente
come un cerbero, come un “hic sunt leones”
quel fulgore porporino.
Sicuro era lo strappo di una perdita,
incerto ma invincibile
lo strazio di una travolgente nascita
(M. Luzi, L’opera poetica, Meridiani Mondadori, p 1112)

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Valter D’Agostini, 1988 – Pietà, Terracotta bronzata

GIORNI SANTI – VERSO LA PASQUA 2017

Venerdì Santo

AleppoBimbi

 

Aleppo, 2016

“Mio Dio, perchè mi hai abbandonato?”

Sotto la coltre di tenebre egli è il Dio di quegli uomini.

Dov’è la sacca tragica in fondo a cui l’uomo è più triste e soffoca in una nausea mortale?

Eccola: Cristo vi sprofonda dentro, uguale a tutti gli sventurati che hanno perduto il Padre; perchè non metteva conto che egli nascesse e morisse tra i vivi senza dividere con noi l’ora nona.

(Luigi Santucci)

 

SETTIMANA SANTA – ORARI

9 APRILE – Domenica delle Palme – (Al pomeriggio non c’è lectio biblica)
INTRODUZIONE ALLA PASQUA

Giovedì santo: Ore 7.00 Mattutino e Lodi
13 aprile Ore 12.00 Ora Media
Ore 19.30 Eucarestia in Coena Domini

TRIDUO PASQUALE

Venerdì santo: Ore 7.00 Mattutino e Lodi
14 aprile Ore 15.00 Ora Media
Ore 19.30 Liturgia della Passione del Signore

Sabato santo: Ore 7.00 Mattutino e Lodi
15 aprile ore 10.00-11.00 – Meditazione: nel presente dramamtico Dio è inerte? – La comunità grida “Dio, àlzati, svegliati”!
Ore 12.00 Ora Media
Ore 18.30 Vespri

Ore 21.00 SOLENNE VEGLIA PASQUALE

PASQUA DI RISURREZIONE

Ore 10.00 Celebrazione dell’Eucarestia
Ore 17.30 Lectio biblica e Vespri
Lunedì di Pasqua – giornata di chiusura