Programma 2019-2020

“Bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola […] E’ indispensabile che la Parola di Dio diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale.[…] Lo studio della Sacra Scrittura dev’essere una porta aperta a tutti i credenti.“Non affoghiamo il Vangelo in un mare di parole a cui l’odierna società ci espone” (cf Evangelii gaudium.

Giovedi 24 ottobre     ore 19.00 Celebrazione Vespri -Eucarestia (40 anni di vita monastica)

31 ottobre – ore 20.30 – Veglia di Mattutino per Solennità dei Santi

1 Novembre – si riapre con la celebrazione Eucarestia orario festivo

Sabato 9 novembre  ore 16.00 – Incontro con Daniel Marguerat

“GESU’ DI NAZARET: VITA E DESTINO

Daniel Marguerat, pastore della chiesa evangelica, esegeta e biblista, dal 1984 al 2008 è stato docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Losanna.

Domenica 10 novembre (9.30) Celebrazione eucaristica (Omelia di Daniel Marguerat)

LECTIO DI AVVENTO (1 – 8 – 15 dicembre) – ore 16.30 – 18.00

“QUANDO DIO MANDO’ IL SUO FIGLIO

L’invio del Figlio di Dio costituisce la pienezza del tempo (Gal 4,4)

Venuta e presenza di Cristo Signore. La dimensione dell’attesa è specificata da Paolo in 1Ts 4,17

con “andargli incontro”.

– La sovranità di Dio apportatrice di grazia è a nostra portata (Mc 1,15). Tutti gli eventi sono per noi, per i quali arriva e si compie la pienezza del tempo (1Cor 10,11).

– Cristo è il nuovo umanesimo e chiama la nostra responsabilità.

TEMPO NATALIZIO

24 dicembre:   ore 21.30         VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

25 dicembre:   ore 10.00         Eucarestia

Ore 18.00        Celebrazione dei Vespri

26 dicembre – giorno di chiusura

31 dicembre:   ore 21.30 (Ottava di Natale)  VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA 

1 gennaio 2020: chiuso

2-3 Gennaio 2020 (Ore 20.30-22.15)

Sabato 4 gennaio (con orario da definire)

 I VANGELI DELL’INFANZIA: INCONTRI SERALI CON PROF. MASSIMO GRILLI

Direttore Dipartimento N. Testamento Pontificia Università Gregoriana (Roma)

5 gennaio                ore 18.30 Primi Vesperi di Epifania

ore 20.30 Mattutino

6 gennaio                    EPIFANIA –– ore 9.30 Eucarestia

 

APERTURA DEL TEMPO QUARESIMALE

26 febbraio     LE CENERI – Celebrazione ore 19.00

LECTIO DOMENICALI DI QUARESIMA – (17.00 – 18.30)

(1-8-15-22-29 marzo)

IL MOMENTO SUPREMO DELLA PIENEZZA DEL TEMPO

Nel Sangue di Gesù e nella risurrezione si sono giocate la salvezza e il traguardo del mondo. Dio riserva all’uomo l’unica vera sorpresa della storia, preparando per l’umanità e il cosmo il futuro, che in Gesù Cristo già ora sta divenendo.

Venerdì 20 marzo – ore 20.30 – Veglia di Mattutino

Sabato 21 marzo – S. Benedetto – ore 8.00 Lodi – Eucarestia

5 aprile – DOMENICA DELLE PALME

Prologo Pasquale

9 aprile Giovedì Santo: 19.00 La Cena del Signore  

TRIDUO PASQUALE

10 aprile Venerdì Santo ore 19.00  Celebrazione della Passione

11 aprile Sabato Santo: 9.30    Meditazione: Alla vita di peccato deve opporsi ora la vita secondo il Vangelo

ore 21.30 VEGLIA PASQUALE

Domenica 12 aprile:          PASQUA DI RISURREZIONE

Ore 10.00 – Eucarestia

Ore 18.00 – Vesperi

Lunedì dell’Angelo: Giornata di chiusura

Sabato 23 maggio ore 20.30  VEGLIA ASCENSIONE

Domenica 24 maggio.            ASCENSIONE (Eucarestia ore 9.30)

Sabato 30 maggio ore 20.30  VEGLIA DI PENTECOSTE

Domenica 31 maggio             PENTECOSTE (Eucarestia ore 9.30)

Venerdì 19 giugno     S. Romualdo

SETTIMANE BIBLICHE ESTIVE (AGOSTO)

 (Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

3-6 agosto 2020

con Don Flavio dalla Vecchia (Biblista diocesi di Brescia)

Il Libro del Levitico.

Quattro grandi temi per un cammino identitario: culto, santità, autenticità. Leggi sociali per la giustizia. 

24 – 27 agosto 2020

 (Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

con Don Gianantonio Borgonovo (Biblista diocesi di Milano)

GEREMIA (seconda parte)

Non come l’alleanza dei Padri che mi hanno considerato un padrone…”

Altre iniziative verranno segnalate a tempo debito.

 

 

 

Padre nostro: testi di P. Tarcisio Geijer, monaco certosino

Ritrarsi per l’ascolto della  sua Voce. Sono stagioni di grida e parole, di presenzialismo.Sono giorni, stagioni, ma è la storia, col suo carico di violenza, di morte, di disumanità ormai capillare…

Ritrarsi, Accogliendo la “nudità” della Sua Parola. Si batte la polvere per innalzarsi, ci si prostra a sguardo basso a tante Voci. Si inseguono le ultime novità, affannati, anche a dire di Dio. Ritrarsi e credere in Lui, nel Figlio, che “testimonia” la vita divina. Quanti, quali passi occorrono, e silenzio, per lasciargli posto nella vita… 

TESTI TRATTI DA OMELIE E LETTERE DI PADRE TARCISIO GEJIER, MONACO CERTOSINO

Dio sa molto meglio di noi cosa occorre per noi per amare veramente e essere felici.

Dio immenso, eterno potrebbe spaventarci per la sua grandezza e trascendenza, se il Vangelo non ci parlasse di lui come di quel Padre di immensa bontà e di amore infinito. Egli è colui che al dolore procurato per la partenza  del figlio risponde restando sempre in angosciosa attesa del suo ritorno, e stava spesso alla vedetta. Ed ecco, stavolta, vedendo il figlio già da lontano, si commuove, si mette a correre, si getta al collo del figlio e lo bacia. Così è Dio. Dio, pur essendo amore è tremendo mistero. Ma il suo dono a noi è espropriazione nel Figlio . Lui che avendo forma di Dio non reputò una preda l’essere uguale a Dio. Annientò invece se stesso, prendendo forma di schiavo, divenuto simile agli uomini, si umiliò fino facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte in croce. .

Dio è un Dio di grazia e di misericordia. Ha la tenerezza di un Padre, è padre di tutte le misericordie.

Ci riesce difficile credere che l’amore di Dio sia una  cosa così “domestica” e familiare.  Noi abbiamo di Dio un’idea molta alta, e ci è difficile poi pensare che Dio ci ami come un pastore ama le sue pecore, manifestando per esse delicatezza, tenerezza e domesticità del suo amore. Stentiamo a riportare questo amore divino abissale, che supera i vertici dell’immaginazione nel piccolo spazio delle nostre consuetudini quotidiane. Credere a questo amore tenero di Dio è un dovere. Ma saper accettare l’amore vuol dire essere umili, poveri. Chi è orgoglioso non accetta amori o li accetta solo in quando esprimono sudditanza. Per accettare l’amore ci vuole umiltà. L’amore dono di Dio non porta con sè l’ombra della dipendenza. Dio ci ama sì come Dio, infinitamente ma è l’amore del pastore divino, non offensivo per le pecore. Sappiamo dunque di essere conosciuti da Dio, benchè noi non lo conosciamo, se non parzialmente, nella misura del nostro amore, che è sempre così modesto.

Dio non ha bisogno di nulla. Non è per sè che chiede di fare la sua volontà, ma perchè vuole il nostro bene. Dio sa nella sua saggezza infinita che la nostra felicità si ottiene ad alto prezzo: la dimenticanza di sè. E’ questo il mistero del suo amore. Perchè chiedere qualcosa a Dio che già sa ciò di cui abbiamo bisogno?

Dio nella sua immensa bontà ha cura e premura per noi, anche se noi non lo domandiamo. La sua infinita misericordia ci previene. La risposta è che domandare qualcosa ad una persona amata è segno di fiducia, di amore. Ed è come una supplica. Il mistero dell’esaudire le nostre suppliche si trova proprio nella distanza infinita tra Dio e noi. Possiamo domandare e dobbiamo domandare molte cose a Dio, anche le cose più umili. Ma c’è una cosa che dobbiamo domandare sempre e con molta insistenza: venga il tuo regno. Si tratta della definitiva venuta di Gesù nella gloria, alla fine del mondo, di questo mondo così pieno di ogni forma di egoismo e sofferenza, di ingiustizia e di mancanza di amore. Quando Gesù verrà, rimarrà solo la gloria di Dio e noi in lui.  Quando noi preghiamo: Signore venga il tuo Regno, chiediamo che si realizzi presto questa salvezza. Bisogna dunque pregare sempre e senza mai stancarci.

Talvolta sentiamo dire – o lo diciamo noi stessi – io ho pregato, ma a nulla mi ha giovato. E tuttavia ci è stato detto semplicemente: Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo e certamente lo otterrete. Colui che ha veramente capito questo invito non tacerà non vedendo esaudita la sua preghiera, ma pregherà ancora, sempre di Più. Domandate e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Così facendo l’uomo arriva ad un contatto con Dio che, ad un tratto, nella sua preghiera si inserisce questa preghiera più profonda: Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. La volontà di Dio è eccelsa e non può essere altro che amore. Ma “le mie vie sono lontane dalle vostre e i miei pensieri tanto più alti che i vostri pensieri. Perciò accade spesso che non vediamo come Dio ci esaudisca. A questo punto nessun esempio sarà più eloquente di quello di Gesù nell’orto degli ulivi. Gesù chiedeva di venire liberato dalla sofferenza del Venerdì santo, ma ottenne il trionfo del mattinod i Pasqua. Fu esaudito, ma su un piano più elevato. “non la mia, ma la tua volontà sia fatta.

Siamo sempre debitori davanti a Dio quando si tratta di amore: ma rassicuriamo il nostro cuore dinanzi a Dio; che se in qualche cosa il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro amore. Il mistero di Dio è aperto ai semplici: esso è il suo regno di salvezza e di redenzione. I semplici sono ancora i veraci, trasparenti e luminosi: a questi appartiene il Regno di Dio. Davanti a Dio vale un’altra misura. Fra grande e piccolo, tra attivo ed inerte.  Ciaò che dall’esterno può apparire debole e indigente, interiormente è pieno di forza e vitalità. E’ la potenza della vita di Dio che opera nella nostra pochezza. Il pensiero di una nostra capacità nel costruire il Regno di Dio è un inganno pericoloso e contraddetto anche dalla storia terrena.  La vita terrena di Gesù non ci lascia pensare ad una esistenza trionfale.  La via battuta dalla chiesa non è altro che il cammino tracciato da Cristo povero, oberato della croce, insultato e candidato alla morte – potenza divina sì, – ma che tace. Quanto più duramente la chiesa viene sospinta in avanti sulla via crucis, tanto più vicino si trova Cristo.

SIA FATTA LA TUA VOLONTA’

Noi non conosciamo tutto ciò che è bene per noi. Ma Dio lo sa benissimo e anche quando dobbiamo soffrire è sempre la sua mano amorosa che ci guida e il suo amore infinito che ci visita.

Bisogna avere sete della sua volontà. Sarebbe un male di non sentire più questa sete. Purtroppo è ancora vero che il cristiano può perderla. Si perde con una vita ripiegata su di sè, amando nè Dio nè il fratello, contentandosi di essere sazio di sè. La sete del cuore umano infatti è sempre una sofferenza e difficilmente l’uomo può portare questa sofferenza con umiltà e costanza. Perchè questa sete, questo desiderio del cuore possa rimanere aperto a tutte le offerte dell’acqua della grazia, ci vuole molta purezza del cuore, molto disinteresse, molto distacco dalle cose terrene, che pretendono di dissetare senza averne la capacità.

Eppure siamo così deboli e così incapaci di portare a lungo la sete profonda dell’amore alla sua volontà, che se Dio non ci dà la grazia di riconoscere l’acqua adatta, noi la degradiamo, abbassandoci su quella delle umane soddisfazioni. Siamo fatti per Dio e cerchiamo lui, è il mistero della sete del cuore umano.

Non c’è per la creatura altra alternativa che naufragare in questo abisso di salvezza o in quello della propria solitudine. La sua volontà è severa, esige e comanda. Mentre l’incredulità ci permette di indugiare nei nostri diletti in cui siamo adagiati come in una comoda dimora. Dio si rivela per amore, l’uomo crede per amore; e l’amore impone l’adesione ad un Dio che si rivela padre, fratello, amico, perdono, beatitudine. La fede è misteriosa, un salto nello sconosciuto. Vedere con gli occhi della fede è vedere con gli occhi di Dio. E questo cambia la nostra vita, la nostra maniera di amare e di sperare; la nostra maniera di soffrire e di essere felici. L’uomo non può mai impedire Dio di amarlo infinitamente.

NON FARCI ENTRARE IN TENTAZIONE….

Talvolta sembra che ci lasci soli; egli vuole, misurandoci da soli a soli con le difficoltà, che ci rendiamo maggiormente conto della nostra impotenza e insufficienza, e d’altra parte vuole esercitarci nella fede, nella fiducia in lui. Il Signore non ci abbandona, soltanto si nasconde e nasconde nell’oscurità anche l’opera sua. E’ allora il momento di credere, credere fortemente e attendere con umile pazienza e con piena fiducia. … Mentre non nega consolazioni sensibili e segni più o meno palpabili della sua presenza ad anime ancora titubanti nella fede, spesso conduce per vie del tutto oscure coloro che si sono dati a lui in  modo irrevocabile e sulla cui fede sa di poter contare.

Dio è Padre, ad ogni anima che lo cerca con sincerità non nega quanto è necessario per sostenere la sua fede, ma spesso rifiuta ai più forti quello che concede ai più deboli.

Non siamo esenti dalla sofferenza, ma possiamo soffrire in maniera nuova. “Gesù ci chiede di portare il suo giogo”. Peso preparato dal suo amore. Non smisurato, ma adatto alla capacità di ognuno. In questo senso S. Paolo ha detto: Dio è fedele così che non permetterà che siamo tentati al di sopra delle nostre forze, ma al tempo stesso della tentazione ci assicurerà anche il successo, sì da poterla tollerare.

Il Dio incarnato crocifisso che conosciamo ci sembra vinto e impotente. Sappiamo che Gesù è risorto ma la nostra intelligenza è sbarrata e il nostro cuore pigro ed ottuso. Non riusciamo a penetrare la luce della Risurrezione.

Perciò Dio nel suo stesso amore infinito verso di noi rimane sempre vulnerabile. Noi non comprendiamo. Siamo rattristati e le parole rivolte ai discepoli di Emmaus potrebbero essere rivolte a noi: Stolti e tardi a credere. Non dovreste voi soffrire tutte queste cose – come io ho sofferto – ed entrare così nella gloria? Quando ci troviamo nella sofferenza stentiamo a credere, a sperare… E così il Cristo sofferente come il Cristo risorto ci rimane nascosto. Il piano di Dio comprende croce e gloria, morte e risurrezione sono inseparabili.

Ma nella sofferenza non siamo soli. Gesù cammina come con i due discepoli accanto a di noi. Gesù è il nostro misterioso compagno di viaggio. I discepoli dicevano: resta con noi perchè si fa sera, e nella nostra vita si fa sera con l’oscurità della sofferenza, della tentazione, della prova. Bisogna allora insistere presso il Signore.

Rassicuratevi, dice il Signore. Non temete. Quanta lotta e quanta fatica per tenere a galla la fragile nostra esistenza terrena. Ma nel pieno delle difficoltà e delle sofferenze, quando gridiamo di spavento, il Signore è con noi, presente, amante.

Pur credendo, pur amando, pur sperando noi dubitiamo. Quando le difficoltà si ammucchiano e la burrasca flagella la nostra vita cristiana, perdiamo coraggio, cominciamo ad affondare. Se almeno allora avessimo nella nostra debolezza l’umile fiducia di gridare al Signore: Salvami….

Noi non siamo mai abbastanza umili e fiduciosi dinanzi all’operato di Dio  con noi.

Siamo subito disorientati, turbati e ci ribelliamo quando la sofferenza invade la nostra esistenza. E’ sempre un momento molto difficile quando il misterioso volere divino irrompe con la sofferenza nella nostra storia umana. L’uomo rientra nei suoi pensieri limitati, e rimane anche separato dai pensieri di Dio e comprende più nulla. Quando il Signore è lontano è sempre notte. Gli uomini sono avvolti da oscurità e tenebra, da prova e da sofferenza.

Saper attenderlo con operosa vigilanza per non perdersi nella notte dell’oblìo e della infedeltà. Egli sa che l’attesa è difficile, che vi possono essere le ore della stanchezza e del sonno. Anche allora non si dovrà desistere.

A cura di F.C.

 

 

24-27 giugno – I° Settimana biblica

Esodo cap 19-40

Dal Sinai al Santuario

con d. Flavio dalla Vecchia (biblista, Diocesi di Brescia)

Da Lunedì 24 giugno a giovedì 27 giugno 2019

Lezioni dalle ore 20.20 alle ore 22.40

Dopo le celebrazioni pasquali, riprendiamo il nostro percorso teologico-spirituale con lo studio di Esodo, cap 19-40: “Dal Sinai alla venuta di JHWH nel Santuario.

Per il credente nel Dio del Signore nostro Gesù Cristo è appassionante. La teofania del Roveto (3,1-14) riassume l’intero cammino della memoria esodica dell’Israele della fede: “Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni.  Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove si trova il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo e il Gebuseo cap 3,7-8).

La liberazione donata dovrà essere conquistata, anche se non sarà mai il risultato delle nostre opere. Il linguaggio di JHWH sembra quello del guerriero; in realtà egli si manifesta Signore del tempo e degli spazi, il suo Volto impenetrabile arde ma non danneggia.

Il cammino nel deserto (Es 15,22-18,27)

Dio, compagno di viaggio paziente e premuroso, non risparmia il popolo dalle asprezze della vita: ed ecco, delusioni e protesta. Eppure Dio si rivela nei segni provvidenziali dell’acqua, del pane per il cammino, della carne, della guida profetica di Mosè. Dio si rivela nel suo Mistero proprio nell’agire come aveva promesso (Es 3,14): “Io sono Colui che ci sarà sempre” in ogni vostra necessità, anche se velatamente, misteriosamente. L’Esodo non racconta la conquista della terra, ma l’uscita di liberazione, il cammino di purificazione, e Dio come il compagno di viaggio.

Il Sinai (Es 19-34)

La sosta al Sinai è molto ricca ed articolata: essa segna il legame di Alleanza di Dio con il suo popolo e il dono delle Dieci Parole. La liberazione e il cammino nel deserto hanno come scopo la comunione di vita con Dio; Israele è eletto a partner-tesoro suo, nell’appartenenza reciproca; ma la santità di Dio esige una purificazione e trasformazione dell’uomo proprio sulla base delle Dieci Parole.

Dio si fa presenza di cammino nella Parola, Israele matura e conoscerà la trasformazione ascoltando e facendo il dono della Parola ricevuta. La mediazione della Parola dice la vicinanza e la salvaguardia della trascendenza di Dio e il coinvolgimento dell’uomo. Così l’uomo è liberato dall’asservimento della cupidigia e dall’inganno ed è ammesso al mondo divino. Il tema della terra per adesso è lontano. L’attenzione si concentra sull’esperienza-dono del cammino.

Il peccato originale: l’idolatria (32-34). Agli ordini di preparare la dimora di Dio in mezzo al suo popolo (Es 25-31) Israele risponde costruendosi il proprio assoluto. Alla sollecitudine di Dio, riassunta in Es 19,4-8 (Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d’aquila e vi ho condotti a me (v 4). , Israele risponde con la sconfessione radicale di ciò che ha promesso e della rivelazione divina ricevuta: al Dio che agisce nella storia, Israele contrappone il proprio assoluto con la misura dei propri desideri. La scena è drammatica, ma termina con la rivelazione di Dio come presenza di perdono, di benevolenza e di capacità rigenerativa.

Dio prende possesso del Santuario (Es 35-40)

Il tormentato cammino si conclude profeticamente in modo positivo: Dio abita in mezzo al suo popolo, Dio scende dalla trascendenza per essere in mezzo, come Colui che ci sarà sempre. Potremo ricordare il Prologo giovanneo (Gv 1,1-18). Il Verbo trascendente diviene uomo e cammino in mezzo a noi.

La grazia dell’Esodo è multiforme, espressa in una grande liturgia. Le Tavole, memoria viva della Parola, la Manna, il Pane del cammino pasquale, il legame dell’Alleanza, il perdono rigenerativo e finalmente, la venuta di JHWH nel Santuario. La Teofania del Sinai e quella del Santuario illuminano il cammino esodico accompagnato dal Dio fedele, benevolo, misericordioso.

Ora l’Israele della fede e peccatore potrà riprendere il suo cammino, che necessita di continue liberazioni e trasformazioni, prima di entrare rinnovato nella terra che per l’Evento – Gesù è la Gerusalemme che discende dal cielo, pronta per le nozze col suo Dio.

Proposte formative

Le proposte formative di carattere liturgico, biblico e teologico sono finanziate, per l’anno 2018-2019 dal contributo 8per mille della C.E.I., pervenuto alla comunità monastica di Santa Maria in Colle attraverso la Diocesi di Treviso.

 

Verso la Pentecoste

Sabato 1 giugno: ore 20.30 Vigilia dell’Ascensione – Veglia di Mattutino

Domenica 9.30 – Celebrazione Eucaristica

 

Sabato 8 giugno: ore 20.30 Vigilia di Pentecoste – Veglia di Mattutino

Domenica 9 giugno: ore 9.30

Celebrazione Eucaristica presieduta da P. Ghislain Lafont

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Sabato Santo, 20 aprile 2019

1. Le donne portano gli aromi alla tomba, ma temono che il tragitto sia inutile, perché una grossa pietra sbarra l’ingresso del sepolcro. Il cammino di quelle donne è anche il nostro cammino; assomiglia al cammino della salvezza, che abbiamo ripercorso stasera. In esso sembra che tutto vada a infrangersi contro una pietra: la bellezza della creazione contro il dramma del peccato; la liberazione dalla schiavitù contro l’infedeltà all’Alleanza; le promesse dei profeti contro la triste indifferenza del popolo. Così pure nella storia della Chiesa e nella storia di ciascuno di noi: sembra che i passi compiuti non giungano mai alla meta. Può così insinuarsi l’idea che la frustrazione della speranza sia la legge oscura della vita.

Oggi, però, scopriamo che il nostro cammino non è vano, che non sbatte davanti a una pietra tombale. Una frase scuote le donne e cambia la storia: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5); perché pensate che sia tutto inutile, che nessuno possa rimuovere le vostre pietre? Perché cedete alla rassegnazione o al fallimento? Pasqua, fratelli e sorelle, è la festa della rimozione delle pietre. Dio rimuove le pietre più dure, contro cui vanno a schiantarsi speranze e aspettative: la morte, il peccato, la paura, la mondanità. La storia umana non finisce davanti a una pietra sepolcrale, perché scopre oggi la «pietra viva» (cfr 1 Pt 2,4): Gesù risorto. Noi come Chiesa siamo fondati su di Lui e, anche quando ci perdiamo d’animo, quando siamo tentati di giudicare tutto sulla base dei nostri insuccessi, Egli viene a fare nuove le cose, a ribaltare le nostre delusioni. Ciascuno stasera è chiamato a ritrovare nel Vivente colui che rimuove dal cuore le pietre più pesanti. Chiediamoci anzitutto: qual è la mia pietra da rimuovere, come si chiama questa pietra?

Spesso a ostruire la speranza è la pietra della sfiducia. Quando si fa spazio l’idea che tutto va male e che al peggio non c’è mai fine, rassegnati arriviamo a credere che la morte sia più forte della vita e diventiamo cinici e beffardi, portatori di malsano scoraggiamento. Pietra su pietra costruiamo dentro di noi un monumento all’insoddisfazione, il sepolcro della speranza. Lamentandoci della vita, rendiamo la vita dipendente dalle lamentele e spiritualmente malata. Si insinua così una specie di psicologia del sepolcro: ogni cosa finisce lì, senza speranza di uscirne viva. Ecco però la domanda sferzante di Pasqua: Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Il Signore non abita nella rassegnazione. È risorto, non è lì; non cercarlo dove non lo troverai mai: non è Dio dei morti, ma dei viventi (cfr Mt 22,32). Non seppellire la speranza!

C’è una seconda pietra che spesso sigilla il cuore: la pietra del peccato. Il peccato seduce, promette cose facili e pronte, benessere e successo, ma poi lascia dentro solitudine e morte. Il peccato è cercare la vita tra i morti, il senso della vita nelle cose che passano. Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Perché non ti decidi a lasciare quel peccato che, come pietra all’imboccatura del cuore, impedisce alla luce divina di entrare? Perché ai luccicanti bagliori del denaro, della carriera, dell’orgoglio e del piacere non anteponi Gesù, la luce vera (cfr Gv 1,9)? Perché non dici alle vanità mondane che non è per loro che vivi, ma per il Signore della vita?

2. Ritorniamo alle donne che vanno al sepolcro di Gesù. Di fronte alla pietra rimossa, restano allibite; vedendo gli angeli rimangono, dice il Vangelo, «impaurite» e col «volto chinato a terra» (Lc 24,5). Non hanno il coraggio di alzare lo sguardo. E quante volte capita anche a noi: preferiamo rimanere accovacciati nei nostri limiti, rintanarci nelle nostre paure. È strano: ma perché lo facciamo? Spesso perché nella chiusura e nella tristezza siamo noi i protagonisti, perché è più facile rimanere soli nelle stanze buie del cuore che aprirci al Signore. Eppure solo Lui rialza. Una poetessa ha scritto: «Non conosciamo mai la nostra altezza, finché non siamo chiamati ad alzarci» (E. Dickinson, We never know how high we are). Il Signore ci chiama ad alzarci, a risorgere sulla sua Parola, a guardare in alto e credere che siamo fatti per il Cielo, non per la terra; per le altezze della vita, non per le bassezze della morte: perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Dio ci chiede di guardare la vita come la guarda Lui, che vede sempre in ciascuno di noi un nucleo insopprimibile di bellezza. Nel peccato, vede figli da rialzare; nella morte, fratelli da risuscitare; nella desolazione, cuori da consolare. Non temere, dunque: il Signore ama questa tua vita, anche quando hai paura di guardarla e prenderla in mano. A Pasqua ti mostra quanto la ama: al punto da attraversarla tutta, da provare l’angoscia, l’abbandono, la morte e gli inferi per uscirne vittorioso e dirti: “Non sei solo, confida in me!”. Gesù è specialista nel trasformare le nostre morti in vita, i nostri lamenti in danza (cfr Sal 30,12): con Lui possiamo compiere anche noi la Pasqua, cioè il passaggio: passaggio dalla chiusura alla comunione, dalla desolazione alla consolazione, dalla paura alla fiducia. Non rimaniamo a guardare per terra impauriti, guardiamo a Gesù risorto: il suo sguardo ci infonde speranza, perché ci dice che siamo sempre amati e che nonostante tutto quello che possiamo combinare il suo amore non cambia. Questa è la certezza non negoziabile della vita: il suo amore non cambia. Chiediamoci: nella vita dove guardo? Contemplo ambienti sepolcrali o cerco il Vivente?

3. Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Le donne ascoltano il richiamo degli angeli, che aggiungono: «Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea» (Lc 24,6). Quelle donne avevano dimenticato la speranza perché non ricordavano le parole di Gesù, la sua chiamata avvenuta in Galilea. Persa la memoria viva di Gesù, restano a guardare il sepolcro. La fede ha bisogno di riandare in Galilea, di ravvivare il primo amore con Gesù, la sua chiamata: di ri-cordarlo, cioè, letteralmente, di ritornare col cuore, a Lui. Ritornare a un amore vivo col Signore è essenziale, altrimenti si ha una fede da museo, non la fede pasquale. Ma Gesù non è un personaggio del passato, è una Persona vivente oggi; non si conosce sui libri di storia, s’incontra nella vita. Facciamo oggi memoria di quando Gesù ci ha chiamati, di quando ha vinto le nostre tenebre, resistenze, peccati, di come ci ha toccato il cuore con la sua Parola.

Fratelli e sorelle, ritorniamo a Galilea.

Le donne, ricordando Gesù, lasciano il sepolcro. Pasqua ci insegna che il credente si ferma poco al cimitero, perché è chiamato a camminare incontro al Vivente. Chiediamoci: nella mia vita, verso dove cammino? A volte ci dirigiamo sempre e solo verso i nostri problemi, che non mancano mai, e andiamo dal Signore solo perché ci aiuti. Ma allora sono i nostri bisogni, non Gesù, a orientarci. Ed è sempre un cercare il Vivente tra i morti. Quante volte, poi, dopo aver incontrato il Signore, ritorniamo tra i morti, aggirandoci dentro di noi a rivangare rimpianti, rimorsi, ferite e insoddisfazioni, senza lasciare che il Risorto ci trasformi. Cari fratelli e sorelle, diamo al Vivente il posto centrale nella vita. Chiediamo la grazia di non farci trasportare dalla corrente, dal mare dei problemi; di non infrangerci sulle pietre del peccato e sugli scogli della sfiducia e della paura. Cerchiamo Lui, lasciamoci cercare da Lui, cerchiamo Lui in tutto e prima di tutto. E con Lui risorgeremo.

 

 


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