LITURGIA DOMESTICA – DOMENICA DELLE PALME 2020

Per chi ha il Salterio di Camaldoli:

Inno n 61.

Introduzione alla Lettura del Vangelo, in tre parti, con brevi spazi di silenzio, preceduto dalla traccia suggerita.

Di seguito suggerisco questi Salmi:

Salmo 21/22   Dio è lontano?

Salmo 12/13   Un lamento che si trasforma in preghiera

Salmo 87/88   Dio è il responsabile della sofferenza o la Via per affrontarla?

Cantico: Filippesi 2,6-11.

 

PASSIONE DI GESU’ SECONDO MATTEO

Per una meditazione liturgica- cap 26,14-27,66 

Uno sguardo introduttivo

Matteo segue sostanzialmente Marco con alcune varianti significative, preoccupato più di cogliere il significato che di riportare fedelmente la cronaca degli avvenimenti.

La comunità cristiana, fin dall’inizio, ha voluto valorizzare gli aspetti sconcertanti del martirio del Messia. I Dodici hanno sempre faticato ad entrare nel dramma di Gesù: estranei al triplice annuncio, dormirono al Getsemani, al momento dell’arresto Pietro ha una reazione violenta, infine la fuga di tutti. Giuda lo consegna per denaro: “un prezzo di sangue”; Pietro, non regge di fronte all’arresto di Gesù e, toccando il fondo della sua debolezza, dice di non averlo mai conosciuto e di non far parte del gruppo del Galileo.

I poteri politico-religiosi si sono coalizzati; il popolo viene ingannato dalle sue guide spirituali. Nelle ore tremende dei processi e dell’esecuzione del condannato alla crocifissione, Gesù è maltrattato, muore abbandonato, circondato da tenebre e nemmeno Dio risponde al suo grido.

Ecco l’inaudito: Dio scende nella “nube oscura”, non sul tempio, ma sul Messia Crocifisso, annoverato tra i briganti. Dio scende nell’abisso del fallimento del Figlio, che aveva annunciato la Signoria amante del Padre (1Re 8,10-12).

All’inaugurazione del Tempio, Salomone aveva formulato una preghiera al Dio fedele, chiedendo per il popolo di ascoltare e perdonare sempre, soprattutto quando il popolo sarebbe stato sconfitto a causa dei peccati (1Re 8,33ss.).

Sul Figlio innocente Dio tace.

Matteo presenta la nascita di Gesù, per bocca dell’angelo, come l’Emmanuele – Dio con noi – (1,23); all’ingresso di Gerusalemme Gesù è acclamato come “Colui che viene nel Nome del Signore” (21,9); sulla croce Dio è con Lui nella nube oscura. Gesù risorto prometterà di essere con noi tutti i giorni, compresi quelli oscuri delle tragedie (28,20). La fedeltà di Dio sorprende sempre e la sua presenza non è facilmente decifrabile.

PARTE PRIMA

La Cena, il Getsemani, l’arresto – Mt 26,14-56

La cena – cap 26,14-35

Dopo la triste consegna di Gesù, a prezzo di sangue da parte di Giuda, Matteo ricorda le parole di Gesù durante la Cena: “Questo è il mio Sangue versato per tutti in remissione dei peccati” (“6,28);

esse fanno da inclusione con quelle della nascita, pronunciate dall’angelo: “Salverà il popolo dai loro peccati” (1,21); Dio dona agli uomini Colui che muore rigettato; come memoria attiva: “Mangiate, questo è il mio corpo; bevete da questo calice: è il mio sangue dell’Alleanza”, versato per entrare nella negatività umana e ricostruire le fratture abissali degli uomini.

Così Gesù ribadisce, in un contesto di gioia e tristezza, la sua decisione maturata con il Padre, di donarsi completamente per gli uomini.

La preghiera al Getsemani – cap 26,36-46

I discepoli assistono a una scena sconvolgente, vedono Gesù preso come da un crollo, che prega il Padre di liberarlo, ma al di sopra della paura per quello che gli sta accadendo, chiede il dono di fare il disegno del Padre. Poi, come rinfrancato, affronta con determinazione e dice: “Si avvicina colui che mi consegna”. Dio fa entrare anche le consegne più ignobili nel suo progetto misericordioso.

L’arresto – cap 26,47-56

Le varianti matteane rispetto al Vangelo di Marco.Gesù rivolge la parola a tutti i protagonisti dell’arresto:

– a Giuda: per comprendere il senso delle parole di Gesù basta leggere il Salmo 55,13-14. Se tu fossi un nemico mi sarei nascosto, ma sei mio compagno e amico, con cui ho condiviso il cammino della missione affidatami dal Padre mio. Le tue parole “Salve Rabbi” e il tuo bacio mi feriscono più delle spade (Sal 55,22).

– A Pietro: Gesù rifiuta l’opposizione violenta, perchè non risolve, ma imprigiona gli uomini nella rete infernale. Poi Gesù continua: “Non chiederò a Dio nessun miracolo, desidero solo percorrere la sua via misteriosa (vv 38-42) compiendo le Scritture (v 54).

Il compimento delle Scritture è la filigrana caratteristica di tutto il Vangelo matteano; l’evangelista la ricorda puntualmente nei punti nevralgici. Il messaggio è chiaro: se vogliamo entrare nell’intelligenza del progetto di Dio, è necessario leggere gli avvenimenti alla luce delle Scritture, come fece Gesù e la prima comunità.

PARTE SECONDA

Il processo nel palazzo di Caifa, la morte di Giuda,

il processo del governatore romano – cap 26,57-27,26

 

Nel palazzo di Caifa – cap 26,57-75

Come gli altri evangelisti, anche Matteo sceglie ciò che ritiene importante per il discepolo. Prima del processo, i capi religiosi avevano già deciso di arrestare Gesù con inganno e di ucciderlo (26,1-3). Il processo si preannuncia come la farsa dei poteri oscuri. Gesù non è soltanto interrogato, ma anche umiliato, percosso, pur non trovando nulla contro di lui per avvalorare la sentenza già decisa. Allora il sommo sacerdote, solennemente, lo scongiura di dire se è il Messia, il Figlio di Dio. Matteo riporta la risposta di Gesù: “Tu l’hai detto”, dunque l’iniziativa è tua, essa coglie sì il punto essenziale della mia identità e missione, ma io le vivo con una interpretazione diversa, perché non inseguo finalità trionfalistiche.

Da questo momento il contrasto tra la missione del Messia divino e la sorte che le autorità religiose gli riservano, diventa violenza cieca: sputi, pugni, schiaffi, e l’accusa di bestemmia!

Morte di Giuda – cap 27,1-10

Il racconto (solo di Matteo) fa da cerniera e chiave dei processi, mentre avviene il trasferimento di Gesù al governatore romano. Per sette volte l’evangelista cita il “denaro maledetto”, e fornisce una interpretazione diversa della morte di Giuda. Solo Matteo dice che Giuda si pentì (le traduzioni, generalmente riportano il termine “preso da rimorso”) e restituì il denaro dicendo: “Ho peccato avendo consegnato il sangue innocente”. Recentemente è stata dimostrata l’esistenza di una prassi ebraica, secondo la quale i grandi peccati si possono espiare anche con l’immolazione della propria vita (si impiccò). Il sangue di Giuda merita rispetto e silenzio: perché non pensare all’estremo tentativo di unire il proprio sangue peccatore al sangue del Giusto innocente? Per una reinterpretazione diventa centrale ricordare il tema del “prezzo del sangue” (v 6) come lo definiscono le autorità con il quale poi comprano il campo del Sangue , scrivendo così sulla loro terra il crimine attestato fino ad oggi dalle Scritture: Zac 11,12-13 e Ger 32,6-9.

Il processo Romano – cap 27,11-26

L’evangelista non ha la pretesa di raccontare l’interrogatorio, la domanda di Pilato “Sei tu re dei giudei?” rivela l’accusa dei capi religiosi e l’intenzione di spostare il processo sul terreno politico. L’evangelista ancora una volta mette ordine, poi segnala al lettore un paradosso: la moglie di Pilato fa pressione sul marito, perché non condanni un giusto (v 19), mentre le autorità religiose manovrano le folle perché chiedano la liberazione di Barabba e la crocifissione di Gesù.

Pilato, sentendosi impotente, si lava le mani dicendo: “sono innocente del sangue di questo giusto”. La confessione è uguale per contenuto a quella di Giuda (27,4). La risposta delirante di tutto il popolo (non più le folle) chiede il Sangue di Gesù “su di noi e sui nostri figli”. L’interpretazione che la storia ha dato fino ai nostri giorni è tragica, era di maledizione del popolo di Israele e di giustificazione dell’antisemitismo . Oggi si chiede di ristudiare il Sangue di Gesù, perché in quel Sangue tutti hanno la vita e la salvezza. Gesù, durante la cena dice: “Il mio Sangue è sparso per la remissione dei peccati”, dunque è sangue di perdono. Dio non accetta sfide retributive deliranti. Egli è l’amore che nel Figlio sconfigge il peccato e la morte.

Lettera ai Romani:

11,1-2a –Io domando dunque: Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino.  Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio.

11,25-27Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. 26 Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati.
11,29 perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! 

11,32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

PARTE TERZA

Il supplizio della croce e la morte di Gesù – cap 27,27-66

L’esecuzione è rappresentata dal gioco macabro dei soldati che incoronano “il re dei giudei” con le spine; Gesù è crocifisso in mezzo a due briganti, al posto di Barabba, dileggiato con insulti confezionati dalla distorsione dei Salmi. Un altro modo matteano per dire: affinchè le Scritture si compiano nella vita del condannato.

Le aggiunte: “ha confidato in Dio, lo liberi, se gli vuol bene” (Sal 22,9); poi il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2) chiudono le ultime ore di Gesù.

La risposta di Dio: Egli discende nelle tenebre del Figlio, solo, schernito, fallito, morto; ora Egli è “l’unico santuario degno di questo nome” non esiste un mondo più sacro e più profano.

Non è più il tempio il luogo di accesso a Dio, né altri santuari sparsi nel mondo, ma il Crocifisso, e crocifissi, scrive profeticamente M. Grilli.

Infine Matteo scorge la nuova condizione del cammino umano, frutto della morte di Gesù e la descrive con i simboli della tradizione apocalittica.

Vorrei parafrasare liberamente la teofania del Crocifisso con quella sperimentata da Elia sull’Oreb (1Re 19,11-13).

“Non nel terremoto, non nel vento, non nel fuoco

ma nella voce del silenzio frantumato di quel crocifisso

da cui discende il perdono che porta a compimento i tempi della grazia,

squarciando non i monti, ma le nostre tombe, i nostri sepolcri

e farci uscire risorti, come aveva profetato Ezechiele (cap 37,12-13)

per essere condotti finalmente nella citta santa

della Nuova Gerusalemme che discende dal cielo (Ez 37,21b-28).

In questa prospettiva viene rivelata all’umanità una relazione senza alcun condizionamento; essa è chiamata a rendere visibile il volto di Cristo, di Dio e anche dell’uomo, colto nel suo valore più autentico (cf Ap 21,1-4.22-24).

Dio ci accompagna nei nostri contesti di prova, di esodi, di violenza, di fragilità e di nuove povertà. Egli non abbandona l’uomo nemmeno quando questi si dispera perché si sente abbandonato da tutti e da Dio stesso. Il Signore è garante della convivenza perfetta che ci attende, senza lacrime, senza aggressioni, senza sofferenza e lutto. Alla malvagità umana Dio risponde donandoci il “Sangue sparso” per il perdono e la salvezza.

Riferimento bibliografico

Vanni, con Gesù verso il Padre, ADP 2002, pp 28-57

Vanoye, La Passione secondo i quattro Vangeli, Queriniana 1983, pp 15ss

Grilli, La speranza della Croce, EDB 2017, p 56. Scriba dell’Antico e del Nuovo, EDB 2011.  Pasqua 2020, Lettera agli amici (inedito)

Michelini, Matteo, San Paolo 2013;  “Il Sangue dell’Alleanza e la salvezza dei peccatori”,           Ed Gregorian Biblical Press, 2010

N.T. Wright, Gli ultimi giorni di Gesù, San Paolo 2010

Pedroli, Dal fidanzamento alla nuzialità escatologica, Cittadella 2007, p 345ss.

Verso la Pasqua Massimo Grilli

Ci è giunta questa lettera-riflessione di Massimo Grilli, che di recente ha tenuto a S. Maria in Colle il corso sui Vangeli dell’infanzia e la condividiamo…

Care amiche e cari amici,

con una certa difficoltà ho deciso di inviarvi qualche mia riflessione sul periodo che viviamo. Siamo in una situazione in cui le parole si rivelano del tutto inadeguate. E tuttavia, pur nell’incompiutezza e nella frammentarietà, abbiamo il dovere di scambiarcele, perché il frammento ci rinvia sempre a qualcosa di compiuto, che ha un senso, anche se non ci appartiene, ma che comunque sappiamo che esiste.

La prima parola, spontanea, che mi viene sulle labbra in questa tragica circostanza è “fragilità”. Poche volte, come oggi, anche il nostro occidente, di fronte a un nemico invisibile, prende coscienza della sua caducità. Dico “anche il nostro occidente” perché, in tante altre regioni del mondo, la coscienza che il limite contrassegni la sorte dell’uomo è pane quotidiano. La malaria, ad esempio, una malattia conosciutissima e controllabile, continua – inspiegabilmente, e sotto lo sguardo indifferente dei più – a mietere quasi mezzo milione di vittime all’anno, con il coinvolgimento del 60% dei bambini al di sotto dei cinque anni. Riscoprire la caducità è principio di saggezza, perché la prima regola per venire alla luce è di non mentire di fronte ai fatti. In un momento così delicato, riconciliarci con la nostra fragilità è la condizione senza la quale nulla può ricominciare. La speranza è che tutti possiamo recuperare almeno la saggezza del giorno dopo, dato che quella del giorno prima non ci appartiene. Dobbiamo far sì che le nostre relazioni non siano più regolate dall’arroganza e dalla presunzione, ma dalla consapevolezza di condividere una condizione di base: siamo argilla fragile. È un dato costitutivo del nostro essere e niente è possibile senza questa verità. Non ho molta fiducia che in occidente, dopo questa violenta crisi, si arrivi a questa saggezza del giorno dopo, ma forse a noi credenti è chiesto di testimoniarlo.

La seconda parola che mi sgorga dentro è: “perché?”. Come Israele nel tempo, dell’esilio, continuo a chiedermi: “perché?”. Penso alle ultime parole del Crocifisso, secondo Marco e Matteo: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Perché una morte così crudele per tanti esseri umani, senza una carezza, senza una parola di consolazione, senza una lacrima delle persone care? E perché proprio i più indifesi, i più deboli: i vecchi, i malati, quelli più segnati dalla crudeltà della vita… tutti quelli che i Salmi pongono costantemente sotto le ali del JHWH, Colui che si prende cura di loro e li protegge…? Ancora una volta la Parola di Dio viene smentita dai fatti. Soprattutto in questo tempo, ho pensato spesso al romanzo dello scrittore franco-algerino Albert Camus – La peste – e all’incredulità del dottor Rieux di fronte alla sofferenza innocente; ho pensato all’indice rivolto verso il cielo: “Tu vedi, vedi, Lui tace!”. È vero che, spesso, Dio tace perché gli uomini – con la loro arroganza e il loro cinismo – lo hanno messo a tacere, ma non può essere solo questa la ragione del silenzio di Dio, soprattutto in certi momenti, quando ogni sicurezza umana è stata annientata da un virus invisibile. Ci sono tempi, nella vita – e sono questi – in cui appaiono con maggior evidenza le debolezze della natura umana, in cui ci rendiamo conto che esistono cose più importanti delle nostre consolazioni a buon mercato, dei nostri orticelli spirituali, del conoscere e affermare sé stessi. Siamo in un momento in cui abbiamo coscienza che le utopie della modernità non ci hanno portato oltre la solitudine e la morte… Ma proprio per questo – proprio perché la situazione si è fatta desolata, assurda e disperata – ci chiediamo: “perché?”. Abbiamo bisogno di una Presenza. Si sente bisogno di un amico nei giorni dell’impotenza più che in quelli dell’onnipotenza. Il potente di turno ha sempre “followers” intorno a sé, ma chi è disperato, chi è solo, non ha nessuno.  Come nel momento dell’esilio di Israele a Babilonia, in questa disperata solitudine che attraversa le nostre città e le nostre case, siamo forse chiamati a ripensare e interrogarci sull’immagine che abbiamo di Dio e dell’uomo.

A ripensare l’immagine di Dio, anzitutto. Abbiamo sempre immaginato il Dio “onnipotente”, dispensatore di benessere e di prodigi e lo abbiamo cercato nei santuari, nei riti, nei ministri della chiesa… Oggi, in questo momento decisivo, siamo senza messa, senza ministri, senza chiese… e senza miracoli. Ecco allora la domanda: non siamo chiamati a riscoprire ciò che è a fondamento della fede, il mistero che è al di là del segno, ciò che è oltre? Non sto dicendo che possiamo vivere senza segni; dico solo che, diventati ministri tuttofare, corriamo il rischio di perdere l’essenziale, di perdere Colui senza il quale i santuari, i pellegrinaggi e preti sono tromboni che risuonano e cembali che tintinnano. Non siamo chiamati in questo momento a riscoprire la Parola, la “nostalgia” della Parola e dell’Eucaristia, in una fede autentica, lontana dagli orpelli, dai fronzoli di cui l’abbiamo rivestita? Non siamo chiamati a incontrare Dio nell’unico santuario degno di questo nome: l’uomo e, anzitutto, l’uomo crocifisso? Non esiste un mondo sacro e un mondo profano: ciò che è di Dio esiste solo nelle cose profane.  Non a caso, nel momento in cui Gesù muore, il velo del tempio si squarcia e un pagano “vedendolo morire così” proclama Gesù “figlio di Dio”. Non è più il tempio il luogo di accesso a Dio (né quello di Gerusalemme, né quello dei tanti Garizim sparsi nel mondo) ma il Crocifisso, e i crocifissi: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero infermo e siete venuti a visitarmi, ero nudo e mi avete vestito…”.

Con l’immagine di Dio è necessario ripensare anche l’immagine dell’uomo e delle creature tutte. Mi ha colpito come, in questo tempo e in questo mondo così interconnesso da essere ormai quasi indistintamente votato alla vita o alla morte, sia stato detto che è fondamentale il recupero della “distanza” (almeno un metro, ci dicono!). Al momento dell’ingresso del virus nel nostro contesto italiano, stavo offrendo alla Pontificia università gregoriana un corso sul «Volto, epifania e mistero» e cercavo nella Bibbia i fondamenti di come si possa essere in comunione soltanto nel rispetto della distanza. È ovvio che la distanza non coincide con l’estraneità. Il libro dell’Esodo racconta che Dio scende verso il suo popolo, ma il popolo deve stare a distanza; anzi Mosè, il servitore per eccellenza, pur essendo il confidente di Dio, deve rimanere a distanza. La comunione non è simbiosi né affastellamento, ma relazione dialogica. La donna, nella Genesi, è presentata come una-che-sta-di-fronte all’uomo, sia perché l’essere umano è destinato a trovare il senso della “sua” vita solo di fronte a qualcuno che ci mette in questione, sia perché l’altro/a, nell’essere di fronte, è veramente un “tu” che non si può né catturare. La tentazione dell’uomo è sempre la stessa: inglobare l’Altro, invece di riconoscere che l’altro esiste prima di ogni mia iniziativa e ogni mio potere. Riconoscere la distanza, dunque, è più importante dell’empatia e del contatto immediato. Ha scritto la poetessa Candiani: “noi non sentiamo… il corpo dell’altro: non sentiamo quando sta tremando di fianco a noi, quando ha paura, quando si sente offeso e ferito. Forse il metro di distanza ce lo insegnerà?”. Vale anche per le altre creature. Purtroppo, diverse componenti che hanno strutturato la civiltà ebraico-cristiana, hanno interpretato il genesiaco “soggiogare” e “avere dominio su ogni essere vivente” in maniera fondamentalista e criminale. Oggi ci accorgiamo di essere al punto di non ritorno. Ne dovremo rendere conto a Dio e ai futuri figli degli uomini. Io spero che la diffusione di questo virus, a cui non è certamente estranea la situazione della nostra terra, ci porti tutti a un fecondo ripensamento.

È alle porte la settimana della passione-morte-risurrezione del Figlio dell’uomo, Colui che per noi cristiani incarna l’immagine autentica di Dio e l’immagine autentica dell’uomo. Gli eventi della croce ci dicono che la sconfitta, la solitudine e persino il peccato dell’uomo (sì, anche il peccato) appartengono ormai a Dio e vengono assunti nel mistero di salvezza. La notte di Pasqua, nel buio e nel deserto delle nostre chiese, qualcuno canterà: o felix culpa!  Il grande sabato – come lo chiama la tradizione orientale – quello che precede la Pasqua, è un giorno di silenzio: il giorno della tomba silenziosa e deserta. Un’antica omelia sul grande sabato attribuita a Epifanio, recita: «Oggi sulla terra c’è un grande silenzio, grande silenzio e solitudine». È il silenzio di un’ulteriore kenosis, come canta ancora la liturgia bizantina al mattutino del sabato santo: «sei disceso per cercare Adamo, e non avendolo trovato sulla terra, o Signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi!». E ancora, un’antica omelia siriaca: «Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso, l’ha chiamato: “Adamo dove sei?”, come gli aveva detto nel giardino (Gen 3,9). Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti».

Il giorno del grande silenzio diventa, paradossalmente, nel mistero di Cristo,  il giorno della Ricerca, dell’Incontro e dell’Amore. Ha scritto il testimone della chiesa confessante Dietrich Bonhoeffer: «in Gesù di Nazareth, Dio … vuole essere là, dove l’uomo non è più nulla… Dove è Gesù, c’è l’amore di Dio. Ma la documentazione comincia ad avere tutta la sua serietà, quando Gesù o l’amore di Dio… assume su di sé anche il destino che sovrasta ogni vita, la morte, cioè quando Gesù, che è l’amore di Dio, muore realmente; solo così l’uomo può diventare certo che l’amore di Dio lo accompagna e lo guida anche nella morte; e la morte di Gesù crocifisso come un delinquente mostra che l’amore divino trova la strada per arrivare fino alla morte del delinquente; e se Gesù muore sulla croce gridando: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), questo significa… che l’eterna volontà di amore di Dio non abbandona l’uomo nemmeno là dove egli dispera per l’abbandono di Dio”. Sì, Dio non ci abbandona neanche quando noi disperiamo della sua Presenza. È stato detto che ci sono bestemmie di uomini disperati che sono più accette a Dio di tante lodi di uomini benpensanti. Chi muore, in questi giorni, non ha probabilmente né la forza per maledire, né la coscienza e l’energia necessaria per pregare. È semplicemente solo. Questa solitudine però è abitata da Dio. Forse, è proprio a partire da questa solidarietà che potremo trovare la forza di nascere a vita nuova. È l’augurio che ci facciamo.

Santa Pasqua!

Massimo Grilli

V LECTIO DOMENICA DI QUARESIMA 2020

DALL’OGGI ALLA PIENEZZA DEL TEMPO

L’annuncio solenne di Gesù inaugura la missione in Galilea – Mc 1,14-1

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Non sappiamo se le parole furono pronunciate esattamente così da Gesù o se invece Marco le pose come sintesi del suo racconto. Ciò che importa per noi è che esse interpretano fedelmente il significato della missione di Gesù per l’oggi della storia e che Dio porta a compimento la Promessa donandoci l’Evangelo (Evento Buono) mediante il suo Figlio.

Per meglio comprendere l’annuncio pregnante formulato in greco col passivo perfetto, lo leggiamo nella forma transitiva: Dio porta a pienezza il tempo con un’azione che, iniziata nel passato, non sarà più interrotta per tutta la durata della storia. Dio ci dona la sua azione amante (Regno di Dio), rendendola perennemente alla nostra portata mediante l’opera di Gesù. Così facendo Dio, nel suo Figlio, inaugura il tempo nuovo (il Vangelo di Dio) con l’invito pressante da parte di Gesù di dare attenzione alla sua azione (“convertitevi”) e accogliere l’Evento Buono.[1]

Con Gesù irrompe l’azione della signoria amante di Dio nella storia.

L’affermazione resta indeterminata, ma sarà il racconto successivo a dare il volto concreto dell’azione e dell’uditorio particolare. Posta così, essa supera volutamente tutte le circostanze per arrivare fino a noi. L’evento accaduto in Galilea assume così una portata vasta perché offerto, nel tempo e per tutte le regioni a tutti agli uomini al fine di donare un significato nuovo al nostro vivere. L’annuncio di Gesù rompe con la mentalità giudiziale e punitiva del Battista, si veda in proposito il testo parallelo di Mt 3,4-11 “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.  Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano;  e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano. Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?  Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.  Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Gesù, nell’intestazione marciana mette in risalto l’azione di grazia del Signore. Non si tratta di fare qualcosa per evitare il peggio, ma semplicemente dare attenzione e accogliere l’azione divina che ci trasforma; un aspetto che spesso rimane in ombra nella catechesi. La storia del Vangelo narra che Gesù prende l’iniziativa di avvicinare tutte le persone lungo la sua itineranza, affermando: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,14-17). E Lc cap 19,10 aggiunge: “Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”.

Il filo del racconto marciano, dopo l’annuncio del programma di Gesù, ricorda la chiamata dei primi discepoli (1,16-20). Gesù intende coinvolgerli nella sua missione, che dovrà continuare anche dopo di lui; Egli li chiama non solo per se stessi, ma anche per raggiungere tutti, facendoli pescatori di uomini.[2]

Il lettore è avvertito che si tratta di una grazia a caro prezzo, infatti l’inizio della missione di Gesù coincide con l’arresto e poi il martirio del Battista. L’Evento Buono, l’Evangelo di Dio inizia col presagio della sofferenza. Gioia e gemito accompagnano l’azione di Dio nel suo Figlio, come illustra bene Paolo in Rom 8 e Mt 11,12; tuttavia nessuno sarà in grado di arrestare il cammino dell’Evangelo. Il tempo che va compiendosi non è semplicemente l’alternarsi temporale del giorno e della notte o il ritorno ciclico delle stagioni. Il tempo di Dio realizza la sua Promessa di legame eterno con l’umanità; lo ribadisce con forza Geremia, in tempi non solo oscuri, ma anche di tragedia.

Il coraggio della speranza

Ascoltiamo tre testi importanti, in cui il profeta ribadisce la fedeltà di Dio a ciò che ha promesso, e la sua volontà di non permettere che la creazione piombi nel caos distruttivo del diluvio:

1.    Ger 33,20-21+25-26

Dice il Signore: Se voi potete spezzare la mia alleanza con il giorno e la mia alleanza con la notte, in modo che non vi siano più giorno e notte al tempo loro, così sarà rotta anche la mia alleanza con Davide mio servo, in modo che non abbia un figlio che regni sul suo trono, e quella con i leviti sacerdoti che mi servono. Dice il Signore: «Se non sussiste più la mia alleanza con il giorno e con la notte, se io non ho stabilito le leggi del cielo e della terra, in tal caso potrò rigettare la discendenza di Giacobbe e di Davide mio servo, così da non prendere più dai loro posteri coloro che governeranno sulla discendenza di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Poiché io cambierò la loro sorte e avrò pietà di loro».

2.     Gen 9,9-17

«Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi
e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne.
Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne
e noi ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne.
 L’arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna
tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne
che è sulla terra». Disse Dio a Noè: «Questo è il segno dell’alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra».

Con un patto unilaterale, Dio promette la stabilità delle leggi della creazione e di non rigettare l’uomo, di non distruggere il popolo della promessa. Così il Signore risponde alle crisi storiche e alle paure. La vita non sarà estinta, anzi, l’opera creatrice e riscattatrice cambierà i tempi oscuri dell’umanità, perché Dio è il Dio delle viscere di misericordia e di vita.

3.    Ger 31,31-34

«Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

Il profeta annuncia il tempo di Gesù, l’Alleanza nuova che renderà tutti capaci di avere esperienza di Dio e del suo perdono. La promessa di speranza neutralizza il pessimismo antropologico che può insorgere nei tempi delle catastrofi globali.[3] Lottare continuamente contro il male è la manifestazione del Regno di Dio. Il male occupa ancora tanto spazio, non vuole perdere terreno e resiste alle azioni che lo contrastano.

Richiamo una riflessione di J. Sobrino su Oscar Romero, che può interessare le chiese:

“Devono “beneficare”, fare il bene, ma non solo aiutando il povero, bensì difendendolo dai suoi aggressori. E devono difenderlo non solo in questo o quell’altro ambito dei suoi problemi, ma nella totalità; e ciò deve essere certamente fatto da un’università che sia “università”, aperta per principio alla totalità. Importanti e necessari sono le istituzioni per i diritti umani, ma non bastano; i poveri devono essere difesi dal diritto. L’economia deve difendere dalla fame e combattere quanti, persone o strutture, la producono, a maggior ragione quando la povertà è la conseguenza di un sistema per produrre ricchezza. Lo stesso si può dire delle ingegnerie e della loro capacità di produrre spazi vivibili oppure disumani. Delle psicologie che orientano o disorientano davanti a ciò che avviene con la salute mentale, personale e, soprattutto sociale. Della medicina, della sociologia, della politica, della storia, della letteratura, della filosofia. E della teologia: come arrivare a conoscere e pensare un Dio che favorisce e difende la vita dei poveri, come camminare con lui umilmente nella storia e come praticare Dio, come dice Gustavo Gutierrez”.[4]

Dare attenzione al Regno di Dio e accoglierlo significa sintonizzarsi con la Sovrana Misericordia Divina, come ha fatto Gesù di Nazaret, che sempre si è offerto liberamente e radicalmente, fino a patire, al fine di realizzare il Sogno del Padre.

Due parabole, fra le tante raccontate da Gesù, illuminano Il futuro di Dio che entra nel presente

La prima:

Mc 4,26-29+30-32: Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.  Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.  Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?  Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».

Dio è al lavoro per realizzare la trasformazione profonda della storia; Gesù non è un visionario del futuro, ma con le sue parabole ci offre una lettura del dinamismo del Regno, che opera misteriosamente nel tempo:

vv 26-27a:       Un uomo semina, poi si riposa nell’alternarsi dei giorni e delle notti

v 27b:              Il seme è al lavoro e cresce; l’uomo non ne controlla la forza vitale e neppure conosce come questo avvenga.

v 28:                entra in gioco il terreno, favorendo la crescita dello stelo, della spiga e del frutto maturo.

v 29:                Finalmente compare Colui che manda a mietere. Nel Vangelo di Marco è Dio. La mietitura rappresenta il compimento del Regno di Dio (cf Mc 13,27).

La seconda:

4,30-32: Marco descrive il presente infimo e la conclusione inimmaginabile, tale è la forza nascosta dell’azione divina. Non sappiamo come agisca, arriva però la manifestazione sorprendente dell’albero dopo il suo sviluppo. Non si dà rottura tra presente e futuro, ma continuità nel dinamismo segreto, che opera e chiede all’uomo di avere fiducia e di stare persino calmo, di dormire.[5]

Far fiorire l’essere umano: la formazione dell’uomo

Nella quarta Lectio, L. Biagi ci proponeva di indagare la natura dell’uomo, ricavarne gli sviluppi e gli impegni concreti di azione; avvertiva che non si tratta “di un pensiero sbrigativo, un pensiero corto, slogan che toccano solo la pancia”. Su questo orizzonte vorrei proporre alcuni brani della Lettera agli Ebrei, per cogliere come Gesù ha vissuto e interpretato la sua avventura umana e quali sono stati i suoi punti di riferimento irrinunciabili.

L’Omelia della Lettera agli Ebrei rappresenta una sintesi teologico-spirituale ricca matura, che vale la pena rivisitare, anche solo con qualche spunto.

Il percorso umano del Figlio di Dio – cap 2,14-18

“Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

Gesù condivise la fragilità umana e affrontò il suo cammino tragico per modificare radicalmente il destino amaro degli uomini: la morte. Con la sua morte distrugge l’evento terribile che renderebbe insensato il percorso umano. L’Evento Gesù riapre il cammino verso la vita, sena limiti, nella condizione di Dio. In questa affermazione, purtroppo oscurata dalle prove, dalla paura, l’autore condensa tutta la rivelazione: dalla creazione alla Pasqua. L’obiettivo di Gesù, interpretando il progetto del Padre, è di svuotare la morte e il corteggio di tutta la sua potenza, che imperversa nella storia. Un frutto oscuro del male, che sinteticamente chiamiamo malvagità, egoismo (2,14).

Per realizzare la sua missione di soccorritore, Gesù non scelse di separarsi dagli uomini suoi fratelli, o di vivere una vita privilegiata rispetto ai poveri. No, egli visse povero; per sé non operò nessun segno potente; volle soffrire come il più miserabile dei falliti e morire come gli abbandonati. (vv 17-18). In questo quadro emergono due valori fondamentali del mistero di Dio e del suo Figlio: la docilità affettuosa al Padre, per condividere il suo amore e i suoi progetti, e la solidarietà viscerale e materna per gli uomini, percepiti come parte di sé, fratelli di sangue. Gesù è proclamato uomo misericordioso e affidabile per ciò che riguarda le cose di Dio.

Due virtù di massimo livello, che esprimono la capacità di relazionarsi in maniera unica e profonda. Il cammino del seme necessita di questi valori. Guai se nell’umanità venissero meno: assisteremmo al trionfo delle forze infernali.

Il v 18 afferma che vivere questi valori significa per Gesù soffrire ed entrare nell’oscurità della prova, ma senza venir meno alla relazione fiduciale con Dio e al compito solidale per l’uomo.

Soffrire ed essere riprovati non sono la stessa cosa. Anche nella passione Gesù sarebbe potuto infatti restare il Cristo acclamato.

La passione sarebbe potuta ancora essere oggetto di tutta la compassione e ammirazione del mondo. Nel suo aspetto tragico, la passione avrebbe potuto conservare un proprio specifico valore, un proprio onore, una propria dignità. Ma Gesù è il Cristo riprovato nella passione. L’essere riprovato toglie alla passione ogni dignità e onore.Essa non può che essere una passione disonorevole. Passione e riprovazione compendiano la croce di Gesù. La morte in croce significa patire e morire come chi è riprovato ed espulso. (D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, p. 75-76)

Il punto centrale della nostra lectio è la sezione di Ebr 4,15-5,14

La terminologia potrebbe disturbare una certa mentalità moderna, perché l’autore parla di Cristo come dell’unico sacerdote, capace di risolvere il problema dell’uomo:

avendo condiviso il dramma umano fuorchè il peccato, Egli è in grado di capire i nostri cedimenti (4,15); anzi, Cristo rivela il trono della misericordia (4,16); un servizio che ha strumenti per guarire e rilanciare la vita. Perché difendersi da questa offerta tanto necessaria? Spesso si continua a pensare al trono della Signoria di Dio come un esercizio giudiziale freddo e implacabile. Chi ha stravolto questo volto nella chiesa?

“Nessuno ha mai visto Dio, colui che vive una relazione filiale, unica per nascita e condizione ce l’ha interpretato” (Gv 1,18), diventando fragilità e percorrendo il nostro stesso pellegrinaggio esodico, sopportando la fatica della finitudine (Gv 1,14), imparando dalle cose che soffrì il valore luminoso di Dio: la sua gloria.

Riporto un commento di M. Grilli, che ci aiuta a capire il parallelismo teologico, la vicinanza di pensiero di Giovanni con l’autore della Lettera agli Ebrei contemporaneo a Giovanni (90-100 dC).

“Sì, la Parola si fece carne

E pose la sua tenda in mezzo a noi”.

Il v 14a rappresenta l’apice della parabola discendente: il momento decisivo che va letto in parallelo col v 1. All’inizio si diceva che la Parola era, ora si afferma che essa diviene; si predicava che la Parola era con Dio, ora si dichiara che è in mezzo a noi; si proclamava che essa era Dio; ora si sostiene che diviene sarx, carne! Il kai assertivo dell’inizio del v 14 segna il momento culminante del tragitto e, nello stesso tempo, invita il lettore a credere nel paradosso di una Parola che si fa carne. Perché di un vero e proprio paradosso si tratta! Il termine sarx sta qui a indicare l’uomo nella sua creaturalità, nel suo divenire, nella sua fragilità strutturale. “Ogni carne è come l’erba e ogni sua gloria è come il fiore del campo. L’erba si secca, il fiore appassisce… “(Is 40,6-7). Nessun filosofo greco si sarebbe espresso in questi termini. Bonhoeffer soleva dire che Dio si fa debole nel mondo e così ci aiuta: ci salva con una solidarietà fondata non sull’onnipotenza ma sull’impotenza, sulla condivisione della nostra condizione. Il verbo greco eskenosen contiene le tre radicali (s k n) che costituiscono la struttura portante del termine ebraico sekinah; il nome di Dio che richiama la sua dimora in mezzo al popolo. Dio che fa abitare la sua sekinah in mezzo a Israele era, allo stesso tempo, garanzia e impegno. Lo stesso Ezechiele riporta questa decisione di Dio: “Io abiterò in mezzo agli Israeliti per sempre” (Ez 43,7), E, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? La carne di Gesù è l’impegno di Dio che si rinnova, in favore di Israele e di ogni carne.

“E noi abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria dell’unigenito

Venuto da presso il Padre,

pieno della grazie della verità” (Gv 1,14b).[6]

La Lettera agli Ebrei parla di amore che ridona vita, anche dove è compromessa. Egli è qui tra noi come l’inviato della Misericordia del Padre per soccorrerci, diventando la nostra salvezza eterna (Ebr 5,7-9). Non ci resta che invocare il dono della Via vivente, inaugurata da Cristo, nostro modello esistenziale (Ebr 10,20).

Ebr 10,5-14:

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 

Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà.

 Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.

 Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

Il testo è pregnante; segnalo solo qualche passaggio. La Via esistenziale inaugurata da Gesù fonda la Nuova Alleanza, il legame eterno di Dio (cf Ger 31,31-34 ed Ez 36,16-28), e trasforma la nostra vita in obbedienza (cf Os 6,6).

L’autore della Lettera ci informa come Cristo iniziò la sua avventura umana e che cosa domandò a Dio suo Padre: “Scavami l’orecchio, dammi il dono di obbedirti (Sal 40), insegnami ogni giorno a essere il figlio dell’ascolto (Cf Is 50,1-5), per compiere il tuo disegno luminoso (volontà) come è scritto per me nel tuo libro. Questo desidero: la tua volontà diventi l’ispirazione continua delle mie scelte”.

Questa preghiera corrisponde esattamente a quanto narrano i Vangeli. La prima parola di Gesù in Lc è: “Non sapevate che io debbo essere nelle cose del Padre mio?” (cap 2,49). E l’ultima parola, che forma l’inclusione del suo vissuto: anche se sento la ripugnanza di ciò che mi aspetta, scelgo ancora il tuo disegno: “Non la mia volontà si compia, ma la tua” (cap 22,42).

E Gv 4,34: Il cibo che io cerco con assillo è di compiere la volontà del Padre e realizzare l’opera che mi ha affidato”. Dovremmo chiedere di mettere queste invocazioni al di sopra dei nostri progetti, spesso suggeriti da privilegi egoistici. In questo senso Gesù dice di nutrirsi di un cibo che noi non conosciamo.

I profeti e i Salmi contestato una religiosità formale (Is 1). Nel Salmo 50,13, Dio ironicamente deride i sacrifici di animali: “Mangio forse la carne dei tori? Gradisco il sangue degli animali o addirittura il figlio delle tue viscere?” E Michea ( cap 6,6-8) avverte: “Oh, uomo, che cosa ti chiede Dio? Non forse un salto di qualità, che consiste nel fare la mia volontà (la giustizia), amare il Bene; camminare con Dio obbedendogli”.

Il disegno di Dio ha il suo luogo privilegiato nello spazio orante del Libro, dove Dio mi parla nel dono dello Spirito, pone la sua Parola nel profondo del cuore come l’ispirazione di ogni mia scelta.

L’importanza dell’offerta esistenziale di Gesù è decisiva, perché inaugura il culto nello Spirito (cf Ebr 9,14) e realizza il Vangelo di Dio (Mc 1,15). Per questo disegno divino del Padre noi siamo santificati (Ebr 10,14). L’offerta accaduta nella vita di Gesù diviene il dinamismo che progressivamente ci rende affini ai voleri di Dio, porta a pienezza la nostra umanità nell’amore a Lui (Dt 6,5) e del prossimo (Lv 19,18), proclamati da Gesù come il primo comandamento (Mc 12,29.[7]

Questa prospettiva vertiginosa è riassunta nella rivelazione di Gesù alla Samaritana:

Gv 4,21-24: Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.  Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

Per un approfondimento appropriato segnalo “il tesoro di Giovanni”di U. Vanni, Cittadella 2010, p 108ss.

Mi limito a riportare qualche passaggio: “Il Padre cerca ed è in attesa di nuovi adoratori… secondo una modalità più alta. Essa consiste nella vita gestita dallo Spirito, il quale rende operativa in noi la ricca interpretazione di Gesù riguardo al Padre e l’opera che gli chiede. I valori divini concentrati in Gesù (la Verità, il vero umanesimo), vengono trasmessi a noi mediante lo Spirito, il cui compito è di guidarci alla Verità tutta intera (Gv 16,13). Lo Spirito è considerato come il gestore dell’umanesimo di Gesù, colui che fa intuire e dona la forza per applicare le scelte di Gesù nel nostro oggi. Lo Spirito riprende tutti gli aspetti della vita di Gesù e li pone nel nostro intimo. Le persone che accolgono senza riserve i doni tipici di Cristo, instillati dallo Spirito, sono gli adoratori che Dio cerca e vuole.

Il percorso biblico ebraico-cristiano non ci indirizza verso un cultualismo magico, oggi di ritorno sotto la sferza della paura. Non ci si serve del sacro; i profeti e Gesù hanno sempre criticato aspramente queste pratiche; basti ricordare la cacciata dei venditori al tempio (Mc 11,15-18). Ebr 10,5-14; Gv 4,21-24 ricordano il culto più alto, fatto di obbedienza al Padre e di servizio solidale agli uomini.

La vita cristiana si delinea fin dall’inizio priva di formalismi magici e di autonomie che finiscono sempre in assolutizzazioni idolatriche. Il rischio del male culturale, diceva C.M.Martini, consiste nel legittimare teorie che appaiono utili e perfino necessarie: come i nazionalismi esasperati, le violenze giustificate, ogni forma di arbitrio per difendere i propri privilegi. Tutte forme che conferiscono al male un atteggiamento rispettabile, attraente, perfino colto.[8]

“La libertà e la creaturalità quando viene creato l’altro uomo, sono legati insieme nell’amore. […] Là dove sia venuto meno l’amore per l’altro, l’uomo ha ormai la sola possibilità di odiare il proprio limite, e non desidera che avere in proprio possesso l’altra persona umana senza alcun freno, o addirittura annientarla senza alcun freno, dal momento che ora egli si richiama al suo contributo, al suo diritto. […] Questo è il nostro mondo. La grazia dell’altra persona umana, che è nostro aiuto, in quanto ci aiuta a sopportare il nostro limite, in quanto cioè ci aiuta a vivere al cospetto di Dio, in quella comunione che sola ci rende possibile vivere al cospetto di Dio, questa grazia si è trasformata in maledizione, e l’altro è diventato l’occasione di rendere sempre più esacerbato il nostro odio nei confronti di Dio; per causa sua non siamo più in grado di vivere al cospetto di Dio, egli è per noi continua occasione di giudizio. […] La forza della  vita si trasforma nella forza della distruzione, la forza della comunione si trasforma nella forza dell’isolamento, la forza dell’amore si trasforma nella forza dell’odio”.[1]

[1] D. Bonhoeffer, Creazione e caduta, Queriniana, vol 3, 1992, p 84.

Disse Pietro al pagano Cornelio: “Dio era con Gesù, il quale passò beneficando e sanando tutti coloro che erano oppressi dal male (Satana) (At 10,38). Dovremmo imparare a stare sul confine: essere vicini a tutti, e lontani per non essere omologati. Siamo infatti quelli della Via (At 9,2).

Non ci resta che accogliere l’invito di Gesù in Gv 15,5: “Rimanete in me” (equivale a seguirlo!). Questo ci permetterà di percorrere la via dell’umanesimo che porterà frutto.

L’augurio che ci facciamo, al termine di questo ciclo di Lectio quaresimali, è quello con cui l’autore della Lettera agli Ebrei chiude solennemente la sua omelia:

Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Per la preghiera:

Salmo 77/76; 39/40; 71/72; 15/16 e il Cantico di 1 Pietro 2,21-25.

I giorni che viviamo possono farci dire col profeta: E’ forse cessato per sempre l’amore di Dio? E’ finita la sua promessa?

L’enigma lo si può sciogliere guardando il percorso umano di Gesù: i punti di riferimento del suo cammino (Sal 39/40); la sua sapienza (Sal 15/16), la sua opera generosa (Sal 71/72), il suo dono, perché dalle sue piaghe noi potessimo essere guariti (Cantico 1 Pietro 2,21-25).

note
[1] R.A.Monasterio, Jesus y al tiempo, in Ricerche Storico Bibliche, n 2 EDB 2019, p 93ss.
[2] J. Delorme, in Misterium Regni, ministerium Verbi, EDB 2000, p 134.
[3] V. Lopasso, Geremia, San Paolo ed. 2013
[4] J. Sobrino, La voce del profeta, Vita e Opere del Vescovo Romero, EDB 2018, pp 79-80
[5] D. Dormeyer, Il coraggio di stare calmi in: Compendio delle parabole di Gesù, Queriniana 2011, p 518ss.
[6] M. Grilli, Il volto: epifania e mistero, Qiqajion Bose, 2019 pp 117-118
[7] A. Vanhoye, Accogliamo Cristo nostro “Sommo Sacerdote”, ed Vaticana 2008; e Vivere nella Nuova Alleanza, ADP 1995.

D. Fortuna, Il Figlio dell’Ascolto, San Paolo 2012.
[8] C. M. Martini, Che cosa dobbiamo fare? Piemme 1995, p 153ss.

IV LECTIO DOMENICA QUARESIMA 2020

FAR FIORIRE L’ESSERE UMANO (L. BIAGI)

PREMESSA E RIPRESA

Nel nostro cammino verso l’uomo, dopo aver posto alcuni riferimenti di lettura e di sfondo a partire dal messaggio evangelico e paolino – dobbiamo ora provare a delineare alcune piste di ‘formazione’ dell’uomo. In altre parole, dobbiamo anche tentare di far emergere il nostro impegno e la nostra responsabilità in ordine a un rinnovato processo di umanizzazione, dato che questo emerge come uno dei principali vettori del tempo in cui viviamo.

Una riflessione-meditazione sull’uomo è sempre anche un “prendersi a cuore di qualcosa”, dove la riflessione-meditazione significa un fermarci a lungo e con intensa concentrazione su un contenuto di vita. Considerare profondamente un problema, un argomento, allo scopo di coglierne l’essenza, indagarne la natura, ricavarne sviluppi, conseguenze e impegni concreti d’azione. Platone, in un suo dialogo, insiste sul fatto che filosofare, riflettere e meditare, vuol dire fermarsi, togliersi dalla fretta e dal fare, per mettere al centro quello che conta. Tutto il contrario del nostro impianto odierno, dove imperano il “pensiero sbrigativo”; il “pensiero corto”; la “razionalità strumentale”; il “pensiero calcolante”; gli “slogans” che “bucano il video” e “toccano solo la pancia”…

La ripresa ora deve prendere avvio da un gesto che deve inaugurare la nostra attenzione all’uomo. Questo gesto possiamo chiamarlo “epoché”, che è l’atto di ‘sospensione dell’assenso’ a quanto ora è in circolazione intorno alle nostre idee, giudizi, affermazioni sull’uomo e sulla vita, è l’atto con cui si pone ‘tra parentesi’ tutto quello che nel mondo vien dato per assodato e certo, si sospende cioè il giudizio d’esistenza delle cose, il quale obbedisce alla preoccupazione di servirsi di esse. Questo atto è un poderoso processo di liberazione dai nostri giudizi, dall’ovvio, dai luoghi comuni e dallo scontato. Da quello che di solito non mettiamo in discussione. Edith Stein però ha compreso bene questo atto di sospensione-liberazione, in un’ottica che qui ci ritorna preziosa: il primo passo che dobbiamo fare è quello di ‘svuotare sé da se stessi’. Creare “il vaso vuoto”, afferma la Stein e fare spazio in sé per l’altro e per l’Altro. Questo significa che dopo cinque secoli di consacrazione del nostro io (dall’individualismo al narcisismo, all’egosauro), ora è venuto il momento di svuotare il nostro io e anche di svuotarci dal nostro io!

Il secondo riferimento-pilastro è quello che abbiamo scoperto fin qui. Il pensiero biblico, dalla prima all’ultima pagina, ci attesta un orizzonte che forse non abbiamo ancora veramente interiorizzato. Ossia che il Dio della nostra tradizione ebraico-cristiana è un Dio ben strano, poiché egli con le sue parole e il suo agire pone ‘praticamente’, storicamente, le condizioni per “una costituzione drammatica dell’essere-soggetto degli uomini, costituzione che si attua proprio attraverso il loro rapporto con Dio”[1] (J.-B. Metz). In altre parole, questo Dio non vuole un rapporto di assoggettamento schiavistico e di sudditanza dagli uomini, né lo provoca, né lo avvalora. Anzi lo combatte e lo denuncia continuamente. Egli vuole che gli uomini escano dalle paure arcaiche e dalle costrizioni di ogni genere; non umilia l’essere-soggetto dell’uomo ma costringe l’esistenza dell’uomo, sempre di nuovo, a diventare soggetto di una storia nuova. E la prova pratica di questa sua volontà, è data dal fatto che egli è il primo e dichiarato antagonista di ogni forma di costrizione e oppressione tra gli uomini stessi. Così che la bibbia ci mostra continuamente che “la lotta per Dio e la lotta per il libero poter-essere-soggetto di tutti si svolgono non diametralmente opposte, bensì proporzionalmente parallele”[2].

E’ impressionante e insieme quanto mai significativo che questo sia anche un argomento storico-religioso. Ossia l’antropologia religiosa ci mostra ripetutamente che l’uomo solo grazie alla religione, al suo rapporto col suo Dio, è giunto a un’identità di soggetto ed è diventato attore di storia. Per cui oggi, dal punto di vista antropologico, è del tutto ragionevole pensare che con il venir meno di una qualche orizzonte religioso, sia entrata in crisi anche la nostra identità umana.

Ma va evidenziato che l’originalità del Dio biblico consiste in un passo ulteriore: creare praticamente le condizioni (creazione, liberazione dalla schiavitù, dieci parole, profezia, preghiera salmica, orizzonte messianico… fino a Gesù e alla sua morte e risurrezione, con l’orizzonte di cieli nuovi e terre nuove…) perché l’uomo risulti libero anche dalla paura del divino, dalle costrizioni religiose, e nel contempo libero anche per non essere egli stesso uno che opprime e costringe il suo simile. E’ un Dio che stringe un’alleanza con l’uomo, tramite il popolo ebraico, il cui contenuto non è un assoggettamento ma un cammino di redenzione e di pienezza. Ora, questo cammino è un cammino di umanizzazione piena (che in Gesù si fa a portata di mano per tutti, e il nostro “essere in Cristo” né è l’inaugurazione) che d’altra parte si fonda sulla paradossale lealtà di Dio. La lealtà di questo Dio infatti non si poggia sulle nostre prestazioni ma sull’obbligo con cui Dio si è impegnato verso l’umanità! L’enigma paradossale della lealtà di Dio verso di noi, è ciò che ci permette un cammino di umanizzazione piena.

Mi sembra che questo deve essere considerato l’approccio e insieme il contributo decisivo che i credenti in questo Dio possono e devono mettere in circolazione nel fare umanità nel nostro tempo. Svuotare il nostro io e partire dal Dio che rende possibile con lealtà la nostra vocazione umana.

  1. I. La proposta: non partire dall’io individuale ma dal “fondamentale”

Non si dà una conoscenza di noi stessi in maniera diretta, non si dà “una conoscenza di sé immediata, trasparente a sé” (P. Ricoeur), ma sempre in modo mediato, cioè proprio grazie agli altri, e ai segni depositati nella memoria e nell’immaginario simbolico e culturale. Dobbiamo percorrere la via lunga (non quella breve dell’io) degli altri e della simbolica culturale.

  1. a) il nostro essere è appeso al riconoscimento degli altri;
  2. b) il nostro essere è invischiato nelle rappresentazioni simbolico-culturali dal modo in cui viviamo.

Il ‘fondamentale’ è duplice

Noi siamo esseri finiti, esseri mancanti, inchiodati a cercare il senso del nostro essere al mondo. Non siamo in grado di rendere ragione di noi stessi ‘da’ noi stessi! Contrariamente a quanto ci siamo costruiti in questi ultimi tempi. Come afferma Edith Stein, “io non sono da me, da me non sono nulla, in ogni attimo mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l’essere”. Allora il primo fondamentale è che io non sono “a partire da poteri che io domino” ma sono da una “donazione anteriore di senso” che mi costituisce sia come soggetto ricevente che come soggetto critico (Paul Ricoeur). E nel pensiero biblico di Dio, noi troviamo appunto l’anteriorità di una parola costituente, la mediazione della scrittura e la storia di una interpretazione scritta e vissuta di un popolo e di una ecclesia, osserva sempre Ricoeur.

Ma proprio perché non siamo da noi, io non mi autogenero e mi autopongo, l’altra faccia del fondamentale è che possiamo fondarci ossia umanizzarci solo grazie a un riconoscimento reciproco. Come dire: siamo tutti nella medesima barca e quindi solo riconoscendoci reciprocamente possiamo avviare un nuovo umanesimo. La nostra identità è sempre dialogica, non un prodotto della chiusura in noi stessi e nelle nostre radici… Solo abbandonando l’io, uscendo dall’io, possiamo nel riconoscimento reciproco incamminarci verso l’uomo. Senza questa “ospitalità universale”, come la chiamava Kant, non è possibile far fiorire l’umano.

  1. Evidenze antropologiche

E’ grazie a questa fondazione per riconoscimento reciproco che noi possiamo apprezzare alcuni tratti che ci costituiscono, ci contrassegnano, ci distinguono e ci caratterizzano (per esempio rispetto agli animali), ma non ci chiudono e non ci inchiodano come a dei dati di “natura”, leggi naturali. Sono invece “aperti”, “plastici”, affidati alla nostra libertà e responsabilità affinché facciamo di noi stessi qualcosa di buono, di bello e di autentico.

Questi tratti possiamo chiamarli anche universali antropologici ‘donati’ ad ogni essere umano ovunque egli si trovi a condurre la sua vita. Dove fioriscono? Su un terreno molto concreto, su un tessuto umano che è fecondato da quattro agenti. Dunque quattro premesse di base, quattro evidenze:

  1. 1. L’uomo non è mai primo. Il fondamentale che ci precede è la donazione! Che fonda la nostra temporalità e storicità: siamo donati a noi stessi come un compito! Un compito promettente… Hannah Arendt dice che ciascuno di noi “inizia qualcosa di unico e di nuovo” ma anche drammatico, non garantito, non assicurato…

2-L’uomo non è mai solo perché siamo costituiti dall’alterità, dico solo due figure:

-leggiamo noi stessi come un altro! Quando parliamo di noi stessi facciamo esperienza di alterità;

-il corpo è un’altra alterità che ci abita. “Io sono un corpo che non governo mai del tutto”.

  1. L’uomo è sempre altri uomini. È quello che ci sta insegnando l’antropologia culturale odierna ma che ci sta insegnando anche la nostra esperienza quotidiana, e che non vogliamo imparare. Non siamo un bozzolo chiuso. Dagli altri esseri umani che ci hanno preceduto… siamo il frutto di un lungo processo di ominizzazione, per altro ancora in atto… Gli esseri umani che ci hanno preceduto e “creato” sono per noi fonti inestimabili.
  2. 4. L’uomo è unico e molteplice: ciascuno di noi è “originale”, “unico”, dentro una “molteplicità” inesauribile… cioè: originalità e diversità. Originali perché diversi e diversi perché originali.

Tutto dentro un orizzonte che è quello della finitezza, la quale non è una maledizione… dipende da come la cogliamo e da come la interpretiamo… oggi sicuramente la viviamo come qualcosa da cui fuggire e sbarazzarci continuamente. Oggi è questo forse per noi il nodo di tutte le questioni e i problemi… ma tutta la parabola dell’umano può anche essere letta come una elaborazione e messa in scena del nostro rapporto con la nostra finitezza…

III. Eccoci agli Universali

  1. Il primo universale antropologico è quello che si diparte dal “nostro essere carente”, incompiuto, ad esempio non nasciamo dotati di un apparato organico ed istintuale già direzionato-attrezzato per… come tutti gli altri animali. Cioè non siamo determinati dal nostro apparato organico-istintuale, il nostro apparato è quindi incompiuto cioè aperto, plastico, da educare, formare, orientare. Per esempio la sessualità ma anche l’intelligenza. Contro ogni determinismo: la dotazione bio-organica ci contraddistingue ma non ci determina, ci condiziona ma non ci inchioda né ci chiude come per gli altri esseri viventi. Allora questa carenza e questa incompiutezza cosa significa? La carenza cosa indica? Anzitutto vuol dire apertura a … un essere incompleto è aperto alla ricerca della compiutezza! Apertura è ricerca-tensione a… verso… Nascere incompiuti costituisce la fortuna di essere aperti e il dramma di metterci la nostra opera.

Questa fortuna, opportunità, promessa e apertura a… si raccoglie in quello che noi chiamiamo desiderio. Sì, il desiderio, dunque: l’uomo è essere di desiderio! Ossia è innervato da una intenzionalità escatologica ed esodica: verso l’Altro e in una costitutiva uscita da sé. Desiderio che non funziona come il bisogno. Il desiderio ci dice che la compiutezza ci attira, ci affascina, ci trascina verso un centro di cui non disponiamo. Il desiderio è apertura infinita: l’infinito che abita nel nostro finito. Generosità che scaturisce da altri e dall’altrove. La dinamica del desiderio è il “non mi basti mai” che i mistici dicono a Dio, ma che anche gli esseri umani si scambiano quando si amano.

  1. Il secondo universale antropologico è “l’uomo essere simbolico”. La simbolizzazione scaturisce dall’intima insaziabilità del desiderio: senza questa insaziabilità del desiderio non avremmo i simboli, la cultura, il linguaggio. “Se l’uomo potesse essere soddisfatto – prosegue Ricoeur – sarebbe privato di qualcosa di più importante del piacere e che è la contropartita della insoddisfazione, la simbolizzazione. Il desiderio fa parlare in quanto insaziabile domanda. La semantica del desiderio … è solidale con questo rinvio del soddisfacimento”[3]. Il simbolo è il linguaggio del desiderio. Infatti per dire quella méta infinita noi uomini abbiamo creato l’immenso-l’infinito-l’invisibile. L’immaginazione simbolica è per noi vitale, ossia, proviamo a dare un volto a quell’infinito misterioso che ci muove, senza riuscire mai a contornarlo definitivamente.

Il simbolo perché:

-è composto da un segno. Il segno ci vuole ma non possiamo fissarci su di esso;

-è composto da un significato. Il significato/il senso è inesauribile! Perché la méta del desiderio è infinita, inesauribile e possiamo dirla solo simbolicamente con la logica del rinvio. Il simbolo rinvia sempre ad altro…

  1. Il terzo universale antropologico è il linguaggio: “l’uomo è essere di parola” (E. Bénveniste).

Il simbolo è rinvio, questo rinvio ci spinge a creare linguaggi sempre nuovi, parole sempre nuove… Quindi gli esseri umani sono esseri di parola. Tra uomo e linguaggio c’è un rapporto costitutivo e non solo strumentale. Il linguaggio ci costituisce: è performativo. Le parole ci fanno essere! Dire una parola volgare o dolce non è mai senza effetti sul nostro essere. Ma ecco anche la forza del linguaggio/parola: il parlare ci colloca immediatamente in una condizione di interlocuzione, cioè di dialogo. “Noi siamo dialogo” (H. G. Gadamer). Anche quando siamo con noi stessi e ci parliamo siamo Dialogo. La nostra identità è dialogica! Si costituisce nel dialogo con…

  1. Il quarto universale antropologico è “l’uomo è essere nel tempo”.

Quando parliamo la prima forma è quella del raccontare. Narrando diamo corpo al nostro essere e al nostro essere insieme. Tramite il raccontare mettiamo a consapevolezza che:

-veniamo da un passato;

-viviamo in un presente;

-tendiamo ad un futuro.

In tal modo assumiamo il nostro essere storia ma costruiamo anche storia, è la nostra storicità.

La storicità è:

-fatta di passato, ossia di memoria/ricordare. I ricordi (bene/male) ci plasmano, siamo dentro una storia collettiva,

– un passato che interagisce con il presente che è il dramma della nostra libertà in atto. Per questo a volte il presente ci fa paura. Il presente è il dramma del discernimento e della scelta…. Che ci apre al futuro.

-apre al futuro, vissuto come promessa anzitutto, come attesa e aspirazione incessante a quella completezza. Ma rimane un futuro aperto! E perciò non è privo di minaccia.

  1. Il quinto universale antropologico è “l’homo aviator”, ossia l’essere in cammino.

Il passato ci plasma, certo, ma in nome del desiderio che ci abita noi tendiamo al futuro e abbiamo una postura: il camminare… l’uomo è l’essere sempre in cammino… noi veniamo dal cammino di uomini e donne primordiali che si sono messe in cammino dall’Africa, dall’Etiopia, fino ad arrivare nei nostri luoghi. Il nostro corpo è in gran parte bacino-gambe. In questo senso possiamo fare di noi stessi:

  1. dei nomadi: il nomade non ha una méta;
  2. dei viandanti: il viandante sta sulla via;
  3. dei turisti: colleziona e dimentica, esibisce foto ma non si incarna in niente;
  4. dei pellegrini: è un cammino verso una méta… .

È un fatto che camminare vuol dire essere vivi! Dobbiamo quindi smascherare la profonda ambiguità della metafora delle radici. La nostra identità sta nel camminare… e nel camminare s’incontra sempre qualcuno, a cominciare dall’altro che c’è in noi stessi.

  1. Il sesto universale antropologico è “l’uomo essere che agisce”, non che ‘fa’ anzitutto, ma che agisce (Aristotele) ossia prassi. Vuol dire anche vivere ed è l’augurio di poter vivere bene. L’agire oltre alla prassi è concretizzato in pratiche, per cui l’uomo non vive ma conduce la sua vita, proprio perché non è determinato come gli animali… deve condurre, guidare, costruire, orientare la sua vita. Quindi le pratiche sono opere mediante le quali diamo forma al nostro essere aperti a…

Le pratiche sono un dare forma:

  1. la cultura;
  2. i riti, i rituali;
  3. le regole di vita;
  4. il lavoro;
  5. le arti.

Costitutivo delle pratiche è l’essere in ogni caso pubbliche, comunitarie, ci esteriorizzano e ci mettono sulla scena del mondo e ci immettono in un incontro con gli altri.

  1. Il settimo universale antropologico è “l’uomo essere eccentrico”.

Il desiderio ci dice che:

-non siamo autocentrati ma decentrati;

-il centro è fuori di noi, è anche per questo che siamo sempre in cammino…

Anche se non vogliamo, siamo eccentrici e scentrati: qual è il nostro centro di gravità permanente?

L’eccentricità:

-è il nostro ex-sistere, siamo fuori, il nostro essere compiuto è sempre fuori di noi, da raggiungere e quindi siamo esposti, siamo esseri possibili;

-dice la legge utopica che ci costituisce. L’utopia cos’è? Serve a camminare e siamo sempre secondo il principio di non appagamento, principio di insoddisfazione, di non sazietà. Arrischiando l’accostamento realistico tra l’essere che cammina e l’essere utopico, dove l’Utopia è esattamente quando rifletteva Eduardo Galeano: l’utopia “è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”. (Eduardo Galeano, Finestra sull’utopia)

L’uomo è un essere escatologico e il pensiero biblico lo ha ben capito e ben espresso, nei modi più ricchi e svariati.

  1. L’ottavo universale antropologico è “l’homo donator”. Siamo eccentrici cioè fuori di noi e come andiamo fuori di noi? Con la pratica universale e fondamentale del dono. Homo donator, ossia col dono (dare, ricevere, contraccambiare) avvengono tre fatti: a. l’esodo da sé; b. la scoperta-incontro con altri; c. la nascita del legame sociale, del vivere insieme nel riconoscimento e nella reciprocità. E dal dono fiorisce un tratto peculiare dell’uomo: l’apertura a cooperare. Le ricerche antropologiche e neuro-biologiche, ci stanno insegnando che a) ciò che ci fa propriamente “umani”, specie a parte del mondo animale, anche di quello delle grandi scimmie antropomorfe, è la nostra peculiare forma di pensiero dialogico; b) il pensiero umano ha una sua precipua forma scolpita dal processo di adattamento continuato: la forma che serve a farci cooperare tra consimili; c) ergo, l’essenza adattiva umana è la tendenza alla cooperazione. “Gli esseri umani non solo comprendono gli altri come agenti intenzionali, ma si uniscono a loro anche nelle più diverse forme di intenzionalità condivisa, dalla soluzione collaborativa di problemi alla creazione di complesse istituzioni culturali”. In altre parole, l’uomo nel corso del suo processo di umanizzazione ha appreso fino ad incorporare in sé stesso, che è bene scegliere sempre soluzioni collaborative piuttosto che individualistiche. Per questo è evidente, come scrive Marshall Sahlins, che noi non siamo “condannati da una irresistibile natura umana a guardare al nostro tornaconto indipendentemente da chi abbiamo di fronte, mettendo così a rischio la stessa socialità”[4].
  2. Il nono universale antropologico è “l’homo ludens”, l’uomo che gioca!

Il gioco è il modo con cui noi vorremmo vivere insieme, grazie alla pratica del dono. Il gioco è un tratto costitutivo del nostro essere. Esso è uno speciale tipo di esistenziale accanto al lavoro, al potere, all’amore e alla morte: “L’uomo è essenzialmente un mortale, un lavoratore, un lottatore, un amante – e un giocatore. Morte, lavoro, dominio, amore e gioco formano l’ambito tensionale elementare e la base dell’enigmatica e multivoca esistenza umana”[5]. Il fanciullo che gioca è vicino al Dio che crea il cosmo giocando. E’ lunga la tradizione sapienziale, mitologica e religiosa, che assume il gioco come una delle grandi metafore per rappresentare l’atto creatore di Dio. La stessa Bibbia non si trattiene dal raffigurare la Sapienza divina creatrice come una fanciulla che danzava divertendosi nell’orizzonte di quel mondo che stava fiorendo dalle sue mani (Proverbi 8,30-31). Il cosmo dunque come espressione del “gioco di Dio” e nella mistica cristiana del gioco divino si vuole significare che “la creazione e l’incarnazione sono opere dell’amore di Dio, logico ma libero da qualsiasi costrizione”[6].

La radice linguistica che significa giocare, essere contento, scherzare;

-indica un intrattenimento allegro: stare insieme senza occupazioni, convivere semplicemente. È legato alla festa;

-creare e ri-creare, cioè costruire un altro mondo all’insegna della convivenza nella festa e nella cooperazione;

-fare le cose per niente: gratuità assoluta! Vivere per gioco vuol dire vivere senza l’oppressione della prestazione, dell’efficienza e dell’efficacia.

Possiamo quindi spingerci ad affermare che l’idea neoliberista che il movente essenziale dell’essere umano sia solo quello di massimizzare piaceri, comfort e proprietà, in una parola utilità, è ideologia pura, contraddetta dai fatti. L’homo non è solo oeconomicus e le relazioni tra individui non sono solo mercantili: c’è dell’altro che conta di più e questo altro lo cerchiamo anche nel gioco e in altre pratiche libere e gratuite[7].

  1. Il decimo universale antropologico è “l’uomo è l’essere che fa credito”, appunto perché siamo incompiuti, dobbiamo dare credito a… L’uomo si fida e si affida. È l’universale antropologico della fede-fiducia. L’uomo è un essere che ci crede, che fa credito e si accredita, che presta fede, si affida, e confida. La fiducia è la struttura invisibile che tiene in piedi tutto. E lo comprendiamo bene nella nostra vita di ogni giorno. Per questo romperla, lacerarla significa mettere in rovina quello che siamo e soprattutto quello che siamo insieme. Ed è questo il contesto proprio della verità, di quello che noi chiamiamo verità:

-ciò che noi scopriamo sempre di nuovo con tutto noi stessi (greco aletheia, in filosofia);

-ciò su cui ci appoggiamo e ci affidiamo (cultura, religione, fede, amante).

Questi due aspetti non sono in opposizione ma si completano e si liberano a vicenda! Michel De Certeau quando osserva che “il credere si presenta come un intreccio di operazioni, una combinazione di doni e di debiti, una rete di “riconoscimenti”. È per prima cosa una “tela di ragno”, che organizza un tessuto sociale”[8]. La religione si colloca al cuore della “cultura”, ed è il cuore in cui si gioca la partita del senso della “realtà ultima”. Ciò significa che l’articolazione della religione ci mette di nuovo di fronte al concetto di significato, il “concetto dominante del nostro tempo” (S. Langer). Di più: quel concetto che rinvia al darsi esistenziale, al vissuto nel quale siamo già da sempre coinvolti, e che è un altro modo per indicare quell’apertura esistenziale e quell’eccedenza che non riusciamo mai a circoscrivere.

Conclusioni

  1. L’uomo è un progetto aperto.

Questa apertura fonda nello stesso tempo la nostra libertà e la nostra responsabilità drammatica. Apertura che contiene il nostro essere come il filo d’erba che al mattino germoglia e alla sera è già seccato (salmi…). E il nostro essere “di poco inferiore a un dio” (sal.8) e nello stesso tempo “un’ombra alla sera”.

  1. L’asse centrale è il desiderio

È il vero motore: quello che ci getta al di fuori e oltre noi stessi. Oggi è anche quello più fagocitato e manipolato, per questo il primo impegno è quello di smascherare i nemici del desiderio, che sono il tutto e subito e la gratificazione ad ogni costo. Il desiderio è l’infinito nel finito: “ha un’altra intenzione – desidera ciò che sta al di là di tutto quello che può semplicemente completarlo. È come la bontà – il Desiderato non lo compie, ma lo scava”[9]. Questa terza dimensione del desiderio, che ci permette di superarne proficuamente il livello psicoanalitico altrimenti esposto a riduzionismi incapaci di darne ragione quanto a ricchezza e drammaticità, può essere significata parlando di dimensione escatologica del desiderio[10].

Nello stesso tempo dobbiamo inventare una nuova pedagogia non più centrata sui bisogni ma sul desiderare. Educare a desiderare mettendo in valore: l’educazione all’attesa, insegnare a saper aspettare per coltivare l’umano che ha bisogno dei suoi tempi; la spogliazione di sé a favore del centro fuori di noi.

  1. Epoca di ricostruzione dell’umano.

Di fronte ad un certo accanimento sull’uomo, che tracima dai fatti odierni, la nostra è l’epoca in cui abbiamo la responsabilità di ricostruire l’umano. Il Dio fatto uomo ci insegna che l’umano gli sta a cuore! Anche a noi deve stare a cuore… Ogni Universale perciò costituisce un compito educativo, sono tutti processi di umanizzazione che siamo chiamati ad avviare, a partire dalle nostre faccende quotidiane. E’ anzitutto una questione di stile di vita (che in questi giorni capiamo quanto sia importante!) e di forma di vita dell’intera comunità sociale.

Infine, per continuare la riflessione

Questi testi del grande pensatore Blaise Pascal possono essere d’aiuto per cogliere le giuste proporzioni e sproporzioni dell’essere umano. Testi – presi dai suoi Pensieri – che ci danno la vertigine e che ci mettono di fronte a questioni che non siamo soliti frequentare. Svolgono il ruolo di una ‘terapia d’urto’…

“Come non so donde vengo, così non so neppure dove vado; e so soltanto che, uscendo da questo mondo, piombo per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio irritato, senza sapere quale di queste due condizioni mi toccherà in eterno. […]” Chi vorrebbe avere per amico uno che parlasse a questo modo? […] A dire il vero, è un onore per la religione avere come nemici uomini così irragionevoli; e la loro opposizione è così poco pericolosa che essa se ne serve addirittura per confermare le sue verità. (n. 194, 1994)

Niente rivela maggiormente un’estrema debolezza di mente quanto il non conoscere che cosa sia l’infelicità di un uomo senza Dio; niente denota maggiormente una cattiva disposizione del cuore quanto il non desiderare la verità delle promesse eterne; niente è così stupido quanto il fare il gradasso con Dio. (n. 194, 1944)

Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo pò di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare. (n. 194, 1994)

Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che vedo inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora. (n. 205, 1994)

Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla; un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito. (n. 43, 1994)

[1] J.-B- METZ, La fede, nella storia e nella società, Queriniana, Brescia 1978, p. 68.

[2] Ivi, p. 69.

[3] Ivi, pp. 357-358.

[4] M. SAHLINS, Un grosso sbaglio. L’idea occidentale di natura umana, Eèuthera, Milano 2010, p. 127. Un brillante e ricco saggio che attacca duramente non solo l’idea di una natura umana determinata biologicamente, ma la stessa idea occidentale di natura umana (per capirci, quella che continua a plasmarci…) come natura avida, litigiosa, violenta da homo homini lupus, così “bestialmente” egoista da dover essere “contenuta” entro strutture in fondo totalitarie e disuguali. Scrive Sahlins: “La natura dell’homo sapiens è la sua cultura, anzi le sue culture. E la stessa idea che siamo schiavi delle nostre inclinazioni animali non è altro che una creazione socio-storica, cioè culturale. Un’idea che è un grosso sbaglio, e non dimentichiamoci che questa perversa concezione di natura umana sta mettendo a repentaglio la nostra stessa esistenza”; ibidem.

[5] E. FINK, Oasi del gioco, Cortina, Milano 2008, pp. 14-16, e a p. 12. Fink sottolinea che “il gioco non è una apparizione marginale nel corso della vita dell’uomo, non è un fenomeno che appare occasionalmente, non è contingente. Il gioco appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana, è un fenomeno esistenziale fondamentale”.

[6] H. RAHNER, L’homo ludens, Paideia, Brescia 1969, p. 27.

[7] Ma sbaglieremmo ad avvicinarci al gioco soltanto come ad un “fenomeno marginale rispetto alla serietà, alla realtà, al lavoro”; sbaglieremmo a porlo “accanto ad altri fenomeni della vita” e a leggerlo secondo la logica dell’antitesi “lavoro e gioco”, “gioco e serietà della vita”, e così via, perché in tal modo “il gioco rimane l’ombra di un supposto controfenomeno, e così viene nascosto e frainteso”.

[8] M. DE CERTEAU, La pratica del credere, Medusa, Milano 2007, p. 31.

[9] E. LEVINAS, Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1982, p. 4 e p. 32. Vale la pena di seguire tutta l’argomentazione di Lévinas: “L’infinito nel finito, il più nel meno che si attua attraverso l’idea dell’Infinito, si produce come Desiderio. Non come un Desiderio che è appagato dal possesso del Desiderabile, ma come il Desiderio dell’Infinito che è suscitato dal Desiderabile invece di esserne soddisfatto. Desiderio perfettamente disinteressato – bontà”; ivi, p. 21.

[10] Come esplicita, nella sua articolata e acuta introduzione, A. BARBAN, Dal “desiderio di Dio” al “desiderio e Dio”, in R. KEARNEY-G. LAFONT, Il desiderio e Dio, San Paolo, Milano 1997, p. 9.

II LECTIO DOMENICA QUARESIMA 2020

Offriamo alla lettura le due lectio-studio del prof. Lorenzo Biagi, che dovevano essere tenute nella seconda e nella quarta Domenica di Quaresima 2020.

UNA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA.

Uscire dall’individualismo verso una nuova fioritura dell’umano

In un certo senso e per alcuni aspetti, la nostra moderna valorizzazione dell’individuo sarebbe inconcepibile senza la novitas cristiana, che sul piano antropologico introduce, afferma e promuove ad un tempo l’eminente dignità dell’essere umano e la sua libertà, da subito proiettata nel ‘dramma’ della sua assunzione di responsabilità. Essere libero in altre parole significa prendere posizione nei confronti di noi stessi per pro-gettarci in una scelta di vita. Scelta di vita che renderà palese l’autenticità o meno del nostro rapporto con Dio, con gli altri e con il mondo, sia storico che ecologico.

Secondo Hannah Arendt, il problema dell’uomo risulta inestricabile ed inspiegabile senza un’apertura di trascendenza, comunque essa si configuri. Il suo stesso essere diventerebbe un incubo e una prigione. Un vicolo cieco. Ma il secondo elemento della novitas antropologica cristiana è che l’uomo è l’essere intrinsecamente e costitutivamente sociale. Ma – si dice – questo l’avevano visto anche gli antichi. Ed è vero. Ma fino a un certo punto, poiché ciò che prevale nella riflessione arcaica è piuttosto la concezione dell’uomo come dilatato nelle forze cosmiche e pienamente ‘sciolto’ nell’olismo della stessa vita cosmica. La tradizione ebraico-cristiana trae fuori l’uomo dalle forze indistinte del cosmo da una parte per farne un essere unico e dall’altra per farne un essere che senza socialità non è nulla, anzi, è esposto alla morte. La Gaudium et spes esprime nitidamente questo passaggio: “L’uomo per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti” (n.12). Consapevolezza di sé (ossia di essere anzitutto un enigma per se stesso, la cui chiave risiede al di fuori di sé) e intrinseca socialità (ossia è il suo stesso statuto ontologico ad essere sociale: essenziale socialità dell’uomo), costituiscono i due vettori dell’antropologia cristiana, così feconda per lo sviluppo intero della nostra civiltà occidentale e delle sue conquiste in materia di crescente valorizzazione e riconoscimento dell’eminente dignità degli esseri umani. Ahimé, sempre affermata e nello stesso tempo sempre tradita.

Il grande filosofo tedesco Juergen Habermas, ha scritto che “per l’autocomprensione normativa della modernità il cristianesimo non rappresenta solo un precedente o un catalizzatore. L’universalismo egualitario – da cui sono derivate le idee di libertà e convivenza solidale, autonoma condotta di vita ed emancipazione, coscienza morale individuale, diritti dell’uomo e democrazia – è una diretta eredità dell’etica ebraica della giustizia e dell’etica cristiana dell’amore. Questa eredità è stata continuamente riassimilata, criticata e reinterpretata senza sostanziali trasformazioni. A tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Anche di fronte alle sfide attuali della costellazione postnazionale continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne (J. HABERMAS, Tempo di passaggi, Feltrinelli, Milano2004, pp. 128-129). E questo riconoscimento da parte di un grande pensatore, per altro non credente, lascia intendere e intuire tutta la portata e gli effetti dell’architettura etica e antropologica della tradizione ebraica e cristiana, giustamente collegate dal filosofo tedesco.

Ci sarebbe da chiedere se chi si dice cristiano oggi, sia lui per primo consapevole di questa eredità diventata normativa per l’autocomprensione della modernità, dove il cristianesimo non è solo un precedente o un catalizzatore ma la sorgente al quale continuiamo ad alimentarci, magari senza saperlo…

Tuttavia, dobbiamo dedicare attenzione ad un processo storico e culturale, iniziato più o meno quattro secoli fa, vale a dire il processo socio-culturale (che ha finito in realtà per colonizzare ogni aspetto della nostra vita e del nostro essere) dell’individualismo che dalla modernità ha radicalizzato e infine dilapidato tale eredità. Anche a questo proposito, va segnalato che sempre la Gaudium et spes al n. 30, si accorge dell’affermarsi di questo processo e dei suoi effetti negativi, e afferma che occorre decisamente. Infatti il testo inizia in maniera tanto decisa quanto ampiamente silenziata nella nostra formazione cattolica: Occorre superare l’etica individualistica. E si può leggere con preveggenza che “la profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, si contenti di un’etica puramente individualistica. Il dovere della giustizia e dell’amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, interessandosi al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini. Vi sono di quelli che, pur professando opinioni larghe e generose, tuttavia continuano a vivere in pratica come se non avessero alcuna cura delle necessità della società. Anzi molti, in certi paesi, tengono in poco conto le leggi e le prescrizioni sociali. Non pochi non si vergognano di evadere, con vari sotterfugi e frodi, le giuste imposte o altri obblighi sociali. Altri trascurano certe norme della vita sociale, ad esempio ciò che concerne la salvaguardia della salute, o le norme stabilite per la guida dei veicoli, non rendendosi conto di metter in pericolo, con la loro incuria, la propria vita e quella degli altri. Che tutti prendano sommamente a cuore di annoverare le solidarietà sociali tra i principali doveri dell’uomo d’oggi, e di rispettarle. Infatti quanto più il mondo si unifica, tanto più apertamente gli obblighi degli uomini superano i gruppi particolari e si estendono a poco a poco al mondo intero. E ciò non può avvenire se i singoli uomini e i gruppi non coltivano le virtù morali e sociali e le diffondono nella società, cosicché sorgano uomini nuovi, artefici di una umanità nuova, con il necessario aiuto della grazia divina”. Tanta concretezza e lungimiranza, tanta attualità (si pensi a quel richiamo alla salvaguardia alla salute…) e franchezza, possono essere riassunte solo nel termine cristiano di ‘profezia’.

1.     La doppia faccia dell’individualismo

Secondo il filosofo canadese Charles Taylor la civiltà occidentale moderna è caratterizzata da tre motivi di crisi: l’individualismo, il primato della ragione strumentale, il declino della partecipazione attiva alla vita democratica con l’avvento di un ‘dispotismo morbido’. Il primo elemento sarebbe in realtà quello portante e gli altri due ne sarebbero conseguenze. Dell’individualismo Taylor distingue due facce: la faccia deteriore, rappresentata dalla semplice disgregazione dei legami comunitari premoderni che si verifica in tanti casi di sradicamento di massa legati all’emigrazione o all’urbanesimo e la faccia più promettente, rappresentata dalla richiesta di un riconoscimento della propria dignità di persona, ove la dignità è intesa come qualcosa di diverso dall’onore delle società premoderne in quanto la dignità spetta a tutti, mentre l’onore può essere, per definizione, solo di qualcuno.

Alle radici dell’individualismo starebbe l’ideale dell’autenticità, ideale secondo il quale ciascuno è chiamato nella propria vita a realizzarsi, cioè a seguire una sua vocazione, ad ascoltare la propria voce interiore, ad essere fedele a una propria ‘chiamata’ più intima. L’individualismo che si è di fatto affermato rappresenta invece una versione degradata di questo ideale, una versione per la quale la realizzazione di sé è al di sopra di ogni cosa e i legami con gli altri hanno importanza solo in quanto noi decidiamo di conferirgliene in vista della nostra auto realizzazione, vera parola magica dell’individualismo dei nostri giorni. La predominanza della versione chiusa dell’individualismo ha avuto come esito l’impoverimento del quadro dei significati della nostra vita. “Questa perdita di senso era legata a un restringimento. Gli uomini perdevano la visione più ampia perché si concentravano sulle loro vite individuali. (…) Il lato oscuro dell’individualismo è il suo incentrarsi sull’io, che a un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall’interesse per gli altri e la società. (…). Ciò che occorre spiegare è ciò che è peculiare della nostra epoca. Il punto non è soltanto che gli esseri umani sacrificano i loro rapporti… per inseguire le loro carriere: qualcosa del genere è forse sempre esistito. Il punto è che oggi molti si sentono chiamati a far questo, sentono che debbono comportarsi così”[1]. In particolare Taylor mette a fuoco l’individualismo dei moderni, che con il tempo si è irrigidito fino a degenerare in vero e proprio “narcisismo culturale” (secondo Christopher Lasch), o anche (secondo Allan Bloom) fino a incorporare il “relativismo”, cioè fino al favorire il venir meno degli orizzonti morali. E’ la figura del Narciso contemporaneo che riconduce tutto al “mio”, facendo alleanza con il detto sofista: “Io sono la misura di tutte le cose”, tutto va misurato con il metro del “mio io”. In questo scenario, nota Taylor, la ricerca di un bene comune e del consenso su dei valori fondamentali diventano imprese impossibili, e la democrazia non può far altro che ridursi ad una funzione procedurale.

Il punto estremo è dato dal fatto che questo lato oscuro dell’individualismo è culminato nel narcisismo, come aveva ben intuito C. Lasch, ossia nella perdita di noi stessi. Infatti, “l’emergere del narcisismo significa una perdita di se stessi, molto più che una forma di auto-affermazione. Implica un’identità minacciata dallo spettro della disintegrazione e da un senso di vuoto interiore. Per evitare confusioni, quella che qui chiamiamo cultura del narcisismo potrebbe meglio essere definita, almeno al momento, come cultura della sopravvivenza. La vita quotidiana ha iniziato a conformarsi alle strategie di sopravvivenza tipicamente necessarie a chi vive situazioni estreme. Apatia selettiva, disimpegno emotivo dagli altri, rinuncia al passato quanto al futuro, determinazione a vivere un giorno per volta –queste tecniche di autogestione emotiva, forzatamente spinte agli estremi sotto la spinta di condizioni estreme, finiscono per plasmare anche la vita di persone ordinarie che vivono in situazioni apparentemente ordinarie, all’interno di una società burocratica che viene percepita, sempre più, come un capillare sistema di controllo totale”.

2.     Individuo e libertà libertaria

Non abbiamo qui lo spazio per ripercorrere tutta la parabola della ‘perversione’ individualistica, che ha distorto le fonti ebraico-cristiane, e che ha finito per plasmarci fino ad oggi.  Tuttavia l’intuizione che risiede sullo sfondo del testo conciliare appena citato, consiste nell’aver colto la deviazione-distorsione individualistica che a partire dalla modernità è stata impressa all’eredità antropologica cristiana. Infatti, l’idea moderna dell’autonomia del soggetto morale viene spesso intesa non nella linea rigorosa di Kant, ma in una prospettiva libertaria. La libertà individuale, quella che deriva interamente e totalmente dalla soggettività, viene promossa al rango di riferimento primo e ultimo: a ciascuno di decidere in merito al suo bene, senza alcuna interferenza ‘esteriore’, quindi senza eteronomia e influenza sociale o religiosa. A ciascuno quindi di valutare e giudicare in conoscenza di causa se e come la sua vita vale la pena di essere vissuta, se possiede ancora una dignità; ma allora la dignità è definita come il giudizio che ciascuno emette su di sé, sull’immagine che ha di sé stesso, sulla percezione del valore della sua esistenza. Il libertarismo, più che il liberalismo, benché suo erede diretto, rivendica per ognuno il diritto di decidere di se stesso in modo sovrano, senza interferenze esterne, per cui la dignità, incrociata con la valutazione soggettiva, si identifica con il giudizio o la scelta di ciascuno, elevati al rango di norma ultima e insuperabile. La dignità non si identifica più con la capacità di ragionare o elaborare un progetto sensato su sé stessi, con i diversi attributi caratteristici di un ‘proprio dell’uomo’ (desiderio, simbolo, linguaggio, memoria, ragione, collaborazione, socialità…), bensì con il modo in cui ciascuno valuta se stesso, con il giudizio che ciascuno emette in modo sovrano sulla sua attitudine a vivere o sulle scelte di vita che lo riguardano. La dignità dipende dalla valutazione soggettiva e non da un insieme di qualità determinabili e tanto meno dalla ricchezza delle relazioni interpersonali.

Oggi queste forme di pensiero libertaristiche e individualistiche generano necessariamente grandi dilemmi a livello politico e sociale. Ed è un peccato che in certo cattolicesimo esse siano state giocate solo nel campo, ad esempio, delle questioni bioetiche (in modi per altro inappropriati, ideologici e integralistici) e non piuttosto anche nel campo sociale, economico, politico ed ecologico. Infatti le società democratiche – ha osservato il gesuita francese Paul Valadier – conoscono un vasto pluralismo morale, il che è un dato di fatto e un bene al tempo stesso, nonostante che questo sollevi molti dubbi sul senso dei valori condivisi e anche sulla loro esistenza in un consenso comune; ma, cosa più importante e nuova, esse vogliono conformare il diritto a questo nuovo approccio etico, imposto dalle prospettive libertarie che abbiamo appena ricordato. Esse non contestano direttamente, ad esempio, il concetto di dignità, ma gli conferiscono un contenuto diametralmente opposto a quello che gli conferiva sia la tradizione kantiana sia la tradizione cristiana. Lo si nota in modo particolare nell’appello, oggi dominante, al ‘sovranismo’ ante litteram della libertà individuale.

3.     Miti che non funzionano più…

L’attuale mancanza di orizzonti collettivi parte dalla crisi di una mitologia che ha animato in passato i processi di sviluppo socio-economico. Secondo gli ultimi rapporti del Censis sul nostro paese, una possibile rassegna dei miti che non funzionano più contempla: un presentismo ormai senza memoria né futuro, una spinta all’emancipazione che oggi appare come sottomissione al moderno e mero conformismo al sistema dominante, l’estinzione del desiderio, la crisi del primato dell’offerta capitalistica di prodotti e servizi, l’esigenza di riconfigurare la figura del padre, la crisi dell’autorità della legge e delle istituzioni, infine la crisi della lunga parabola dell’individualismo. Solo qualche sottolineatura su tre miti che non funzionano più.

a)Il rattrappimento nel presente

Senza senso del futuro né trascendenza, sembriamo sempre più imprigionati nel presente. Un rattrappimento che ha radici profonde: la crisi della relazione con l’altro (e l’Altro), il disfacimento della cultura del dono e del sacrificio in vista del bene comune, la crisi del sacro e la labilità dei suoi surrogati (l’esoterismo o la new age), la rimozione del senso del peccato (individuale o sociale che sia), la negazione della creaturalità in ragione del primato dell’Io, la rottura della continuità fra vita terrena e vita eterna. Stare solo sul presente non fa bene né alla persona né alla società. Come sappiamo ma anche come ci siamo dimenticati, ‘il presente non basta a se stesso’.

b)Tra rinserramento individuale e indifferenza collettiva

L’individualismo non ha generato persone veramente libere, responsabili, capaci di autenticità e di vera realizzazione personale. E neanche di vera autonomia, quella responsabile e anticonformistica. Soprattutto, l’individualismo non ha affatto generato una socialità all’altezza della nostra costituzione essenziale. E’ il paradosso di tutta la nostra parabola moderna: pensare di poter ricavare una vera vita insieme prendendo le mosse dal principio individualista, ossia dal principio più asociale che ci sia! Esso è stato piuttosto il vero incubatore della nuova fatica di diventare ed essere se stessi. Lo prova la diffusione a macchia d’olio delle odierne grandi patologie individuali, sia quelle di evidente rinserramento individuale interno (depressione, anoressia, dipendenza da droghe, fino al suicidio), sia quelle di crescente indifferenza alla vita collettiva (stanchezza di vivere, rimozione delle responsabilità, crisi della empatia nelle relazioni interpersonali). L’individualismo ha incistato in noi i sintomi della crisi antropologica che caratterizza la società attuale. E ci spinge a interrogarci alla ricerca di nuovi pensieri e nuove pratiche per dare contenuti di senso di fronte allo spaesamento generale, per avviare un percorso di autocoscienza collettiva intorno ad alcuni temi fondamentali per la convivenza.

c)La crescente sregolazione delle pulsioni

La crescita dell’aggressività minuta e diffusa, dovuta a una crescente sregolazione delle pulsioni, ha effetti sociali molto visibili e di pesante influsso sul vivere collettivo, dalla corruzione del linguaggio alla distruttività dispiegata (i fenomeni di bullismo, le frange di ultras attivi nelle piazze e negli stadi, i crimini inspiegabili, le tragedie intrafamiliari e i femminicidi). La profonda crisi sociale che stiamo attraversando appare sempre più di natura antropologica, con un disagio individuale e un ripiegamento collettivo che non si lasciano interpretare attraverso i consueti schemi dell’analisi sociale ed economica.

4.     Individualisti pentiti?

L’eccesso di individualismo e della “libertà di essere se stessi” ad ogni costo ha infranto le figure simbolo dell’autorità: il padre, l’insegnante e il sacerdote. Ma il disagio antropologico di questa fase è dovuto allo stesso tempo al fatto che non funzionano più come in passato i miti trainanti del soggettivismo, che riescono sempre meno a mobilitare le persone: la spinta acquisitiva attraverso i consumi, il fare impresa individuale, la fiducia in un benessere sempre crescente. L’eccesso di individualismo e della “libertà di essere se stessi” ad ogni costo non ha soltanto svuotato i riferimenti simbolici dell’autorità e dell’esemplarità, alla fine ha svuotato il senso stesso dell’essere persona e della convivenza.

Dopo il ciclo dell’individualismo, dunque, ci sarebbe la riscoperta delle relazioni? La voglia di essere padroni della propria vita, lo slancio delle ambizioni personali, il bisogno di auto-affermarsi, di inventare il proprio destino e di soddisfare i propri desideri, sono stati i valori che hanno caratterizzato la nostra storia recente e su cui si è costruito lo sviluppo del Paese dagli anni ’50 in poi. La spinta alla valorizzazione personale, all’iniziativa personale, ha certamente liberato enormi energie, ha favorito la crescita di un sistema produttivo fatto di centinaia di migliaia di imprese e ha sostenuto la vitalità di un mercato capace di esprimere sempre nuove domande. Oggi quello sviluppo sembra progressivamente rallentare, la moltiplicazione dei soggetti ha portato a uno sfarinamento delle capacità decisionali nelle questioni di interesse collettivo e l’autonomia dei comportamenti è sfociata in forme di disagio antropologico. Per il futuro, i valori che faranno l’Italia e gli italiani sembrano poggiare sempre meno sulla rivendicazione dell’autonomia personale e sempre più sulla riscoperta dell’altro, sulla relazione e la responsabilità. Sono valori che in questa fase fanno emergere scintille di speranza che vanno però coltivate, alimentate e potenziate, affinché possano diventare un nuovo motore di crescita culturale, sociale, politica, economia e civile del Paese. Insomma, lavorare per un nuovo ethos pubblico nel nostro paese.

In questo ciclo, tuttavia, dovremo ‘pensare’ cosa aprirà l’esperienza che stiamo vivendo, pesantemente colonizzata dal Covid 19…

5.     Un umanesimo nuovo e altro

Ciò che avvertiamo come sincero, è il desiderio di una nuova umanità. Una nuova humanitas. Di una nuova autocomprensione dell’essere umano e dunque di noi stessi. Non se ne può più degli individualismi che lacerano continuamente la nostra umanità e socialità. E per di più non se ne può più di quell’individualismo cresciuto negli ultimi anni nella figura del delirio di onnipotenza, di un narcisismo coniugato con il cinismo, di un io enfatizzato e smisurato nei social, nella cultura del selfie. L’io dell’individualismo proprietario, l’io acquisitivo e rivendicativo, l’io del narcisismo, l’io del cogito, l’io come autoaffermazione di sé, l’io del sovranismo (politico e psichico) che pare essere stato l’ultima prova di quanto il ripiegamento individualistico sia mortifero, hanno veramente lacerato quell’humus condiviso che solo può far fiorire la nostra humanitas.

Ma cosa importa, cosa vale, cosa conta veramente in un tempo dove tutte le grandi narrazioni del mondo – come ripete l’adagio postmoderno – sono evaporate? Come si può vivere bene e spendere bene la propria vita, senza cadere nel circo iper-edonista, senza perdersi, senza inseguire l’idolo narcisistico dell’espansione senza misura e della frenesia della “mobilitazione totale”? E senza la sua ideologia del benessere, del corpo obbligatoriamente in forma, dell’essere sempre giovani, del denaro come unico generatore simbolico, della celebrazione narcisistica della libertà?

Ma vi è anche una domanda più radicale: la prospettiva di un ritorno alla radici umanistiche del cristianesimo in un’epoca che sembra ridurre a carta straccia ogni riferimento alla dimensione etica e insostituibile della responsabilità singolare, è ancora perseguibile? E come? Umanesimo: categoria preziosa ma forse compromessa? Quello che sentiamo sia ancora in modo incerto e barcollante è che abbiamo bisogno di rifondare un altro umanesimo, non egologico, non antropocentrico, non narcisistico. Siamo stanchi, in altre parole, della nostra “società degli egosauri”[2].

La questione è impegnativa ed esigente, con modestia mi limito a qualche spunto o nucleo da elaborare ulteriormente…

5.1.         Umanesimo dell’altro uomo

Facciamoci guidare da Emmanuel Lévinas: l’umanesimo occidentale è diventato un “collocamento di ‘anime belle’ nella peculiare ambiguità delle belle lettere, senza presa a fronte di una realtà di violenze e di sfruttamento”. E la ragione di questo fallimento dell’umanesimo occidentale è dovuta al fatto che fin dal suo principio esso ha fatto perno sull’io. Sull’identità. Sul Medesimo. Il nuovo umanesimo – ci dice Lévinas – potrà nascere solo se invece di partire dall’io, prenderà le mosse dall’altro che si presenta e si impone per forza propria, come un’autentica trascendenza. Questa trascendenza è espressa da Lévinas con il termine volto. Volto sono gli occhi che nemmeno la potenza omicida può spegnere, è lo sguardo che mi fissa, di fronte a cui sono costretto ad abbassare il mio. L’altro in cui si è imbattuto Lévinas è l’uomo biblico, il povero, lo straniero, l’emarginato, il volto del servo sofferente di Isaia. E dopo l’incontro con quel volto non si può essere più come prima. E’ l’incontro con quel volto che ci costringe ad uscire dal primato dell’essere dell’io, per mettere in primo piano l’altro che mi viene incontro. Il nuovo umanesimo dunque dovrà prendere le mosse dal fatto che “nessuno si può chiudere in sé stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità”[3]. La responsabilità e non la stima di sé o l’auto realizzazione, sarà la categoria chiave del nuovo umanesimo. E’ chiaro che secondo Lévinas non si tratta solo di riaggiustare il principio cartesiano “penso, dunque sono” bensì di rovesciarlo nel nuovo cammino del “vivo, accolgo, amo, dunque sono”.

Questo implica una ‘rivoluzione’ autentica: l’umanesimo dell’altro uomo comporta niente di meno che abbandonare tutte le categorie e le articolazioni che finora abbiamo utilizzato per ‘pensare’ e ‘fare umanità’ fino ad oggi. Va rivoltata tutta la nostra educazione, la nostra etica, la politica, l’economia, il modo di pensare e di autorappresentarci…

5.2.         Umanesimo dell’incontro e dialogico

 

“La scoperta dell’alterità è quella di un rapporto, non di una barriera”, ha scritto il grande antropologo Claude Lévi-Strauss. La densità di questa osservazione, tanto concreta quanto autentica, ci porta ad arricchire il nuovo umanesimo con un’altra categoria del vissuto quotidiano, che è quella dell’incontro. E’ nell’incontro che un rapporto accade e inizia a fiorire, grazie a un tratto peculiare dell’essere umano: il linguaggio e la parola, ossia il dialogo. In altre parole, “è questa condizione di dialogo che è costitutiva della persona, poiché implica reciprocamente che io divenga tu nell’allocuzione di chi a sua volta si designa con io… nessuno dei due termini può concepirsi senza l’altro” (E. Benveniste). E’ nel dialogo che l’essere dell’uomo viene alla luce e viene alla luce non prima di tutto come un io ma come l’essere di parola in una condizione intrascendibile di rapporto con l’altro, di scambio verbale, di comunicazione e di discorso. Ma l’incontro nella sua essenza significa proprio questo: che nessuno si può concepire senza l’altro[4].

L’incontro significa giungere alla presenza di qualcuno o qualcosa, imbattersi, affrontare, ma all’origine si tratta di due o più enti che sono rivolti gli uni verso gli altri senza sbattersi addosso. Convergono in qualcosa di comune, e si soffermano. Quello che il termine potrebbe indicare è un moto che ha dell’aggressivo quando invece non lo è per forza, anzi. “Poi, se si guarda sui dizionari, l’analisi della casistica d’uso di questo verbo è sterminata: prende ora la forma del transitivo (incontro un cinghiale), ora dell’intransitivo pronominale (il sindaco si è incontrato con il comitato), ora del riflessivo reciproco (si sono incontrati al bar), ora dell’uso assoluto (il film incontra molto). Ciò che fa davvero la differenza è conservare la consapevolezza dell’immagine fondamentale del verbo, con tutta la sua grazia: una convergenza nell’istante”.

5.3.         Un pensiero esodico

“L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale”: è una affermazione di Papa Francesco, e ci apre la strada. Il nuovo (ma antico) punto di vista del cristianesimo alla costruzione di una nuova antropologia, risiede nell’avvicinare l’umano non da un principio di sostanza ma dal movimento dell’esodo. Possiamo tradurlo in questi termini: il pensiero del nuovo umanesimo non potrà più essere quel pensiero che parte dall’autocertificazione per poi ricavare tutto il resto. Un pensiero narcisistico e quindi autoreferenziale. Piuttosto sarà un pensiero esodico[5]. Che rinvia direttamente alla fonte ebraica. Secondo una celebre frase del rabbino di Roma Eugenio Zolli, battezzato dopo la seconda guerra mondiale, l’ebreo non gira le spalle, va solo avanti. Il pensiero biblico d’altra parte – come ha notato Marco Campedelli – è il grido della terra che rompe il muro di un pensiero teologico aristocraticamente chiuso su se stesso e avvitato sul principio dell’io. La teologia alternativa, per far parlare la parola stessa, rimette al mondo, fa nascere di nuovo l’altro – alter-nativa. Mette al centro di se stessa l’altro. Ma mette al centro una alterità che riguarda per primo Dio. Dio non più come fondamento di un principio identitario escludente, ma Dio come principio di alterità ospitale e conviviale.

Per l’appunto non un pensiero come quello che la statica metafisica occidentale ha generato, bensì un pensiero che assume l’esodo del popolo ebraico e l’esodo di Gesù, come proprio paradigma e modello di riferimento. Se vogliamo parlare di ‘umanesimo cristiano’, esso non potrà più agganciarsi alla metafisica greca ma al pensiero ebraico, che fin dall’inizio è un pensiero della promessa e quindi del cammino e dell’impegno. Un pensiero in uscita è un pensiero della Speranza. E un umanesimo cristiano sarà anzitutto l’umanità che il cristiano mette in forma nella storia sociale. Ed è la forma di una umanità in uscita: da sé, dalle proprie sicurezze, dalle proprie cittadelle ideologiche, dalle proprie strutture di autorappresentazione e di rappresentazione dell’altro. Ma qui vi è un cambio di prospettiva decisivo rispetto all’umanesimo della modernità. In quell’esperienza, non soltanto negativa ma ricca di fermenti e di aperture, il timbro culturale del pensiero era stato quello di mettere in forma un umanesimo cristiano, dove albergava una ambiguità di fondo: fare del cristianesimo un umanesimo e allo stesso tempo inculturare il cristianesimo in una forma umanistica già ricca in sé di nuovi orizzonti ma anche di condizioni culturali pregiudicanti? Azzardo una pista di lavoro: il cristianesimo deve andare oltre il paradigma dell’inculturazione e approdare al modello del ‘formare l’uomo in Cristo’ (D. Bonhoeffer). Fare umanità a partire dal modello di Gesù e dal suo stile[6].

L’approccio di Francesco muove per l’appunto da un’altra prospettiva: dall’umanità del cristiano. In altre parole, il nuovo umanesimo potrà scaturire dall’umano che i cristiani saranno capaci di mettere in forma nelle dinamiche odierne dell’umanità. Il cristianesimo diventa generatore di umanità. Un cristianesimo che fa fiorire nuova umanità. Ecco mi sembra questa la portata della nuova sfida antropologica per coloro che si dicono cristiani oggi. A quale umanità siamo chiamati a dare forma? Almeno il punto di partenza ci viene indicato: il paradigma riflessivo e il modello pratico dell’esodo. Del disporsi in uscita, prima di tutto dalle proprie ragioni per “comprendere le ragioni dell’altro”. E qui l’esodo è necessario, continua Francesco, “altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. E’ fratello” (Discorso alla chiesa italiana, Firenze 2015).

5.4.         L’uomo ‘in’ Cristo

Dom Firmino nelle sue meditazioni (alle quali rinvio) ci ha esplicitato bene quello che anche Romano Penna definisce come “il dato luminoso del paolinismo”, ossia l’essere in Cristo. In termini essenziali, al cuore di Paolo e del paolinismo vi è la libertà dalla legge. Paolo insegna che ciò che conta nel mio rapporto con Dio, in prima battuta non è la morale, ma è la grazia di Dio stesso, in Gesù Cristo. Io divento giusto davanti a Dio non per ciò che faccio “io”, ma per ciò che Dio ha fatto per me in Gesù Cristo. E la fede è l’accettazione di questo dono di grazia che mi è offerto. Questo insegnamento Paolino si contrappone alla concezione secondo cui sono “io” che costruisco la mia giustizia, la mia santità di fronte a Dio. La costruisco con la mia morale, il mio comportamento, la mia etica e l’osservanza dei comandamenti. Questa è una concezione abbastanza diffusa, che mette in prima posizione la morale. Ma, presa alla lettera, non è la posizione giusta, precisa R. Penna. C’è una frase di Lutero, condivisibile, che spiega bene il concetto.  “Non è che noi facendo le cose giuste diventiamo giusti. Ma se siamo giusti facciamo le cose giuste”. Il dato morale, operativo, dell’azione, quindi, è secondario rispetto alla dimensione di “essere”, che è precedente ed è fondamentale. “Essere in Cristo” e ricevere la benevolenza di Dio attraverso Gesù Cristo, prescinde dalla mia moralità. La quale, proprio perché io “vivo” “l’essere in Cristo”, sarà certamente in sintonia con questa meravigliosa realtà.  E’ questa il punto costitutivo.  E’ questo appunto quello che Penna definisce il dato luminoso del paolinismo.

Cosa può significare per noi questo dato luminoso?

Il far fiorire umanità del cristiano si rivela alla fine un lasciare che Cristo prenda forma in colui che riceve e accoglie questa Grazia. E questo significa ancora una volta rovesciare lo schema tradizionale dell’umanesimo moderno che partiva dall’uomo per andare a Dio e che alla maniera greca finiva per prospettare una specie di divinizzazione dell’uomo. Il processo di umanizzazione paradossalmente non parte dall’uomo, che in quanto tale non approderebbe mai al Dio della rivelazione cristiana (cfr. le meditazioni di dom Firmino con relativi passi paolini, tra gli altrui: Rom 10,20 = Is 65,1: “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano”; 1Cor 1,20: “Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?”; 2,9: “Ciò che occhio non vide, né orecchio udì …”). Esso invece parte da Dio stesso, a cui soltanto appartiene l’iniziativa di un decisivo incontro misericordioso con l’uomo (cfr. ancora le meditazioni di dom Firmino con i relativi passi paolini, tra gli altri: Rom 5,8: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”; 8,31: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”). La distanza tra Dio e l’uomo viene superata da un atto di grazia proprio di Dio stesso, sovranamente libero. E come nota ancora R. Penna, “ciò che rende possibile un tale capovolgimento di prospettiva è nient’altro che l’essere “in Cristo”, cioè l’essere ormai individualmente inseriti nell’evento escatologico per eccellenza, che è la risurrezione del Cristo crocifisso, il quale “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,10) e con cui si è inaugurata “la fine dei tempi” (1Cor 10,11)”.

note
[1] C. TAYLOR, Il disagio della modernità, Laterza, Roma-Bari 1994.
[2] Pier Aldo Rovatti, Gli egosauri, Elèuthera, Milano 2019. Il libro ha come protagonisti quelli che il filosofo triestino chiama “egosauri”, ovvero quegli animali mostruosi e normalissimi che stiamo tutti diventando. Sono provvisti di un io abnorme e sono ormai penetrati silenziosamente nel nostro mondo pubblico ma anche nelle vite di ciascuno di noi. Attraversando gli eventi che hanno caratterizzato la scena italiana negli ultimi tempi, la serie di rapide cronache che danno corpo al libro cercano di farci vedere come agiscono, come pensano, come fanno politica, come glorificano se stessi disprezzando gli altri. E soprattutto quali parole stanno facendo circolare, la parola “popolo” per esempio, distorcendole e svuotandole di senso, ma riempiendole di rabbia, di paura e di risentimento. Parole che sembrano essere solo annunci ma che sono già fatti concreti, atti minacciosi, pratiche autoritarie. Parole che stanno ottundendo lentamente la nostra capacità di percepire. E così rischiamo di diventare ogni giorno più ciechi e più sordi.
[3] E, LEVINAS, Umanesimo dell’altro uomo, Il Melangolo, Genova 1985, p. 133.
[4] M. DE CERTEAU, Mai senza l’altro, Qiqajon 1993.
[5] Ricco di spunti è l’ultimo saggio di Carmine Di Sante, Dentro la Bibbia. La teologia alternativa di Armido Rizzi, Ed. Gabrielli, Verona 2019. Per Rizzi il “logos” biblico, cioè la visione del mondo, è totalmente diverso da quello filosofico e scientifico. Ritrovare la struttura di pensiero della Bibbia, nel racconto dell’Esodo, (da qui anche il riferimento nel titolo) significa per Rizzi scoprire un Dio che dona all’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, la libertà di amare come lui ama. La teologia di Rizzi è radicalmente “alter-nativa” a quella tradizionale dei trattati classici perché pone al centro non più l’io (vedi la citata società degli egosauri) dell’uomo che ha Dio come oggetto del suo desiderio, ma l’”altro”, con un Dio che si inchina sull’uomo e se vuole entra nella sua vita. Non è che noi saliamo a Dio con i nostri concetti, ma siamo raggiunti da lui, da un Dio della libertà, della gratuità, della misericordia “creatore di un uomo vocato e invocato alla responsabilità dell’amore altrettanto gratuito e misericordioso nei confronti dello straniero, dell’orfano, del povero e della vedova, cioè nei confronti di ogni uomo nel suo essere di bisogno o volto”. Il dato innovativo della teologia rizziana è la lettura dell’evento di Cristo all’interno dell’alleanza del Sinai, tra Dio e l’uomo, integrata dal dono del perdono e la redenzione del peccato. Gesù quindi è instauratore della nuova ed eterna alleanza, della nuova relazione tra Dio e l’umanità, che dovrà obbedire a Dio e amare il prossimo. Così la morte di Gesù è un atto di libera accettazione della volontà di Dio, di obbedienza a Dio e di amore per il prossimo.
[6] Come sta riflettendo negli ultimi anni il teologo C. THEOBALD, Lo stile della vita cristiana, Qiqajon 2015.

III LECTIO DOMENICA DI QUARESIMA

LA PIENEZZA DEL TEMPO E L’ARDENTE

ASPETTATIVA DELL’UOMO

Lettera ai Romani cap 8,1-39

La pienezza del tempo compiutasi in Gesù non solo ci tocca personalmente, ma va anche vissuta; il suo evento globale è il dato fondamentale, il punto di svolta che deve avverarsi in noi. Seguendo il percorso letterario del cap 8 della Lettera ai Romani cogliamo tre grandi temi:

  1. Rom 8,1-17 Il cammino esodico nel vento dello Spirito: dal presente al futuro
  2. Rom 8,18-30 Il gemito universale: tutti anelano la liberazione
  3. Rom 8,31-39 L’infinito amore di Dio: unica certezza del futuro definitivo.

Alcuni anni dopo, la scuola giovannea ricorderà le parole di Gesù: “io sono la Via esodica di liberazione, quella che ricrea l’uomo vero e lo conduce alla vita” (Gv 14,6). Si realizzano così le parole del profeta Isaia (cap 65,17-18b: Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra;
non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio
”).

E’ al futuro che lo sguardo viene rivolto, senza perdere di vista il presente, così il cammino dell’uomo si presenta gravido, carico di speranza, perché abitato dalla pienezza di Cristo.

 

Scrive p. G. Lafont: “ Oggi, la rinascita di un’attesa viva è fortemente richiesta da una rinnovata coscienza del tempo: a esso occorre con ogni urgenza trovare un senso ultimo. Ma, contrariamente a quanto accadeva al tempo di Cristo quando l’attesa era immediata, l’escatologia moderna deve fornire senso anche allo svolgimento prolungato della storia e di conseguenza valorizzare il significato positivo del tempo “dopo Gesù Cristo”. E’dunque importante porre in luce un “principio di imperfezione” o di “perfezione progressiva”. La verità compiuta, per quanto sia realizzata sia in Gesù Cristo, non si manifesta se non gradualmente nella Chiesa e nel mondo, attraverso una storia sensata. Il tempo deve operare progressivamente l’esatta messa in prospettiva di Dio, dell’uomo e del mondo, non solo al livello del conoscere, ma a quello del fare e alla fine dell’essere. Deve consentire una sorta di effettiva appropriazione, da parte dell’uomo, della sua dignità di immagine di Dio. Egli diventa gradualmente padrone del suo pensiero e del suo destino, in una libertà che implica l’adorazione di Dio e il libero ascolto della sua Parola, ma che comporta altresì la concezione e lo stabilirsi di giuste relazioni umane come pure la scoperta e la pratica di un potere sulla terra e sulle cose. 

Questa appropriazione progressiva presenta diversi aspetti. C’è dapprima quello di un “disincanto”: si toglie al mondo del divino, sia esso il dio unico o degli dei, delle capacità che, in realtà, appartengono all’uomo meglio padrone di sé. Si rettifica così l’idea di Dio e l’idea dell’uomo, come pure la natura vera della religione, al di là di ogni interesse e di ogni manipolazione. C’è anche un aspetto di scoperta: persino quando si emancipa dalla mitologia o dalla magia, l’uomo non arriva subito all’inventario esistenziale delle sue relazioni e dei suoi poteri: la manifestazione dell’uomo a se stesso come essere di comunione e di attività, potremmo dire di cultura, è progressiva. C’è anche un aspetto di purificazione, se non addirittura di redenzione, attraverso cui l’uomo emerge da condizioni di umiliazione e di male di cui lui stesso è l’autore. Per questa appropriazione multiforme dell’umano, occorre tempo; parlare del  “tempo che si è reso necessario” è affermare un “principio di imperfezione” al tempo stesso irrecusabile, ma che va annullandosi man mano che l’umanità è in grado di affermarsi.

Se occorre così porre un principio di imperfezione, allo stesso modo si deve riprendere su nuove basi la valutazione del male e lo studio del come esso si oppone allo spiegamento con un altro aspetto invincibile della forza della risurrezione rivelatrice e costruttrice di umanità. La prima cosa da sottolineare è proprio che il male non è più forte del bene, che il rifiuto di alleanza non pone definitivamente in scacco la potenza della risurrezione. In altri termini, il male non impedisce l’avvento progressivo di una verità di Dio, dell’uomo e del mondo che porta il segno di Cristo.[1]

“Se uno è in Cristo è avvolto dal suo dinamismo creativo, le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove. E tutto è da Dio, che ci rinnova relazionandoci a Sé mediante Cristo” (2Cor 5,17-18). E la Gaudium et Spes al n 39 ribadisce: “l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo […] i beni quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto”.

Non si tratta dunque di aspettare, ma di crescere verso l’orizzonte sempre oltre, essendo Dio il Dio dell’Esodo, della liberazione, della ricreazione, della vita, il Dio dalle mille speranze.[2]

  1. IL CAMMINO ESODICO NEL VENTO DELLO SPIRITO: DAL PRESENTE AL FUTURO – Rom 8,1-17 

Il v 1 – “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”. L’affermazione solenne funziona da portale e forma col v 39 la grande inclusione dentro cui è descritto il cammino dell’uomo. Il nostro sforzo meditativo sarà quello di capire e di cogliere gli infiniti sviluppi che scaturiscono dal contatto esperienziale di essere “in Cristo Gesù”. In Lui, Paolo intravvede la soluzione di ogni condanna storica della vita. Dio infatti avrà ragione su tutti gli oppositori che feriscono la sua opera, rendendola lacrimosa e avviandola alla condanna delle molteplici morti (Rom 8,2-13). Si parla molto di storia di salvezza negli ambiti ecclesiali; ma forse manca la pazienza di approfondire e soprattutto di lasciarsi sorprendere da Dio, come canta la dossologia paolina di Ef 3,20-21: “A colui che in tutto ha potere di fare secondo la potenza che già opera in noi
molto più di quanto possiamo domandare o pensare, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen”.
Chiedete il massimo, pensate il massimo, desiderate il massimo e Dio lo supererà.

L’affermazione “nessuna condanna” (8,1) chiama in causa la forza liberatrice del Dio dell’Esodo (Es 3,6-10) e la sua promessa: “Io ci sarò sempre fino alla meta” (Es 3,13) (cf le ultime parole di Gesù risorto in Mt 28,20).

Rom 8,10-17 Se Cristo è in noi, e se lo Spirito di Colui (Dio) che risuscitò Gesù dai morti abita in noi, abbiamo la certezza che la sua azione vivificante non si ferma alla persona di Gesù, ma raggiungerà ciascuno di noi.

Vv 12-19 Paolo allora ci esorta a collaborare e a fare la nostra parte in risposta all’azione paterna di Dio, che continua a guarirci e indirizzarci verso i valori dell’umanesimo, la cui affinità sarà l’eredità propria dei suoi figli, i suoi stessi valori (la gloria).

Non è azzardato dire che, pur vivendo situazioni assurde di finitudine e di sconfitta, noi disponiamo di una riserva che ci pone in un’esperienza nuova, la quale ci permette di affrontare la complessità della vita, facendo nostri i cammini evangelici con la garanzia di un futuro. Cristo e il suo Spirito fin d’ora sono operatori di vita e lo saranno maggiormente nel futuro.

La figliolanza divina, più che uno stato definitivo si connota ora come divenire incessante, nel quale il discepolo di Gesù vive la sua disponibilità al Padre e si lascia condurre con la confidenza dello Spirito Santo, per riscrivere la “memoria” di Gesù, il primogenito di molti fratelli (vv 14-15).

Nei vv 16-17 Paolo non descrive il futuro, solo lo accenna; proseguendo, l’apostolo crea uno slargo meditativo annunciando la seconda parte.

  1. IL GEMITO UNIVERSALE: TUTTI ANELANO LA LIBERAZIONE

ROM 8,18-30

Pur inserito nel quadro operativo della Trinità, il cammino di liberazione porta con sé i tratti della sofferenza e del gemito; in esso possono affacciarsi domande imbarazzanti quali: ma Dio è fedele? La certezza del compimento nella speranza è valida? Sapere che tutto concorre al bene nel contesto dell’amore è illusione? Come comporre questi interrogativi con il buio quotidiano della sofferenza e attendere?

Il coronavirus non è l’unico male che affligge l’umanità; il rischio è che oscuri gli altri drammi, quali le guerre in corso, gli esodi, con la complicità dei potenti.

Paolo non risponde subito, allarga invece l’attesa sofferta a tutto il cosmo (la casa comune dell’uomo come la chiama papa Francesco), perché lo vede coinvolto nella dura schiavitù del degrado e dello sfruttamento (si veda l’enciclica “Laudato si” e il recente Sinodo dell’Amazzonia). La legge del peccato, i progetti umani di sfruttamento e di corruzione, varcano il confine antropologico e scavano l’impronta devastante nel creato ferendolo, perciò esso alza il grido per essere liberato. Un simile grido, che accomuna uomo e il suo habitat, è qualcosa di più che un gemito; infatti il peccato non solo crea il grido di dolore, ma spesso getta nella disperazione perché nessuno soccorre. Sentirsi abbandonati, privati drammaticamente del futuro è la situazione più tragica. La creazione uscita dalle mani di Dio è buona; essa necessità dello sviluppo e del compimento, ma l’uomo si inserisce spesso come mano diabolica e la ferisce. Dio, fedele al suo progetto, risponde con l’azione salvifica che ha in Cristo Gesù il suo vertice efficace. Così Dio esercita la sua signoria nel tempo e sul creato.

Vv 26-30 – La meditazione sul grido si fa preghiera. Essa abbraccia l’uomo e la sua casa in un unico gemito recepito e tradotto dallo stesso Spirito che viene in aiuto, trasformando il grido senza parole in supplica appropriata. Paolo va ancora più in profondità e allora descrive il progetto vocazionale della liberazione divina, declinandolo nelle sue meravigliose e incisive sfaccettature.

V 28 – Dio ha un progetto di bene per tutti e ci chiama.

V 29 – Egli ci conosce in profondità, nessuno gli è sconosciuto, perciò sa prenderci dove siamo e sa condurci alla meta. Il programma di Dio non è nebuloso. Egli misteriosamente e realmente ci sta indirizzando a diventare conformi all’immagine del Figlio suo (il termine “predestinati” non è appropriato). Tale indirizzo è la più assoluta delle vocazioni, uguale per tutti gli uomini; essa merita il primato perché ci porterà nella stessa condizione di vita di Gesù Risorto.

V 30 – Il progetto divino si fa insistente e incalzante: dal sogno vagheggiato, Dio passa all’azione efficace e giustificante – come la chiama Paolo – che ci trasfigurerà. L’uomo non eguaglierà mai questo Sogno d’amore di Dio con il suo desiderio; un giorno finalmente lo sperimenterà in pienezza (1Cor 2,9).

Il punto focale della speranza promessa non è la beatitudine del singolo, ma l’universale signoria del dono di Dio: “Quando Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28). Nella Lettera ai Romani il compimento del processo salvifico si realizza nella “glorificazione”, quando Dio si comunicherà agli uomini totalmente, ricreando l’uomo che si era privato della sua gloria (Rom 3,23).[3]

Qualcuno o qualcosa potrà opporsi al dono di Dio e spezzare il suo legame con noi, arrestando il suo progetto? Dio sarà disposto a privarsi dei suoi figli e della sua creazione? Spesso manca nella teologia il coraggio di una risposta positiva. Proprio Paolo, il giudeo-cristiano, risponderà con una arringa tagliente ed efficace, componendo il più bel Cantico dell’amore di Dio di tutta la rivelazione biblica.

  1. L’INFINITO AMORE DI DIO: UNICA CERTEZZA DEL

FUTURO LUMINOSO DEFINITIVO – Rom 8,31-39

Sia benedetto Dio, Padre del Signore Gesù Cristo, Padre della ri-creazione della vita, che non ci lascia nell’oscurità del dolore, della separazione o di ogni altro evento di tribolazione (cf 2Cor 1-34). L’affermazione di Paolo può sorprenderci, perché ci sembra inverosimile; eppure è il fondamento di ogni possibile futuro che non delude.

Paolo si è lasciato insegnare dai profeti – “Consolate, consolate il mio popolo desolato” (Is 40) – e soprattutto dall’incontro con Gesù. Da quel momento la vita che vivrà non sarà più quella che sperimentava, ma quella che Cristo realizza in lui: “la mia vita segnata dalla fragilità, la affido al Figlio di Dio che mi ama e si dona in continuità a me”. Per questa consegna fiduciosa Paolo è certo che troverà il superamento di tutte le avversità (cf Galati 2,19-20).

Per essere vera, la consolazione, deve rimuovere la morte e ogni altra forma di sofferenza, e creare un’esistenza che non deluda.

La profezia della consolazione è il cuore della rivelazione ebraica e ha il suo vertice nella Pasqua di Gesù. Da essa ci giunge in continuità, al di là delle nostre percezioni, la forza che distrugge il degrado umano, quello che sfregia il volto e la dignità della persona. L’altra energia che sgorga dalla Pasqua è la ri-creazione luminosa della vita, pari a quella del Risorto. Se tu accogli questo duplice dono nelle sfide, avrai il coraggio di dire, anche con le lacrime: “Benedetto Dio, che non ci lascia prigionieri delle nostre oscurità.

Dio ha davanti a sé non i peccati ma le persone, che ha voluto per la vita, fino a immergerle nella sua. Di fronte a questa inaudita e disarmante gratuità, Paolo reagisce componendo il più affascinante “Cantico dell’amore di Dio”.

Le fragilità e l’egoismo malvagio che contaminano le persone non sono l’ultima parola; Dio si riserva la parola ultima su ogni vicenda umana anche tempestosa, come pure sull’intero creato.

Dio Padre ha avuto il coraggio di dare il suo Figlio, l’amato, e donarlo per amore al nemico. Un evento senza eguali, capace di trasformare i casi limite, le tribolazioni, i pericoli, tutti i mali che affliggono e umiliano le persone, persino la morte (la settima minaccia elencata da Paolo). Il sogno di Dio (che è Padre e Madre) è il legame irreversibile con noi. Egli sarà fedele e nulla potrà separarci da Lui.

Dio non aggira i problemi, non chiude gli occhi, né resta insensibile. Egli affronta il male dal di dentro, trasformandolo in opportunità di rafforzamento del suo legame di amore. Dio ci dona ogni cosa insieme al suo Figlio, morto e risorto: così risplende la potenza del suo amore su tutte le forze disgregatrici dell’uomo. Di fronte a questa prospettiva radicale, finiscono le nostre parole.

Rimane solo l’agire di Colui che è l’amore infinito e da parte nostra la sapienza perseverante della fede, che ha il coraggio di buttarsi nelle profondità di Dio, con animo riconoscente e libero dai pregiudizi.

Nel Vangelo di Giovanni Gesù afferma: “Non si turbi il vostro cuore”, o in altre parole, le difficoltà della vita non vi impediscano di affidarvi al Padre e alle sue promesse. Vado a prepararvi la relazione col Padre, poi ritorno di nuovo e vi prenderò con me, perchè dove sono io siate anche voi. Non restiamo prigionieri della tristezza come chi non ha speranza (cf 1Tess 4,13-18). 

Concludendo

Il cristiano ha una sua specifica “Sapienza”. Egli sa che in Cristo il tempo ha raggiunto il traguardo. Prima di Cristo Risorto, tutto è tensione e preparazione, dopo di Lui tutto è conseguenza del suo dono: lo Spirito di Risurrezione è un’area illuminata dallo splendore della sua azione trasfigurante.

PROPOSTA DI PREGHIERA

Preghiamo secondo la tradizione certosina: recitando la preghiera eucaristica 5B “Gesù nostra via”, che si può trovare nel Messalino, oppure in rete.

[1] G. Lafont, La teologia tra rivelazione e storia, EDB 1999, pp364-365.
[2] R. Penna, Tempo e storia, in Ricerche storico bibliche, n 2, EDB 2019, pp 63-9
[3] Per questa sezione il riferimento bibliografico è B. Rossi, La creazione tra il gemito e la gloria, EDB 1992, p 153ss; R. Penna, nota n 1.

———— Firmino Bianchin

Per la preghiera – I Quaresima

Un suggerimento per la preghiera

Noi preghiamo già quando ascoltiamo il Signore che ci parla: “Egli conversa con noi” (Dei Verbum n 1) e “si ricordi che la lettura della Parola deve essere accompagnata dalla preghiera” (DV n 25).

Propongo la preghiera di Gesù riportata dalla Lettera agli Ebrei cap 10,5-10.

Lo scritto è frutto di una lunga tradizione riflessiva sulla persona di Gesù e sulla sua missione. Nella Lettera, Gesù non parla mai direttamente né formula alcun insegnamento; l’autore ce lo propone invece come modello esemplare, come colui che compie le Scritture.

La preghiera con cui il Figlio di Dio inizia la sua avventura umana entrando nella nostra storia risuona così:

Sacrificio e offerta tu non hai gradito;

l’orecchio mi hai scavato.

Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare la tua volontà,

come è scritto per me nel rotolo del tuo libro.

Mio Dio, desidero che il tuo progetto ispiri la mia vita”

(Dal Salmo 40,7-9).

L’autore commenta: per quella volontà siamo santificati mediante l’offerta esistenziale della persona di Gesù. La disponibilità amorosa e l’obbedienza esemplare di Gesù nel realizzare il sogno del Padre, sono il sacrificio gradito a Dio per creare l’umanità nuova.

Lungo tutta la vita, l’uomo di Nazaret, guidato dallo Spirito (cf Lc 4,16-21) metterà al primo posto la volontà del Padre come è rivelata nelle Scritture.
Vivente è la Parola di Dio, capace di penetrare le nostre profondità e illuminare i lati oscuri” (Eb 4,12).

Essa ci aiuta a metterci nella giusta prospettiva di fronte a Dio e agli uomini, per non deludere il Signore e per essere il Bene dell’umanità.

Salmo 85 e 16

Lo Spirito ci doni ogni giorno questa “Sapienza”.

Lectio biblica I Domenica Quaresima

L’EVENTO DELLA CROCE E LE SUE IMPLICAZIONI
PER LE CHIESE – 1 Cor 1,10-4,21

Premessa – un mosaico di situazioni
Le Lettere paoline non sono un trattato sistematico riguardo ai contenuti della vita cristiana, ma piuttosto una teologia applicata per rispondere ai problemi concreti sorti nelle chiese, in questo caso a Corinto.
Le problematiche di quelle chiese possono essere specchio del nostro oggi; meditando la Lettera noi operiamo una specie di distanziamento rispetto alla loro situazione, con lo scopo di illuminare il nostro oggi ecclesiale e culturale.
La città portuale conosciuta da Paolo era multirazziale e multireligiosa; una metropoli che sfiorava ottocentomila abitanti, provenienti da Roma, dalla Siria, dalla Palestina, dall’Egitto, oltre agli indigeni. In questo ambiente complesso, le piccole assemblee si raccoglievano presso persone significative (Paolo le cita nelle Lettere). La chiesa di Corinto non è centralizzata; in essa affiorano problemi di convivenza tra indigeni e stranieri, tra ebrei e pagani, tra persone facoltose e schiavi e lavoratori portuali di scarsa formazione etica e culturale. Per tutti costoro, abbracciare la vita di Gesù significava stare sul confine: integrati in un sistema economico statale, e dover scegliere di essere discepoli di uno che mostrò con la vita e la parola che c’è un’altra “Via” del vivere umano: essere vicini a tutti e nello stesso tempo non venire omologati all’ambiente. Il Libro degli Atti definisce i cristiani: “quelli della Via” (cap 9,2)

La Lettera ci offre un mosaico di temi che descrivono la situazione reale della comunità. Sono problematiche incandescenti che agitano la convivenza delle chiese domestiche. Paolo è reduce da una serie di vicende poco gloriose in terra di Acaia e ha il coraggio di annunciare il “Vangelo” a Corinto; non un libro, ma la storia di Gesù, il suo stile di vita povero, marginale e tuttavia ricco di umanità. “Dio lo impregnò della forza del suo amore – lo Spirito – ed egli passò beneficando e risanando quanti erano schiacciati dal male” (Atti 10,38).
Le scelte di Gesù non furono gradite ai custodi del “si è sempre fatto così”. Lo rifiutarono e lo uccisero. Dio rispose facendolo risorgere e donandolo all’umanità come potenza che salva e sapienza divina.

Le scuole filosofiche in terra di Acaia
Paolo, reduce dalla prigionia subita a Filippo e dai contrasti con la sinagoga di Tessalonica, fugge ad Atene, dove viene umiliato; poi si stabilisce a Corinto. In questa città annuncia il Vangelo. A Corinto, come in altre città della Grecia, fiorivano scuole filosofiche di un sano equilibrio: pitagorici, stoici, platonici etc..
Il clima spirituale degenera e ben presto sorgono vere e proprie scuole del “piacere”, al fine di assaporare ogni possibile godimento, compreso quello più volgare. “Il piacere concreto è da preferirsi all’insegnamento astratto della felicità”. Famosa è la scuola di Epicuro.
La strategia di Paolo in questi ambienti è interessante; egli non propone un trattato contro la mentalità edonistica diffusa, ma annuncia semplicemente il Vangelo, l’Evento buono accaduto in Gesù – Messia: “Cristo potenza e sapienza di Dio” (1Cor 1,24). Un progetto di vita nascosto: “ciò che non si è mai visto, mai raccontato e udito, mai formulato come programma da una coscienza umana, Dio lo rivela e lo dona, mediante lo Spirito, come agire sapiente a coloro che si aprono alla sua relazione” (1Cor 2,18 – Is 64,4).

I punti essenziali dell’annuncio paolino
1Cor 1,30-31: La Sapienza della Croce: l’opera di Dio realizzata in Cristo Gesù
2,16: Leggere la realtà con la capacità interpretativa di Cristo
3,21-23: La Sapienza della Croce e gli artigiani del Vangelo che lavorano nelle chiese
4,8: al “di già” di chi si sente già arrivato, di fatto è un “gonfiato”.

Paolo lancia l’avvertimento: attenzione all’enfiagione, perché è la piaga demagogica e mediatica gestita da alcuni (1Cor 4,18), mentre il Regno di Dio non consiste in chiacchere, ma nella forza stessa che si sprigiona dall’Evento pasquale di Gesù (1,19-20).
La dura esperienza del missionario suggerisce all’apostolo il coraggio di scegliere un linguaggio privo di tecniche “ruba cervello”. Egli racconta semplicemente la vicenda di Gesù, conclusasi sulla croce; convinto per esperienza che Dio, da quell’evento, dispiega la sua forza amorosa, espressa nella dedizione luminosa di Gesù e nella sapienza del suo insegnamento, per aiutare l’uomo segnato dalla finitudine.
“Dio non raggiunge la sua soddisfazione quando punisce, ma quando riporta il figlio nella casa, quando il suo abbraccio arriva anche a Caino e non solo al giusto Abele. Questo modo di pensare non appartiene però all’uomo, ma solo a Dio. Solo l’identità di Dio è contrassegnata dalla misericordia, non quella dell’uomo. […] La misericordia è anzitutto una scelta di Dio: la scelta di essere in relazione con l’uomo e che si traduce in decisione libera e irrevocabile di essere dalla parte dell’uomo, con amore viscerale materno (rahamin) e con fedeltà benevolente”.
Queste parole di M. Grilli definiscono bene “la sapienza e la forza dell’evento della croce” annunciata da Paolo.

La sapienza della croce: l’opera di Dio realizzata in Cristo Gesù (1Cor 1,18-31)
L’apostolo distingue “l’essere in Cristo” (avvolti dal suo evento globale) dagli schieramenti religiosi di certe correnti.
La centralità per la trasformazione del singolo, della comunità e dell’intera umanità è data da: “Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1,24-25). Gesù Crocifisso e Risorto diventa il criterio per interpretare le contraddizioni umane, gli schieramenti che dividono le comunità – “io sono di Apollo, io sono di Paolo” – le immoralità, le ingiustizie per mancanza di solidarietà, le tensioni tra credenti principianti e credenti maturi. Il Vangelo stimola l’accoglienza armoniosa delle differenze (cf Evangelii Gaudium nn 226-233).
L’evento della Croce che Paolo annuncia resta follia per l’uomo, scandalo per chi crede nei miracoli. La logica di Dio sorprende ogni valutazione umana, essendo altro rispetto al nostro pensare. Dio salva attraverso il Crocifisso; una scelta ravvisabile in coloro che Egli chiama a formare la comunità di Gesù (1,26ss); persone che non avrebbero futuro, così che nessuno possa vantarsi (1,31).
A conclusione del primo movimento espositivo, in risposta alle segnalazioni delle divisioni, Paolo formula una sintesi magistrale sulla “Sapienza della croce”: Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore (1,30-31).

Dio stesso, in Gesù, ci ha messi a contatto diretto col suo agire. Per quanto non sia semplice decifrare l’azione, il dinamismo che si sprigiona dal nostro “essere in Cristo” ci libera in continuità da tutti gli elementi schiavizzanti. Le metafore bibliche della redenzione (liberazione-riscatto) dall’Egitto, dal male, dalla morte rappresentano l’ultima parola di Dio sul destino di ogni persona.

La redenzione, afferma Paolo, è un processo tuttora in corso. Quando giungerà a compimento la pienezza dei tempi in noi, allora saremo irreversibilmente separati dal negativo, dalla finitudine e appariranno in noi i valori caratteristici di Dio. Egli infatti ci rende santi come Lui è Santo (cf Lv 19,2 e Mt 6: “Santifica il tuo Nome in noi”. L’espressione biblica: Dio ci santifica in Cristo – significa che Dio ci rende capaci di esprimere l’agire stesso di Gesù, di assomigliargli nell’amore, di perdonarci e trasformarci nelle relazioni. Un miracolo che appartiene esclusivamente a Dio solo e al suo Figlio Gesù (cf Os 11,9: “Io ti perdono perché sono Dio, non un uomo, il Santo in mezzo a te”), ma che attraverso l’opera di Gesù ci viene donato come rivelazione del suo agire sapienziale. Si va ricreando così l’umanesimo nuovo luminoso frutto della Pasqua. Un evento che oggi chiede, come allora, mani umane che traducono l’agire relazionale di Gesù. Dio appare uno sconfitto nel suo Figlio crocifisso, ma ecco il paradosso insondabile: quell’evento nasconde una riserva di potenziale che nemmeno la morte potrà arrestare (1,18).

Ed ecco il terzo atto della sintesi paolina: “Dio ci ha donato il suo Figlio come giustificazione”. Una parola pregnante pronunciata da Paolo nel contesto della croce. Per noi, oggi, vuole dirci che, prima delle opinioni religiose, degli schieramenti e delle nostre sensibilità, dobbiamo dare il primato all’azione di Dio che si relaziona con noi. Egli è orientamento, cura, guarigione, salvezza definitiva. E’ costante su questi aspetti il richiamo di papa Francesco in Evangelii Gaudium.
La relazione amante di Dio non è motivata dalle nostre opere, ma dalla sua paternità-maternità, perché Dio non è disposto a perderci, e pur rispettando la nostra libertà, troverà le strade per portarci nel circuito della sua relazione attiva.
La giustificazione non è un trattato filosofico, non è una teoria, ma è l’azione stessa di Dio, constatata nell’ebraismo e nel cristianesimo. Si tratta della lettura di un popolo, della rivelazione fondata su azioni e soprattutto sull’agire pasquale di Dio,
nell’evento Gesù, i cui sviluppi sono misteriosi, imprevedibili. Paolo conferma che la relazione di Dio con l’uomo non è mai interrotta (dalla creazione al suo compimento), perché essa è suggellata dalla promessa e dall’attuazione avvenuta nella croce di Gesù: il legame di alleanza eterna (cf Lc 22,20; 1Cor 11,25).
Per Paolo la croce è sigillo di perdono, è grazia di colui che ci ama e si dona (Gal 2,19-20); è immersione nella Pasqua giustificante (Rom 6,1-11); è compimento della relazione di Dio con l’uomo, sempre sognato e finalmente attuato in Gesù. L’evento svela l’amore paradossale, commenterà Paolo in 2Cor 5,14-21, “perchè in Lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,21).
Dio ha permesso che trattassero il suo Figlio benedetto come un peccatore maledetto, perché noi potessimo diventare il suo sogno. Ora questo amore attivo ci avvolge, ci permette di sperimentare in Cristo l’azione ricreatrice, quella che fa passare le cose vecchie e fa sorgere l’umanità ad immagine dei valori divini (2Cor 5,17). Si ha allora il prodigio della nuova creazione.
Con l’azione giustificante, Dio realizza il sogno di avere accanto un’umanità affine a Lui. Sono venuto a cercare e salvare ciò che era perduto, dirà Gesù (Lc 19,10).

Leggere la realtà con la capacità interpretativa di Cristo – 1Cor 2,6-14
Paolo si rende conto di essere stato afferrato da Cristo e di essere sollecitato a sua volta di afferrarlo, per essere con Cristo e come Cristo (Fil 1,23), spinto dall’esigenza di contraccambiare nella speranza di raggiungerlo (Fil 3,10).
E proprio in questo movimento di appartenenza affine, che Paolo enuncia il quarto valore: la “sapienza” che permette di vivere le scelte tipiche di Cristo, il suo stile di vita, far propria la sua sensibilità progettuale, scriverà in Fil 2,5.

La riflessione teologica di Paolo annuncia una spiritualità matura (2,6). A. Pitta scrive che essere in Cristo è come essere immersi in un cratere di un vulcano attivo e sperimentare la sua forza esplosiva. Un movimento originario, divino, che dalla liberazione ci fa approdare alla sapienza di Cristo. Colui che prese le distanze dalla richiesta di miracoli e dalle nostre logiche puramente naturali, ora ci partecipa la sua capacità di leggere la realtà e di orientarci per riscrivere il suo stile di vita (2,16).
Dio salva per mezzo della Pasqua di Gesù e ci fa essere in Cristo per la più paradossale delle sue vie: l’Evangelo. “L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.
Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo” (la capacità interpretativa) (1Cor 2,15-16).
La comunità rende così leggibile il volto operativo di Cristo mediante lo Spirito (2Cor 3,1-3).

La sapienza della croce e gli artigiani del Vangelo che lavorano nelle chiese – 1Cor 3,1-23)
La terza grande sintesi costituisce il punto vertice (in particolare 3,21-23).

3,1-4 Paolo inizia l’argomentazione con un pugno sullo stomaco ai Corinti: egli li taccia da immaturi e principianti, incapaci di capire i discorsi e le realtà profonde del Vangelo; dunque, bando ad ogni loro vanità.
In 3,5-23 Paolo affronta ora il nodo spinoso dell’identità dell’apostolo e del suo vero ruolo nella comunità. L’apostolo non può essere parificato semplicemente ad un leader di gruppo, a un santone. Chi è allora? Un diacono, un servitore attraverso cui si arriva alla fede; ma attenzione: secondo poteri che Dio stabilisce. Il ruolo del servitore è dunque demitizzato rispetto a Dio (2,5), anzi egli deve stare attento a come svolge il suo servizio. Il servo ha poteri limitati.
3,6-9 Dall’identità dei servi Paolo ora passa a descrivere chi è la comunità. Egli la definisce: campo, piantagione di Dio (v. 9). E il lavoro dei servi – apostoli è un lavoro agricolo (vv. 6-9).

Di questi servi e apostoli, alcuni, come Paolo, entrano nella prima fase del programma: essi dovranno allora dissodare e piantare (vv. 6.7.8); altri, come Apollo, rappresentano una seconda stagione di lavoro e dovranno semplicemente irrigare il seme gettato da altri (6.7.8). Colui che possiede la vita ed è in grado di donarla e farla crescere non sono gli operai, ma Dio stesso (6.7.9).
E Dio è il proprietario del campo, oltre che della vita. Chi sono questi operai? Persone che offrono le proprie risorse a Dio (sunergoi); anzi, dei salariati chiamati a ore (cf. Mt. 20,1-15). Essi riceveranno semplicemente il salario della loro fatica (v. 8). Da notare che il lavoro è chiamato proprio col termine fatica (“copos”).

Una seconda immagine descrive la chiesa: edificio – 3,9-17
Sia l’immagine del campo che quella dell’edificio provengono dalla Bibbia:
cf. Amos 5,11; Is. 5,2ss; Is. 65,21; Dt. 6,10-11.
Piantare ed edificare sono le opere di Dio per un popolo nomade, che vive nella provvisorietà e senza costruzioni solide. Paolo, usando queste immagini, presenta una realtà di chiesa peregrinante piuttosto che sedentaria e autosufficiente.
Paolo è stato il pioniere che ha dissodato il terreno e ha posto la prima pietra angolare: Cristo. – 3,12-15. Il tempo e le prove dimostreranno che cosa l’apostolo ha costruito e con quali materiali. Se quelli usati sono scadenti verranno bruciati; se sono validi, si consolideranno e brilleranno.
I vv. 16-17: sembrano un inciso sferzante contro la superficialità dei Corinti.
Di fronte a tanto lavoro, e a come Dio si rende presente nella comunità, Paolo mette in guardia i Corinti a non lottare contro Dio perché verrebbero semplicemente annientati.
In questa sezione – 3,5-17 si nota il richiamo trinitario: Dio è il proprietario, Cristo la pietra angolare, lo Spirito la realtà che impregna, trasforma e rende santi (3,17).

Una perorazione chiude:
vv. 18-22 Paolo invita i Corinti ad abbracciare la Sapienza vera e a non lasciarsi condizionare da modi di pensare mondani. L’appassionata esortazione e perorazione subisce un’improvvisa impennata e diviene un canto di libertà e sovranità responsabile.

E la comunità chi è? Essa è un valore grande.
vv. 22-23 Tutto è funzionale ad essa: gli apostoli, i servitori, il mondo, la vita e la morte. Tutto gioca ad edificarla, il presente e il futuro. Tutto! Questa centralità della comunità è poi relazionata a Cristo in termini di consegna offertoriale: il vero Signore della comunità è Cristo. E Cristo è relazionato al Padre. Ne consegue il primato di Dio, il quale ci dona Cristo come mediazione e signore della comunità per una relazione di primato su tutto il resto.
Paolo rovescia così i partiti, i santoni, i leaders. I Corinti dicevano: io sono di Apollo… Paolo ora dice: Apollo è vostro, voi di Cristo, Cristo di Dio!. Vengono così ristabilite le giuste relazioni secondo la Sapienza della Croce. In 2Cor. 1,24 Paolo dirà “noi non vogliamo fare da padroni della vostra fede”.

L’ultima applicazione della Sapienza della Croce

4,1-13 riguarda il servizio che svolge l’apostolo. Nella sezione 3,5-15 egli aveva parlato del suo ruolo e lo aveva definito ruolo di servitore (3,5). (Non come traduce la Cei – “ministro”). Paolo ora approfondisce l’identità di colui che è di aiuto a Cristo nella comunità e chiede di considerarlo “aiutante” (uperetes). Eretes significa rematore, ipo significa sotto: dunque si tratta di un rematore che riceve ordini, che è a disposizione di un altro, in questo caso Cristo (4,1).
Il problema dell’aiutante è quello di stare al ritmo, cioè di essere fedele. Chi lo giudicherà non sarà semplicemente il consenso umano, e nemmeno la coscienza personale, ma il Padrone. V. 4 – Mio giudice è il Signore. E’ lui che mette in luce i segreti profondi, le intenzioni nascoste di chi collabora con lui (v. 5).
Attenzione dunque al vanto e all’enfiagione (vv. 7-8), perché tutto è dono (v. 7).
Volgendosi al termine della riflessione:
vv. 9-13 Paolo ora entra nel vivo del suo servizio e della sua vocazione. Egli parla dei tratti del suo lavoro che assomigliano molto alla vicenda di Geremia (1,5; cf. Gal. 1,15).
Parla delle fatiche, non degli onori; delle sofferenze, opposizioni, rifiuti, persecuzioni, insulti.
La vocazione dell’apostolo spesso è in costante opposizione alla comunità, egli ne porta i pesi (fame, sete, nudità: termine che significa “privo di dignità”, disprezzo, condanna, spettacolo per il mondo (v. 9), debolezza, stoltezza (v. 10).
Paolo ha vissuto (vv. 11-12) ogni genere di precarietà e contraddizione e ha dovuto rispondere costantemente al male ricevuto con il bene. Egli non restituisce il male vendicandosi.

Una simile vocazione non si capirebbe senza entrare nel mistero di Cristo. Per l’apostolo la vera gloria e il vero vanto non è il successo, l’efficienza, ma l’imitare Cristo crocifisso vivendo i valori più impegnativi del discorso della Montagna.

Un elenco delle prove:
 4,9 Dio mette l’aiutante di Cristo all’ultimo posto come un condannato a morte;
 4,10 In rapporto alla comunità questi è un perdente, debole e disprezzato;
 11-12 Egli vive faticosamente ogni sorta di privazione fino a quella di essere derubato della dignità e molte volte è dileggiato.
 12b-13 L’aiutante di Cristo deve restituire il male ricevuto continuando a fare il bene ai suoi aggressori;
 13 l’apostolo sembra proprio la spazzatura, il rifiuto sociale, marginalità da disprezzare, il senza diritti.

Essere apostolo è un onere, un peso, non un onore sociale. Il modello di questo comportamento rimane Gesù e costituisce il suo insegnamento più radicale (cf. Mt. 5,44 e Lc. 6,27-28: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi perseguitano, che vi odiano, che vi calunniano).
Vivere una simile vita diviene a tutti gli effetti un atto di offerta incessante, una liturgia molto costosa. In Fil. 2,17 Paolo dirà: “anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo”. E in Rom. 12,1-2 esorta a fare del proprio vissuto un’offerta.
L’apostolo dunque ripropone con la propria esistenza i paradossi vissuti da Gesù: una dedizione offerta in cambio dell’umiliazione più ignobile. Gesù restò fedele per aiutare l’uomo e salvarlo. Questo agire può ripugnare alla ragione umana. Tanta dedizione può apparire follia, eppure resta lo splendore di un amore che è divino. Ecco il “Cristo Sapienza per noi (1,30) e potenza per noi”.

Note conclusive
Corinto è una città portuale multirazziale e multireligiosa. Le grandi scuole filosofiche subiscono un degrado e si trasformano in centri di piacere. In questo ambiente cosmopolita, Paolo annuncia la Sapienza della Croce e propone un umanesimo alternativo, fondato sulla relazione a Cristo, per imparare la più sconvolgente via dell’amore.
Umanesimo non fondato sulle nostre risorse, ma sull’iniziativa gratuita che stimola la nostra risposta e la abilita per vincere le forze del degrado culturale. Una liberazione che avvia l’affinità ai valori di Cristo, grazie all’opera di Dio, capace di incidere nel nostro stile di vita e avviarlo all’interpretazione della realtà con la modalità stessa di Gesù. Sono i due grandi nuclei sintetici proposti da Paolo con il dinamismo stesso di Dio (cf 1Cor 1,30-31 e 2,16).
Vertice e punto d’arrivo di questo lavoro di Dio, in Cristo, sarà la vita di persone che investono le loro risorse non solo per se stesse. In questo legame esse desiderano diventare artigiani del Vangelo nella storia (il campo), per costruire un edificio di umanità relazionata, legata al dinamismo di Cristo, e attraverso di Lui a Dio stesso. Si intuisce così l’ambizioso progetto di Dio sull’umanità. E’ un progetto di umanità di valore, relazionata, che sconfigge le divisioni, le classi, e si riconosce nella solidarietà matura, che rispetta le diversità, promovendo tutto e tutti.

(Firmino Bianchin)

Segnalo: questo articolo di Pierangelo Sequeri e il messaggio del nostro Vescovo Michele Tomasi sul sito diocesitv.it

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/una-domenica-lontani-dalle-chiese-cos-il-vangelo-annulla-la-distanza