Note per partecipare alla Celebrazione Eucaristica – ore 9.30 (in salone)

1.    Riprendiamo la Celebrazione eucaristica domenicale aperta alle ore 9.30 nel salone.

2.    La celebrazione feriale del martedì e del giovedì è alle ore 18.30 con i Vespri.

3.    Si richiede il rispetto dei posti così come ordinati in salone e nel corridoio, senza spostamento di sedie. 

4.    Nei punti stabiliti all’ingresso del salone si provveda a igienizzare le mani.

5.    Si indossi la mascherina e la si tolga solo per ricevere la Comunione, che verrà distribuita dal celebrante. Ognuno resta al proprio posto; chi riceve l’Eucarestia si alza in piedi.

6.    Al termine della celebrazione, il sussidio dei canti non venga lasciato sulle sedie; ognuno lo porti a casa.

7.    Alla conclusione, si abbia la cura di non fermarsi, com’era consuetudine, ma di uscire direttamente dalla casa, mantenendo la precauzione delle distanze.

L’uscita è dal portone del salone e ai cancelli del cortile.

(note dal DPCM e dal decreto del Vescovo di Treviso).

 

Sabato 30 maggio – ore 20.30 VEGLIA DI PENTECOSTE (salone)

Domenica 31 maggio – Eucarestia ore 9.30 con le modalità indicate in questa nota.

Amare secondo l’esempio di Gesù

VI DOMENICA DI PASQUA 2020

At 8,5-17

1Pt 3,15-18

Gv 14,15-21

Prendo in considerazione solo il v 15 del Vangelo – “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” – esplorando un po’ la ricchezza di sfumature del verbo “Custodire” (terein) e della parola “comandamento” (entolè) nella tradizione biblica deuteronomica e giovannea.

Nella nostra formazione siamo stati abituati all’osservanza dei comandamenti, con il rischio di tradirne il significato e la stessa esperienza religiosa. Il nostro rapporto con Dio non è certo alla pari, e nemmeno paragonato alla sudditanza a un despota, che ci può sanzionare. Dio non è il detentore di un potere anonimo. Il significato biblico più appropriato di “osservare” è “custodire”. Perché? Se in una relazione c’è amore vero, anche allo stato iniziale che con l’esperienza maturerà, allora si rendono necessari alcuni atteggiamenti, per rispondere in modo adeguato a colui che ci ama.

L’amore che Gesù richiede è certamente alto, perché il suo amore per noi è giunto fino al dono supremo (Gv 13,1). Custodiamo le sue parole donando la nostra esistenza.

Dal punto di vista antropologico, custodisco qualcosa che per me è vitale; custodisco un volto, una relazione senza la quale la mia esistenza sarebbe più povera, custodisco un modo di vivere, dei valori, delle opportunità che mi sono donate; custodisco le promesse di Gesù.Custodire diviene allora il bisogno di imitare le scelte di Gesù, di percorrere le sue vie, di mantenere vivo il fascino dei suoi ideali.

Custodire non evoca semplicemente delle parole, ma la memoria viva di Gesù e il desiderio di crescere nelle sue prospettive di vita, di restituire me stesso a Lui, come dono.

Questi sentimenti e gesti, richiedono l’impegno della vigilanza, della fiducia perché il volto di Gesù non venga snaturato o perda di significato e incisività. Conservando una relazione viva alimento la mia responsabilità e custodisco il dono ricevuto. Gli impegni diventano leggeri, il futuro si dilata, illuminato dalle promesse del Signore.

Più che “osservate i miei comandamenti” è preferibile tradurre “custodite il mio tesoro” – la “segullah” – dice Dt 7,6; Es 19,5: “Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare.

Il Salmista prende come esempio Dio stesso, quando descrive la cura amorosa verso il suo popolo. Il pellegrino che giunge alla città santa, canta Dio che custodisce il popolo. Salmo 121: Il tuo custode non sonnecchia, non dorme. Dio ci custodisce da ogni male, protegge la nostra vita in tutto il nostro percorso. Dio si è rivelato Pastore, Padre, Madre: “anche se tutti costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato. Tu sei sempre davanti a me” (Is 49,14-16).

Così il pio pellegrino fa memoria di appartenere a Lui, in tutto. Egli alza lo sguardo al suo Signore con fiduciosa certezza.

Salmo 121

Alzo gli occhi verso i monti…
Da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto vien dal Signore:
che ha fatto il cielo e la terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede;

non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenterà, non prenderà sonno

Il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,

il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,

né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:

Egli custodirà la tua vita.

Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,

da ora e per sempre.

 

Custodire rimanda alla maturità di valutazione che caratterizza l’agire responsabile della persona. Con una annotazione conclusiva, mi sembra di poter dire che nel linguaggio di Gesù risentiamo le parole del profeta Geremia, cap 31,31-34; Ez 36,26-27 che ci esorta a custodire ciò che Dio mette stabilmente nel nostro intimo, per disegnare il nostro cammino e trasformarlo.

“Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e custodirete e metterete in pratica le mie prescrizioni” (Ez 36,26-27).

Dt 4,5-8 – Mosè dirà: “davvero questa è la nostra saggezza e la pienezza del nostro futuro”. Nella sua esortazione, Gesù ci consegna ciò che lui stesso ha custodito e realizzato come l’assoluto: “Il comandamento del Padre”. Ho interpretato la mia esistenza, il mio agire, spendendoli nel dono, nella solidarietà, nella responsabilità verso gli uomini che mi hai affidato, a cominciare dai più disagiati e persino falliti nella loro umanità.

“Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio». (Gv 10,17-18). Dunque: se mi amate, custodite attivamente il mio vissuto come io ve l’ho mostrato e insegnato.

La lettera a Diogneto approfondisce e concretizza l’esortazione di Gesù:

Se anche tu sarai desideroso di questa fede otterrai subito la conoscenza del Padre. Dio infatti amò gli uomini, per loro creò il mondo, a loro assoggettò tutto quanto è sulla terra, diede loro la ragione e l’intelligenza, solo a loro concesse di volgere in alto lo sguardo, a lui; li plasmò a sua immagine, mandò loro il suo figlio unigenito e ad essi promise il regno dei cieli, e lo darà a coloro che lo avranno amato. E dopo che l’avrai conosciuto, di qualche gioia non credi tu che sarai colmato? E come non amerai colui che per primo tanto ti amò? E amando Dio, diventerai anche imitatore della sua bontà. Non mostrare meraviglia che l’uomo possa divenire imitatore di Dio. Lo può, perché egli vuole. Infatti la felicità non è data dal dominare sul prossimo, né dal voler essere più forte dei deboli, né dall’essere ricco, né dall’essere prepotente verso gli inferiori; nessuno può imitare Dio in questi modi, che sono estranei alla sua grandezza. Ma colui che prende su di sé il peso del prossimo, e che, con ciò che ha in maggiore abbondanza, si sforza di beneficare colui che ha meno e usa le cose ricevute da Dio provvedendo ai bisogni, quegli diventa Dio per coloro che da lui ricevono: e si fa imitatore di Dio. Allora, pur trovandoti sulla terra, potrai vedere Dio che abita nei cieli; allora comincerai a predicare i misteri di Dio; allora amerai e ammirerai coloro che vengono puniti perché non vogliono rinnegare Dio.

Non sto parlando di argomenti stravaganti, e non faccio indagini irragionevoli; ma essendo stato discepolo degli apostoli, mi faccio maestro delle genti: comunico fedelmente ciò che mi è stato insegnato a coloro che sono divenuti discepoli della verità. Chi infatti, rettamente istruito e fattosi amico del Verbo, non cerca di imparare in modo chiaro la verità che per mezzo del Verbo fu apertamente mostrata ai discepoli? Ad essi il Verbo la manifestò, quando apparve e parlò chiaramente, senza essere capito dagli increduli, ma esponendola ai discepoli, da lui ritenuti fedeli, i quali conobbero i misteri del Padre. Per questo motivo egli mandò il Verbo, perché si manifestasse al mondo. E questi, disprezzato dal popolo, fu creduto dai pagani per la predicazione degli apostoli. Egli è colui che era fin dal principio, e apparve nuovo e fu riconosciuto antico, e sempre nuovo nasce nel cuore dei santi.

A cura di E. Bianchi, Letture per ogni giorno, ELLEDICI, p 280.

(Firmino Bianchin)

 

 

 

 

 

 

IL PERCORSO PASQUALE – Gv 14,1-14 V Domenica di Pasqua 2020

Già nella domanda di Pietro a Gesù si profilava la sua partenza: “Dove vai” e soprattutto il suo punto di arrivo (cf Gv 13,36-38). Il cap 14 si presenta come un approfondimento del significato della Pasqua e del tempo ecclesiale.

Attraverso la tecnica delle domande, Gesù risponde in modo catechetico, formulando un insegnamento in cui si moltiplicano gli imperativi. Non si tratta di una questione letteraria e nemmeno di opinioni, ma dell’insegnamento autorevole di Gesù a riguardo dei contenuti per coloro che percorrono la Via al suo seguito. Per facilitare la meditazione dividiamo la sezione 14,1-14 in tre ondate, secondo un crescendo vitale e significativo sugli aspetti fondamentali della vita del discepolo.

14,1-6 Il ritorno di Gesù al Padre (cf 16,28).

“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre”

Due imperativi presentano la prima richiesta di Gesù ai discepoli. Non vivete il mio distacco come una tragedia, ma come un passaggio al Padre; a Lui ritorno per preparare la stessa condivisione di vita relazionale a voi. Non vivete il dramma della morte solo come una fine buia, un distacco fatale, che frantuma ogni contatto. La seconda richiesta fa leva sull’affidamento a Gesù – “credete in me”, al suo evento e alle sue parole, che aprono ci la prospettiva di una condivisione della sua relazione col Padre.

La traduzione “vado a prepararvi un posto” non rispetta pienamente il senso giovanneo dell’espressione. Nella casa del Padre, nella sua famiglia, ciascuno avrà una relazione stabile e felice, quella che non delude e che nessuno può usurpare. L’attuale vita comunitaria – sociale è esperta di privilegi, di emarginazioni, di concorrenze sleali per avere l’altro a proprio vantaggio. Si può arrivare a svendere tutto, pur di accaparrarsi la relazione col potente di turno. E la realtà della frammentazione familiare, ecclesiale, sociale e lavorativa.

Questa fase storica finalmente sarà superata e ad ognuno sarà assicurato lo spazio relazionale, che non ci renderà anonimi, insignificanti La storia degli arrivismi, della prevaricazione conoscerà la fine.

A tale proposito, Gesù parla del suo ruolo nell’oggi della chiesa. Egli va e prepara questa prospettiva dialogica-relazionale stabile, senza ombre e incrinature. Si tratta di un legame fondato sulla reciproca dedizione, ricevuta e corrisposta responsabilmente, che concorre alla felicità condivisa. (Si legga Apocalisse, cap 21).

Tale futuro comincia oggi. Dice Gesù: “poi vengo di nuovo”. La modalità formativa della sua promessa nel nostro oggi non è precisata. Le cinque promesse dello Spirito metteranno a fuoco gli itinerari, rendendoci capaci di cogliere l’esperienza umana di Gesù e di portarla nel nostro vissuto (14,26), rendendola visibile (15,26), fino a testimoniarla pienamente (16,13). Donandoci lo Spirito Gesù ci comunica la possibilità di scegliere il Vangelo nel nostro contesto culturale.

La vita presente assume il significato di una abilitazione relazionale piena quando è vissuta nell’affidamento pieno a Gesù. “Affinchè dove sono io siate anche voi” (14,3); “Credete in Dio e credete in me”. L’impegno dell’apertura a Gesù si colloca sulla stessa linea di assoluto riservata al Padre e non può essere occasionale e insignificante. Per sopravvivere nel presente faticoso non possiamo rifugiarci nelle evasioni; l’oggi è troppo importante per preparare il futuro promesso. Gesù ci prepara per condurci alla sua stessa meta di umanità risorta.

Con la tecnica retorica delle domande – “Non sappiamo dove vai, come conoscere la Via?”  (15,5) – Gesù rivendica il ruolo di essere l’unica Via, l’autentico percorso umano, come Dio lo desidera, quello che conduce alla vita del Padre. L’affermazione è forte, non va relativizzata ma percorsa. La Via è la modalità con cui Gesù ha vissuto la sua donazione esprimendo la sua obbedienza al progetto del Padre. “Nessuno ha mai visto Dio, l’unico per nascita e condizione l’ha visualizzato” (Gv 1,18). Giunti a questo culmine, una seconda domanda rilancia l’approfondimento di Gesù

Gv 14,7-11 – Filippo dice: “Mostraci il Padre”

L’esperienza con Gesù ci introduce al Padre; vivendo alla scuola di Gesù si fa esperienza del Padre in modo incisivo. In questo orizzonte, la domanda di Filippo è fuori luogo e manifesta un’esperienza allo stato iniziale proprio nei confronti di Gesù. Traducendo la risposta, Gesù lo esorta a intraprendere un itinerario meno dilettantistico, impegnato e coinvolto non solo del sapere, ma anche dell’operare.  Impara le mie scelte di vita, vivi della Parola come io ho vissuto della Parola del Padre (Gv 4,34).

In conclusione, Gesù chiede la piena adesione a quanto dice, alle scelte che ha fatto e sta facendo (v 11), come condizione per la maturazione del cammino di fede.

 

Gv 14,12-14 – Gesù afferma solennemente: credere è affidare la propria vita, le proprie aspirazioni e il proprio futuro a Lui. Questo impegno è mantenuto vivo quando è educato e nutrito dalla preghiera. Un’invocazione non lasciata esclusivamente alla nostra sensibilità o necessità, ma educata e nutrita proprio nello spazio relazionale con Gesù (il Nome). Non si tratta di negare le proprie domande, ma di purificarle e approfondirle, di cercarne il di più di orientamento e di significato. L’effetto infallibile sarà nella progressiva scoperta di un’umanità nuova, della vita di risorti, che già ora inizia la sua avventura nel glorificare Gesù e il Padre.

(Firmino Bianchin)

“La parola del Padre è necessariamente un annuncio d’amore. Osservare questa parola è amare. La parola di Dio, portataci da Gesù, è una legge d’amore: amare Dio, amare i fratelli. Quando noi sentiamo parlare di leggi, di comandamenti, pensiamo forse troppo all’obbedienza, alla sottomissione, all’abdicazione della propria personalità. Ma è una visione angusta.Dio-amore, può pronunciare soltanto una parola d’amore. Dio ci vuol bene, e sa che noi, per essere felici, abbiamo bisognosi essere guidati e protetti contro noi stessi, così portati all’egoismo.

Ascoltare ed osservare la parola di Dio portataci da Gesù, significa per noi camminare verso la felicità, vivere nella luce, la pace e la serenità, amando Dio e il prossimo dimenticando noi stessi. La parola d’amore di Dio è talvolta oscura per noi, ci sembra dura e incomprensibile.

Bisogna però sempre credere all’amore. Dio è così grande nel suo amore, e noi siamo così piccoli nel nostro egoismo. Bisogna dunque credere all’amore, come il bambino si fida alla mamma, anche quando essa proibisce o impone talvolta severamente certe cose: il bambino non sempre capisce, ma la parola della mamma è sempre parola d’amore, cercando il bene e la felicità del bambino. Così anche noi con Dio. Dio è il nostro Padre amoroso, infinitamente buono, e la sua parola, anche se talvolta misteriosa, ci conduce sempre più vicino a lui, la nostra felicità. Crediamo dunque all’amore. “In ogni istante il nostro essere ha come stoffa e sostanza l’amore che Dio nutre per noi. […] Già come creatore Dio si svuota della sua divinità, prende la forma di uno schiavo, si sottomette alla necessità, si abbassa. Il suo amore mantiene nell’esistenza, in un’esistenza autonoma e libera, degli esseri diversi da lui, diversi dal bene”.

S. WEIL, L’amore di Dio, Traduzione di G. BISSACA – A. CATTABIANI, con un saggio introduttivo di A. DEL NOCE, Edizioni Borla, Roma 1968, 3 1994, p. 103.

IV Domenica di Pasqua – Vangelo di Giovanni 10,1-21 + 22-39 Il Bel Pastore

La pecora perduta nei Vangeli di Mt 18,12-14 e di Lc 15,4-6. Da uno sguardo globale ai quattro Vangeli emerge che Marco e Giovanni ignorano la parabola della “pecora perduta”. Sorge una domanda: perché non sono sufficienti al Pastore le 99 pecore; perché tanta apprensione per la smarrita, lasciando sole quelle che si trovano all’ovile?

La risposta degli autori che riportano l’episodio suona così: un proprietario che perde una pecora o non si accorge che una rimane indietro, non può restare indifferente, perché in qualche modo si sente responsabile; allora la cerca e se gli riesce a trovarla, se la carica sulle spalle, poi si rallegra con gli amici. Nella descrizione emerge un di più del semplice valore di mercato, che li chiama valore affettivo, che nel lieto fine del ritrovamento lo porta a condividere la gioia con gli amici. La parabola, in tal modo, rivela due volti: quello di Dio, che non potrà essere felice perdendo anche uno solo dei suoi figli, e quello del “piccolo smarrito”, che spera di essere reinserito nella comunità (Mt 18,15) e nella famiglia del Padre (Lc 15,6+11-32).

Luca introduce la parabola come giustificazione di Gesù, contestato dai giusti, perché era venuto per cercare e salvare i perduti (15,1).

Matteo invece, narra la parabola partendo dalla domanda che Gesù rivolge alla comunità: “Che ve ne pare…? Il racconto assume così la caratteristica del dialogo per terminare con la richiesta risoluta del Padre, come motivazione dell’operato di Gesù e della comunità: “Il Padre non vuole che sia perduto uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). P. Vanni identifica i piccoli con i “portatori del meno”, quelli che non reggono al passo degli altri”. L’esemplarità del Padre insegna come custodire le relazioni nella vita comunitaria e la missione pastorale affidata alla chiesa. I racconti di Mt e Lc narrano lo smarrimento, ma anche la ricerca del pastore, la possibilità di ritrovare il perduto, la gioia che ne scaturisce. Il movimento non è solo letterario, ma divine teologico:

cercare, trovare, gioire con la motivazione che il Padre celeste (il vero Pastore) non è disposto a perdere nessuno. Il messaggio è fondato sull’amore del Pastore divino, come lo attesta il primo Testamento e l’operato del suo Figlio inviato.

(cf Ger 23; Ez 34; Zc 11,4ss; Salmo 23/22; 80/79; 100/99).

Il Bel Pastore – Gv 10

Per capire la parabola è utile collegarla al segno del cieco nato, tornato vedente per opera di Gesù; e in particolare al cap 9,39-41, dove il confronto polemico con le guide cieche dei farisei sfocia nel lungo discorso pronunciato da Gesù. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, alcune frasi dell’episodio del cieco. “Questo uomo non è da Dio, poiché non osserva il Sabato” (9,16).

“I giudei avevano stabilito in antecedenza che se qualcuno avesse confessato Cristo, venisse espulso dalla sinagoga” (9,22).

“Questo uomo è un peccatore (9,24).

Guide inchiodate al passato: “noi sappiamo che Dio ha parlato a Mosè, ma costui non sappiamo donde sia” (9,29).

“Sei nato nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori” (9,34).

La figura del Pastore evidenzia la natura e lo scopo dell’agire di Gesù: egli è l’autentico Pastore, fedele al progetto del Padre; la controfigura rispetto ai cattivi pastori, qualificati come ladri, saccheggiatori, mercenari, lupi: in una parola, guide arroganti, che impoveriscono e distruggono la vita delle persone con le loro mediazioni accecate dagli interessi. Al contrario, il Pastore si pone come mediazione del Padre, ha un rapporto improntato all’amore, con dedizione totalizzante, che arriva fino all’offerta della vita. Egli non ruba, ma partecipa la vita in pienezza.

L’atteggiamento del Buon Pastore dovrà essere visualizzato, nel tempo ecclesiale e nella missione pastorale della chiesa (Gv 21), da persone che si lasciano condurre da Gesù fino a manifestare nel martirio la glorificazione dell’amore, operante nella loro dedizione.

Presentazione di Gesù Messia come Bel Pastore: Gv 10,1-21

Il messaggio della prima parte

Il linguaggio narrativo collocato a seguito del cieco nato, espulso dalla sinagoga per aver creduto in Gesù, gira attorno ad alcuni simboli tratti dal mondo pastorizio:

10,1-6: il recinto delle pecore (v 1), la porta (v 2), il pastore delle pecore.

Nei vv 7-21 Gesù riprende di nuovo solennemente le affermazioni, esplicitandole; così la Porta (v 7) viene identificata al Pastore (v 11). In rapporto alle pecore, Gesù si definisce: “io sono la Porta”. L’affermazione è particolarmente significativa e importante, se letta in riferimento al cap 9, dove si narra che il cieco vedente e credente in Gesù viene espulso. Coloro che sono espulsi, non sono pecore allo sbando, senza un contatto con la comunità del Signore (il recinto). Esse hanno una “porta” importantissima, che li mette in contatto con la vita e la salvezza. Gesù dice: “Io sono la porta” di questi credenti; essi entrano nel recinto del gregge di Dio attraverso la mia missione. Le affermazioni sembrano astratte, oscure, perciò hanno bisogno di chiarificazioni e di esperienza per essere capite nella loro ricchezza luminosa. Nel contesto polemico dell’espulsione, il discepolo di Gesù entra davvero nel popolo di Dio, custodito, amato e nutrito da Cristo Signore, suo inviato. Il primo testamento, nei momenti drammatici del popolo (Ger 23; Ez 34; Salmo 23; Salmo 80), descrive che Dio stesso prenderà in mano direttamente l’azione pastorale per soccorrere il popolo ingannato dalle cattive mediazioni.

Ora Gesù afferma solennemente di essere la porta (v 7) e l’Unico pastore del popolo (vv 11-14), al quale Dio suo Padre, nella figura simbolica del portinaio (v 3) gli apre la porta, lo introduce ufficialmente nel recinto, e lo fa solo per lui. Entrato nell’ovile, il pastore si pone al lavoro; il linguaggio si fa denso: egli chiama le pecore. E’ la prima azione: il mistero della chiamata per nome e lo sviluppo per opera di colui che ci conduce fuori. Il lettore è invitato a riferirsi al linguaggio dell’Esodo, verso una pienezza garantita da colui che cammina avanti a noi. La catechesi giovannea rielabora attualizzando l’evento del Primo testamento. A questa azione fortemente reciproca e comunionale, la persona sollecitata risponde con l’ascolto obbedienziale, fondato su una percezione profonda e arcana, tipica di chi riconosce in quella voce la chiamata del Padre.

Ascoltare e seguire sono condizione per imparare l’umanesimo nuovo, le scelte, le motivazioni che Gesù stesso ha vissuto ascoltando il Padre.

Facendo così, Egli si pone come modello, come esempio; e Giovanni precisa: mentre Gesù le chiama fuori verso il suo umanesimo, Egli stesso cammina davanti (10,4). Non è facile esaurire in termini di attualizzazione adeguata queste affermazioni. Il punto di riferimento di Gesù modello diviene stimolo sorgivo e creativo, a partire dalle situazioni in cui viviamo oggi, per un oltre migliore mai interamente compiuto. Il camminare davanti indica una mobilità continua, perfino imprevedibile e imprecisabile. La scelta di ascoltare la voce del Pastore funziona come elemento determinante, come un assoluto in un rapporto relazionale (le mie pecore, il mio pastore). E trattandosi di Gesù mediazione e Pastore, significa imparare da lui; o come direbbe Paolo: “per raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13) è necessario imparare a conoscere Cristo dandogli ascolto e lasciarsi istruire secondo la verità (l’autenticità umana) che è in Gesù (Ef 4,20-21).

Per contrasto, coloro che intralciano la chiamata-progetto di Dio e ostacolano il lavoro pastorale dell’inviato di Dio, sono guide false che rubano, uccidono, lavorano arbitrariamente nel popolo di Dio (v 8).

Il senso simbolico della Porta definisce l’unica mediazione di salvezza (v 9), per Gesù noi entriamo nell’esperienza permanente di accogliere la vita: “Sarà salvato, entrerà e uscirà (termini che dicono la totalità dell’esperienza) trovando già adesso pascolo di vita, fino a ricevere una salvezza piena in futuro, quando al termine del nostro esodo, entreremo definitivamente nella vita stessa di Dio.

Il linguaggio ha riscontro nella vita della sequela di colui che cammina davanti. La parabola di Gesù descrive così il senso del nostro cammino storico con un esito ricco e non quantificabile. A questa sequela si oppongono per contrasto operatori che svuotano di significato e di valori la vita, portando a derive rovinose (v 10). L’opera di Cristo, Buon Pastore, è presentata con chiarezza: Egli iene, entra nel nostro intimo, perché abbiamo la vita in abbondanza (v 10).

 

Il Verbo divenne uomo e piantò la sua tenda per camminare con l’umanità (1,14) affinchè dalla sua pienezza tutti potessimo ricevere il dono, secondo una progressione infinita, della sua gloria, della sua benevolenza, della sua autenticità (1,16). Gesù si pone come Colui che interpreta e partecipa la stessa vita del Padre, che Egli condivide. Da lui noi riceviamo le potenzialità per diventare omogenei a Dio stesso, cioè “suoi figli” (1,2).

Il dono sacrificale del Pastore – 10,11-21

Il Buon Pastore ama intensamente le sue pecore, al punto di donare (deporre) la sua anima (vita) per esse (è questo il significato greco del verbo conoscere, con riferimento all’ebraico jada) (v 15).

Giovanni descrive con queste immagini il dono totale di Gesù, partecipato radicalmente e liberamente a noi. Nessuna costrizione lo obbliga, tutto manifesta l’esigenza di donarsi interamente (10,18).

In forza della guida e della dedizione amorosa di Gesù, il discepolo potrà affrontare le insidie del cammino. La dedizione del Pastore consiste nel portare al nostro livello e nelle nostre circostanze l’intera pienezza di vita che lui possiede. La risposta alla sua dedizione non può che suscitare una docilità senza riserve e limiti da parte di tutti noi, a immagine di quella che Gesù stesso vive col Padre (10,14). In altre parole, Gesù attende una risposta sulla linea di una reciprocità amante e non di una abitudine senza colore, tiepida o costretta dalla paura.

L’ultima parte del discorso prende il ritmo di una discussione accesa – 10,22-30

Ambientazione

Dalla festa delle Capanne, festa d’autunno in cui si raccoglievano i frutti e si abitava in capanne di frasche, ricordando la vita del deserto (Gv 7,2-10,21), si passa ora all’inverno, in cui si ricordava la riconsacrazione del tempio con Giuda Maccabeo (nel 164), dopo la profanazione di Antioco IV. Era la festa della consacrazione (annuka) (1Mac 1,54). L’ambientazione oltre che storica, per Giovanni è soprattutto simbolica e viene definita come la festa d’inverno, festa di tempo cattivo (10,22). L’evangelista, mentre richiama i tratti caratteristici del Messia Pastore, mette in evidenza le dinamiche che portano al rifiuto. Gesù passeggia nel portico di Salomone, dove si radunano e discutono i giudei. Gli oppositori lo accerchiano, ponendogli una richiesta precisa: “Dì a noi se sei il Cristo. Non tenerci in sospeso” (10,24).

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù ha rivelato di essere il Messia solo alla Samaritana: “Sono io che ti parlo” (4,25-26). Nei Sinottici, per non favorire comprensioni riduttive e deviate, Gesù dirà di essere il Messia Re solo durante il processo.

Ritornando al contesto giovanneo, il clima è di rifiuto, perciò la domanda dei giudei non è sincera, non è ispirata da desideri di accoglienza. Infatti Gesù risponde: “Ve l’ho detto e non credete” (10,25) – cf i cap. 7-8. Poi aggiunge: “Le opere che faccio testimoniano che io sono l’espressione del Padre” Per Giovanni le opere sono i segni che Gesù ha compiuto fino ad ora; proprio quei segni dovevano far riflettere e intuire che nell’opera di Gesù si manifestava quella del Padre. La motivazione per cui essi non colgono l’irradiazione divina è denunciata solennemente da Gesù: “Voi non appartenete alle mie pecore” (10,26). Con questa affermazione, Gesù rievoca un mondo di atteggiamenti, alla luce loro data hanno scelto le tenebre, il rifiuto (cf 3,19 e 1,9-11). La chiusura è così motivata: “noi sappiamo che Dio ha parlato a Mosè” (9,29). Infatti i giudei avevano stabilito che, se qualcuno lo avesse confessato Cristo, venisse espulso dalla sinagoga” (9,22).

Per contrapposizione, – 10,27-30 – Gesù allora riafferma e precisa le caratteristiche dei suoi discepoli, esposte precedentemente in 10,1-14: “Esse ascoltano la mia voce, mi seguono, io le conosco”. I discepoli sanno distinguere la voce del vero Pastore, perché sono docili a Dio. “Nessuno viene a me se il Padre non lo attira” (6,44). Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da Lui viene a me” (6,45).

Queste parole ci aiutano a capire il mistero del tempo cattivo, in cui la persona, per motivazioni oscure e molteplici si chiude alle attenzioni di Dio che ci sta indirizzando all’obbedienza del Figlio suo. I termini giovannei rimandano all’educazione di un tessuto religioso, fondato sulla relazione aperta al di più della rivelazione e sperimentabile come ricchezza che sgorga dall’obbedienza, dal desiderio fattivo di imitare il comportamento del Pastore.

Gesù da parte sua, vive un’attenzione amorevole per il discepolo, lo accompagna lungo tutte le vicende della vita assicurandogli l’esito luminoso della vita nella condizione stessa del Padre (10,28). Fuori metafora, l’apertura accogliente di Gesù ci coinvolge nel suo stesso trionfo, così ciascuno di noi avrà un posto particolare nella vita di Dio (10,28). Nessuno potrà rapirci questo bene ricevuto da Gesù, nemmeno la malattia, le prove, la morte. Il v 29 : Il Padre è più grande di tutti ed è la garanzia su tutto e su tutti.

Per Gesù l’uomo ha un valore immenso, lo considera come il dono del Padre: ogni pastore, e potremmo dire con Gen 3,9-10, ciascuno di noi dovrà considerare le relazioni con gli altri con questa profondità. Ricordiamo che il primo ad amare l’umanità è proprio il Padre, al punto da donare il Figlio, il suo bene più prezioso, come mediazione del suo dono (Gv 3,15).

Sigla la meditazione il cap 10,30: “Io e il Padre siamo un solo essere”. Tutto il Padre è nel Figlio, tutto il Figlio ritorna al Padre mediante una relazione amante e assoluta, tale da formare un unico contesto di vita nella persona dello Spirito.

Gesù afferma, con queste parole riassuntive, l’unicità della sua missione e della sua opera; egli sa di essere inviato per portare a termine l’unica opera; agire in conformità col Padre è per lui più assillante del cibo; è il vero nutrimento che sempre ricerca, perciò diviene la rivelazione suprema (cf Gv 14,8-11), colui che introduce il discepolo nello stesso rapporto che egli ha con il Padre.

Di più, Gesù si pone come mediazione dell’umanità intera: “ho altre pecore, anche quelle io devo guidare” (10,16).

L’unità già annunziata da Ez 37,24 si realizzerà nel compimento dell’opera del Pastore buono: morirà per radunare in uno i figli di Dio dispersi e non solo per l’Israele della fede (Gv 11,52). Una vita donata, non tolta con violenza, perché “questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio” (10,17-18). Ecco la chiave per comprendere il mistero di Gesù, la sua opera e il suo dono, di fronte all’assurda chiusura violenta che si è consumata e che ancora oggi continua. Ma è anche la chiave per capire l’ardua chiamata di investire la vita per il più sublime degli ideali: sorto dall’amore insondabile di Dio e rivelato in pienezza dal suo Figlio, inviato perché doni quello che Egli stesso riceve dal Padre (cf 5,21-26).

Giovanni, partito da riferimenti storici, condivisi con gli altri evangelisti, li elabora e li approfondisce, applicandoli alla situazione della sua comunità come stimolo per noi lettori. Così nasce l’invito a rendere attuali le scelte che furono in Cristo Gesù, visualizzate in modo multiforme, fino al martirio.

Si succedono le generazioni, possono cambiare le situazioni, rimane l’evento essenziale del seguire Cristo. Giovanni ancora una volta ci invita a radicarci in esso per comprendere l’opportunità donataci e conoscere la direzione, il senso della vita e soprattutto della meta.

L’ultimo capitolo di “Sequela” di D. Bonhoeffer si pone come sintesi teologico-esistenziale del percorso meditativo.

Coloro infatti che egli ha da sempre conosciuto li ha pure “indirizzati a essere uguali all’immagine del suo Figlio” (ndr), affinchè egli sia il primogenito tra molti fratelli (Rom 8,29). Questa è l’incomprensibile grande promessa data a coloro che sono stati chiamati alla sequela di Gesù: che essi saranno uguali a Cristo. Porteranno la sua immagine come fratelli del primogenito di Dio. La destinazione ultima del discepolo è di diventare “come Cristo”. L’immagine di Gesù Cristo, che chi è nella sequela ha sempre davanti agli occhi, che fa svanire ogni altra immagine, s’imprime in lui, lo pervade, lo trasforma, così da rendere il discepolo simile, anzi, uguale al maestro. L’immagine di Gesù Cristo nella comunione quotidiana impronta l’immagine del discepolo. Chi è nella sequela non può guardare l’immagine del Figlio di Dio con atteggiamento inerte e inoperoso; da questa immagine irradia una forza di trasformazione.

(D. Bonhoeffer, Sequela, vol 4, Queriniana, p 281).

Omelia di P. Tarcisio Geijer, a Vedana 1970

Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.

Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore delle anime vostre». «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita».

Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge». Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi! Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre.

Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre. E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente.

Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezza dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!

Il Dio della pace che in virtù del sangue del patto eterno ha tratto dai morti il grande pastore delle pecore, il nostro Signore Gesù,  vi renda perfetti in ogni bene, affinché facciate la sua volontà, e operi in voi ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Lettera agli Ebrei cap 13,20-21).

(Firmino Bianchin)