Corso biblico di d. Massimo Grilli

Ecco raccolti i link di collegamento delle tre serate tenute in videoconferenza…del corso tenuto da d. Massimo Grilli, dal 3 al 5 gennaio 2022, presso la comunità monastica di S. Maria in Colle – Montebelluna.

Prima serata

https://drive.google.com/file/d/1a5WMTVIH2psPbd4En1CTRSS3Zl2s2J5a/view?usp=sharing

Seconda serata

https://drive.google.com/file/d/1NuP1dMhHn0U-gCPO2VPgZA2h7l5HWYuL/view?usp=sharing

Terza serata

https://drive.google.com/file/d/1IHv2Zv7G3EjvauZNgnhfARoelFnuW22d/view?usp=sharing

Figure Natalizie – meditazione di frère Ghislain Lafont (2016)

(meditazione tenuta a S. Maria in Colle)

Giovanni Evangelista è una figura emblematica di Natale. Il Prologo del suo Vangelo recita il Mistero dell’Incarnazione del Verbo come nessun altro testo, andando più di tutti nella profondità inenarrabile della relazione del Verbo a Dio e del suo farsi carne fra noi uomini. Non è dunque da stupirsi se lo sviluppo liturgico della festa di Natale va dal racconto lucano della nascità a Betlemme (messa della notte) alla solenne proclamazione del Prologo (messa del giorno) ripresa un’ultima volta all’Eucaristia del 31 dicembre.

Ora la tradizione attribuisce il Vangelo di Giovanni a questa persona anonima di cui si dice: “il discepolo che Gesù amava”. A causa, dunque, di una vicinanza affettiva forte con Gesù, questo discepolo ha potuto entrare più di ogni altro discepolo in questi ambienti di cui Paolo dice che li “si odono delle parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare” (II. Cor. 12,4).

Per avvicinarci anche noi a tale profondità, possiamo fare una prima osservazione. Dove il titolo “il discepolo che Gesù amava” appare per la prima volta? Non all’inizio del Vangelo, invece molto tardi, cioè all’ultima cena (Gv. 13, 23, – e nel contesto drammatico del tradimento di Giuda Gv 13, 21-26]. Giovanni è al fianco di Gesù, sul suo petto, quando Gesù è profondamente commosso pensando a Giuda. Comunica anche corporalmente al fremito di Gesù, ferito, deluso, tremante, e in questa comunione è capace di sentire il nome del traditore. Il testo non dice che il discepolo abbia passato la notizia a Pietro, vuol soltanto farci sapere che il discepolo è totalmente entrato nella confidenza, di modo che sia associato dall’interno alla tragedia che comincia. Il discepolo che Gesù amava significa dunque colui che, dall’inizio della Passione, poteva essere il compagno fedele di Gesù. La vicinanza fianco a fianco, come gesto di totale prossimità, è l’unione nella Passione. Possiamo immaginare i sentimenti del discepolo mentre Gesù faceva l’ultimo discorso, che udiva come attraverso la rivelazione della tragedia imminente, di cui adesso conosceva l’inizio inimaginabile, cioè il tradimento di Giuda. Una rilettura, una lectio divina del discorso come se fossimo noi nei panni di Giovanni ci rivelerà tanto! Forse saremo in grado di discernere la risoluzione forte del discepolo di non fuggire, di non abbandonare Gesù, di non lasciarlo solo, di essere in un certo modo un “anti-Giuda”.

La seconda occorrenza della parola “il discepolo che Gesù amava” si trova al piede della Croce di Gesù, qualche ora dopo. Stabat Johannes! Sta li, in mezzo alle donne, vicino alla Madre di Gesù.  Non dice niente, nessuno parla. Dalla condanna in poi, anche Gesù non ha più parlato. Il tempo della Croce è avvolto dal silenzio…quante ore? L’unico modo di avvicinarci anche noi al discepolo, alla Madre, alle donne è condividere il loro silenzio. Alla fine dell’ultimo discorso, Gesù aveva detto: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv.17.3). Coloro che stanno presso la Croce di Gesù giungono alla conoscenza: conoscono perché co-nascono a Lui, che nasce alla vita eterna attraverso la morte assoluta. Finalmente, sembra che Gesù si accorga che ci sono delle persone laggiù, che li riconosca e parli loro. Dare alla Madre il discepolo che amava; dare al discepolo la Madre che anche amava. Per loro due, è un punto di non ritorno: si allontanano dalla croce, sono altri a deporlo dal legno e seppellirlo, saranno altri, due giorni dopo, ad andare al sepolcro per vedere non si sa che cosa. Per loro, al silenzio della Croce fa seguito il silenzio dell’attesa. Non aveva detto il Signore: “Quando sarò andato, e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv. 14,3)? Aspettano senza guardare indietro.

Del discepolo che Gesù amava, si parla una terza volta, poche ore dopo. Quando Maria di Magdala si accorge della sparizione del corpo di Gesù, corre da Pietro e da questo discepolo. Il discepolo va in fretta, tuttavia aspetta l’arrivo di Pietro. Entrato però, “vide e credette”. Vede le bende e crede alla Risurrezione. Alla conoscenza pesante, oscura e forte dello stare alla Croce, succede la conoscenza leggera, sicura che sorge dalla tomba vuota. Tale fede andrà approfondendosi con la meditazione delle Scritture che rivelano al credente tutte le dimensioni del Mistero di Gesù. Luca racconta nel suo Vangelo come Gesù spiega le Scritture ai discepoli di Emmaus, poi ai Dodici e come il loro cuore arde all’udire una tale lectio divina. Sembra che il discepolo che Gesù amava abbia fatto la stessa esperienza, dal momento che la sua presenza alla Croce e alla tomba diviene la chiave di lettura delle Scritture, mentre le Scritture gli rivelano invece il senso dell’evento pasquale vissuto da lui in prima persona. Non c’è allora da stupirsi che, quando (nell’appendice al vangelo di Giovanni) Gesù risorto si manifesta sulla riva del lago, mentre i discepoli stanno a pescare, sia proprio Giovanni a riconoscerlo e farlo riconoscere dai compagni.

Ciò che volevo mettere in rilievo è il fatto che il titolo “il discepolo che Gesù amava” è intrinsecamente collegato alla vicenda pasquale: dal Cenacolo alla Tomba vuota passando per il Golgota, il nome del discepolo è inseparabile dal Mistero pasquale. Significa che l’amore di Gesù non è una preferenza sentimentale, bensì una vocazione alla più grande prossimità col Signore al momento fondatore del Cristianesimo e che un tale amore provoca nell’anima, lo spirito ed il corpo del discepolo il desiderio di essere totalmente coinvolto.

A partire da questo, possiamo capire meglio i primi versetti della prima lettera di Giovanni: “Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbbiamo udito, ciò che abbiamo contemplato e ciò che le nostri mani hanno toccato…”: tutti i sensi dell’autore sono coinvolti: il vedere, il sentire, il toccare. Il “ciò” di cui si parla è colui del quale il discepolo stava a fianco all’ultima cena, stava vicino alla croce prima forse di toccare il corpo sceso dal patibolo, stava credendo al vedere le sue bende nella tomba vuota. Ora, di questo “ciò”, il Vangelo dice che “era fin dal principio”. Lo spiego così: a forza di cercare il senso vero della sua esperienza insieme totalmente sensibile, di meditarla alla luce delle Scritture, il discepolo capì che la vicenda intera manifestava l’amore: del Figlio per il Padre, per gli uomini, ma forse, ancora più profondamente, une realtà trascendente, iniziale, aldilà anche dall’inizio, Modello assoluto di ciò che fu vissuto dal Cenacolo alla Tomba vuota, mentre invece questo Vissuto era il luogo della rivelazione che si dirà più tardi trinitaria. Forse la meditazione del discepolo può essere così rintracciata: riprendendo tutta la vicenda pasquale, la capisce alla luce del profeta Isaia cap 53, donde la formula messa sulle labbra di Giovanni Battista all’ inizio del Vangelo: “Ecco l’Agnello di Dio”; facendo poi un passo avanti, ecco l’ultima testimonianza del Battista: “Questi è il Figlio di Dio” (Gv. 1, 29 e 34): dalla Croce all’Agnello, dall’Agnello al Figlio.

Per tornare a Natale e alla lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni durante questo periodo liturgico, vediamo come la Rivelazione compiuta a Natale è intrinsecamente connessa alla Rivelazione compiuta alla Morte e Risurrezione di Gesù, mediante il dono dello Spirito. Si spiegano a vicenda, s’illuminano l’una l’altra e ci consentono una contemplazione unificata del Mistero di Gesù e della nostra vocazione.

Giovanni Battista: il profeta che non ha quasi mai incontrato Colui che era chiamato a testimoniare.

Giovanni Battista è una figura centrale della liturgia sia dell’Avvento che del Natale. Dalla testimonianza unanime dei quattro evangelisti, lui è la “voce che grida: nel deserto, preparate la via del Signore” annunziata dal profeta Isaia.  Guardiamo un attimo a quest’uomo, giovane, ascetico, che esce dal deserto e cominicia a parlare, probabilmente alla gente che incontra sul cammino che lo conduce al fiume. Vediamo il suo potere di attrazione che si potrebbe dire fenomenale, perché in poco tempo la sua predica raggiunge tutti, li spiazza dalle loro case e le conduce verso il battesimo. Una persona davvero forte. La sua profezia però è del tutto speciale, finora inaudita: contrariamente ai profeti dell’Antico Testamento, lui non è immediatamente il portavoce di Dio. Tocca ad un altro dire le parole definitive. È mandato per preparare il cammino di un altro che lo supera quasi infinitamente. E se ci siano dei discepoli attorno a lui, loro non formano una comunità in una certa maniera chiusa intorno a Lui. Se c’è della gente a venire per farsi battezzare da lui, tali battezzati sono in attesa di colui intorno alla quale si preparera l’avento del Regno di Dio.  Forza del Battista, ma anche umiltà della sua persona, fragilità quasi effimera della sua opera.

Dopo queste parole d’introduzione, vorrei sottolineare la discrezione del Battista nel compimento della sua missione.

Nel Vangelo di Marco, Gesù dopo le folle di Gerusalemme viene anche lui come l’ultimo al battesimo, è battezzato e fa subito l’esperienza della grande Teofania che segna l’inizio della missione. Del Battista, non si dice niente: battezzò gli altri, battezza anche Gesù. Come se non si accorgesse di niente. Non si parla di ciò che fece fra il battesimo di Gesù e l’arresto. Si parlerà forse di più dopo la morte… Lui stesso è passato senza far chiasso, neanche senza sviluppare con Gesù i rapporti ai quali avremmo potuto pensare, vista la sua missione di testimone di Gesù.

Matteo invece sottolinea una conoscenza previa che il Battista avrebbe avuto di Gesù: l’avrebbe individuato prima, non sappiamo quando e come, ecco perché indietreggia di fronte all’amministrare il battesimo a Gesù. Tale gesto non corrisponde per niente all’idea che lui si fa del “più forte, di cui non è degno di portargli i sandali”. Gesù deve allora suggerirgli, senza precisare, un’altra saggezza. Forse non capisce tanto, se dobbiamo giudicare secondo l’unico evento che riporta dopo il Vangelo. Le opere compiute da Gesù, che conosce in prigione attraverso i reseconti dei suoi discepoli, non lo convincono. Li manda da Gesù, per avere conferma che è Lui ad essere il Messia atteso. Ma deve accontentarsi della risposta dei discepoli, basata sulla Scrittura. Nella risposta non c’è nessun accenno alla liberazione del prigionero, compiuta con forza dal Messia potente. Ma neanche vediamo Gesù cercando di visitare Giovanni e, alla fine, muore senza gloria da una gelosia femminile.

In Luca: nel Vangelo dell’infanzia di Gesù, l’evangelista si dilunga molto su Giovanni Battista: per lui, un’Annunciazione c’è, una Visitazione da parte della Madre di Gesù, una nascita che fa chiasso, un accenno alla sua vita da anacoreta nel deserto. Per Gesù, non ci sarà molto di più. Poi, si parla della sua venuta fuori del deserto, della sua predicazione (con più particolari concreti che non negli altri evangelisti), del battesimo che amministra, dell’annncio di un altro che verrà e poi del suo arresto. Si conclude allora il reseconto del ministero di Giovanni Battista: il popolo è battezzato; missione compiuta! Soltanto allora appare Gesù, di cui si dice come incidentalmente, “battezzato anche lui”; sta in preghiera come nell’attesa dell’apertura dei cieli. Nessuna insistenza sul fatto che Giovanni abbia battezzato Gesù, l’abbia conosciuto. Tutto ciò che si rapporta a Gesù accade dopo la carcerazione. Non si vede bene perché l’evangelista ha parlato tanto del Battista nel Vangelo dell’infanzia, per dire tanto poco o piuttosto niente dal momento che Gesù entra nella narrazione.

Nel Vangelo di Giovanni, il Battista è testimone di fronte ai capi del popolo: sacerdoti, farisei. La situazione è quella di un processo; per individuare la persona: chi sei tu, e, di fronte alla negazione forte di essere Messia o profeta, per sapere il perché del battesimo: come è possibile che una persona che non è niente di speciale nè di rilievo possa battezzare. La ragione allora è chiara: per la testimonianza resa all’altro che sta per venire. Giovanni ha visto lo Spirito scendere su di lui. Tale discesa rivela al Battista il nome vero della persona: Agnello di Dio, ciò che indica una lungimiranza grande. E subito, Giovanni vide due dei suoi discepoli andarsene per seguire l’Agnello, vedere dove vive e l’indomani partire con lui; non torneranno! I discepoli di Giovanni sono un po’ sconvolti dall’evento, più tardi ascolteranno l’ultima confessione del Battista, quella dell’amico dello sposo: “Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire”. Niente altro con Giovanni Battista nel quarto Vangelo.

Di lui, finalemente, si parlerà più avanti nei Sinottici, per raccontare però la sua morte. Ricordiamo: è giovane, come Gesù, ha annunciato la prossima venuta del Regno, ha designato con il dito l’Agnello di Dio. Cosa rimane, se non che dia la vita propria e il proprio sangue? Precursore del Messia, testimone dell’Agnello di Dio, anticipa nella sua morte quella di Colui da lui manifestato. Prima icona di Cristo crocifisso. Si dice finalmente che, dopo la decapitazione, i suoi discepoli vennero e deposero il corpo in un monumento. Manca però l’annuncio di una risurrezione e forse tale mancanza è anch’essa un segno profetico: non è possibile che il profeta fedele fino alla morte rimanga in essa. Si deve però aspettare la risurrezione del più Forte di lui, cioè Gesù. Allora il senso pieno della missione di Giovanni Battista sarà manifestato.

Della terza figura di Natale, infatti la prima ovviamente, Maria, vorrei sottolineare anzitutto la discrezione. I vangeli ricordano di essa meno di 50 parole, tutto compreso, sostantivi, verbi, aggettivi, articoli. Dicono invece che Maria custodiva e meditava nel suo cuore gli eventi che era chiamata a vivere. Virgo meditans, forse sarebbe il nome più appropriato. Nel Vangelo di Matteo non si dice niente. In questo vangelo, il racconto dell’infanzia di Gesù gira intorno a Giuseppe, il quale riceve le apparizioni nel sonno e dirige tutta la vicenda, fino all’esilio a Nazareth. Di Maria non si dice niente se non che è stata trovata incinta. Sembra che non abbia comunicato al fidanzato il come e il perché della situazione, – e noi, che leggiamo la storia, rimaniamo stupiti di un tale silenzio.  Forse una circostanza che anche noi siamo invitati a meditare nel cuore. Comunque, ha seguito tutta la vicenda drammatica e, finalmente si è sistemata a Nazareth col marito e il bambino, tutto sommato in esilio.

In Luca, invece, Maria sta in primo piano. Riceve un’annuncio, del tutto inaudito nella storia degli uomini fin dall’inzio. Le parole dell’angelo indicano lo statuto, la missione, la dignità del bambino che nascerà con delle parole della Scrittura che fanno pressentire a Maria un futuro glorioso per il bimbo. La conferma le viene dalla cugina Elisabetta.  Tutto ciò però non cambia niente al corso ordinario delle cose, niente fa pressentire una nascità regale. Deve scendere col marito per un censimento che sembra totalmente fuori posto se pensiamo a ciò che sta per arrivare. Il parto del Figlio dell’Altissimo, di Colui che compie le promesse fatte al Re Davide e sarà Re d’Israele, del Santo che sara chiamato Figlio di Dio (tali sono i nomini del bambino come sono usciti dalla bocca dell’Angelo), questo parto non si fa neanche in una casa, ma in una mangiatoia, mentre i testimoni sono dei pastori della vicinanza (e non è scritto che Maria abbia visto gli angeli nè sentito il Gloria in excelsis Deo; forse ha visto soltanto i pastori). Noi siamo abituati a sentire il vangelo, ma quella che ha vissuto l’evento in prima persona, come reagisce?

Virgo meditans. Io credo che, a questo punto, Maria non pensa, ella accoglie, impara, comincia a scoprire lo stile di Dio nella vicenda della salvezza: medita nel cuore l’accaduto. Tornata a Nazareth come era scesa da Nazareth, non riceve nessuna istruzione particolare su come educare il Figlio dell’Altissimo. Allora, con suo marito, fa come fanno tutti. Al tempio per la presentazione del bambino accoglie per la prima volta la rivelazione di un futuro forse difficile: certo i vecchi profeti benedicono il bambino, lo manifestano a tutti, a Maria però non nascondono la lotta futura del Messia, neanche la ferita della Madre. Maria ascolta in silenzio. Una volta ancora tornano a casa, e vivono col fanciullo che cresce, senza che niente di particolari segni questi anni scuri, al punto forse di far dimenticare le peripezie dell’origine. Se le avessero dimenticate, l’episodio del Tempio, quando Gesù raggiunge i dodici anni, le ricorderà a loro. E’ la prima volta che il Padre celeste si manifesta come forza di separazione fra Gesù e i suoi genitori. Non capiscono. La Virgo meditans accoglie l’evento, scopre il proprio posto, forse d’attesa, di silenzio, di disponibilità. Scopre più che mai che amore e morte sono delle realtà molto vicine.

Impressionante il fatto che, nelle scarcissime occasioni d’incontro fra il Figlio e la Madre, la distanza è forte. A Cana, Gesù non si affretta a compiere ciò che le poche parole della Madre suggerisce, oppure non compie senza aver segnato una distanza: “Che ho a che fare con te, o donna?” Ella però aveva accettato la partenza del Figlio, non pensava, come la famiglia e la gente di Nazareth che lui fosse fuori di senno. In effetti, la ritroviamo, nei Sinottici, proprio quando i suoi vengono laddove Gesù predica per riprenderlo, ricondurlo a casa, tenerlo al sicuro finché non guarisca dal disturbo mentale. Gesù non si affretta a salutare la madre, invece mette esplicitamente aldilà dei rapporti familiari la parentela vera, quella dei discepoli, ciò che dirà chiaramente un po’ più tardi: “Chi è mia Madre?”. Possiamo guardare la donna che se ne va e torna a casa con i fratelli e le sorelle di Gesù, senza di lui. La rivedremo soltanto alla Croce. E là, il Vangelo dice: Stabat. In piedi. Non questa donna quasi svenuta tra le braccia di Giovanni come la dipingeranno i pittori del seicento, ma una donna forte sostenuta dalla forza della sua presenza: virgo meditans, capace di prendere su di sè la passione anche fisica del Figlio, ma soprattutto di comunicare ciò che le parole di Gesù ci rivelano: il perdono per gli altri, il silenzio e l’abbandono da parte del Padre; il sentimento finale che tutto è compiuto; la Madre silenziosa fa sua le ultime invocazioni del Figlio e rimette, anche Lei, l’ultimo soffio del morente al suo Padre. E dopo, rientra nel silenzio. Nel frattrempo aveva ricevuto la consegna di allontanarsi dalla Croce e di partire con il discepolo. Non è detto che il Risorto gli fosse apparso. Sappiamo dagli Atti degli Apostoli che ultimamente perseverava nella preghiera con i discepoli: virgo meditans.  Un ultimo aspetto di tale meditazione appare quando ricordiamo la parola di Gesù ai discepoli di Emmaus: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti” (Lc. 24,25). Se avessero creduto, non avrebbero avuto un “volto triste” quando camminavano verso Emmaus. Lo stesso per il discepolo che Gesù amava, secondo Gv. 20,9: come l’abbiamo visto, vide e credette al vedere le bende nel sepolcro, e il testo aggiunge, parlando dei due, Pietro e Giovanni: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli doveva risuscitare dai morti” (20, 9). Se avessero compreso, non avrebbero avuto bisogno del segno delle bende per sapere di Gesù risucitato. Ora, cosa diremo di Maria: virgo meditans. Conosceva le Scritture. Chi sa se ogni passo della vita di Gesù non fosse stato interpretato da essa alla luce delle Scritture? E anche la morte, e anche la risurrezione. Allora, forse quando il discepolo si allontana dalla Croce con essa, Maria sapeva che camminava verso la Risurrezione e che i suoi passi erano i primi nel Regno dei Cieli annunziato dal Figlio.

Ricordando così i pochi dati della Scrittura nei confronti di Maria, non voglio dire che le cose raccontate accaddero nella storia concreta. Forse i contatti di Gesù con Maria sono stati diversi, più numerosi, più cordiali…Però la testimonianza dei testi sacri è l’unica cosa importante per noi: ci rivela ciò che dobbiamo ritenere essenziale, cioè dall’inizio a Betlemme fino alla Croce; la Madre di Dio è nello stesso tempo totalmente presente e tenuta a distanza. E forse capiamo che è bene così. Una partecipazione più attiva, un intervento concreto nell’una o nell’altra circostanza avrebbe forse danneggiato l’intensità della meditazione, mediante la quale Maria fu totalmente presente ad ogni momento della vita, morte e risurrezione di Gesù. In questo senso, Maria ci indica una strada austera, spogliata, quella dell’amore, se l’amore è dare la propria vita a favore dell’amato, e ricevere anche la propria vita dall’amato: morte e risurrezione. Forse è dopo la Risurrezione, sperimentata nella fede più pura dopo anni di presenza alla vicenda di Gesù, la Madre di Gesù avrà finalmente capito in pienezza il saluto iniziale dell’Angelo e la verità semplice dei titoli allora enumerati: Figlio dell’Altissimo, Re eterno, Figlio di Dio.

La Pasqua rivela Natale!

Cosa possiamo allora noi tenere a mente di ciò che abbiamo appena meditato? Lo posso forse riassumere con la parola di Paolo, quando condivide con i Filippesi il suo ideale personale: “Conoscere Lui, la potenza delle sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (3,10). Forse questa sentenza è anche la descrizione della nostra vita.  Siamo stati tutti battezzati nella morte e risurrezione di Gesù: la potenza della risurrezione giace dentro di noi, nascosta però reale. Quanto alla partecipazione alle sofferenze, possiamo dire senza drammatizzare, che è quotidiana: ci manca a volte, non sempre la presenza di Spirito per riconoscere la Croce di Gesù, cioè l’invito a fare da ogni istante il dono della vita propria.

TEMPO NATALIZIO 2021

24 dicembre: ore 20.30

VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

sabato 25 dicembre: ore 10.00         NATALE DEL SIGNORE : Celebrazione Eucarestica

 Ore 18.00       Celebrazione dei Vespri

Domenica 26 dicembre ore 9.30       Celebrazione Eucaristica

31 dicembre: ore 21.00 (Ottava di Natale)

VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

Sabato 1 gennaio 2022: chiuso

Domenica 2 gennaio – 9.30 Celebrazione eucaristica

3- 6 gennaio 2022

Sera dalle ore 20.30 alle 22.15 (3/4/5gennaiio)

CORSO BIBLICO CON D. MASSIMO GRILLI

(Docente di Nuovo Testamento alla Pontifica Università Gregoriana)

“CAMMINARE CON CHI E VERSO DOVE?”

La Sinodalità nell’opera Lucana (Vangelo e Atti)

Il corso è organizzato in presenza e in collegamento zoom

I LINK si possono trovare su questo sito. Il collegamento inizierà alle 20.20.

Giovedì 6 Gennaio -Epifania – ore 9.30

d. Massimo Grilli presiede la Celebrazione Eucaristica e conclude il corso biblico.

LECTIO BIBLICHE DI AVVENTO 2021

IL MISTERO NASCOSTO:

Nel Libro dei popoli il Signore scrive:

“Là ogni uomo è nato” (Sal 87)

Lectio biblica domenicale (16.30-17.45)

Domenica 28 novembre – Adonai dona ai popoli il diritto di cittadinanza nella sua città:

                                               – l’abbattimento dei muri

                                               – Samo 87,4-6: “Là ogni uomo è nato”

Domenica 5 dicembre –                    Il Mistero di Gerusalemme

                                               Storia: I luoghi della presenza di Dio

                                               2 Sam 7,5-11 – Casa di preghiera per tutti i popoli

                                               1 Re 8 – La fine del tempio (Mc 13); il Nuovo tempio (Gv 2,19-22)

Domenica 12 dicembre –      Mistero: Il progetto di Dio (Lc 18,31 “Là si compiranno…) Lc 24,47; Atti                                       1,8; Gv 19; Zc 12,10; Salmi 46-48.

Domenica 19 dicembre –       Profezia – Interrogarsi su Gerusalemme come profezia. Gerusalemme     è anche presente oltre che futuro, come dimorarvi  (Gal 4,26-31 – la libertà del credente, la tenda dei popoli (Ap 21, Sal 45)

TEMPO NATALIZIO

24 dicembre: ore 20.30

VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

sabato 25 dicembre: ore 10.00         Eucarestia

 Ore 18.00       Celebrazione dei Vespri

Domenica 26 dicembre ore 9.30       Celebrazione Eucaristica

31 dicembre: ore 21.00 (Ottava di Natale)

VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

Sabato 1 gennaio 2022: chiuso

Domenica 2 gennaio – 9.30 Celebrazione eucaristica

3- 6 gennaio 2022

CORSO BIBLICO CON D. MASSIMO GRILLI

Sera dalle ore 20.30 alle 22.15 (3/4/5gennaio)

“CAMMINARE CON CHI E VERSO DOVE…”

La Sinodalità nell’opera Lucana (Vangelo e Atti)

Giovedì 6 Gennaio -Epifania – ore 9.30

d. Massimo Grilli presiede la Celebrazione Eucaristica e conclude il corso biblico

(link accedere al Programma completo 2021-2022)

per ulteriori informazioni: mail: santamariaincolle@santamariaincolle

Il Pastore buono – Omelia di P. Tarcisio Geijer ( Certosa di Vedana, 1968)

Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.

Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore e duce delle anime vostre».  «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita». Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge».

Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi!

Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre. Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre.

E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente. Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezze dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!

(Certosa di Vedana, 1968)