AVVENTO-NATALE 2022

Lectio bibliche domenicali – (16.30-18.00)

Visione profetica dell’Avvento:

per capire meglio “che cosa Dio ci prepara chiamandoci” (Ef 1,18)

Domenica 27 novembre – La Parola di Dio nella vita della Chiesa

Domenica 4 dicembre – Dio comunica il suo progetto nella Sacra Scrittura

                                        Progetto ingenuo o progetto divino da servire? (Dei Verbum n. 21; Is 8,23-9,6)

                                        La notte dei sensi (Sir 17,1-14)

                                        Il suo Regno irrompe: Dio attende una risposta (Is 52,7-10)

Domenica 11 dicembre – Come custodire il legame con Dio e capire la sua attenzione per l’umanità      (DV n. 25.26; Lettera a Tito 2,11-15; 3,4-7)

Domenica 18 dicembre – Così si compie il Natale di Nostro Signore: sintesi e itinerari…

TEMPO NATALIZIO

Sabato 24 dicembre: ore 21.00

VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

Domenica 25 dicembre: ore 10.00     Eucarestia

    Ore 18.00      Celebrazione dei Vespri

Lunedì 26 dicembre        chiuso

Martedì 27 dicembre    ore 20.30       Presentazione del video: “Anna e Francesco – la casa racconta” – Due fondatori dello scoutismo trevigiano

Sabato 31 dicembre: ore 21.00 (Ottava di Natale)

VEGLIA DI MATTUTINO ED EUCARESTIA

Domenica 1 gennaio 2023: chiuso

Seguirà la parte quaresimale e pasquale.

Anticipiamo il programma delle settimane bibliche che si terranno sempre di sera, dalle ore  20.30 alle ore 22.

22 -25 giugno Con d. Massimo Grilli: “Il giogo della libertà. Provocazioni bibliche

28-31 agosto  con d. Flavio dalla Vecchia: “Il libro di Giosuè”

13-16 novembre con d. Gianantonio Borgonovo: “La Torà della preghiera di Israele e della chiesa: I       cinque libri dei Salmi”.

Omelia di p. Ghislain Lafont – ottobre 2013- S. Maria in Colle

Esodo 17,8-13 Luca 18, 1-8 ottobre 2013, P. Ghislain Lafont (S. Maria in Colle

Venne Amalek e combattè contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi degli uomini ed esci a combattere Amalek. Domani io mi terrò ritto in cima alla collina, con in mano il bastone di Dio”. Giosuè fece come Mosè gli aveva detto per combattere Amalek. Mosè, Aronne e Cur salirono in cima alla collina. E quando Mosè alzava la sua mano, Israele era più forte, e quando abbassava la sua mano era più forte Amalek. Ma le mani di Mosè pesavano: allora presero una pietra e la misero sotto di lui. Vi si sedette sopra, mentre Aronne e Cur sostenevano le sue mani, uno da una parte e l’altro dall’altra. E le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè finì Amalek e il suo popolo a fil di spada.

Raccontò loro una parabola per mostrare che dovevano pregare sempre, senza stancarsi mai. “In una città viveva un giudice che non temeva Dio e non si curava di nessuno. Nella stessa città viveva una vedova che andava da lui e gli chiedeva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo il giudice non volle, ma alla fine disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non mi prendo cura degli uomini, tuttavia le farò giustizia e così non verrà continuamente a seccarmi”. E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice ingiusto? E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che lo invocano giorno e notte? Tarderà ad aiutarli? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

Il significato di queste letture è evidente: è il comandamento della preghiera costante, perseverante. Ci sono due immagini di questo comandamento: la storia di Mosè che sottolinea un legame stretto tra la preghiera del profeta con le mani alzate e la vittoria; la parabola del giudice e della vedova, che a forza di pregare, di chiedere, ottiene ciò che domanda. Dunque, la preghiera ottiene: questo è semplice. Ma quello che non è semplice è che non è vero.  Capita che la preghiera, anche se perseverante, non è sempre esaudita. Come ricevere allora questo vangelo come parola vera di Dio in Cristo?

La prima riflessione sarebbe che forse siamo come i dieci lebbrosi che, quando la preghiera è esaudita, non pensano a ringraziare (Lc, 17, 11-19). Quindi siamo ingrati. Invece nei casi in cui la preghiera non è esaudita, allora non siamo contenti. Forse se tu fossi un po’ più grato avresti il coraggio di accettare anche quando Dio sembra non rispondere.

Ma cos’è la preghiera?

Lo sappiamo che cos’è ma dobbiamo sempre approfondire le nostre convinzioni. Facciamo un semplice esempio. Questa mattina, qui, ci siamo riuniti una quindicina di persone e abbiamo pregato. Cosa abbiamo fatto? Prima siamo stati spinti dallo Spirito, il desiderio di riunirci, di pregare insieme. E dunque ciascuno di noi stamattina, come voi adesso, è arrivato con tutte le sue richieste interiori, per se stesso, per gli altri, per il mondo, per una persona particolare ( io per mio nipote Giacomo che sarà ordinato diacono questa sera …).

Questa comunità con le richieste di ciascuno, si è avvicinata al Padre; abbiamo pregato, siamo entrati in questo mistero dell’incontro invisibile, reale con il Padre. Abbiamo evocato il mistero di Cristo con i Salmi e le Scritture. I salmi descrivono il mistero di Colui che è stato mandato da Dio, della sua fedeltà e sofferenza, della sua morte e risurrezione. Dopo abbiamo formulato le domande in modo semplice, con la preghiera per eccellenza che è il Padre nostro. Questa mattina, questa piccola comunità si è avvicinata a Dio nella preghiera, preghiera di grande spessore, quello dello Spirito Santo che prega in noi. Nella stessa ora c’erano tante altre comunità che facevano lo stesso, tante famiglie forse che facevano insieme la preghiera della mattina e tante persone singole che hanno pregato il Padre che conoscono o che hanno pregato verso uno sconosciuto. Tante preghiere si alzano verso Dio, in diverso modo.

Una cosa meravigliosa è pensare che alla mattina, forse alla sera, o in certi momenti della giornata, il mondo, attraverso queste persone che pregano, si avvicina a Dio. E Dio si avvicina a loro, perché Lui è considerato una persona alla quale si parla. E’ un immenso grido di rendimento di grazie, anche di domande, di fiducia, di speranza. Mi sembra che in tutte queste grida c’è il Cristo, il suo Corpo che dice “Padre”; e dico l’umanità, non soltanto i cattolici.

Ogni volta che una persona esce un po’ da se stessa per arrivare all’invisibile, dice, senza sapere, “Padre nostro”. Il frutto di questa preghiera è la prossimità con Dio, la speranza in Lui, la pace, la sottomissione filiale. Quando preghiamo ritroviamo gli atteggiamenti giusti di un uomo, di una donna, di fronte a Dio. E questo crea la pace, che ci dispone a prendere la vita come viene e a considerare tutto sotto l’angolo della grazia di Dio. 

A volte questo che sto dicendo non è vero. A volte usciamo dalla preghiera nell’angoscia. Non siamo stati pacificati. I nostri problemi rimangono totalmente inesauditi, non chiarificati. Ma in queste occasioni, abbiamo anche l’esempio di Cristo. Cristo prega. Ma Cristo non è sempre esaudito. E quando l’angoscia è più grande della pace, sappiamo che Cristo stesso ha attraversato la preghiera non esaudita, il combattimento, l’agonia, la minaccia nel suo essere e nella sua carne fino alla morte.

In quella preghiera (“Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà”) Cristo prega, Cristo è esaudito, Cristo non è esaudito, ma è sempre Cristo.  E quando preghiamo, ciascuno di noi, ogni comunità, porta dentro di sé la gioia di Cristo nel suo avvicinamento al Padre, ma anche l’agonia di Cristo che si sente abbandonato. 

Mi sembra che questa ampia dimensione della comunità che prega, del mondo che prega, di Cristo che prega, ci prepari ad accettare la risposta oppure l’apparente non risposta, più pronti ad accettare la saggezza di Dio e la sua provvidenza.

 Quando pensiamo in modo un po’ intelligente (razionale?), è evidente che non possiamo capire la saggezza di Dio, la sua provvidenza, ma sappiamo che ogni volta che noi preghiamo, anche per una intenzione particolare, ci sarà risposto secondo la saggezza e la provvidenza di Dio. E se non abbiamo l’oggetto della nostra preghiera, avremo la forza di accettare la disposizione della saggezza di Dio.

Mi sembra che quando preghiamo, in verità, siamo disposti ad accettare la risposta di Dio qualunque sia, perché nella preghiera l’essenziale è la comunicazione da persona a persona, la mia persona alla persona del Padre, nello spirito di Dio, per la comunione e l’assimilazione a Gesù Cristo.

Queste cose che dico non sono grandi, sembrano essere grandi: parlo di Cristo ma è la verità …  A volte siamo tanto presi dall’intensità della nostra richiesta, dal bisogno nostro e altrui, che vorremmo a tutti i costi ottenere la nostra soluzione. E abbiamo ragione. Però dobbiamo sempre inserire questa domanda intensa, costante e perseverante nella preghiera di Cristo, preghiera spirituale, in totale fiducia alla saggezza di Dio.

Ora in questo momento, anche se non siamo esauditi, siamo esauditi perché sia noi sia coloro per i quali preghiamo, ricevono da Dio la risposta giusta.

La mia riflessione sul problema della preghiera non è esauriente, sarebbe troppo facile. Richiede una fede profonda e questo vangelo si chiude con un’interrogazione terribile: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Penso che noi cattolici oggi, anche i cattolici che c’erano prima, direi la pienezza del vangelo, dobbiamo sentirci in questo oggi, corresponsabili della fede del mondo. Forse non ci sarà più nel futuro tanta fede, almeno nel numero delle persone. Ma la nostra missione, di noi che conosciamo Dio, è di essere fedeli nella preghiera, che il Signore trovi su questa terra l’essenziale della fede di Cristo di cui, per la nostra generazione, siamo noi responsabili.

Io sono come un bambino, balbetto su un argomento difficile, ma è difficile a livello intellettuale, non è difficile a livello della pratica, dell’esperienza. Abbiamo tutti l’esperienza che nella preghiera, anche provata, difficile, si crea dentro di noi, dentro gli altri, la pace di Dio. In questa fede perseveriamo. Nell’Eucarestia domenicale è la comunità che prega perfettamente, che ripresenta al Padre la preghiera incarnata nel Figlio di Dio, che commemora la risposta di Dio, che è la risurrezione. Celebriamo con gioia, con fiducia questa eucarestia perché questa preghiera per tutto il mondo e per i nostri interessi personali sarà esaudita in Gesù.

Incontro con A. Barban: “Etty Hillesum”

Ecco i file audio dei due incontri su “Etty Hillesum, tenuti da p. Alessandro Barban, priore generale di Camaldoli il 15 e 16 luglio 2022 nella Comunità monastica di S. Maria in Colle.

Gli incontri hanno avuto come riferimento il libro “Osare Dio”, scritto dallo stesso p. Alessandro per le edizioni Cittadella.

https://drive.google.com/file/d/1kcKg_SnuX6ut1HXy_ssJ-pUs3cFznn0B/view?usp=sharing https://drive.google.com/file/d/179jfBg9dCvvWeM6XlmTrKvFrfwsbiEDo/view?usp=sharing

Estate 2020 – aggiornamento

Si segnalano i seguenti aggiornamenti:

Gli incontri con p. Alessandro Barban iniziano alle ore 20.45.

La settimana biblica di d.G. Borgonovo è stata spostata al 12 settembre come di seguito indicato.

15 -17 LUGLIO 2022

Incontri di spiritualità con p. Alessandro Barban, Priore generale di Camaldoli

Autore di “Etty Hillesum – Osare Dio”, Cittadella editrice

“Etty impara a inginocchiarsi, a pronunciare il nome di Dio, a pregare […] La sua preghiera è un dialogo con una presenza; e il dialogo è la via perché quella presenza non la abbandoni, ma rimanga, invece, viva e operante dentro di lei” (p. 11)

“Etty Hillesum e la scoperta di Dio nella sua vita”

ORARI

Venerdì 15 luglio 2022 – dalle ore 20.45 alle ore 22.00

Sabato 16 luglio – dalle ore 17.30 alle ore 18.45 (con il canto dei Vespri)

Domenica 17 luglio 2022 – ore 9.30 presiederà la Celebrazione Eucaristica

SETTIMANE BIBLICHE ESTIVE

 (Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.15)

25 – 28 luglio 2022

con Don Flavio dalla Vecchia

(Diocesi di Brescia)

Il Libro del Deuteronomio.

12 -15 settembre 2022

 (Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.15)

con Don Gianantonio Borgonovo

(Diocesi di Milano)

Libro di Ezechiele – (dal cap 19 – seconda parte)

………

Trinità – Domenica 12 giugno 2022

PER LA RIFLESSIONE

P. Tarcisio Gejier – CERTOSA DI VEDANA 20.6.1976

Dio è un mistero per sé insondabile. Il vangelo secondo san Giovanni dice: Nessuno ha mai visto Dio. Un Dio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. Cioè: Gesù, il Dio incarnato, ci ha rivelato chi e quale è Dio. La fede cristiana che, pur si attiene decisamente all’unità di Dio, conosce in quest’unico Dio una triplicità: Padre, Figlio e Spirito Santo che attraverso il loro distinguibile agire salvifico vengono distinti fra di loro: un solo Dio dunque in tre persone. Questo Dio misterioso però non è rimasto un mistero chiuso in sé. Neanche il male e il peccato hanno potuto impedire a questo mistero di aprirsi a noi. Proprio come risposta al male, Dio ci guida verso la sua luce, proprio nella lotta di Gesù contro il peccato e la morte l’Infinito rivela il cuore del proprio mistero. Noi, da soli, tendiamo sempre a rappresentarci Dio come onnipotenza, amore e verità, ma come lontani ed inaccessibili. L’onnipotenza però di Dio rivela invece il suo vertice in Gesù che –Dio fattosi uomo – muore indifeso con noi e vince così la morte. E la bellezza di Dio è apparsa in Gesù sofferente e crocifisso come paradosso d’amore. La santità di Dio non è soltanto inaccessibilità infinita, ma contatto coi peccatori e assiduità verso coloro che egli vuol far nuovi convertendoli. In Gesù la verità di Dio non è un gelido conoscere universale, ma un qualcosa pieno di calore e che è un tutt’uno con l’amore e la fiducia. Dio non vuol venire trovato da noi attraverso un freddo calcolo, ma attraverso una fede che è comunione con lui nella luce, nella fiducia e nell’amore. L’onnipresenza di Dio non vuol dire che egli riempia in modo uniforme la vastità dell’universo, ma che vive invece con noi delle nostre gioie e dei nostri dolori. La rivelazione autentica di Dio mistero, uno e trino, si dimostra nell’esistenza umana piena di gioia e di sofferenza. Come realtà divina ricca di calore, umana, amichevole, e inoltre piena di amore più forte della morte. Per il fatto che Gesù ci conduce al Padre e che siamo riempiti di Spirito Santo, rimaniamo coinvolti in un mistero d’amore. Siamo, come dice la Scrittura, della famiglia di Dio, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Figlio, Gesù di Nazaret, con la sua obbedienza alla volontà del Padre, con la sua passione e morte, e anzitutto con la sua gloria presso Dio. Questo suo destino esprime e contiene l’amore eterno tra il Padre e il Figlio. Dal Padre e il Figlio, lo Spirito Santo, che è il loro amore, di diffonde nel mondo e nei cuori degli uomini. Lo Spirito amore è uno col padre e uno col Figlio. Il mistero dell’amore trinitario di Dio rivela anche qualcosa del problema più profondo dell’uomo, fatto a immagine di Dio. Il mistero di Dio non è un mistero di solitudine, ma di convivenza, di creatività, di conoscenza, di amore, di dare e ricevere. L’esistenza umana è un poter partecipare a quello che è Dio, ossia all’amore. L’uomo è chiamato ad essere una esistenza d’amore, come quella di Dio. Un amore dunque che è creativo, che è luce e che è dono, anzitutto dono. Dice san Giovanni: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma a fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo dalla verità. O con le parole di Gesù stesso: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, tutta la tua mente, e – allo stesso modo – ama il tuo prossimo come te stesso. Fuori di questo amore-dono-di-sé non è possibile incontrare lo Spirito del Dio uno e trino. Per incontrare il Padre, bisogna incamminarci col Figlio crocifisso nell’amore dello Spirito Santo. E se abbiamo paura di questo angusto sentiero e se ci inciampiamo o anche cadiamo, allora le parole di san Giovanni ci incoraggiano:

Rassicureremo il nostro cuore dinanzi a Dio;

che se in qualche cosa il nostro cuore ci condanna,

Dio è più grande del nostro cuore.

….

Tutte le volte che pronunziamo l’enunciato della nostra fede trinitaria – un Dio in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo –, rischiamo di farlo diventare una formula algebrica, che ci tiene lontano dal mistero, e colloca la fede in una separazione netta tra sacro e profano. Eppure, la rivelazione trinitaria è proprio il superamento dell’idea del “sacro”, il chiuso dove vivrebbe Dio, e il “profano”, il tutt’altro da Dio, la nostra vita. […] Tutta la rivelazione biblica si presenta come lo spasimo del cuore di Dio per l’uomo. Gregorio Magno voleva che si leggessero le sacre Scritture proprio per imparare a conoscere il “cuore di Dio”: Disce cor Dei in verbis Dei… La Parola di Dio ascoltata è una scuola di conoscenza del cuore di Dio. (p. Benedetto Calati)


Dobbiamo cercare Iddio anche per un altro motivo: perché oggi gli uomini tendono a non cercarlo più. Tutto si cerca; ma non Dio. Anzi si nota quasi il proposito di escluderlo, di cancellare il suo nome e la sua memoria da ogni manifestazione della vita, dal pensiero, dalla scienza, dall’attività, dalla società; tutto dev’essere laicizzato, non solo per assegnare al sapere e all’azione dell’uomo il campo loro proprio, governato da loro specifici principii, ma per rivendicare all’uomo un’autonomia assoluta, una sufficienza paga dei soli limiti umani, e fiera d’una libertà resa cieca d’ogni principio obbligante, orientatore. Tutto si cerca, ma non Dio, Dio è morto, si dice; non ce ne occupiamo più! Ma Dio non è morto; è perduto; perduto per tanti uomini del nostro tempo. Non varrebbe la pena di cercarlo? Tutto si cerca: le cose nuove e le cose vecchie; le cose difficili e le cose inutili; le cose buone e quelle cattive, tutto. La ricerca, si può dire, definisce la vita moderna. Perché non cercare Dio? Non è Egli un «Valore», che merita la nostra ricerca? Non è forse una Realtà, che esige una conoscenza migliore di quella puramente nominale di uso corrente? migliore di quella superstiziosa e fantastica di certe forme religiose, che appunto dobbiamo o respingere perché false, o purificare perché imperfette? migliore di quella che pensa d’essere già abbastanza informata, e dimentica che Dio è ineffabile, che Dio è mistero? e che conoscere Dio è per noi ragione di vita, di vita eterna? (Cf Gv 17,3) Non è forse Dio un «problema», se piace chiamarlo così, che ci interessa da vicino? il nostro pensiero? la nostra coscienza? il nostro destino? E se fosse inevitabile, un giorno, un nostro personale incontro con Lui? Ancora: e se Egli fosse nascosto, per un interessantissimo gioco a noi decisivo, proprio perché noi lo abbiamo a cercare? (Cf Is 45,19) Anzi, sentite: se fosse Lui, Dio, Dio stesso, in cerca di noi? non è questo il misterioso e sovrano disegno della storia della nostra salvezza? quaerens me sedisti lassus (Cf Dei Verbum, 2).

(Paolo VI)

VEGLIA DI PENTECOSTE – 2022

LE PROFONDITA’ DI DIO

Guida:  Chi conosce il pensiero di Dio? (Rom 11,33ss), l’interiorità delle persone? Solo lo Spirito scruta le profondità.

Invitatorio     (antifona n 574b)

                        Ogni due strofe (+ dossologia) antifona

1 Lettura   Libro di Giobbe (cap 11,-7-8)

Guida    Battezzati in Spirito Santo risuonerà in noi la voce di Dio

2 Lettura   1Cor (cap 2,10-11)

Salmo 28 (n. 172)

Le prove del Messia: lo scenario solitario del dramma

3 Lettura   Vangelo di Luca (cap 4,1-13)

Guida Lo Spirito lo condusse nel deserto per il grande confronto con l’oppositore.

            Il primo confronto – il facile miracolismo: “dì alle pietre che diventino pane”. Le folle correranno dietro ai tuoi miracoli. L’obbedienza alla Parola appare debole e meno suggestiva, ma solo di essa vivrà l’uomo, risponde Gesù.

            Il secondo confronto – Tutta questa potenza e la gloria ti darò… Il fascino del potere diabolico: persone e autorità corrono dietro questa obbedienza maledetta e infernale. Allora il potere è gestito con ipocrisia, nasconde la menzogna, la sete di dominio. Le proposte più raffinate dividono, arricchiscono i fautori seminando servilismo barbarico. Come è difficile: “Adorerai il Signore tuo Dio e a Lui solo renderai culto”   (Dt 6,13).

            Il terzo confronto – “Gettai giù!” – La gente cerca gesti spettacolari. Le sfilate militari incantano, producono sottomissione, diventano messaggi provocatori. E Dio? Molte delle nostre richieste lo mettono alla prova: “Dove sono le tue promesse, la tua forza e la tua signoria? Perché non intervieni?” La risposta di Gesù: “Non fate test di fedeltà a Dio” (Dt 6,16). Lo smascheramento dei progetti opposti a Dio e al suo Vangelo ha bisogno della luce dello Spirito e della sua forza per respingerli. Il discepolo di Gesù, la chiesa intera, l’uomo saranno sempre assaltati da progetti diabolici. Paolo nella Lettera ai Romani, cap 7,14 ci ricorderà che nemmeno le leggi più buone potranno reggere al confronto con le forze oscure, perché l’uomo è carne, condizione di debolezza etica. Sarà dunque necessaria l’invocazione dello Spirito ed essere condotti da Lui come Gesù.

Salmo 27 (n 171 con antifona)

Guida L’imitazione di Cristo non sarà il risultato del semplice sforzo della nostra volontà. In principio Dio volle l’uomo a sua immagine, perché gli assomigli. L’uomo ha deformato l’immagine diventando incapace di relazione, profanandola col fratricidio, fino a costituirsi vertice del Creato con la Babele delle distruzioni. La superbia diventa idolatria e l’idolo, prodotto umano, un pupazzo che distrugge. Geremia è tagliente: “Inseguirono vacuità e rimasero vacui, svuotati” (Ger 2,5).

Salmo 113b – (n 633 con l’antifona)

4 Lettura – Vangelo di Giovanni 14,8-12

Guida:  In Cristo si fondono gloria e immagine alle quali conformarci, dirà S. Paolo. Lo potremmo fare? Sì, solo se il vento, la luce e l’energia di Dio attiveranno il processo.

5 Lettura – Lettera ai Romani 8,26-30

6 Lettura – Vangelo di Giovanni 14,26+16,12-14

Cantico (n 371-372).

7 Lettura – p. Ghislain Lafont

Da tutti i testi della Scrittura, dei salmi, dei commenti che abbiamo insieme ascoltato stasera e che ciascuno di noi ha ricevuto a modo suo, personalmente. Io vorrei soltanto riceverne uno perché non si può dire tutto. Si è parlato molto della promessa dello Spirito Santo.

Questa promessa è interiore: il dono promesso, il dono fatto sta ‘dentro’, e attinge ai luoghi più nascosti della nostra anima, della vostra, della mia. Questo dono vive nelle regioni della profondità nostra.

Questo dono caratterizza l’uomo interiore, di cui parla Paolo. Una realtà che mette a nudo – per così dire –la nostra profondità più grande. È un dono che è fatto ma sul quale non possiamo ‘mettere le mani’: non si mette le mani sullo Spirito, si accoglie lo Spirito, si chiude le mani su di esso, è una chiusura che è apertura. È un dono che richiede l’attenzione.

La mia proposta per voi, per me è che questo giorno, oggi, 2019, della Pentecoste, sia una festa dell’interiorità. Prendendo forse le cose in maniera un po’ diversa. La promessa è legata al tema della dimora, il tema della permanenza: lo Spirito dimora dentro di noi. Lo Spirito dimora dentro di noi.

E dunque, lo Spirito lotta contro l’instabilità, contro la corsa senza significato – conoscete l’espressione “dove corri tu?”, “non lo so, ma sono affrettatissimo” – la dimora, dimorare, rimanere. Dimorare. Si parla non so come si dica in Italia ma in Francia si dice SDF, ‘senza dimora fissa’: noi abbiamo una dimora fissa ed è tanto naturale, che non ci pensiamo.

La nostra dimora fissa, quasi invisibile, quasi intoccabile, è lo Spirito.

La festa della Pentecoste ci invita a entrare nella dimora, ad essere consapevole che abitiamo in uno spazio misterioso, tanto profondo e tanto comune che non facciamo attenzione…però questo è il dono di una dimora: dimora dello Spirito che permette la dimora del Signore Gesù, la dimora del Padre[1]. Questo tema dell’interiorità è anche legato al tema dell‘educazione’, che significa ‘far uscire dalla profondità le cose più importanti’.

Fra di voi suppongo che ci siano delle madri e dei padri e ci sono anche educatori e tutti sanno che non è facile essere educatori, far uscire da delle persone la loro profondità. L’educazione è la caratteristica dello Spirito, ‘dobbiamo lasciarci educare’… c’è un’espressione, la dico in latino – …docibiles Dei[2] – ‘persone che sanno essere insegnate da Dio’ ma questo si fa nell’interiorità.

Un altro tema che abbiamo ancora ascoltato stasera è riferito all’ascolto.

Mi sembra che la festa della Pentecoste forse ci spinge verso quella che chiamerei l’etica della parola e del silenzio: come siamo pronti a parlare, parlare e com’è difficile tacere, ascoltare – diventiamo di più in più nella vita consapevoli che per parlare bene, dobbiamo ascoltare molto, di modo che ciascuna delle nostre parole sia come una risposta a ciò che abbiamo ascoltato – quante volte, non lo so, un padre dice alla figlia “non mi ascolti!”, ancora qualche volta i professori dicono “silenzio silenzio! Ascoltatemi…” – lo Spirito ci invita al silenzio: non un silenzio che sa di chiusura ma è una qualità dell’ascolto che permette una parola giusta.

E il dono dello Spirito è anche legato al tema della novità.

Lo Spirito non ripete le cose, non è una ripetizione senza significato delle stesse parole. Sono molto colpito del fatto che oggi – oggi come oggi – possiamo scoprire la novità già mai capita o mai compresa della Scrittura, della Parola di Dio. Forse oggi, festa della Pentecoste, il panorama può essere aperto: era nella Scrittura, era nella testimonianza, era nei testi e…oggi ‘posso capire’

E questo mi sembra importantissimo in questo momento della vita della chiesa dove quando sotto la spinta di papa Giovanni XXIII, ripresa da Francesco, apriamo una nuova stagione della vita della chiesa, una stagione della storia universale del mondo. E noi abbiamo il privilegio di vivere in questo momento.

L’interiorità ci dà anche il dono della forza, uno dei sette doni dello Spirito.

Abbiamo bisogno di forza, forse prima per entrare nella nostra interiorità, seguire le nostre intenzioni spirituali… indispensabile: perché tutto ciò che faccio per obbligo, per legge… va bene, è meglio di fare niente, ma non va all’intimo della profondità spirituale, della forza che viene dallo Spirito.

La forza dello Spirito è aggressiva, intraprende delle cose: cose personali, cose sociali… lo Spirito non è una persona pigra che non [osa]… Dunque, è una forza aggressiva, ma anche una forza passiva: la forza di sostenere, di aspettare – conoscete la parola delle lamentazioni di Geremia: è bene aspettare nel silenzio la salvezza del Signore (Lam 3,26). Aggressione, ma anche pazienza. Pazienza…è una pazienza che è aperta a un risultato positivo, qualunque sia.

La cosa che vorrei mettere sotto i vostri occhi è questo dono dell’interiorità, questo dono che possiamo accogliere come comunità e che ciascuno deve accogliere per se stesso, perché la mia interiorità è unica nel mondo: prima di me non c’è stata, dopo di me non ci sarà – ma questa interiorità è essenziale allo sviluppo della vita del mondo intero: la responsabilità dell’interiorità.

Ecco, qualche pensiero un po’ slegato che volevo proporvi: la Pentecoste è la festa del dono che Cristo ci ha fatto, che è uscito dal cuore di Cristo, che è uscito dal soffio di Cristo – al momento della apparizione si dice che Gesù soffiò sugli apostoli (Gv 20,22).         

Preghiera comune

Spirito Santo, fontana di libertà

sii nel nostro cuore mormorìo dell’acqua che purifica e trasfigura.

Spirito Santo, riflesso del Padre

fa’ sorgere nel silenzio la Parola che ricrea.

Spirito di fuoco sempre nascosto

vieni ad affondare, come la lama, la Parola che santifica.

Spirito Santo, spazio aperto, paese senza confini

donaci la tua pace.


[1]   Gv 14,23

[2]   Erunt semper docibiles Dei (Vulgata, cfr. Is 54,13; Gv 6,45) Dunque, entrare nell’interiorità e ritrovare, in questo senso, la gioia della vita.

2 DOMENICA DI PASQUA 2022

                                                                                                                                                                          1971 (Certosa di Vedana) – P. Tarcisio Geijer

Gesù disse a Tommaso: Beati quelli che pur non vedendo, hanno creduto!” Credere dunque non è vedere. Credere vuol dire partecipare alla vita di Dio. Perciò la luce che si riceve non è opera nostra ma opera di Dio, grazia gratuita. Non che questo dono prescinda dall’uomo. C’è un aprirsi alla fede. Ma tra quell’apertura e il dono di Dio non c’è proporzione calcolabile. Credere è dire di SI’ alla rivelazione di Dio. Sarebbe capir male la rivelazione il considerarla come un gran sistema di verità bell’e confezionato. Essa è prima di tutto un messaggio e una luce: luce di Dio nella nostra vita, sulla storia, sul bene e sul male, sulla morte, su Dio stesso, sul valore ultimo dell’amore. Per proclamare questa rivelazione bisogna pure servirsi di parole, adottare un certo ordine, una certa connessione. Comunque, tutto ciò non deve mai dare l’impressione che la rivelazione di Dio sia un sistema di cose a sé stanti. Si tratta dello sguardo di Dio sulla nostra realtà. Vedere con gli occhi della fede, è vedere con gli occhi di Dio. La fede non è solo un sogno, ma esige anche un impegno. La nostra fede non sopravvive senza di noi. E’ un qualcosa su cui si può fermare la nostra attenzione e la nostra cura, oppure che si può trascurare. Perciò la fede è un impegno. Chi nel suo intimo riconosce la rivelazione di Dio, ha ancora una lunga strada da percorrere davanti a sé. Si tratta di realizzare la più profonda verità cui si crede, ma che non si vede e che spesso non si sente. E ogni volta di nuovo è un salto nel buio. Quando si è soggiogati dalla dolcezza di una tentazione, è un salto nel buio mettere in pratica la fede e dire di no, che è poi un sì, a coloro ai quali si vuol rimanere fedeli, ed è anche un sì a Dio. In un giorno di pioggia, quando si incontrano soltanto contrarietà nella vita quotidiana, richiede una grande dedizione credere nello Spirito santo e, di conseguenza, nella possibilità, per sé e per gli altri di essere buoni. Quando si è sopraffatti da una sofferenza assurda, è atto di gran fede rendersi conto della fedeltà di Dio e del fatto che Gesù ha dato senso alla sofferenza. Il credere non è, perciò, un’inavvertita iscrizione continuata alla Chiesa. Il credere è sempre in relazione con un ADESSO. Credere che Dio, adesso, non può lasciarci soli; che Dio, adesso, può dirigere il corso delle cose; più ancora: che Dio, adesso, col suo amore, può operare un miracolo, come talvolta nella tempesta sul lago: “Ed egli si alzò e rimproverò il vento e disse al mare: Taci, sta fermo! E il vento cessò e subentrò una grande calma. E Gesù disse ai discepoli: Perché mai siete così spaventati? Non avete proprio nessuna fede?” Il credere è una vittoria sulla nostra diffidenza verso il mondo di Dio. Come Tommaso possiamo anche dubitare nella nostra fede: avere tentazioni e difficoltà nella fede. Ma di per sé la presenza del dubbio non pregiudica la certezza della nostra fede. Un dubbio straziante può essere accompagnato da un totale abbandono, da una fede salda come la roccia. Anzi, proprio una fede salda può conoscere spesso seri dubbi. Ma la fede tentata rimane fede intera. La fede genuina è sempre intera. Non si è per metà credenti e per metà increduli. Fintanto uno può dire: “Sì, voglio credere”,  è interamente credente. Mai nessuno ha rinnegato la propria fede senza volerlo. Prima di morire nel suo monastero all’età di ventiquattro anni, Teresa del Bambino Gesù ha conosciuto dubbi terribili sulla fede. Della sua fede era rimasto nient’altro che l’ultimo suo atto di abbandono: “Io voglio credere, aiuta la mia fede”. E così quella giovane divenne santa.

Per finire preghiamo con san Tommaso d’Aquino alludendo alla incredulità dell’apostolo Tommaso del vangelo di oggi:  

Signore, io non vedo, come Tommaso, le tue piaghe.

Pure ti confesso per mio Dio:

fa che sempre più creda in te.

Che in te speri, e più ancor ti ami!