Nel dialogo col mondo educhiamoci allo sguardo profetico dell’Amore che rigenera

(Testo completo Lectio della Seconda domenica di Avvento 2016) – F. Bianchin

Riferimento: Il Primato dell’Amore pp 12-15

Vorrei portare l’attenzione su due contenuti del Regno enunciati da Gesù: la verginità e il matrimonio come due volti dell’Amore. Una lunga storia ci precede circa questi due volti del Regno, carica di ambiguità, ma anche di eroismi.

  1. Calati intitola il paragrafo “Il celibato (verginità) e l’Amore”. Allargando al nostro uditorio, preferisco parlare di verginità e nuzialità, che insieme presentano il volto severo della povertà, della ricchezza, dell’attesa e dell’educazione all’amore che le conduce alla pienezza (cf 1Cor 12,31b + 14,a).

I due valori costituiscono due vie antropologiche della relazione. Paolo parla di via secondo un massimo. Verginità e sponsalità sono cammino e sviluppo dell’uomo, della società e del Regno, perché l’uomo giunga a compimento nella nuzialità celeste, che trascende ogni previsione di maturità. Saremo infatti uguali agli angeli, dice Gesù (Lc 20,35-36); “vidi la città santa, la Sposa vestita con l’abito nuziale per il suo uomo, scrive Giovanni (Ap 21,2); perché vennero le nozze dell’Agnello e la sua sposa si preparò (19,7-9) e le fu dato di rivestirsi di un lino puro e splendente.” Il lino simboleggia le azioni giuste dei santi. “E mi dice: Scrivi: Beati coloro che sono stati chiamati alla cena delle nozze dell’Agnello”. Per questi testi e per altri ancora possiamo parlare di due volti del discepolato della chiamata cristiana al discepolato.

Ripensiamo questi contenuti nell’ambito della più viva tradizione sapienziale, che i grandi monaci ci hanno lasciato in eredità. Parlo della tradizione biblica sapienziale e della sua funzione, in particolare sottolineo il Cantico, per la formazione umana come apprendimento delle frontiere dell’amore proprie del Regno. Essa ingloba persona, popolo, giovinezza, e cammino verso la maturità.

Calati sottolinea che la verginità senza relazioni è un assurdo; l’esperienza ci dice che una sponsalità chiusa nella gelosia reciproca implode e inaridisce. Parimenti quando verginità e sponsalità sono garantite solo dalla legge, diventano prigionia. Il loro vero fondamento è lo Spirito Santo l’esperienza trinitaria, come svuotamento reciproco, a volte perfino doloroso e drammatico, ma sempre compensato dalla risposta relazionale che arricchisce.

Tre sono i volti dell’Amore, ricorda p. G. Lafont nel testo “Promenade in Theologie”: il desiderio, la tragedia, la pienezza compensativa. Sappiamo che a livello umano e dell’uomo ferito, il dono totale può finire in tragedia e spoliazione totale. L’amore umano deve fare i conti con i limiti e la finitudine. La compensazione non avviene in tempo reale. Il desiderio apre sull’esigenza di donare e ricevere, ma l’attesa può diventare delusione sul piano umano, non su quello divino, perchè il dono di Dio Padre e la restituzione inimmaginabile del Figlio sono reali; per questo vale la pena di perseverare ed essere fedeli a Dio.

  1. B. Calati è disincantato mentre parla del giardino dell’Amore, che spinge ad approfondire la sequela di Gesù, l’amore verso tutti. Egli sa bene che questo valore, umanamente, è minacciato dall’egoismo, non si tratta infatti di amare solo la propria famiglia, i propri figli, gli amici, ma di educare la sensibilità che si apre verso tutti per soccorrere, restituire, promuovere, a partire da chi è più affaticato e ha meno risorse. E’ l’esperienza di Gesù che ci orienta a queste dimensioni.

Ora la tradizione storica che ci è giunta è carica di ambiguità e di sospetto per la corporeità, a causa dell’egoismo e della concezione dualistica greca. La sfida oggi è accompagnare la persona verso la maturità umana e spirituale, in modo che comprenda verginità e matrimonio in maniera più profonda, meno istintuale e riduttiva. I confini tra sponsalità e verginità non sono poi così distanti e  molti aspetti antropologici fondamentali sono comuni. Non bisogna poi trascurare – dice B.Calati – il peso esercitato da una falsa morale sessuale, che non ha permesso un rapporto    sereno con la propria corporeità e forse è fra le cause dell’odierno orientamento parossistico dell’erotismo libertario.

Non va dimenticato che la tradizione cristiana antica, purtroppo, ci giunge attraverso la cultura ellenica dualistica: la materia e in particolare quello che istintivamente creava attrazione, era guardato in modo negativo. La Bibbia ci ricorda che la dimensione animale presente nell’uomo deve compiere un salto qualitativo sul piano della relazione, non in funzione della semplice riproduzione, ma della relazione amicale, che restituisce alla persona libertà, dignità, mai strumentalizzazione o possesso: una dimensione paritetica di assoluto rispetto. La persona è sacra quanto Dio stesso, perciò è necessario dire no all’eccesso del puritanesimo, no alla pura funzione generativa, no all’erotismo parossistico, che condanna il rapporto a pura cosificazione, separando la persona destinata a rivestire i tratti del divino e la nuova creazione. Il compito di educare le persone a relazionarsi resta il compito primario.

Verginità e matrimonio non si realizzano nel disimpegno dalla storia, nel rifugio intimistico, nella chiusura, nella separazione o nella fuga. Tali scelte sviluppano sete di potere possessivo, bisogno smodato di autoreferenzialità. Tutto si gioca in favore dell’ego, dei piccoli interessi, fossero anche quelli affettivi. Parlando a monaci, P. Calati li esorta ad investire nell’impegno culturale, nell’esercizio della Lectio, nella formazione della capacità relazionale a tutto campo. Al contrario, si è condannati a rimanere eterni bambini e a trattare gli altri come sudditi o come possesso.

Cf Dei Verbum n 21 La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. È necessario dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio » (Eb 4,12), « che ha il potere di edificare e dare l’eredità con tutti i santificati» (At 20,32; cfr. 1 Ts 2,13).

Le frontiere del Regno portato da Gesù hanno la caratteristica dell’Amore. Gesù avvicina, incontra donando sempre libertà, rigenerazione, mai possesso. La sua relazione è di recupero, di ricerca e di salvezza di chi si perde (cf Lc 19,10): ecco la verginità e la sponsalità (cf Ef 5,21 e 26-28). Ogni incontro ha bisogno di ascesi altrimenti si trasforma in manipolazione.

Perché la Lectio è garanzia della verginità e del matrimonio? Perché educa all’ascolto, all’accoglienza e porta oltre la frontiera degli interessi e  della semplice gratificazione. Una verginità e sponsalità che non sanno commuoversi  per la sofferenza, che non rivelano compassione per le donne e gli uomini feriti, affaticati, defraudati, rimangono chiuse nel recinto formale delle leggi burocratiche, o dei semplici interessi a prezzo del sangue altrui e della loro dignità. P. Calati le definisce come arcigne e biblicamente maledette, derive dell’impegno proprio dell’uomo. Papa Francesco parla dei “lecca calze” di candidati alla carriera, di inseguitori di privilegi, di ambizione, di secchezza affettiva, di cecità di fronte alla carne di Cristo. Persone che vedono solo le cerchie alleate, le occasioni di guadagno ignobile, di falsità, di ingiustizia e d’incapacità di riconoscere i diritti elementari della persona.

Verginità e sponsalità sono traguardi: vanno perciò educati, attraverso l’accoglienza e il dialogo che orientano le attese giuste. Queste dimensioni squisitamente umane e divine chiedono il discernimento dello Spirito (saper saggiare) e la robustezza culturale; diversamente finiscono per lasciarsi contaminare da meschine e istintive sensibilità. Non saremo mai persone che abbracciano la complessità degli altri, se vediamo solo i piccoli e gretti interessi, mascherati e legittimati come scelte che ci fanno apparire rispettabili, persino colti e dignitosi. La verginità e la sponsalità richiedono la purezza del cuore, non la doppiezza opportunistica. Un tale cammino è arduo e va sempre confrontato fedelmente nel quotidiano.

La tradizione del Cantico e di Gesù nel Vangelo di Giovanni: Il Giardino Nuovo della Risurrezione.

Rabbi Aqiva (150 dC) disse: il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico è stato dato a Israele perché esso è il libro che educa la relazione d’amore, Scritto sacro che “sporca le mani”, “il Santo dei santi degli scritti della Tradizione rivelativa ebraica”. Il Cantico è ricerca dell’altro; il Cristo giovanneo provoca i due discepoli (1,35-51) a chiedersi che cosa cercano. E’ noto infatti che la ricerca umana può essere molto al di sotto dei contenuti veri (Gv 6,26-29). Il Risorto nel giardino dice a Maria di Magdala: Perché piangi? Chi cerchi? (Gv 20,15). Il “venite e vedrete” del Gesù giovanneo, detto ai due discepoli, sembra aperto all’indeterminatezza, per questo richiede di  aggiustare la ricerca nel cammino, per cercare ciò che non perisce. “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna” (Gv 6,26).

La relazione senza ricerca si smarrisce, diventa piatta e costruisce prigionie egoistiche. L’anelito paziente, appassionato, rivitalizza la ricerca, mette a fuoco i veri obiettivi, non cosifica, cerca di essere attento all’altro, sa vivere la povertà e non approfittare. Nel linguaggio del Cantico la relazione col corpo è educazione globale attraverso simboli che educano il valore, la bellezza come doni da custodire, non da rubare. Il Cantico descrive la corporeità come simbolo della Terra promessa, come metafore reali che varcano la corporeità stessa.  Tutto ruota intorno alla vita! La famiglia, la scuola, la comunità se non educano gli affetti inducono al disordine e allo sfruttamento. L’uomo è grande, ma anche ferito e fragile. Per l’ebreo, Salomone è il prototipo del saggio e il NT dice: qui e adesso c’è uno che è più di Salomone” (Mt6 12,42). Cristo, compimento della Sapienza, è il profeta che la realizza (cf Os 2-11).

Israele legge il Cantico a Pasqua; perché è il Libro dell’amore, che conduce al di là delle diffidenze, espresso con i registri della corporeità integrale. E’ il Libro che rompe con il maschilismo despota: non più padrone mio, ma “amore mio” (doddì); libro raffinato, non populista, libro spirituale, non carnale, il cui linguaggio è altamente reale e simbolico. Il Cantico definisce l’amore “fiamma di Jah” (8,6), partecipazione alla forza divina, impronta di stati d’animo costruttivi e dialogici. L’amore per il Cantico è voce non solo dell’io, ma anche dell’altro, educazione contemplativa del sogno di Dio, della comunione paritetica e rigeneratrice, del sogno di comunione e di reciprocità.

Il sogno patriarcale della terra è tradotto nel Cantico in relazione amante lungo il cammino guidato misteriosamente da Dio, descrizione della relazione vera, non quella delle grandi corti orientali, fatte di sfarzo anonimo e di possesso di schiave.

Il Libro del Cantico va letto sull’orizzonte di tutta la rivelazione biblica: dalla prima coppia alla nuzialità della Gerusalemme celeste. E’ Libro del cammino! Per questo la tradizione ebraica lo colloca come via dei cinque rotoli (meghillot) secondo questa disposizione:

Il Cantico dei Cantici apre la Via, perché fiamma di JAH;

Il Libro di Rut, canta l’amore maturo e delicato;

Le Lamentazioni, insegnano l’amore che regge anche nelle catastrofi;

Il Libro di Qoelet: un anziano indaga sulla ricerca della felicità.

Infine, il Libro di Ester: ammonisce a non considerare il compimento dell’amore solamente nella propria realizzazione, trascurando la collettività, e oggi, possiamo dire dell’intera umanità.

Veglia di Natale (testi)

 

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“Io Gesù, testimonio queste cose sulle chiese”

IO SONO LA RADICE E LA DISCENDENZA DI DAVID,

LA STELLA, QUELLA SPLENDENTE DEL MATTINO (Ap 22,16)

 

1 Lettore- Introduzione

La violenza non ha tregua, la guerra soffoca la solidarietà, l’odio sembra dettare legge, la sopraffazione e l’inganno oscurano la giustizia, molta parte dell’umanità è spogliata dei beni necessari e si rafforzano gli strumenti di morte. Ecco lo scenario che permane di fronte a noi anche in questo Evento del Natale. Urge lo sforzo di ascoltare, approfondire ciò che uomini credenti hanno compreso e vissuto, per tenere insieme la storia tragica dell’umanità e la luminosa fedeltà di Dio, che continua a salvare. Egli non delude e sempre fa risorgere l’umanità. La nascita povera del Messia Gesù, la sua morte e Risurrezione ci conducono a cercare luce e speranza nella Rivelazione, nel disegno misterioso e fedele di Dio Padre.

Per accogliere veramente Gesù nella nostra esistenza la strada è proprio quella indicata dal Vangelo, cioè dare testimonianza a Gesù nell’umiltà, nel servizio silenzioso, senza paura di andare controcorrente e di pagare di persona. E se non tutti sono chiamati a versare il proprio sangue, ad ogni cristiano però è chiesto di essere coerente in ogni circostanza con la fede che professa. E la coerenza cristiana è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore. […] La coerenza cristiana è una grazia da chiedere oggi. Seguire il Vangelo è di certo un cammino esigente, ma bello, bellissimo, e chi lo percorre con fedeltà e coraggio riceve il dono promesso dal Signore agli uomini e alle donne di buona volontà. Come cantavano gli angeli il giorno di Natale: Pace! Pace! Questa pace donata da Dio è in grado di rasserenare la coscienza di coloro che, attraverso le prove della vita, sanno accogliere la Parola di Dio e si impegnano a osservarla con perseveranza sino alla fine. (Papa Francesco)

  1. 21 Invitatorio

Prima lettura: DAL LIBRO DEI NUMERI (CAP 24,15-18)

“Allora Bil’am pronunciò il suo discorso profetico e disse:

“Così dice Bil’am, figlio di Be’or, così dice l’uomo che ha l’occhio aperto:

così dice colui che ode la parola di Dio, che conosce la mente dell’Altissimo,

prostrato e con gli occhi aperti.

Lui vedo, ma non adesso, Lui osservo, ma non vicino: sorge una Stella da Giacobbe, si eleva uno scettro da Israele”.

PAROLA DI DIO

 

Inno n 47: SEI LA SPERANZA UNICA

 

 

 

Seconda lettura: LE STELLE CHE ILLUMINANO LA NOTTE DI QUESTA VITA

 

E’ bello notare come Dio abbia disposto, tra le sue opere meravigliose, l’avvicendarsi delle stelle nella volta del cielo per illuminare la notte di questa vita, finché al termine della notte sorge, vera stella del mattino, il Redentore del genere umano. Il corso della notte, punteggiato dalle stelle che sorgono e tramontano, riceve dal cielo grande splendore di bellezza. La luce delle stelle, una dopo l’altra e ciascuna a suo tempo, era destinata a fugare le tenebre della nostra notte; perciò è comparso Abele a mostrarci l’innocenza; è venuto Enoc a insegnarci la purezza dei costumi; è venuto Noè a suggerirci la longanimità della speranza e dell’azione; è venuto Abramo a manifestare l’obbedienza; è venuto Isacco come esempio di castità coniugale; è venuto Giacobbe a mostrarci come si sopporta la fatica; è venuto Mosè come esempio di mansuetudine; è venuto Giosuè a ispirarci fiducia nelle avversità; è venuto Giobbe a mostrarci la pazienza nelle prove.

Ecco le fulgide stelle che scorgiamo nel cielo. Sono lì per aiutarci a percorrere con passo sicuro il nostro sentiero nella notte. La divina provvidenza ha messo sotto gli occhi degli uomini la vita dei giusti come altrettante stelle che brillano in cielo sulla vita dei peccatori, finché spunti la vera stella del mattino, la quale, annunziandoci l’aurora eterna, con la sua divinità splenderà più luminosa di tutte le altre.

BENEDICIAMO IL SIGNORE

 

Terza lettura: DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA (Cap 49,13-17)

 

Esultate, cieli, e tu, terra, festeggia!
Prorompete in grida di gioia, monti, poiché il SIGNORE consola il suo popolo
e ha pietà dei suoi afflitti.

Ma Sion ha detto: «Il SIGNORE mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata».

Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta,

smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere?
Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te.

Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani;
le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi.
I tuoi figli accorrono; i tuoi distruttori, i tuoi devastatori si allontanano da te.

 

PAROLA DI DIO

 

Quarta lettura: DAL LIBRO DELL’APOCALISSE (2,18-19.25-26.28)

 

“All’angelo della chiesa di Tiatira scrivi: queste cose dice il Figlio di Dio, colui che ha i suoi occhi come fiamma di fuoco e i suoi piedi simili a bronzo incandescente.

Conosco le tue opere

e l’amore

e la fede

e il servizio

e la tua capacità di tenuta.

Non getto su di voi altro peso: però ciò che avete tenetelo con forza

sino al momento in cui sopraggiungerò.

E chi vince e mantiene sino alla fine le mie opere, gli darò il potere sulle nazioni.

Come anch’io ho ricevuto il potere da parte del Padre mio.

E gli darò in donola Stella, quella del mattino”.

PAROLA DI DIO

 

N 588 – SALMO 131: Le promesse di Dio

 

Quinta lettura: DAL LIBRO DEL PROFETA MICHEA (5,1-6+7,8-11)

 

«Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda,
da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele,
le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.

Perciò egli li darà in mano ai loro nemici,
fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà;
e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele».

Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,
con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.
E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra.

Sarà lui che porterà la pace.
Quando l’Assiro verrà nel nostro paese e metterà piede nei nostri palazzi,
noi gli opporremo sette pastori e otto prìncipi del popolo. Essi governeranno il paese dell’Assiro con la spada
e la terra di Nimrod nelle sue proprie città;
egli ci libererà dall’Assiro, quando questi verrà nel nostro paese,
e metterà piede nei nostri confini.

Il resto di Giacobbe sarà, in mezzo a molti popoli,
come una rugiada che viene dal SIGNORE,
come una pioggia sull’erba, che non aspettano ordine d’uomo
e non dipendono dai figli degli uomini.

 

Non ti rallegrare per me, o mia nemica! Se sono caduta, mi rialzerò; se sto seduta nelle tenebre,
il SIGNORE è la mia luce. Io sopporterò lo sdegno del SIGNORE,
perché ho peccato contro di lui, finché egli difenda la mia causa e mi faccia giustizia;
egli mi condurrà fuori alla luce e io contemplerò la sua giustizia.
Allora la mia nemica lo vedrà e sarà coperta di vergogna;

lei che mi diceva: «Dov’è il SIGNORE, il tuo Dio?»
I miei occhi la vedranno, quando sarà calpestata come il fango delle strade.

Verrà il giorno in cui le tue mura saranno ricostruite; quel giorno saranno allargati i tuoi confini.

 

N 641: Salmo 135 – Il suo amore è per sempre

 

Sesta lettura: La profezia che svela il presente ( Omelie su Ezechiele, di S. Gregorio Magno)

 

Tre sono i tempi della profezia: passato, presente, futuro. Ma occorre osservare che in due tempi la profezia viene meno alla sua etimologia. Essa infatti si chiama profezia appunto perché predice il futuro, ma quando si riferisce al passato o al presente il suo significato viene meno: non profetizza ciò che avverrà, ma richiama avvenimento passati o presenti. Alcuni esempi tratti dalla Sacra Scrittura rendono più chiaro questo discorso sui tre tempi della profezia. “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio” (Os 7,14) è una profezia che si riferisce al futuro. “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1) è una profezia che si riferisce al passato: un uomo infatti parla di quel tempo in cui l’uomo non esisteva. Mentre è una profezia che si riferisce al presente, quando l’apostolo Paolo dice: “Se tutti profetassero e sopraggiungesse qualche infedele o semplice uditore, verrebbe convinto da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è in mezzo a voi” (1Cor 14,24-25). Dicendo che “sarebbero manifestati i segreti del cuore”, dimostra che in questo modo lo spirito di profezia non predice ciò che sarà, ma rivela ciò che è. Allora, in che senso si chiama spirito di profezia ciò che non si riferisce affatto al futuro, ma narra il presente? E’ il caso di tener conto che la finalità specifica della profezia non è quella di predire il futuro, ma di rivelare ciò che è occulto.

 

Settima lettura – (Dal Discorso di Papa Giovanni XXIII nella solenne apertura del Concilio)

 

Le stelle si avvicendano per illuminare la notte di questa vita, finché sorga la Stella del Mattino, scriveva Gregorio Magno. E’ apparso nella storia recente Giovanni XXIII, per insegnarci un nuovo dire e un nuovo fare nella chiesa:

 

“La Madre Chiesa si rallegra perché, per un dono speciale della Divina Provvidenza, è ormai sorto il giorno tanto desiderato nel quale qui, presso il sepolcro di san Pietro, auspice la Vergine Madre di Dio, di cui oggi si celebra con gioia la dignità materna, inizia solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II. 

…(31)

 Dopo quasi venti secoli, le situazioni e i problemi gravissimi che l’umanità deve affrontare non mutano; infatti Cristo occupa sempre il posto centrale della storia e della vita: gli uomini o aderiscono a lui e alla sua Chiesa, e godono così della luce, della bontà, del giusto ordine e del bene della pace; oppure vivono senza di lui o combattono contro di lui e restano deliberatamente fuori della Chiesa, e per questo tra loro c’è confusione, le mutue relazioni diventano difficili, incombe il pericolo di guerre sanguinose…

…(42)

Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene.

 

…(54-55)

Il ventunesimo Concilio Ecumenico — che si avvale dell’efficace e importante aiuto di persone che eccellono nella scienza delle discipline sacre, dell’esercizio dell’apostolato e della rettitudine nel comportamento — vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.

  1. Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli.
  2. Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti.
  3. Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi […].

 

…(57)

Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando. Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché tutte quante contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle, soprattutto quelle forme di esistenza che ignorano Dio e le sue leggi, riponendo troppa fiducia nel progressi della tecnica, fondando il benessere unicamente sulle comodità della vita. Essi sono sempre più consapevoli che la dignità della persona umana e la sua naturale perfezione è questione di grande importanza e difficilissima da realizzare. Quel che conta soprattutto è che essi hanno imparato con l’esperienza che la violenza esterna esercitata sugli altri, la potenza delle armi, il predominio politico non bastano assolutamente a risolvere per il meglio i problemi gravissimi che li tormentano.

 

…(58)

Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. All’umanità travagliata da tante difficoltà essa dice, come già Pietro a quel povero che gli aveva chiesto l’elemosina: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” [8]. In altri termini, la Chiesa offre agli uomini dei nostri tempi non ricchezze caduche, né promette una felicità soltanto terrena; ma dispensa i beni della grazia soprannaturale, i quali, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono di così valida difesa ed aiuto a rendere più umana la loro vita; apre le sorgenti della sua fecondissima dottrina, con la quale gli uomini, illuminati dalla luce di Cristo, riescono a comprendere a fondo che cosa essi realmente sono, di quale dignità sono insigniti, a quale meta devono tendere; infine, per mezzo dei suoi figli manifesta ovunque la grandezza della carità cristiana, di cui null’altro è più valido per estirpare i semi delle discordie, nulla più efficace per favorire la concordia, la giusta pace e l’unione fraterna di tutti.

 

N 650 – Salmo 71 – Questo Salmo è stato composto in un’epoca in cui Israele non aveva più monarchia. Il re di cui il profeta parla è il Messia che noi cristiani confessiamo in Gesù, nato a Betlemme.

 

N 386 – Salmo 116 (antifona e prima strofa).

 

 

Il disegno divino si dispiega come trama di figliolanza

(Testo completo della Lectio della Prima domenica di Avvento)

Lumen Gentium cap 1, nn 1-8

Il primato dell’amore pagg 7-12

 La chiesa è pellegrina nel tempo

Le fatiche dell’attuale papato

Ogni leader e profeta ha la sua armonia e il suo equilibrio mentre propone qualcosa di innovativo; non sempre però chi lo ascolta vive tutto il suo profondo retroterra. Papa Francesco propone una chiesa in uscita; ed oggi tu si riempiono la bocca e affilano le armi per questa battaglia evangelica.

La storia ci insegna che se manca uno spessore spirituale, l’onda perde presto la sua spinta, tutto passa, col pericolo del fraintendimento che sottolinea un aspetto e ne trascura un altro essenziale e primario. Nella Lettera di chiusura del Giubileo e nell’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, Francesco ricorda che la recezione del Concilio e ancora di più della Sacra Scrittura domanda molto tempo; la carità non è mai un programma tecnico, essa sgorga dal contatto con la Rivelazione; pertanto non basta essere vuoti uditori esterni, senza il coinvolgimento di un ascolto interiore (cf DV 25 che richiama S. Agostino).

Le chiese particolari non devono concepirsi come organismi mutilati; l’Apocalisse cap 2, nella lettera ad Efeso ci insegna che Gesù mentre loda quella chiesa per l’impegno multiplo profuso, la rimprovera perché ha lasciato “l’amore quello primo”, il rapporto con il suo Signore. Se non aggiusta la direzione, essa potrebbe decentrarsi dalla sorgiva, proveniente dal contatto liturgico globale. Applicato all’oggi ecclesiale e allo sforzo di rinnovamento, ciò significa che è necessario percorrere la grande tradizione ebraico-cristiana richiamata solennemente dal Papa, nel suo primo intervento ai cardinali, all’indomani della sua elezione:

“In queste tre Letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare.

Camminare. «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa.

Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare.

Terzo, confessare. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio.

Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro.

Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore.

Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti.

Io auguro a tutti noi che lo Spirito Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia.”http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130314_omelia-cardinali.html

 Camminare: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore” (Is2,5). Questa è la richiesta che Dio ha fatto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. “Camminare! La nostra vita è un cammino, quando ci si ferma non va!

Edificare – (Ef 2,20) Edificati sul fondamento degli Apostoli, dei profeti e Cristo è la pietra fondamentale. Paolo nella 1Cor 1,30 ammonisce: ciascuno stia attento a come costruisce sopra: paglia, fieno, legno non hanno futuro, invece argento e oro, a contatto col fuoco delle prove, diventano sempre più autentici e luminosi.

Confessare – Possiamo fare tante cose, ma se non confessiamo Cristo, prosegue il papa, diventiamo una ONG assistenziale e non la chiesa sposa di cristo. L’amore “quello primo” (Ap 2,1ss) è questa relazione primordiale e vitale.

In un’altra omelia ai cardinali (novembre 2015) papa Francesco ribadisce: “il rapporto con Gesù crea un ponte verso la vita”.

Luigi Sartori si augurava che il monachesimo aprisse la comunicazione con gli altri carismi della chiesa e del mondo. Anche Lutero cercò di portare la dimensione dei religiosi nel popolo, per rivitalizzare il carisma delle famiglie e delle parrocchie. Promosse la lettura e la spiegazione della Bibbia, rinnovò le devozioni promuovendo i Salmi e gli oratori dei canti biblici. Quando le chiese tendono a farsi istituzioni gerarchiche corazzate dal diritto delle leggi, Dio suscita al loro interno movimenti di reazione e di risveglio, provoca le comunità con scelte di vita e percorsi più illuminati (cf. Una sfida per il monachesimo, ed Praglia 1999; p 89 ss.).

Apriamo dunque la rilettura del Concilio e della tradizione biblica, guidati da un contributo di Benedetto Calati: “Il primato dell’Amore” – Discorso al capitolo generale di Camaldoli, al termine del suo servizio di priore generale durato 18 anni.

Il Concilio suggerisce alla chiesa la dimensione del cammino, non una concezione statica. Un cammino irreversibile e irrevocabile, dono della benevolenza del Padre, fatto di rinnovamento permanente fino a che non avremo raggiunto cieli nuovi e terra nuova in cui abita la giustizia (LG n 48 (417). La concezione del cammino relativizza tutte le istituzioni, persino i sacramenti, perché esse portano l’impronta fugace di questo mondo; e tutto vive nel travaglio di un parto (cf Romani 8,19-22 e soprattutto 8,28-39).

La nostra dimensione di figli ci pone nel presente in cammino fra la cittadinanza del Vangelo, senza dislivelli (Fil 1,27) e la cittadinanza del cielo nel futuro (Fil 3,20) quando avremo raggiunto la meta. L’attuale dimensione è dunque segnata dalla parzialità e dal necessario rinnovamento inarrestabile perché voluto dal progetto stesso del Dio trascendente che opera nella nostra storia in modo incisivo.

La grande intuizione di Benedetto Calati fu di applicare, per analogia (due realtà diverse e simili nello stesso tempo) questa prospettiva della chiesa alla vita della famiglia monastica, e noi diciamo ad ogni cammino di fede per i discepoli. Don Benedetto ama ripensare la dimensione monastica sul progetto divino della chiesa e lo vede in un divenire camminare nel fedele fatto di continuo aggiornamento perché quaggiù, adesso, nulla è allo stato perfetto, ma tutto deve tendere al raggiungimento della maturità nella meta.

Il rabbino David Mayer in un recente articolo – “Avvicinare le tradizioni ebraica e cristiana” (in Studi Fatti Ricerche 154  2016) offre una sottolineatura importante. Egli dice. “la storia di ogni religione è fatta di ambiguità. L’essere umano è ontologicamente ambiguo. E’ per questo che abbiamo due racconti della creazione di Adamo nel libro della Genesi, riflesso di una doppia personalità, di una certa inconsistenza della natura umana. Non mi sembra dunque utile pretendere che tutte le ambiguità possano in futuro essere dissipate. Riconosco perciò alla Chiesa il diritto di avere le sue ambiguità, come l’ebraismo ha le sue. Ciò che conta è la confidenza umana che riusciamo a stabilire con i nostri partner del dialogo. La confidenza umana e l’amicizia che si sviluppano nel tempo non sono traducibili in dichiarazioni, che non avrebbero altro scopo che quello di smussare le asperità del passato”

Coscienti della povertà attuale di ogni esperienza di vita anche del passato, ma pur sempre  misteriosamente compensata dal dono divino, cogliamo continuamente gli stimoli di liberazione. Calati ama definire questa dialettica “obbedienza della fede”; l’obbedienza che si affida, che si apre, che collabora, che acconsente e assimila secondo una modalità progressiva. Dio ci sta davvero indirizzando a divenire conformi all’immagine del Figlio suo: chiamandoci, trasformandoci, partecipandoci i suoi stessi valori (Romani 8, 29ss), come recita il testo paolino citato dalla LG n 2.

Il progetto umano cosmico e universale va attuandosi timidamente: umanità che diviene figliolanza, fraternità paritetica attraverso il cammino, il dialogo doloroso che Paolo paragona ai dolori del parto (cf LG n 48 , 417).

Ora siamo ancora lontani dalla meta, perciò nessun trionfalismo ci si addice, ma solo la responsabilità di rispondere e servire il luminoso progetto di Dio ( LG 418; 2 Cor 5,6). Nel presente siamo nel gemito, nel conflitto, ma simultaneamente siamo anche abitati da una tensione piena di speranza. Il grande disegno divino si dispiega infatti come trama di figliolanza nella storia. Ef 1,3-14 lo definisce il sogno con cui Dio ci ha vagheggiati. Si tratta del programma di salvezza del Padre, la caratteristica del Dio biblico, che è altresì cristificazione incessante grazie allo “sfraghis”, il sigillo dello Spirito. Amo tradurre il termine “sigillo”con assillo insopprimibile impresso dallo Spirito che ci chiama a partecipare ad una vita che supera la semplice biologia, sociologia e antropologia naturale. Tutto è fondato nella sorgiva della benevolenza divina sapiente e ricreante sempre attuata dalla mediazione del suo Figlio e resa incisiva in noi e in tutte le cose dallo Spirito della Pasqua.

Il Concilio propone l’orizzonte disegnato e voluto dalla relazione divina carico di affetto bruciante e instancabile, perché egli ci vuole suoi partner. Il disegno divino è estensivo ed abbraccia la totalità, lo ricorda un’antica omelia di Gregorio Magno (Omelie sui Vangeli 19, Mt 20, 1-16): “Dio è il padre di famiglia, la vigna è la Chiesa. Dio possiede una vigna, cioè la chiesa universale che da Abele il giusto fino all’ultimo eletto che nascerà nel mondo, ha prodotto tanti tralci quanti sono i santi.

Questo padre di famiglia assume dunque operai per coltivare la propria vigna: di mattino, all’ora terza, sesta, nona e undicesima; e questo significa che il Signore dall’inizio del mondo sino alla fine non cessa di chiamare. (LG n 2: la chiesa negli ultimi tempi è manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli come si legge nel testo conciliare a partire da Adamo, non più dal giusto Abele, fino all’ultimo eletto. Allora tutti saranno riuniti presso il Padre nella assemblea universale).

Nessuno ha mai conosciuto il progetto sorto in Dio, biblicamente chiamato mistero nel Nuovo Testamento e nel primo Testamento Sod e Raz. Nessuno di noi potrebbe conoscerlo se Lui non ce l’avesse notificato e attuato (Ef 3,1-13). Non si tratta di un indefinito divenire, ma di un progetto di umanità che coinvolge anche l’habitat cosmico indirizzandoci verso la dimensione di Cristo risorto. Paolo parla esplicitamente di indossare Cristo (Gal 3,27) oppure rivestire l’uomo nuovo (Col 3,9-11). Si tratta di un rinnovamento radicale, di un umanesimo la cui creazione è in corso finchè Cristo sia tutto in tutti. In questa direzione l’uomo trova il senso della sua avventura; Paolo definisce l’uomo realizzato (Ef 4,13) “teleios” (pienezza, compimento) quando l’identità cristica diventa esperienza dinamica  e raggiungerà il traguardo definitivo nel Regno. Paolo con un guizzo creativo chiama questa umanità futura “un solo uomo nuovo” (Ef 2,15), immagine corporativa relazionale, inclusiva, solidale, paritetica con Dio e Cristo oltre che tra di noi: l’immagine più alta dell’umanità, la vera immagine di Dio, quella che finalmente gli assomiglia senza deformazioni.

Continuando il riferimento a Benedetto Calati sul Primato dell’amore (pag 9) l’autore afferma: “l’obbedienza è prima di tutto obbedienza della fede: ascoltare e mettere in pratica la Parola. L’autorità istituzionale invece, si caratterizza alla luce del Nuovo Testamento come servizio di carità fraterna. Sarebbe tradire la forza propulsiva dell’evangelo proporre all’uomo adulto di oggi il regime obbedienziale e gerarchico caro alla cristianità medievale: questo lo sottolineo fortemente! Non credo a una certa mistica dell’obbedienza, che si tenta di ripensare in svariate forme da persone così dette carismatiche. Forse alla base della loro personalità c’è un carisma discutibile di autorità innata, che ha messo queste persone al riparo di una via di obbedienza che però essi vorrebbero oggi riproporre in modo indiscriminato. Obbedire alla parola che quotidianamente ci giunge dal Vangelo può anche essere il nostro portare la croce nell’umile e feriale impegno frutto della nostra presunzione? E’ chiaro che la vita di comunione esige che questa obbedienza si concretizzi nel nuovo comandamento dell ”ametevi gli uni gli altri” come vuole il Signore. L’obbedienza evangelica, quindi, si staglia come via e come corrispondenza di amore all’amore. Quando parliamo di conversione dei costumi dobbiamo sempre richiamarci al “niente anteporre all’amore di Cristo”, su cui la tradizione monastica sembra particolarmente radicata”.

Si può leggere a questo  proposito anche D. Bonhoeffer in: Scritti scelti Frammento di meditazione sul salmo 119 (pagg 497-498): Con Dio non si rimane sempre sullo stesso posto, ma si percorre una via: Dio cammina alla testa con noi (Es 13,21 ss). Dio è come via e Gesù ne è la personificazione. Infatti dice “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

La dimensione dell’obbedienza alla Parola si trasforma in servizio di carità e diviene la vera ascesi cristiana, il vero impegno umano. Si veda a proposito la conclusione della vita di S. Benedetto il primato dell’amore impersonato nella figura di Scolastica: potè di più colei che amò di più (Libro II, Dialoghi cap 33). Così la catena dell’eremita Martino. Gregorio Magno dice che la vera catena è quella di Cristo, il resto è per la secchia. Fuor di metafora ciò significa che ogni regime autoritario e gerarchico serve per la secchia non per gli uomini. Ecco perché la rivelazione biblica ci indirizza verso la vera liturgia come offerta esistenziale (Romani 12,1-2) che inaugura un nuovo umanesimo di relazioni (Salmo 40,7-9) vissuto in pienezza da Gesù (Ebrei 10,5-10). Si tratta della dimensione principe della conversione. Il “Sub” ebraico convertirsi esplicita un orientamento affettivo ed esistenziale della persona, sempre rinnovato sull’orizzonte del progetto di Dio. Paolo la definisce la vera cittadinanza del Vangelo nell’oggi permanente della chiesa, quella che ci farà pervenire alla cittadinanza del cielo quando Dio trasfigurerà la nostra attuale misera persona, ridisegnandola, ricreandola sulla persona gloriosa del Signore Gesù (Fil 3,20). Chi accoglie la Parola comincia a cercare Dio: è il cammino tracciato dalla Scrittura che ha come vertice la regola della carità (RB nn 72-73), la chiave interpretativa dell’intera regola fondata sul primato della Parola.

Felicemente il Concilio ha ripensato la chiesa riconducendola al progetto divino (mistero) non più chiesa società perfetta e gerarchica, com’era stata consuetudine dei secoli precedenti, ma chiesa che incarna la dimensione permanente dell’Avvento, fatta di attesa nel cammino.

Il Vangelo parla del seme della parola eterna nel campo della vita; un seme che abita dentro di noi, quando amiamo una persona essa abita dentro di noi. La parola non degrada la vita; Dio non vuole far trionfare le idee, e noi non siamo sotto il dominio delle idee, ma della relazione di benevolenza divina che ci custodisce, come spesso scrive D.Bonhoeffer.

Lumen Gentium n 3: Gesù inaugura il Regno, rivela pienamente il progetto di Dio nella storia portandolo a compimento. La chiesa e ogni comunità non si identificano nell’oggi in pienezza con il Regno; rimangono realtà sempre molto povere, ma attirate instancabilmente dal Risorto (Gv 12,32). La missione di Gesù, dice il paragrafo conciliare, dà accesso al Padre attraverso lo Spirito donatoci nella Pasqua e ci conduce alla Verità piena (Giovanni 16,13) offrendoci continuamente il dono di Dio (Giov 4,14) che è lo Spirito (Giov 7, 38-39). L’affermazione conciliare è concisa, e la comprenderemo lungo il tempo della nostra vita. Per questo è sempre importante ribadire la necessaria pedagogia dello Spirito nella chiesa. Il testo conciliare ci esorta a invocare le ultime parole dell’Apocalisse (22, 17-18): vieni Signore Gesù. Questo linguaggio ci ricorda che ogni esperienza religiosa è parziale e in divenire, perché l’esperienza cristiana è casa in costruzione sul fondamento di Gesù (Ef 2). E’ il campo dove Dio semina e fa crescere (1Cor, 1,3-9 citato da LG 6). La chiesa è ancora lontana dal Signore, essa sta camminando verso il suo sposo (Ef 5,29) e nella tensione dell’attesa è invitata a confezionare il suo abito nuziale (la sua vita) per il suo Uomo (Ap 21,2-17). Distanza e tensione sono le dimensioni permanenti e strutturali del cammino della vita ecclesiale e personale.

LG n 7 porta l’attenzione sull’impegno del cristiano a relazionarsi con Cristo e gli altri uomini secondo una articolazione differenziata (1 Cor 12). Il primo capitolo e l’ultimo (LG8) sono incorniciati dalla dimensione del progetto di Dio (mistero) (LG 2,8).

Tutte queste immagini ecclesiali di relazione paritetiche, tutte concorrono a descrivere la chiesa definitiva come famiglia universale di Dio, come città celeste degli uomini (Ef 2, 22 e Ap 21-22). Per questo il Concilio e Benedetto Calati parlano dell’indole escatologica della chiesa peregrinante, lontana dal suo Signore qui in terra (2 Cor5,6) chiesa che si considera esule ma sempre in ricerca del suo Sposo (LG 6). La Parola e il Concilio ribadiscono la tensione strutturale come l’aspetto centrale del progetto divino ecclesiale.

  1. De Lubac vedeva in questo disegno uno dei fondamentali paradossi della chiesa, che appartiene alla santissima Trinità ma essendo itinerante verso la “Terra promessa”, sempre deve uscire dalla attuale condizione umana che appartiene alla prima creazione. La chiesa si definisce non come società perfetta, ma come realtà che si relaziona al suo Sposo, nel quale abita tutta la pienezza del sogno umano (Col 2,9; Ef 3,19; LG ). La chiesa pertanto è chiamata a camminare sulla stessa via di povertà e di dono di Gesù Messia, solo così essa prende forma ed è plasmata dal suo Signore mediante lo Spirito per diventare quello che il Padre nella sua trascendenza l’ha vagheggiata.

Per saperne di più:

Romano Penna, Il misterium paolino. Edizioni Paideia 1978

Aldo Martin, La tipologia adamitica nella lettera agli Efesini. Roma PIB 2005

Bernard Rey,Creati in Cristo Gesù. Edizioni AVE 1968

  1. Repole, Lumen Gentium, Commentario ai documenti del Concilio Vaticano II, vol. 2.

Testo integrale di Lumen Gentium al link:

http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

Testo della Vita di S. Benedetto nel Libro dei Dialoghi di S. Gregorio Magno al link:

http://ora-et-labora.net/LA%20VITA%20DI%20SAN%20BENEDETTO.pdf

 

Testo della Regola di S. Benedetto al link:

http://www.maranatha.it/Testi/TestiVari/Testi2Page.htm

 Firmino Bianchin

Novembre 2016

Avvento 2016

VESPRI  – LECTIO BIBLICHE

(dalle 16.30 alle 18.00)

DIO DISEGNA IL VOLTO DEL SUO POPOLO IN CAMMINO

(scheda di lettura)

I Domenica: il disegno divino si dispiega come trama di figliolanza.

Testi di riferimento: Lumen Gentium – cap 1, nn 1-8 (in particolare n 2: il disegno salvifico universale del Padre)

Benedetto Calati – Il primato dell’amore: (il mistero della vita monastica pagg 7-12)

Testi biblici.  Romani  8,28-39; Colossesi 1,13-20, Efesini    1,3-14 ;   2,15 ;  3,1-13; Fil 1,27 (divenire cittadini del Vangelo); 3,20 (per arrivare ad essere cittadini del cielo); Salmo 40,7-9 (cfr. Lettera agli Ebrei, 10,5-10;  Lettera ai Romani 12,1-2  (l’obbedienza alla parola come restituzione offertoriale nella via di Gesù),

Lumen Gentium 48: indole escatologica della chiesa pellegrinante (in particolare nn. a  margine 415, 417,418 )

Testi patristici –  Gregorio Magno, Libro dei Dialoghi:

la catena di ferro e la catena di Cristo. Libro III, cap 16, 9-10)

Il primato dell’amore (Scolastica) Libro II, cap 33, 1-5)

Regola S Benedetto – nn 72-73 rimandano alle pagine della Sacra Scrittura e sottolineano il primato della Parola di Dio a cui deve rendersi conforme ogni regola. La chiesa con le sue leggi deve aprirsi alla libertà che aderisce al magistero dello Spirito.

Dietrich Bonhoeffer, Scritti scelti, vol 10 Queriniana. Frammento di meditazione sul Salmo 119 (pp 497-498).

Lumen Gentium (costituzione dogmatica sulla Chiesa)

N 2. L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, creò l’universo; decise di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina; dopo la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre prestò loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, « il quale è l’immagine dell’invisibile Dio, generato prima di ogni creatura » (Col 1,15). Tutti infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall’eternità « li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). I credenti in Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza [1], stabilita infine « negli ultimi tempi », è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, « dal giusto Abele fino all’ultimo eletto » [2], saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale.

N 48 Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi (cfr. 1 Cor 10,11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2 Pt 3,13), la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22).

Gregorio Magno libro III cap 16 9-10

La catena di ferro e la catena di Cristo.

  1. Martino, agli inizi della sua vita eremitica sul monte Massico, allorché dello specco non aveva ancor fatto la sua dimora di recluso, si legò al piede una catena di ferro, fissandone l’altra estremità alla roccia, affinché non potesse andar più lontano di quanto gli fosse consentito dalla lunghezza della catena.

Saputo ciò, Benedetto, quell’uomo di vita sanata di cui ho già diffusamente parlato, gli mandò a dire per mezzo di un discepolo:<< se sei servo di Dio, non ti tenga avvinto una catena di ferro , ma la catena di Cristo>>. A tale monito, Martino immediatamente spezzò quella catena, e tuttavia mai, in seguito, pose il suo piede, libero, oltre il limite cui s’era abituato a spingerlo quand’era in ceppi; senza catena si costrinse in quello spazio ristrettissimo nel quale era sempre rimasto anche prima, quand’era legato.

  1. Martino, dopo che si fu ritirato a vi ere da recluso nello specco della montagna, cominciò ad avere dei discepoli che però abitavano fuori della sua grotta. Essi erano soliti attingere da un pozzo d’acqua di cui avevano bisogno per le normali esigenze della vita. Però la corda, alla quale era legato il secchio con cui prendere l’acqua, ad ogni momento si spezzava. Ed ecco che cosa un giorno capitò: quei discepoli chiesero a Martino la catena che un tempo aveva tenuto legata al piede. Avutala, la attaccarono alla fune e vi fissarono il secchio.

La sua sorella di nome Scolastica, consacrata al Signore onnipotente fin dalla più tenera età, soleva fargli visita una volta all’anno. L’uomo di Dio scendeva ad incontrarla in una dipendenza del monastero, non molto lontano dalla porta. Un giorno, dunque, come di consueto ella venne, e il suo venerabile fratello, accompagnato da alcuni discepoli, scese da lei. Trascorsero l’intera giornata nella lode divina e in colloqui spirituali, e quando ormai stava per calare l’oscurità della notte, presero cibo insieme. Sedevano ancora a mensa conversando di cose sante, e ormai s’era fatto tardi, quando la monaca sua sorella lo supplicò dicendo: «Ti prego, non lasciarmi questa notte; rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste». Ma egli le rispose: «Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori dal monastero».
Il cielo era di uno splendido sereno: non vi si scorgeva neppure una nuvola. Udito il rifiuto del fratello, la monaca pose sulla mensa le mani intrecciando le dita e reclinò il capo su di esse per invocare il Signore onnipotente. Quando rialzò la testa, si scatenarono tuoni e lampi cosi violenti e vi fu un tale scroscio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i fratelli che erano con lui poterono metter piede fuori della casa in cui si trovavano. La vergine consacrata, reclinando il capo sulle mani, aveva sparso sulla mensa un tale fiume di lacrime da volgere in pioggia, con esse, il sereno del cielo. E la pioggia torrenziale non seguì di qualche tempo la sua preghiera, ma fu ad essa simultanea, a tal punto che mentre ancora la donna alzava il capo dalla tavola, già scoppiava il tuono; tutto avvenne nel medesimo istante; col sollevare del capo la pioggia incominciò a scrosciare.
L’uomo di Dio, vedendo che in mezzo a tali lampi, tuoni e tanta inondazione d’acqua non poteva affatto ritornare al monastero, cominciò a rammaricarsene e, rattristato, le disse:
«Dio onnipotente ti perdoni, sorella. Che hai fatto?». Ma ella rispose: «Vedi, io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero».
Ma egli, non potendo uscire dal coperto, fu costretto a rimanere suo malgrado là dove non aveva voluto fermarsi di sua spontanea volontà.
Passarono cosi tutta la notte vegliando e saziandosi reciprocamente di sante conversazioni concernenti la vita dello spirito.
Per questo ti avevo detto che vi fu qualcosa che l’uomo di Dio, pur volendolo, non poté ottenere. Se infatti consideriamo la sua intenzione, appare in tutta evidenza il suo desiderio che il cielo si mantenesse sereno come quando era sceso dal suo monastero. Ma contrariamente a quanto desiderava, egli si trovò davanti a un miracolo operato per la potenza di Dio dal cuore ardente di una donna. E non c’è da meravigliarsi se in quell’occasione poté di più la sorella, che desiderava trattenersi più a lungo con lui. Secondo la parola di Giovanni, infatti, Dio è amore; per giustissimo giudizio, dunque, poté di più colei che amò di più. ( Dialoghi, II, 33)

Regola S. Benedetto

Capitolo 72 Lo zelo buono che i monaci devono coltivare .Come vi è uno zelo amaro e cattivo che allontana da Dio e conduce all’inferno così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. Questo è lo zelo che i monaci devono coltivare con il più ardente amore. Essi dunque «gareggino reciprocamente nel rendersi onore» (Rm 12,10); sopportino con la più grande pazienza le infermità fisiche e morali dei fratelli;  facciano a gara nell’obbedirsi a vicenda; non cerchino il proprio vantaggio, ma quello altrui; manifestino con cuore puro carità fraterna; temano Dio con amore; amino l’abate con affetto umile e sincero; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, il quale ci conduca tutti insieme alla vita eterna.

Capitolo 73 Conclusione: questa regola è solo un inizio Abbiamo abbozzato questa Regola affinché, osservandola nei monasteri, diamo qualche prova di buoni costumi e di un inizio di vita monastica. Ma chi vuol camminare velocemente verso la perfezione della vita monastica, ha a disposizione gli insegnamenti dei santi Padri, la cui pratica conduce al culmine della santità. 3Quale pagina, infatti, o quale parola ispirata della sacra Scrittura, non è norma sicura di condotta per la nostra vita? O quale libro dei santi Padri cattolici non c’insegna la via diritta per giungere al nostro Creatore? 5Anche le «Conferenze» dei Padri, le loro «Istituzioni» e le loro «Vite» – come anche la Regola del nostro padre Basilio –che cos’altro sono, se non esempi di virtù per monaci fervorosi e obbedienti? 7Per noi, invece, monaci rilassati, tiepidi e negligenti, costituiscono motivo di vergogna e di rossore. 8Dunque, chiunque tu sia che ti affretti sulla strada verso la patria celeste, metti in pratica con l’aiuto di Dio questa Regola così modesta, scritta per principianti. 9Così, con l’aiuto di Dio, giungerai a quelle eccelse vette di sapienza e di virtù che abbiamo sopra delineato. Amen.

 

Dietrich Bonhoeffer –  Frammento di meditazione sul salmo 119

Versetto 15. Voglio meditare i tuoi comandi, meditare le tue vie.

Non esiste alcuna stasi. Ogni dono, ogni conoscenza che ricevo mi fa semplicemente penetrare più a fondo nella Parola di Dio. Per la Parola di Dio ho bisogno di tempo, per comprendere bene i tuoi comandi devo spesso riflettere a lungo sulla Parola. Niente sarebbe più insensato di quella attività o di quel sentimentalismo che disconoscono l’importanza della riflessione e della meditazione. Né questa è solo una questione riguardante quanti sono particolarmente chiamati a riflettere e meditare, bensì è una questione che riguarda chiunque voglia camminare nelle vie di Dio. Dio esige sì spesso l’azione rapida e senza indugio; ma esige anche calma e riflessione. Perciò posso e devo spesso soffermarmi ore e giorni su un’unica e medesima parola prima di essere illuminato con la giusta conoscenza. Nessuno è così progredito da non averne bisogno. Nessuno può considerarsene dispensato a motivo di impellenti attività da svolgere. La Parola di Dio rivendica il mio tempo. Dio stesso è entrato nel tempo e vuole ora che io gli dia il mio tempo. L’essere cristiano non è affare di un momento, ma esige tempo. Dio ci ha dato la Scrittura, da cui dobbiamo trarre conoscenza della sua volontà. La Scrittura vuole essere letta e meditata nuovamente ogni giorno. La Parola di Dio non è la somma di alcuni principi universali che potrei aver presenti in qualunque momento, bensì è la Parola di Dio quotidianamente nuova rivolta a me nella ricchezza infinita dell’interpretazione. La meditazione, cioè la considerazione orante della Scrittura, e l’interpretazione sono indispensabili per colui che cerca sinceramente i comandi di Dio e non i propri pensieri. Un teologo che non pratica ambedue le cose rinnega il proprio ufficio. A ogni cristiano verrà donato il tempo di cui egli ha bisogno per questo scopo, se egli lo cerca realmente. Meditare significa prendere a cuore per me, pregando, la Parola di Dio; interpretare significa riconoscere e comprendere la Parola di Dio nella Scrittura come Parola di Dio. E ambedue sono riflessione da praticare ogni giorno.

Se voglio riconoscere i comandi di Dio non devo guardare me stesso e la mia situazione, ma devo guardare unicamente i sentieri di Dio .Quel che Dio fece per me allorché agì nei confronti del suo popolo, allorché agì in Gesù Cristo, quel che l’incarnazione, la croce e la risurrezione di Gesù Cristo significano per me quali azioni di Dio, questo soltanto deve determinare la mia via.  << Siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo>> (1Cor 6,20).  << Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini>> ( 1Cor 7,23).

Domenica 20 novembre 2016


Ciò che l’uomo ha più in comune con Dio è la facoltà di fare il bene. Se può farlo solo in misura assai diversa, perlomeno lo faccia col massimo impegno… Voi, se vi sentite abbastanza forti per soccorrere le anime – poiché Dio ci ricolma anche di beni spirituali, se noi li accettiamo –, non esitate ad aiutare coloro che ne hanno bisogno. Aiutate chi ve lo chiede e ancor prima che ve lo chieda. Annunciategli il Vangelo ed esigete che questa Parola, seminata nel suo cuore, egli la faccia fruttificare. Se i doni spirituali non sono in voi abbondanti, servite il prossimo in forme più modeste, delle quali siete certamente capaci: dategli da mangiare, cedetegli qualche vestito, fornitegli medicine, curate le sue ferite, ascoltatelo sfogarsi sui propri guai, insegnategli la pazienza. […] Non disprezzate i fratelli, non restate sordi alle loro suppliche, non scansateli come se fossero criminali o bruti. Sono membra del corpo di Cristo al quale voi stessi appartenete, anche se si tratta di membra straziate dalla sventura. Finché navigate col vento in poppa, tendete la mano a chi ha fatto naufragio. Finché avete salute e denaro, soccorrete gli afflitti. Non aspettate di imparare a spese vostre quanto sia odioso l’egoismo e quanto sia bello aprire il cuore a chiunque si trova nel bisogno. Per chi è privo di tutto, il vostro aiuto sarà poco più che nulla. Ma non così per Dio, se avrete mostrato il massimo impegno. La vostra sollecitudine supplisca all’irrilevanza del vostro dono. Se poi non avete niente, offritegli le vostre lacrime. Basta un po’ di partecipazione, un po’ di amore sincero ad attenuare l’amarezza del patire. (Gregorio di Nazianzo)

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