II Domenica di Pasqua (2020) – “Credere non è vedere”

(Omelia alla Certosa di Vedana, 1971

di p. Tarcisio Geijer, monaco certosino)

Gesù disse a Tommaso: “Beati quelli che pur non vedendo, hanno creduto!”

Credere dunque non è vedere. Credere vuol dire partecipare alla vita di Dio. Perciò la luce che si riceve non è opera nostra, ma opera di Dio, grazia gratuita. Non che questo dono prescinda dall’uomo. C’è un aprirsi alla fede. Ma tra quell’apertura e il dono di Dio non c’è proporzione calcolabile. Credere è dire di sì alla rivelazione di Dio. Sarebbe capir male la rivelazione il considerarla come un gran sistema di verità bell’e confezionato. Essa è prima di tutto un messaggio e una luce: luce di Dio nella nostra vita, sulla storia, sul bene e sul male, sulla morte, su Dio stesso, sul valore ultimo dell’amore.

Per proclamare questa rivelazione bisogna pure servirsi di parole, adottare un certo ordine, una certa connessione. Comunque, tutto ciò non deve mai dare l’impressione che la rivelazione di Dio sia un sistema di cose a sé stanti. Si tratta dello sguardo di Dio sulla nostra realtà. Vedere con gli occhi della fede, è vedere con gli occhi di Dio. La nostra fede non sopravvive senza di noi. È un qualcosa su cui si può fermare la nostra attenzione e la nostra cura, oppure che si può trascurare. Perciò la fede è un impegno.

Chi nel suo intimo riconosce la rivelazione di Dio, ha ancora una lunga strada da percorrere davanti a sé. Si tratta di realizzare la più profonda verità cui si crede, ma che non si vede e che spesso non si sente. E ogni volta di nuovo è un salto nel buio. Quando si è soggiogati dalla dolcezza di una tentazione, è un salto nel buio mettere in pratica la fede e dire di no, che è poi un sì, a coloro ai quali si vuol rimanere fedeli, ed è anche un sì a Dio.

Quando si incontrano soltanto contrarietà nella vita quotidiana, richiede una grande dedizione credere nello Spirito santo e, di conseguenza, nella possibilità, per sé e per gli altri di essere buoni. Quando si è sopraffatti da una sofferenza assurda, è atto di gran fede rendersi conto della fedeltà di Dio e del fatto che Gesù ha dato senso alla sofferenza. Il credere non è, perciò, un’inavvertita iscrizione continuata alla Chiesa.

Il credere è sempre in relazione con un adesso. Credere che Dio, adesso, non può lasciarci soli; che Dio, adesso, può dirigere il corso delle cose; più ancora: che Dio, adesso, col suo amore, può operare un miracolo, come talvolta nella tempesta sul lago: “Ed egli si alzò e rimproverò il vento e disse al mare: Taci, sta fermo! E il vento cessò e subentrò una grande calma. E Gesù disse ai discepoli: Perché mai siete così spaventati? Non avete proprio nessuna fede?”. Il credere è una vittoria sulla nostra diffidenza verso il mondo di Dio.

Come Tommaso possiamo anche dubitare nella nostra fede: avere tentazioni e difficoltà nella fede. Ma di per sé, la presenza del dubbio non pregiudica la certezza della nostra fede. Un dubbio straziante può essere accompagnato da un totale abbandono, da una fede salda come la roccia. Anzi, proprio una fede salda può conoscere spesso seri dubbi. Ma la fede tentata rimane fede intera. La fede genuina è sempre intera. Non si è per metà credenti e per metà increduli. Fintanto che uno può dire: “Sì, voglio credere”, è interamente credente.

Volti del Mattino di Pasqua – 2020

 

Al nostro mattino pasquale si affacciano, attraversando il tempo, nella sempre sconvolgente novità dell’annuncio evangelico, volti che ci accompagnano a riconoscere  e confessare il Cristo risorto dai morti. E’ il desiderio e il pianto per la “perdita del Signore” di Maria di Magdala, che solo il Risorto “converte” e fa “voltare”, fino ad affidarle il compito dell’annuncio di Risurrezione; è la ricerca e la corsa al sepolcro dei due discepoli, e la capacità del discepolo amato da Gesù di scrutare e scorgere la sua presenza “attraverso i segni”, è l’ostinazione e la curiosità di “toccare” il Signore di Tommaso, che non si accontenta di “riconoscerlo” per sentito dire…

L’assenza e il desiderio di incontrarlo, la sollecitudine e l’intelligenza del cuore per riconoscerlo, l’ostinazione di farne una esperienza diretta, personale, per poter confessare, ancora oggi: “mio Signore, mio Dio”.

Volti e tracce sul nostro mattino di Pasqua . Il Vangelo di Giovanni ci guida…

Maria di Magdala…

Il primo dei giorni, prestissimo, era ancora buio, Maria Maddalena va al sepolcro – vuoto – e corre da Simon Pietro e dal discepolo che Gesù amava dicendo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo” (cf. Gv. 20,1).

L’assenza è un dramma, è il buio, un mattino non nato. Gesù di Nazaret non c’è,  e con lui non si può stabilire nessuna forma di contatto. L’incontro con questo primo volto della Pasqua – Maria – non è una cronaca ma una sfida nel tempo presente al discepolo di Gesù crocifisso e risorto. L’annuncio dell’assenza: “hanno portato via il corpo del Signore” nella forma del plurale risuona nell’oggi, anche se non ci rendiamo forse conto di quanto possa pesare per la nostra vita questa incapacità di “vederlo”…

Maria di Magdala rimane presso il sepolcro, all’esterno, in pianto. Non vi è nessun movimento; immobilizzata dall’evidenza della morte, incapace di voltarsi. “Vede Gesù ma non sa che è Lui”. Lo vede e non lo incontra. Il Vangelo di Giovanni indugia sul pianto di Maria, sull’incapacità di riconoscere il Signore risorto. E scruta le paralisi di ogni discepolo, in lei, che si ricreano quando la ricerca di Lui non va per la via che egli stesso insegna. Maria non muove i passi verso la vita perché ferita e angosciata da un affetto ferito mortalmente. Il volto del pianto è sul passato, sul già conosciuto, sul buio della notte di morte, sul sepolcro vuoto, sulla certezza che “l’abbiano portato via”… Maria ha visto ciò che vediamo anche noi- nel momento dell’Eucaristia. Nei simboli della descrizione evangelica il posto occupato dal cadavere di Gesù è sostituito da un annuncio trascendente (angeli in vesti bianche). Nel luogo del cadavere c’è un annuncio!

“Perché piangi”? la domanda di Gesù è come un piegarsi attento e sollecito a rompere il circolo vizioso del senso di morte che prende di fronte a una perdita considerata ormai irreparabile. E’ un invito a rimettersi in cammino, anche se Maria volta le spalle al “mattino della Pasqua”, non riconoscendo la luce del Risorto che le parla. Lo interroga: “se l’hai portato via tu, dimmi”… Il suo amore non basta a riconoscerlo. Gesù stesso, chiamandola per nome, la invita a “trasfigurare” il suo amore, il suo sguardo accecato dal pianto. Occorre “convertire” il desiderio della ricerca, il nostro stesso sguardo, accogliere un legame con il Cristo che “sale al Padre” (Gv. 20,17); il mistero della Risurrezione chiede il cambiamento radicale del nostro “modo di cercare” il Signore.

Gesù consegna un “ordine”: “va’ dai miei fratelli e dì loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Il Risorto insegna a Maria come lo si deve cercare e solo ora può annunciare: “Ho visto il Signore”! (20,18).

I due discepoli…

Alla notizia di Maria: “hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo”, due discepoli  Simon Pietro e il discepolo che Gesù amava “partono e vanno al sepolcro. “Correvano insieme, loro due. Ma l’altro discepolo corre avanti più veloce di Pietro. Arriva per primo al sepolcro. Si china, scorge le bende per terra. Ma non entra. Anche Simon Pietro arriva al sepolcro. Entra e osserva le bende per terra, e il sudario per coprire il capo, non per terra con le bende, ma a parte, piegato in un angolo. Entra allora anche l’altro discepolo, quello arrivato per primo al sepolcro: ed ecco, vide e credette” (Gv. 20,3-8).

L’evidenza che ha paralizzato Maria provoca nei due discepoli un movimento. La corsa è il simbolo della ricerca. Ma non ogni ricerca porta a “vedere e credere”. Il Vangelo mostra l’amore di una relazione come una “corsa veloce”, un chinarsi a scorgere segni e comprenderne il significato. Uno spazio riflessivo, una sosta su “quel lenzuolo appiattito”. E’ un indizio importante, in contrasto con l’evidenza di un “cadavere rubato”. Il discepolo amato da Gesù scorge un particolare che sembra insignificante; la percezione di chi cerca amando è acuta, sa “vedere e credere”, coglie anche le sfumature che l’evidenza vorrebbe smentire. La relazione viva con il Signore conduce il discepolo ad una certezza: la vita non può dissolversi nella morte dopo aver fatto l’esperienza della figliolanza con il Dio vivente. Noi subiamo la morte, ma Dio non è prigioniero di questa fragilità…

Il discepolo amato vive nel tempo questa relazione “originaria” che restituisce alla vita.

…”Alla sera dello stesso giorno Gesù Risorto prende il posto nella comunità : “stette in mezzo”. Lui, presente, nella sua condizione di morto e risorto, “mostra le mani e il costato”. E’ la manifestazione della pienezza sorgiva della sua condizione; egli sta al centro con la forza della sua morte e risurrezione (cf. Gv. 20,19ss.).

Viene come risorto e “alita lo Spirito su di loro”. Non più il soffio che dà vita al fango (come in Gen. 2,7)ma un soffio che ricrea l’umanità, trascinandola dalla condizione di fragilità a quella della figliolanza e fraternità.

Tommaso detto Didimo…

Didimo significa gemello. Tommaso è gemello della nostra umanità, diffidente, curiosa, ostinata… Tommaso non è con il gruppo quando viene Gesù (cap. 20,24) e non si fida di quelli che gli dicono “abbiamo visto il Signore”. Si parla facilmente di incredulità, ma potremo arrischiare di dire che egli ci provoca a non “fare affidamenti impersonali”… La rivendicazione di Tommaso si esprime con: “Se non vedo, se non tocco, se non metto la mano, allora non credo” (Gv. 20,25)…; non gli basta la mediazione degli altri fratelli.

Gesù lo richiama, pure acconsentendo alla sua richiesta dicendogli “non essere più incredulo, ma credente”. Un altro movimento della ricerca del Risorto, un dinamismo affascinante segnato da un equilibrio fragile, in cui la mediazione dell’annuncio e la responsabilità della ricerca personale sono entrambe  necessarie e sempre da tenere legate.

La fede della chiesa dipende da questo primo gruppo di testimonianza, ma occorre anche una vera audacia, più volte richiamata nelle pagine evangeliche. E’ il coraggio della fede come itinerario esistenziale, dove “tutto di noi stessi” viene chiamato alla risposta, in un rincominciamento radicale, luminoso come la luce del Risorto, che rompe le catene della morte, che asciuga le lacrime, che rilancia umane e ragionevoli diffidenze.

Solo l’affidamento può condurci all’esperienza pasquale, alla confessione: “Signore mio, Dio mio”. E’ un legame inscindibile, personale, che ci porta oltre al desiderio di “toccare, di investigare… Tommaso ha creduto. E’ la beatitudine più grande, e questa è donata.

La cecità del pianto di Maria di Magdala lascia il posto alla luce, in questo mattino di Pasqua. I discepoli oggi, confessano che il Signore risorto è presso il Padre e al contempo “con noi”, nell’assemblea credente, come mediazione assoluta, da cui discende la forza della risurrezione. Noi ci accostiamo non con la pretesa di un contatto fisico, ma con l’affetto e la responsabilità, con la sollecitudine della ricerca che si affida a Gesù risorto. “Signore mio, Dio mio”. E’ la confessione che ci riconosce “beati”, perché credenti, pur senza aver visto!

(F.C.)

 

 

 

VEGLIA PASQUALE 2020

E’ progettata come madre di tutte le Veglie, Notte nella quale il Cristo è risorto dai morti. Notte di Veglia in onore del Signore (Es. 12,42). I fedeli portando in mano la lampada accesa, il simbolo di chi attende il Signore. Quando Egli verrà ci trovi vigilanti e ci inviti alla sua mensa (Lc. 12,35-37). Il Risorto si rende presente attraverso dei gesti simbolici

La celebrazione della luce;

la meditazione delle opere di Dio, evento sempre nuovo. Noi ascoltiamo per vedere, oggi, gli eventi di Dio, confidare nelle sue promesse;

la liturgia battesimale ricorda la nascita incessante dell’uomo nuovo;

l’invito alla Cena che il Signore prepara, anticipazione della Cena alla quale parteciperemo nella condizione di Risorti.

E’ LA NOTTE DELLA PASQUA IN ONORE DI JHWH, NOTTE FISSATA 

PER LA SALVEZZA DI TUTTE LE GENERAZIONI

La Prima Notte (Gen 1,1-2,2)

quando JHWH si manifestò al mondo attraverso la creazione. Dio crea il mondo in 7 giorni e 10 parole, che corrispondono a 10 opere distribuite nella settimana.

Tre giorni sono particolarmente importanti:

il primo: inaugura l’alternanza del giorno e della notte

il quarto: Dio crea gli astri, vale a dire dona al mondo il calendario, segnalando la funzione delle feste e il ritmo del tempo, finalizzato alla meta del Sabato. Un modo biblico per dire: Dio è presente lungo il tempo e accompagnerà il popolo nella peregrinazione, finchè giungerà alla terra promessa, il Settimo giorno. Il Nuovo Testamento chiama questo giorno di compimento il Giorno Uno della Nuova Creazione: l’ottavo.

Antifona: n 331 (strofa 15)

La Seconda Notte (Gen 22,1-18) – (non si proclama)

Condanna i sacrifici umani ed esalta l’obbedienza di Abramo, maturata nei tre giorni di cammino silenzioso verso il monte, dove Dio “vede” e provvederà. Dio non ruba ma dona! E’ la Notte della fede e dell’obbedienza, nella quale il Signore ci trasforma con la sua benedizione.

Salmo 15 (n 152)

1      Lettore: La terza Notte (Es 14,15-15,1)

Episodio chiave della storia di Israele, in cui Dio manifesta il suo volto, liberando l’oppresso dalla casa degli schiavi; così Israele diventa popolo di Dio. Un forte vento dall’est prosciuga il mare, gli egiziani arrivano da ovest e si trovano l’acqua di fronte. Un secondo racconto, più spettacolare: il mare è diviso da Mosè. La fede di Israele confessa la sovranità di Dio sulle forze oppressive della natura e dei popoli. La salvezza è operata da Lui, non da eroi. Mosè è il suo servitore. Israele nasce da Dio, non da potenze umane.

Antifona n. 523 (strofa 2)

2      Lettore: La Quarta Notte (Is 54,5-14 + 55,6-11)

Quando il mondo raggiungerà la meta e i gioghi di schiavitù saranno spezzati.

E’ la Pasqua del rinnovamento. Gerusalemme ritroverà il suo Sposo. Il ripudio è stato momentaneo, prevale l’amore. Dio promette l’Alleanza unilaterale, fondata nella sua fedeltà e misericordia. I monti possono tremare, e persino cambiare di posto, l’amore di Dio non vacillerà.

Antifona n 622 (strofa 2)

3 Lettore Baruc 3,9-15.32-4,4

Abbandonare la Parola di Dio equivale ad abbandonare la fonte della Sapienza. Cammina Israele, allo splendore della sua luce!

Antifona /Salmo 92 (n 285)

 

Ez 36,16-28 (non si proclama)

Le forze della nostra trasformazione provengono dal “Vento interiore” di Dio. Esso trasforma l’intimo della nostra persona.

GLORIA – n 961

4    Lettore: Lettera ai Romani cap 6,3-11

Nell’immersione Battesimale Gesù ci partecipa la sua morte. L’aspetto più importante è la partecipazione alla sua vita di Risorto, che si attua gradualmente lungo il cammino. Così Dio Padre ci indirizza a diventare conformi all’immagine del Figlio suo.

Alleluia (n 964 – 3 volte)

A La pietra scartata dai costruttori

B e divenuta testata d’angolo

A ecco l’opera del Signore:

C una meraviglia ai nostri occhi.

Vangelo di Matteo cap 28,1-10

RINNOVO DELLE PROMESSE BATTESIMALI

Cel. Rinnoviamo la volontà di seguire Cristo. Con il Battesimo avete già iniziato il cammino di conversione al Signore e a rispondere alla sua chiamata; è necessario che questo cammino si approfondisca.

Tutti: confidando nell’amore di Dio noi lo faremo.

Cel. Tendete dunque verso l’amore autentico di Dio Padre, che esclude ogni timore e si affida alle sue promesse.

Tutti: con l’aiuto di Dio noi lo faremo.

 

Cel. Impegnatevi ad ascoltare la Parola e a dialogare con Dio nella preghiera, non emarginandolo dalla vostra esistenza

Tutti: quanto il Signore Dio nostro ha detto, noi lo faremo.

Cel: Rimanete vigilanti di fronte alle ideologie culturali che mutilano il Vangelo, dissacrano i poveri e la dignità delle persone

Tutti: quanto il Signore nostro Dio ha detto, noi lo faremo e Lui solo vogliamo servire.

Cel. L’incontro con Gesù nella Scrittura ci conduce all’Eucarestia dove lo Spirito agisce: ci illumini e ci trasformi

Tutti: il Signore ci aiuti a compiere il suo disegno e a ringraziarlo per i suoi doni.

Antifona n 608/Salmo n 162

Santo n 976

Acclamazione n 957

Agnello di Dio n 977

Canto di Comunione n 604/606

Canto finale n 878

Insieme alla Pasqua

Nella Pasqua ebraica i bambini iniziano il rito chiedendo:

“Perché questa notte è diversa da tutte le altre”

Non siamo bambini, ma questa domanda risuona

Tacitamente per alcuni,

con forza e con sfida per altri.

Con voi

Non per modo di dire…

I vostri volti qui, nella liturgia quotidiana,

in un pensiero reso acuto dall’assenza.

La Quaresima tra fragilità e Promessa,

la riflessione delle Lectio bibliche condivise

con i testi, stavolta,

ma non diverse, nella fedeltà alla Scrittura…

 

Non c’è una comunità virtuale,

ma quella che condivide, comunica e prega.

Insieme, anche nella distanza.

Nell’assenza ci sono tutti i nomi,

i volti, i suoni, le domande, il canto,

il saluto, prima di tornare alle famiglie,

alla casa, alla quotidianità.

Ecco, con voi, non per modo di dire

In una “clausura” diffusa, obbligata

Per noi e per voi.

Confinamento di spazio e di relazioni,

di gesti, di condivisione.

E andando verso la Pasqua,

in questi giorni che rimangono Santi,

il contrasto tra “clausura sanitaria” e

sconfinamento donatoci,

lo sguardo che impara ad essere contemplativo

è per tutti una sfida.

Grande.

(F.C.)

Sera del Giovedì Santo 2020

Prologo della celebrazione della Cena del Triduo pasquale

II Giovedì Santo può essere considerato come l’ultimo giorno della Quaresima e prologo del Triduo Pasquale di Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, punto di arrivo della liturgia annuale e dell’intera nostra vita. La devozione ha riempito questo giorno di molti temi e non è facile far risaltare ciò che Io caratterizza.

La lavanda dei piedi anticipa i contenuti degli eventi pasquali divenendo segno sacramentale del dono dì Cristo, soglia del transito pasquale da invocare come salvezza per la chiesa e l’umanità.

Nella Celebrazione vespertina, Gesù raduna la sua comunità per la Pasqua imminente e prega con essa.

Schema celebrativo domestico 

La memoria pasquale attualizza la consegna totale di Gesù agli uomini con l’amore che giunge al vertice, presenza attiva della Morte e Risurrezione.

Antifona: Il Signore salva il suo consacrato, a lui risponde dal suo cielo santo.

Salmo 20 (Per chi ha il Salterio di Camaldoli Antifona e Salmo n 157)

Preghiera: O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la Santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.

Prima Lettura – Es 12,1-14

Dio parla, la sua voce misteriosa è narrata e giunge fino a noi questa sera. Se il tuo bambino ti chiede: “Che cosa è per voi, Papà e Mamma, quello che fate?” Voi spiegherete: “E’ la Pasqua, il passaggio dall’oppressione alla vita che il Signore ci dona”.

L’immolazione del suo Figlio Gesù è la forza che ci fa uscire dai nostri drammi. Il dolore rimane, come pure la fragilità e la paura, e infine la morte, perché così è la vita! Ma Dio ora le trasforma in uscita, in parto (Gv 16,21). Vivere è fare esperienza di minacce e desiderio di pienezza, di paura e di speranza.

Nell’immolazione e morte dell’Agnello, Figlio di Dio, tutto sembra finito, in realtà tutto comincia e va verso la pienezza. Ora parla l’Agnello Pasquale: “Sapendo Gesù che era giunta la sua Ora, di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li ama all’infinito (Gv 13,1). Ecco la forza che fa passare (Pasqua) le nostre vite storiche spesso impoverite e spaventate, verso la pienezza da tutti desiderata e sognata.

La vita (l’Egitto) sembra il granaio che ci nutre, poi all’improvviso tutto muta e si trasforma in reale e invisibile oppressione. Prevalgono buoni sentimenti, persone che rischiano per salvare, si apprezzano le buone relazioni, si detestano coloro che con furbizia traggono vantaggi egoistici da situazioni di prova; la malvagità non è tollerata.

Si invoca Dio, perché è la Pasqua, il passaggio del Signore che ci libera. La creazione tutta, uomini e cose, nutrono la speranza di essere liberati dalla schiavitù che ci distrugge, per entrare nella libertà della vita luminosa dei figli di Dio (cf Rom 8,19-21).

Salmo responsoriale 116 b

Antifona: Il tuo calice è dono di salvezza

Seconda Lettura – 1Cor 11,23-29

La memoria Eucaristica della Pasqua e la nostra verità 

Persone benestanti a cui non manca nulla, e altri ai quali manca molto, o anche tutto. Se la posizione sociale di alcuni impedisce di vedere il contesto drammatico che ci circonda, o comunque di ignorarlo, non celebra l’Eucarestia. La ritualità per quanto santa, non porta automaticamente all’incontro con Cristo; una frequenza senza discernimento trasforma la Cena del Signore in autocondanna.

Eucarestia e perseguimento di interessi personali egocentrici si oppongono! La ritualità diventa allora una scena che non cambia la vita. L’autoreferenzialità non può comunicare, e se non ci si educa a ripensare le condizioni di privazione e le cause, non si testimonia nella storia la vita di Colui che si offrì.

Acclamazione al Vangelo: – Questo è il mio comandamento: amatevi come io vi amo”:

Dal Vangelo secondo Giovanni, cap 13,1-17

Giovanni allude all’Ultima cena senza descriverla; parla invece dell’ora definitiva di Gesù, come passaggio da questo mondo al Padre; culmine del suo amore per noi che avviene nel contesto di tradimento, opera del diavolo. Gesù, conscio del suo potere sa di ritornare al Padre dal quale era venuto.

Poi una cascata di azioni simboliche, scandite da otto verbi

  • si alza
  • si toglie la veste
  • prende l’asciugamano
  • se lo cinge
  • versa l’acqua
  • inizia a lavare i piedi
  • riprende la veste
  • si siede.

Nella piena coscienza di sé e degli avvenimenti, nella gioia della festa, nell’intimità con gli amici, profondamente rattristato e spaventato che uno dei dodici lo consegni (13,21), Gesù fa dono della sua vita nel lavare i piedi, nel boccone dato a Giuda, nella parola rivolta a Pietro e ai discepoli nel comandamento nuovo. Nell’amore che giunge a pienezza Gesù compie la glorificazione della Pasqua annunciata: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La sua morte diventa modello e forza: “VI ho dato l’esempio”: Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 

Proposta

Lettura del Canone quarto (cf Messalino o da internet)

Dopo la dossologia: Padre nostro e cena familiare.

Alcune considerazioni di W. Kasper da: “Misericordia”, GdT 361, Queriniana pag 83.

“Di fronte a Dio viene meno qualsiasi teologia per quanto intelligente; egli non entra in nessuno schema. Non possiamo parlare superficialmente né del Dio giusto, né del Dio misericordioso, come se questa fosse la cosa più ovvia del mondo. Nel nostro linguaggio possiamo dire: la misericordia è la rivelazione della trascendenza di Dio al di sopra di tutto l’umano e al di sopra di tutto l’umanamente calcolabile. Nella sua misericordia Dio si rivela come il totalmente altro e paradossalmente, nello stesso tempo, come il totalmente a noi vicino. La sua trascendenza non è una lontananza infinita e la sua vicinanza non è una familiarità priva di distanze. Il Dio misericordioso non è semplicemente il “buon Dio”, che lascia correre le nostre malvagità e le nostre negligenze. Al contrario, la sua vicinanza salvante è espressione della sua alterità e del suo nascondimento incomprensibile) Is 45,15). Proprio come il Deus revelatus vicino e manifesto egli è il Deus absconditus. La misericordia di Dio ci rimanda al suo essere totalmente altro e alla sua completa incomprensibilità che è nello stesso tempo l’incomprensibilità e l’affidabilità della sua grazia e del suo amore”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verso la Pasqua Massimo Grilli

Ci è giunta questa lettera-riflessione di Massimo Grilli, che di recente ha tenuto a S. Maria in Colle il corso sui Vangeli dell’infanzia e la condividiamo…

Care amiche e cari amici,

con una certa difficoltà ho deciso di inviarvi qualche mia riflessione sul periodo che viviamo. Siamo in una situazione in cui le parole si rivelano del tutto inadeguate. E tuttavia, pur nell’incompiutezza e nella frammentarietà, abbiamo il dovere di scambiarcele, perché il frammento ci rinvia sempre a qualcosa di compiuto, che ha un senso, anche se non ci appartiene, ma che comunque sappiamo che esiste.

La prima parola, spontanea, che mi viene sulle labbra in questa tragica circostanza è “fragilità”. Poche volte, come oggi, anche il nostro occidente, di fronte a un nemico invisibile, prende coscienza della sua caducità. Dico “anche il nostro occidente” perché, in tante altre regioni del mondo, la coscienza che il limite contrassegni la sorte dell’uomo è pane quotidiano. La malaria, ad esempio, una malattia conosciutissima e controllabile, continua – inspiegabilmente, e sotto lo sguardo indifferente dei più – a mietere quasi mezzo milione di vittime all’anno, con il coinvolgimento del 60% dei bambini al di sotto dei cinque anni. Riscoprire la caducità è principio di saggezza, perché la prima regola per venire alla luce è di non mentire di fronte ai fatti. In un momento così delicato, riconciliarci con la nostra fragilità è la condizione senza la quale nulla può ricominciare. La speranza è che tutti possiamo recuperare almeno la saggezza del giorno dopo, dato che quella del giorno prima non ci appartiene. Dobbiamo far sì che le nostre relazioni non siano più regolate dall’arroganza e dalla presunzione, ma dalla consapevolezza di condividere una condizione di base: siamo argilla fragile. È un dato costitutivo del nostro essere e niente è possibile senza questa verità. Non ho molta fiducia che in occidente, dopo questa violenta crisi, si arrivi a questa saggezza del giorno dopo, ma forse a noi credenti è chiesto di testimoniarlo.

La seconda parola che mi sgorga dentro è: “perché?”. Come Israele nel tempo, dell’esilio, continuo a chiedermi: “perché?”. Penso alle ultime parole del Crocifisso, secondo Marco e Matteo: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Perché una morte così crudele per tanti esseri umani, senza una carezza, senza una parola di consolazione, senza una lacrima delle persone care? E perché proprio i più indifesi, i più deboli: i vecchi, i malati, quelli più segnati dalla crudeltà della vita… tutti quelli che i Salmi pongono costantemente sotto le ali del JHWH, Colui che si prende cura di loro e li protegge…? Ancora una volta la Parola di Dio viene smentita dai fatti. Soprattutto in questo tempo, ho pensato spesso al romanzo dello scrittore franco-algerino Albert Camus – La peste – e all’incredulità del dottor Rieux di fronte alla sofferenza innocente; ho pensato all’indice rivolto verso il cielo: “Tu vedi, vedi, Lui tace!”. È vero che, spesso, Dio tace perché gli uomini – con la loro arroganza e il loro cinismo – lo hanno messo a tacere, ma non può essere solo questa la ragione del silenzio di Dio, soprattutto in certi momenti, quando ogni sicurezza umana è stata annientata da un virus invisibile. Ci sono tempi, nella vita – e sono questi – in cui appaiono con maggior evidenza le debolezze della natura umana, in cui ci rendiamo conto che esistono cose più importanti delle nostre consolazioni a buon mercato, dei nostri orticelli spirituali, del conoscere e affermare sé stessi. Siamo in un momento in cui abbiamo coscienza che le utopie della modernità non ci hanno portato oltre la solitudine e la morte… Ma proprio per questo – proprio perché la situazione si è fatta desolata, assurda e disperata – ci chiediamo: “perché?”. Abbiamo bisogno di una Presenza. Si sente bisogno di un amico nei giorni dell’impotenza più che in quelli dell’onnipotenza. Il potente di turno ha sempre “followers” intorno a sé, ma chi è disperato, chi è solo, non ha nessuno.  Come nel momento dell’esilio di Israele a Babilonia, in questa disperata solitudine che attraversa le nostre città e le nostre case, siamo forse chiamati a ripensare e interrogarci sull’immagine che abbiamo di Dio e dell’uomo.

A ripensare l’immagine di Dio, anzitutto. Abbiamo sempre immaginato il Dio “onnipotente”, dispensatore di benessere e di prodigi e lo abbiamo cercato nei santuari, nei riti, nei ministri della chiesa… Oggi, in questo momento decisivo, siamo senza messa, senza ministri, senza chiese… e senza miracoli. Ecco allora la domanda: non siamo chiamati a riscoprire ciò che è a fondamento della fede, il mistero che è al di là del segno, ciò che è oltre? Non sto dicendo che possiamo vivere senza segni; dico solo che, diventati ministri tuttofare, corriamo il rischio di perdere l’essenziale, di perdere Colui senza il quale i santuari, i pellegrinaggi e preti sono tromboni che risuonano e cembali che tintinnano. Non siamo chiamati in questo momento a riscoprire la Parola, la “nostalgia” della Parola e dell’Eucaristia, in una fede autentica, lontana dagli orpelli, dai fronzoli di cui l’abbiamo rivestita? Non siamo chiamati a incontrare Dio nell’unico santuario degno di questo nome: l’uomo e, anzitutto, l’uomo crocifisso? Non esiste un mondo sacro e un mondo profano: ciò che è di Dio esiste solo nelle cose profane.  Non a caso, nel momento in cui Gesù muore, il velo del tempio si squarcia e un pagano “vedendolo morire così” proclama Gesù “figlio di Dio”. Non è più il tempio il luogo di accesso a Dio (né quello di Gerusalemme, né quello dei tanti Garizim sparsi nel mondo) ma il Crocifisso, e i crocifissi: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero infermo e siete venuti a visitarmi, ero nudo e mi avete vestito…”.

Con l’immagine di Dio è necessario ripensare anche l’immagine dell’uomo e delle creature tutte. Mi ha colpito come, in questo tempo e in questo mondo così interconnesso da essere ormai quasi indistintamente votato alla vita o alla morte, sia stato detto che è fondamentale il recupero della “distanza” (almeno un metro, ci dicono!). Al momento dell’ingresso del virus nel nostro contesto italiano, stavo offrendo alla Pontificia università gregoriana un corso sul «Volto, epifania e mistero» e cercavo nella Bibbia i fondamenti di come si possa essere in comunione soltanto nel rispetto della distanza. È ovvio che la distanza non coincide con l’estraneità. Il libro dell’Esodo racconta che Dio scende verso il suo popolo, ma il popolo deve stare a distanza; anzi Mosè, il servitore per eccellenza, pur essendo il confidente di Dio, deve rimanere a distanza. La comunione non è simbiosi né affastellamento, ma relazione dialogica. La donna, nella Genesi, è presentata come una-che-sta-di-fronte all’uomo, sia perché l’essere umano è destinato a trovare il senso della “sua” vita solo di fronte a qualcuno che ci mette in questione, sia perché l’altro/a, nell’essere di fronte, è veramente un “tu” che non si può né catturare. La tentazione dell’uomo è sempre la stessa: inglobare l’Altro, invece di riconoscere che l’altro esiste prima di ogni mia iniziativa e ogni mio potere. Riconoscere la distanza, dunque, è più importante dell’empatia e del contatto immediato. Ha scritto la poetessa Candiani: “noi non sentiamo… il corpo dell’altro: non sentiamo quando sta tremando di fianco a noi, quando ha paura, quando si sente offeso e ferito. Forse il metro di distanza ce lo insegnerà?”. Vale anche per le altre creature. Purtroppo, diverse componenti che hanno strutturato la civiltà ebraico-cristiana, hanno interpretato il genesiaco “soggiogare” e “avere dominio su ogni essere vivente” in maniera fondamentalista e criminale. Oggi ci accorgiamo di essere al punto di non ritorno. Ne dovremo rendere conto a Dio e ai futuri figli degli uomini. Io spero che la diffusione di questo virus, a cui non è certamente estranea la situazione della nostra terra, ci porti tutti a un fecondo ripensamento.

È alle porte la settimana della passione-morte-risurrezione del Figlio dell’uomo, Colui che per noi cristiani incarna l’immagine autentica di Dio e l’immagine autentica dell’uomo. Gli eventi della croce ci dicono che la sconfitta, la solitudine e persino il peccato dell’uomo (sì, anche il peccato) appartengono ormai a Dio e vengono assunti nel mistero di salvezza. La notte di Pasqua, nel buio e nel deserto delle nostre chiese, qualcuno canterà: o felix culpa!  Il grande sabato – come lo chiama la tradizione orientale – quello che precede la Pasqua, è un giorno di silenzio: il giorno della tomba silenziosa e deserta. Un’antica omelia sul grande sabato attribuita a Epifanio, recita: «Oggi sulla terra c’è un grande silenzio, grande silenzio e solitudine». È il silenzio di un’ulteriore kenosis, come canta ancora la liturgia bizantina al mattutino del sabato santo: «sei disceso per cercare Adamo, e non avendolo trovato sulla terra, o Signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi!». E ancora, un’antica omelia siriaca: «Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso, l’ha chiamato: “Adamo dove sei?”, come gli aveva detto nel giardino (Gen 3,9). Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti».

Il giorno del grande silenzio diventa, paradossalmente, nel mistero di Cristo,  il giorno della Ricerca, dell’Incontro e dell’Amore. Ha scritto il testimone della chiesa confessante Dietrich Bonhoeffer: «in Gesù di Nazareth, Dio … vuole essere là, dove l’uomo non è più nulla… Dove è Gesù, c’è l’amore di Dio. Ma la documentazione comincia ad avere tutta la sua serietà, quando Gesù o l’amore di Dio… assume su di sé anche il destino che sovrasta ogni vita, la morte, cioè quando Gesù, che è l’amore di Dio, muore realmente; solo così l’uomo può diventare certo che l’amore di Dio lo accompagna e lo guida anche nella morte; e la morte di Gesù crocifisso come un delinquente mostra che l’amore divino trova la strada per arrivare fino alla morte del delinquente; e se Gesù muore sulla croce gridando: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), questo significa… che l’eterna volontà di amore di Dio non abbandona l’uomo nemmeno là dove egli dispera per l’abbandono di Dio”. Sì, Dio non ci abbandona neanche quando noi disperiamo della sua Presenza. È stato detto che ci sono bestemmie di uomini disperati che sono più accette a Dio di tante lodi di uomini benpensanti. Chi muore, in questi giorni, non ha probabilmente né la forza per maledire, né la coscienza e l’energia necessaria per pregare. È semplicemente solo. Questa solitudine però è abitata da Dio. Forse, è proprio a partire da questa solidarietà che potremo trovare la forza di nascere a vita nuova. È l’augurio che ci facciamo.

Santa Pasqua!

Massimo Grilli

V LECTIO DOMENICA DI QUARESIMA 2020

DALL’OGGI ALLA PIENEZZA DEL TEMPO

L’annuncio solenne di Gesù inaugura la missione in Galilea – Mc 1,14-1

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Non sappiamo se le parole furono pronunciate esattamente così da Gesù o se invece Marco le pose come sintesi del suo racconto. Ciò che importa per noi è che esse interpretano fedelmente il significato della missione di Gesù per l’oggi della storia e che Dio porta a compimento la Promessa donandoci l’Evangelo (Evento Buono) mediante il suo Figlio.

Per meglio comprendere l’annuncio pregnante formulato in greco col passivo perfetto, lo leggiamo nella forma transitiva: Dio porta a pienezza il tempo con un’azione che, iniziata nel passato, non sarà più interrotta per tutta la durata della storia. Dio ci dona la sua azione amante (Regno di Dio), rendendola perennemente alla nostra portata mediante l’opera di Gesù. Così facendo Dio, nel suo Figlio, inaugura il tempo nuovo (il Vangelo di Dio) con l’invito pressante da parte di Gesù di dare attenzione alla sua azione (“convertitevi”) e accogliere l’Evento Buono.[1]

Con Gesù irrompe l’azione della signoria amante di Dio nella storia.

L’affermazione resta indeterminata, ma sarà il racconto successivo a dare il volto concreto dell’azione e dell’uditorio particolare. Posta così, essa supera volutamente tutte le circostanze per arrivare fino a noi. L’evento accaduto in Galilea assume così una portata vasta perché offerto, nel tempo e per tutte le regioni a tutti agli uomini al fine di donare un significato nuovo al nostro vivere. L’annuncio di Gesù rompe con la mentalità giudiziale e punitiva del Battista, si veda in proposito il testo parallelo di Mt 3,4-11 “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.  Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano;  e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano. Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?  Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.  Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Gesù, nell’intestazione marciana mette in risalto l’azione di grazia del Signore. Non si tratta di fare qualcosa per evitare il peggio, ma semplicemente dare attenzione e accogliere l’azione divina che ci trasforma; un aspetto che spesso rimane in ombra nella catechesi. La storia del Vangelo narra che Gesù prende l’iniziativa di avvicinare tutte le persone lungo la sua itineranza, affermando: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,14-17). E Lc cap 19,10 aggiunge: “Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”.

Il filo del racconto marciano, dopo l’annuncio del programma di Gesù, ricorda la chiamata dei primi discepoli (1,16-20). Gesù intende coinvolgerli nella sua missione, che dovrà continuare anche dopo di lui; Egli li chiama non solo per se stessi, ma anche per raggiungere tutti, facendoli pescatori di uomini.[2]

Il lettore è avvertito che si tratta di una grazia a caro prezzo, infatti l’inizio della missione di Gesù coincide con l’arresto e poi il martirio del Battista. L’Evento Buono, l’Evangelo di Dio inizia col presagio della sofferenza. Gioia e gemito accompagnano l’azione di Dio nel suo Figlio, come illustra bene Paolo in Rom 8 e Mt 11,12; tuttavia nessuno sarà in grado di arrestare il cammino dell’Evangelo. Il tempo che va compiendosi non è semplicemente l’alternarsi temporale del giorno e della notte o il ritorno ciclico delle stagioni. Il tempo di Dio realizza la sua Promessa di legame eterno con l’umanità; lo ribadisce con forza Geremia, in tempi non solo oscuri, ma anche di tragedia.

Il coraggio della speranza

Ascoltiamo tre testi importanti, in cui il profeta ribadisce la fedeltà di Dio a ciò che ha promesso, e la sua volontà di non permettere che la creazione piombi nel caos distruttivo del diluvio:

1.    Ger 33,20-21+25-26

Dice il Signore: Se voi potete spezzare la mia alleanza con il giorno e la mia alleanza con la notte, in modo che non vi siano più giorno e notte al tempo loro, così sarà rotta anche la mia alleanza con Davide mio servo, in modo che non abbia un figlio che regni sul suo trono, e quella con i leviti sacerdoti che mi servono. Dice il Signore: «Se non sussiste più la mia alleanza con il giorno e con la notte, se io non ho stabilito le leggi del cielo e della terra, in tal caso potrò rigettare la discendenza di Giacobbe e di Davide mio servo, così da non prendere più dai loro posteri coloro che governeranno sulla discendenza di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Poiché io cambierò la loro sorte e avrò pietà di loro».

2.     Gen 9,9-17

«Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi
e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne.
Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne
e noi ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne.
 L’arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna
tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne
che è sulla terra». Disse Dio a Noè: «Questo è il segno dell’alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra».

Con un patto unilaterale, Dio promette la stabilità delle leggi della creazione e di non rigettare l’uomo, di non distruggere il popolo della promessa. Così il Signore risponde alle crisi storiche e alle paure. La vita non sarà estinta, anzi, l’opera creatrice e riscattatrice cambierà i tempi oscuri dell’umanità, perché Dio è il Dio delle viscere di misericordia e di vita.

3.    Ger 31,31-34

«Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

Il profeta annuncia il tempo di Gesù, l’Alleanza nuova che renderà tutti capaci di avere esperienza di Dio e del suo perdono. La promessa di speranza neutralizza il pessimismo antropologico che può insorgere nei tempi delle catastrofi globali.[3] Lottare continuamente contro il male è la manifestazione del Regno di Dio. Il male occupa ancora tanto spazio, non vuole perdere terreno e resiste alle azioni che lo contrastano.

Richiamo una riflessione di J. Sobrino su Oscar Romero, che può interessare le chiese:

“Devono “beneficare”, fare il bene, ma non solo aiutando il povero, bensì difendendolo dai suoi aggressori. E devono difenderlo non solo in questo o quell’altro ambito dei suoi problemi, ma nella totalità; e ciò deve essere certamente fatto da un’università che sia “università”, aperta per principio alla totalità. Importanti e necessari sono le istituzioni per i diritti umani, ma non bastano; i poveri devono essere difesi dal diritto. L’economia deve difendere dalla fame e combattere quanti, persone o strutture, la producono, a maggior ragione quando la povertà è la conseguenza di un sistema per produrre ricchezza. Lo stesso si può dire delle ingegnerie e della loro capacità di produrre spazi vivibili oppure disumani. Delle psicologie che orientano o disorientano davanti a ciò che avviene con la salute mentale, personale e, soprattutto sociale. Della medicina, della sociologia, della politica, della storia, della letteratura, della filosofia. E della teologia: come arrivare a conoscere e pensare un Dio che favorisce e difende la vita dei poveri, come camminare con lui umilmente nella storia e come praticare Dio, come dice Gustavo Gutierrez”.[4]

Dare attenzione al Regno di Dio e accoglierlo significa sintonizzarsi con la Sovrana Misericordia Divina, come ha fatto Gesù di Nazaret, che sempre si è offerto liberamente e radicalmente, fino a patire, al fine di realizzare il Sogno del Padre.

Due parabole, fra le tante raccontate da Gesù, illuminano Il futuro di Dio che entra nel presente

La prima:

Mc 4,26-29+30-32: Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.  Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.  Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?  Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».

Dio è al lavoro per realizzare la trasformazione profonda della storia; Gesù non è un visionario del futuro, ma con le sue parabole ci offre una lettura del dinamismo del Regno, che opera misteriosamente nel tempo:

vv 26-27a:       Un uomo semina, poi si riposa nell’alternarsi dei giorni e delle notti

v 27b:              Il seme è al lavoro e cresce; l’uomo non ne controlla la forza vitale e neppure conosce come questo avvenga.

v 28:                entra in gioco il terreno, favorendo la crescita dello stelo, della spiga e del frutto maturo.

v 29:                Finalmente compare Colui che manda a mietere. Nel Vangelo di Marco è Dio. La mietitura rappresenta il compimento del Regno di Dio (cf Mc 13,27).

La seconda:

4,30-32: Marco descrive il presente infimo e la conclusione inimmaginabile, tale è la forza nascosta dell’azione divina. Non sappiamo come agisca, arriva però la manifestazione sorprendente dell’albero dopo il suo sviluppo. Non si dà rottura tra presente e futuro, ma continuità nel dinamismo segreto, che opera e chiede all’uomo di avere fiducia e di stare persino calmo, di dormire.[5]

Far fiorire l’essere umano: la formazione dell’uomo

Nella quarta Lectio, L. Biagi ci proponeva di indagare la natura dell’uomo, ricavarne gli sviluppi e gli impegni concreti di azione; avvertiva che non si tratta “di un pensiero sbrigativo, un pensiero corto, slogan che toccano solo la pancia”. Su questo orizzonte vorrei proporre alcuni brani della Lettera agli Ebrei, per cogliere come Gesù ha vissuto e interpretato la sua avventura umana e quali sono stati i suoi punti di riferimento irrinunciabili.

L’Omelia della Lettera agli Ebrei rappresenta una sintesi teologico-spirituale ricca matura, che vale la pena rivisitare, anche solo con qualche spunto.

Il percorso umano del Figlio di Dio – cap 2,14-18

“Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

Gesù condivise la fragilità umana e affrontò il suo cammino tragico per modificare radicalmente il destino amaro degli uomini: la morte. Con la sua morte distrugge l’evento terribile che renderebbe insensato il percorso umano. L’Evento Gesù riapre il cammino verso la vita, sena limiti, nella condizione di Dio. In questa affermazione, purtroppo oscurata dalle prove, dalla paura, l’autore condensa tutta la rivelazione: dalla creazione alla Pasqua. L’obiettivo di Gesù, interpretando il progetto del Padre, è di svuotare la morte e il corteggio di tutta la sua potenza, che imperversa nella storia. Un frutto oscuro del male, che sinteticamente chiamiamo malvagità, egoismo (2,14).

Per realizzare la sua missione di soccorritore, Gesù non scelse di separarsi dagli uomini suoi fratelli, o di vivere una vita privilegiata rispetto ai poveri. No, egli visse povero; per sé non operò nessun segno potente; volle soffrire come il più miserabile dei falliti e morire come gli abbandonati. (vv 17-18). In questo quadro emergono due valori fondamentali del mistero di Dio e del suo Figlio: la docilità affettuosa al Padre, per condividere il suo amore e i suoi progetti, e la solidarietà viscerale e materna per gli uomini, percepiti come parte di sé, fratelli di sangue. Gesù è proclamato uomo misericordioso e affidabile per ciò che riguarda le cose di Dio.

Due virtù di massimo livello, che esprimono la capacità di relazionarsi in maniera unica e profonda. Il cammino del seme necessita di questi valori. Guai se nell’umanità venissero meno: assisteremmo al trionfo delle forze infernali.

Il v 18 afferma che vivere questi valori significa per Gesù soffrire ed entrare nell’oscurità della prova, ma senza venir meno alla relazione fiduciale con Dio e al compito solidale per l’uomo.

Soffrire ed essere riprovati non sono la stessa cosa. Anche nella passione Gesù sarebbe potuto infatti restare il Cristo acclamato.

La passione sarebbe potuta ancora essere oggetto di tutta la compassione e ammirazione del mondo. Nel suo aspetto tragico, la passione avrebbe potuto conservare un proprio specifico valore, un proprio onore, una propria dignità. Ma Gesù è il Cristo riprovato nella passione. L’essere riprovato toglie alla passione ogni dignità e onore.Essa non può che essere una passione disonorevole. Passione e riprovazione compendiano la croce di Gesù. La morte in croce significa patire e morire come chi è riprovato ed espulso. (D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, p. 75-76)

Il punto centrale della nostra lectio è la sezione di Ebr 4,15-5,14

La terminologia potrebbe disturbare una certa mentalità moderna, perché l’autore parla di Cristo come dell’unico sacerdote, capace di risolvere il problema dell’uomo:

avendo condiviso il dramma umano fuorchè il peccato, Egli è in grado di capire i nostri cedimenti (4,15); anzi, Cristo rivela il trono della misericordia (4,16); un servizio che ha strumenti per guarire e rilanciare la vita. Perché difendersi da questa offerta tanto necessaria? Spesso si continua a pensare al trono della Signoria di Dio come un esercizio giudiziale freddo e implacabile. Chi ha stravolto questo volto nella chiesa?

“Nessuno ha mai visto Dio, colui che vive una relazione filiale, unica per nascita e condizione ce l’ha interpretato” (Gv 1,18), diventando fragilità e percorrendo il nostro stesso pellegrinaggio esodico, sopportando la fatica della finitudine (Gv 1,14), imparando dalle cose che soffrì il valore luminoso di Dio: la sua gloria.

Riporto un commento di M. Grilli, che ci aiuta a capire il parallelismo teologico, la vicinanza di pensiero di Giovanni con l’autore della Lettera agli Ebrei contemporaneo a Giovanni (90-100 dC).

“Sì, la Parola si fece carne

E pose la sua tenda in mezzo a noi”.

Il v 14a rappresenta l’apice della parabola discendente: il momento decisivo che va letto in parallelo col v 1. All’inizio si diceva che la Parola era, ora si afferma che essa diviene; si predicava che la Parola era con Dio, ora si dichiara che è in mezzo a noi; si proclamava che essa era Dio; ora si sostiene che diviene sarx, carne! Il kai assertivo dell’inizio del v 14 segna il momento culminante del tragitto e, nello stesso tempo, invita il lettore a credere nel paradosso di una Parola che si fa carne. Perché di un vero e proprio paradosso si tratta! Il termine sarx sta qui a indicare l’uomo nella sua creaturalità, nel suo divenire, nella sua fragilità strutturale. “Ogni carne è come l’erba e ogni sua gloria è come il fiore del campo. L’erba si secca, il fiore appassisce… “(Is 40,6-7). Nessun filosofo greco si sarebbe espresso in questi termini. Bonhoeffer soleva dire che Dio si fa debole nel mondo e così ci aiuta: ci salva con una solidarietà fondata non sull’onnipotenza ma sull’impotenza, sulla condivisione della nostra condizione. Il verbo greco eskenosen contiene le tre radicali (s k n) che costituiscono la struttura portante del termine ebraico sekinah; il nome di Dio che richiama la sua dimora in mezzo al popolo. Dio che fa abitare la sua sekinah in mezzo a Israele era, allo stesso tempo, garanzia e impegno. Lo stesso Ezechiele riporta questa decisione di Dio: “Io abiterò in mezzo agli Israeliti per sempre” (Ez 43,7), E, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? La carne di Gesù è l’impegno di Dio che si rinnova, in favore di Israele e di ogni carne.

“E noi abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria dell’unigenito

Venuto da presso il Padre,

pieno della grazie della verità” (Gv 1,14b).[6]

La Lettera agli Ebrei parla di amore che ridona vita, anche dove è compromessa. Egli è qui tra noi come l’inviato della Misericordia del Padre per soccorrerci, diventando la nostra salvezza eterna (Ebr 5,7-9). Non ci resta che invocare il dono della Via vivente, inaugurata da Cristo, nostro modello esistenziale (Ebr 10,20).

Ebr 10,5-14:

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 

Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà.

 Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.

 Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

Il testo è pregnante; segnalo solo qualche passaggio. La Via esistenziale inaugurata da Gesù fonda la Nuova Alleanza, il legame eterno di Dio (cf Ger 31,31-34 ed Ez 36,16-28), e trasforma la nostra vita in obbedienza (cf Os 6,6).

L’autore della Lettera ci informa come Cristo iniziò la sua avventura umana e che cosa domandò a Dio suo Padre: “Scavami l’orecchio, dammi il dono di obbedirti (Sal 40), insegnami ogni giorno a essere il figlio dell’ascolto (Cf Is 50,1-5), per compiere il tuo disegno luminoso (volontà) come è scritto per me nel tuo libro. Questo desidero: la tua volontà diventi l’ispirazione continua delle mie scelte”.

Questa preghiera corrisponde esattamente a quanto narrano i Vangeli. La prima parola di Gesù in Lc è: “Non sapevate che io debbo essere nelle cose del Padre mio?” (cap 2,49). E l’ultima parola, che forma l’inclusione del suo vissuto: anche se sento la ripugnanza di ciò che mi aspetta, scelgo ancora il tuo disegno: “Non la mia volontà si compia, ma la tua” (cap 22,42).

E Gv 4,34: Il cibo che io cerco con assillo è di compiere la volontà del Padre e realizzare l’opera che mi ha affidato”. Dovremmo chiedere di mettere queste invocazioni al di sopra dei nostri progetti, spesso suggeriti da privilegi egoistici. In questo senso Gesù dice di nutrirsi di un cibo che noi non conosciamo.

I profeti e i Salmi contestato una religiosità formale (Is 1). Nel Salmo 50,13, Dio ironicamente deride i sacrifici di animali: “Mangio forse la carne dei tori? Gradisco il sangue degli animali o addirittura il figlio delle tue viscere?” E Michea ( cap 6,6-8) avverte: “Oh, uomo, che cosa ti chiede Dio? Non forse un salto di qualità, che consiste nel fare la mia volontà (la giustizia), amare il Bene; camminare con Dio obbedendogli”.

Il disegno di Dio ha il suo luogo privilegiato nello spazio orante del Libro, dove Dio mi parla nel dono dello Spirito, pone la sua Parola nel profondo del cuore come l’ispirazione di ogni mia scelta.

L’importanza dell’offerta esistenziale di Gesù è decisiva, perché inaugura il culto nello Spirito (cf Ebr 9,14) e realizza il Vangelo di Dio (Mc 1,15). Per questo disegno divino del Padre noi siamo santificati (Ebr 10,14). L’offerta accaduta nella vita di Gesù diviene il dinamismo che progressivamente ci rende affini ai voleri di Dio, porta a pienezza la nostra umanità nell’amore a Lui (Dt 6,5) e del prossimo (Lv 19,18), proclamati da Gesù come il primo comandamento (Mc 12,29.[7]

Questa prospettiva vertiginosa è riassunta nella rivelazione di Gesù alla Samaritana:

Gv 4,21-24: Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.  Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

Per un approfondimento appropriato segnalo “il tesoro di Giovanni”di U. Vanni, Cittadella 2010, p 108ss.

Mi limito a riportare qualche passaggio: “Il Padre cerca ed è in attesa di nuovi adoratori… secondo una modalità più alta. Essa consiste nella vita gestita dallo Spirito, il quale rende operativa in noi la ricca interpretazione di Gesù riguardo al Padre e l’opera che gli chiede. I valori divini concentrati in Gesù (la Verità, il vero umanesimo), vengono trasmessi a noi mediante lo Spirito, il cui compito è di guidarci alla Verità tutta intera (Gv 16,13). Lo Spirito è considerato come il gestore dell’umanesimo di Gesù, colui che fa intuire e dona la forza per applicare le scelte di Gesù nel nostro oggi. Lo Spirito riprende tutti gli aspetti della vita di Gesù e li pone nel nostro intimo. Le persone che accolgono senza riserve i doni tipici di Cristo, instillati dallo Spirito, sono gli adoratori che Dio cerca e vuole.

Il percorso biblico ebraico-cristiano non ci indirizza verso un cultualismo magico, oggi di ritorno sotto la sferza della paura. Non ci si serve del sacro; i profeti e Gesù hanno sempre criticato aspramente queste pratiche; basti ricordare la cacciata dei venditori al tempio (Mc 11,15-18). Ebr 10,5-14; Gv 4,21-24 ricordano il culto più alto, fatto di obbedienza al Padre e di servizio solidale agli uomini.

La vita cristiana si delinea fin dall’inizio priva di formalismi magici e di autonomie che finiscono sempre in assolutizzazioni idolatriche. Il rischio del male culturale, diceva C.M.Martini, consiste nel legittimare teorie che appaiono utili e perfino necessarie: come i nazionalismi esasperati, le violenze giustificate, ogni forma di arbitrio per difendere i propri privilegi. Tutte forme che conferiscono al male un atteggiamento rispettabile, attraente, perfino colto.[8]

“La libertà e la creaturalità quando viene creato l’altro uomo, sono legati insieme nell’amore. […] Là dove sia venuto meno l’amore per l’altro, l’uomo ha ormai la sola possibilità di odiare il proprio limite, e non desidera che avere in proprio possesso l’altra persona umana senza alcun freno, o addirittura annientarla senza alcun freno, dal momento che ora egli si richiama al suo contributo, al suo diritto. […] Questo è il nostro mondo. La grazia dell’altra persona umana, che è nostro aiuto, in quanto ci aiuta a sopportare il nostro limite, in quanto cioè ci aiuta a vivere al cospetto di Dio, in quella comunione che sola ci rende possibile vivere al cospetto di Dio, questa grazia si è trasformata in maledizione, e l’altro è diventato l’occasione di rendere sempre più esacerbato il nostro odio nei confronti di Dio; per causa sua non siamo più in grado di vivere al cospetto di Dio, egli è per noi continua occasione di giudizio. […] La forza della  vita si trasforma nella forza della distruzione, la forza della comunione si trasforma nella forza dell’isolamento, la forza dell’amore si trasforma nella forza dell’odio”.[1]

[1] D. Bonhoeffer, Creazione e caduta, Queriniana, vol 3, 1992, p 84.

Disse Pietro al pagano Cornelio: “Dio era con Gesù, il quale passò beneficando e sanando tutti coloro che erano oppressi dal male (Satana) (At 10,38). Dovremmo imparare a stare sul confine: essere vicini a tutti, e lontani per non essere omologati. Siamo infatti quelli della Via (At 9,2).

Non ci resta che accogliere l’invito di Gesù in Gv 15,5: “Rimanete in me” (equivale a seguirlo!). Questo ci permetterà di percorrere la via dell’umanesimo che porterà frutto.

L’augurio che ci facciamo, al termine di questo ciclo di Lectio quaresimali, è quello con cui l’autore della Lettera agli Ebrei chiude solennemente la sua omelia:

Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Per la preghiera:

Salmo 77/76; 39/40; 71/72; 15/16 e il Cantico di 1 Pietro 2,21-25.

I giorni che viviamo possono farci dire col profeta: E’ forse cessato per sempre l’amore di Dio? E’ finita la sua promessa?

L’enigma lo si può sciogliere guardando il percorso umano di Gesù: i punti di riferimento del suo cammino (Sal 39/40); la sua sapienza (Sal 15/16), la sua opera generosa (Sal 71/72), il suo dono, perché dalle sue piaghe noi potessimo essere guariti (Cantico 1 Pietro 2,21-25).

note
[1] R.A.Monasterio, Jesus y al tiempo, in Ricerche Storico Bibliche, n 2 EDB 2019, p 93ss.
[2] J. Delorme, in Misterium Regni, ministerium Verbi, EDB 2000, p 134.
[3] V. Lopasso, Geremia, San Paolo ed. 2013
[4] J. Sobrino, La voce del profeta, Vita e Opere del Vescovo Romero, EDB 2018, pp 79-80
[5] D. Dormeyer, Il coraggio di stare calmi in: Compendio delle parabole di Gesù, Queriniana 2011, p 518ss.
[6] M. Grilli, Il volto: epifania e mistero, Qiqajion Bose, 2019 pp 117-118
[7] A. Vanhoye, Accogliamo Cristo nostro “Sommo Sacerdote”, ed Vaticana 2008; e Vivere nella Nuova Alleanza, ADP 1995.

D. Fortuna, Il Figlio dell’Ascolto, San Paolo 2012.
[8] C. M. Martini, Che cosa dobbiamo fare? Piemme 1995, p 153ss.

IV LECTIO DOMENICA QUARESIMA 2020

FAR FIORIRE L’ESSERE UMANO (L. BIAGI)

PREMESSA E RIPRESA

Nel nostro cammino verso l’uomo, dopo aver posto alcuni riferimenti di lettura e di sfondo a partire dal messaggio evangelico e paolino – dobbiamo ora provare a delineare alcune piste di ‘formazione’ dell’uomo. In altre parole, dobbiamo anche tentare di far emergere il nostro impegno e la nostra responsabilità in ordine a un rinnovato processo di umanizzazione, dato che questo emerge come uno dei principali vettori del tempo in cui viviamo.

Una riflessione-meditazione sull’uomo è sempre anche un “prendersi a cuore di qualcosa”, dove la riflessione-meditazione significa un fermarci a lungo e con intensa concentrazione su un contenuto di vita. Considerare profondamente un problema, un argomento, allo scopo di coglierne l’essenza, indagarne la natura, ricavarne sviluppi, conseguenze e impegni concreti d’azione. Platone, in un suo dialogo, insiste sul fatto che filosofare, riflettere e meditare, vuol dire fermarsi, togliersi dalla fretta e dal fare, per mettere al centro quello che conta. Tutto il contrario del nostro impianto odierno, dove imperano il “pensiero sbrigativo”; il “pensiero corto”; la “razionalità strumentale”; il “pensiero calcolante”; gli “slogans” che “bucano il video” e “toccano solo la pancia”…

La ripresa ora deve prendere avvio da un gesto che deve inaugurare la nostra attenzione all’uomo. Questo gesto possiamo chiamarlo “epoché”, che è l’atto di ‘sospensione dell’assenso’ a quanto ora è in circolazione intorno alle nostre idee, giudizi, affermazioni sull’uomo e sulla vita, è l’atto con cui si pone ‘tra parentesi’ tutto quello che nel mondo vien dato per assodato e certo, si sospende cioè il giudizio d’esistenza delle cose, il quale obbedisce alla preoccupazione di servirsi di esse. Questo atto è un poderoso processo di liberazione dai nostri giudizi, dall’ovvio, dai luoghi comuni e dallo scontato. Da quello che di solito non mettiamo in discussione. Edith Stein però ha compreso bene questo atto di sospensione-liberazione, in un’ottica che qui ci ritorna preziosa: il primo passo che dobbiamo fare è quello di ‘svuotare sé da se stessi’. Creare “il vaso vuoto”, afferma la Stein e fare spazio in sé per l’altro e per l’Altro. Questo significa che dopo cinque secoli di consacrazione del nostro io (dall’individualismo al narcisismo, all’egosauro), ora è venuto il momento di svuotare il nostro io e anche di svuotarci dal nostro io!

Il secondo riferimento-pilastro è quello che abbiamo scoperto fin qui. Il pensiero biblico, dalla prima all’ultima pagina, ci attesta un orizzonte che forse non abbiamo ancora veramente interiorizzato. Ossia che il Dio della nostra tradizione ebraico-cristiana è un Dio ben strano, poiché egli con le sue parole e il suo agire pone ‘praticamente’, storicamente, le condizioni per “una costituzione drammatica dell’essere-soggetto degli uomini, costituzione che si attua proprio attraverso il loro rapporto con Dio”[1] (J.-B. Metz). In altre parole, questo Dio non vuole un rapporto di assoggettamento schiavistico e di sudditanza dagli uomini, né lo provoca, né lo avvalora. Anzi lo combatte e lo denuncia continuamente. Egli vuole che gli uomini escano dalle paure arcaiche e dalle costrizioni di ogni genere; non umilia l’essere-soggetto dell’uomo ma costringe l’esistenza dell’uomo, sempre di nuovo, a diventare soggetto di una storia nuova. E la prova pratica di questa sua volontà, è data dal fatto che egli è il primo e dichiarato antagonista di ogni forma di costrizione e oppressione tra gli uomini stessi. Così che la bibbia ci mostra continuamente che “la lotta per Dio e la lotta per il libero poter-essere-soggetto di tutti si svolgono non diametralmente opposte, bensì proporzionalmente parallele”[2].

E’ impressionante e insieme quanto mai significativo che questo sia anche un argomento storico-religioso. Ossia l’antropologia religiosa ci mostra ripetutamente che l’uomo solo grazie alla religione, al suo rapporto col suo Dio, è giunto a un’identità di soggetto ed è diventato attore di storia. Per cui oggi, dal punto di vista antropologico, è del tutto ragionevole pensare che con il venir meno di una qualche orizzonte religioso, sia entrata in crisi anche la nostra identità umana.

Ma va evidenziato che l’originalità del Dio biblico consiste in un passo ulteriore: creare praticamente le condizioni (creazione, liberazione dalla schiavitù, dieci parole, profezia, preghiera salmica, orizzonte messianico… fino a Gesù e alla sua morte e risurrezione, con l’orizzonte di cieli nuovi e terre nuove…) perché l’uomo risulti libero anche dalla paura del divino, dalle costrizioni religiose, e nel contempo libero anche per non essere egli stesso uno che opprime e costringe il suo simile. E’ un Dio che stringe un’alleanza con l’uomo, tramite il popolo ebraico, il cui contenuto non è un assoggettamento ma un cammino di redenzione e di pienezza. Ora, questo cammino è un cammino di umanizzazione piena (che in Gesù si fa a portata di mano per tutti, e il nostro “essere in Cristo” né è l’inaugurazione) che d’altra parte si fonda sulla paradossale lealtà di Dio. La lealtà di questo Dio infatti non si poggia sulle nostre prestazioni ma sull’obbligo con cui Dio si è impegnato verso l’umanità! L’enigma paradossale della lealtà di Dio verso di noi, è ciò che ci permette un cammino di umanizzazione piena.

Mi sembra che questo deve essere considerato l’approccio e insieme il contributo decisivo che i credenti in questo Dio possono e devono mettere in circolazione nel fare umanità nel nostro tempo. Svuotare il nostro io e partire dal Dio che rende possibile con lealtà la nostra vocazione umana.

  1. I. La proposta: non partire dall’io individuale ma dal “fondamentale”

Non si dà una conoscenza di noi stessi in maniera diretta, non si dà “una conoscenza di sé immediata, trasparente a sé” (P. Ricoeur), ma sempre in modo mediato, cioè proprio grazie agli altri, e ai segni depositati nella memoria e nell’immaginario simbolico e culturale. Dobbiamo percorrere la via lunga (non quella breve dell’io) degli altri e della simbolica culturale.

  1. a) il nostro essere è appeso al riconoscimento degli altri;
  2. b) il nostro essere è invischiato nelle rappresentazioni simbolico-culturali dal modo in cui viviamo.

Il ‘fondamentale’ è duplice

Noi siamo esseri finiti, esseri mancanti, inchiodati a cercare il senso del nostro essere al mondo. Non siamo in grado di rendere ragione di noi stessi ‘da’ noi stessi! Contrariamente a quanto ci siamo costruiti in questi ultimi tempi. Come afferma Edith Stein, “io non sono da me, da me non sono nulla, in ogni attimo mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l’essere”. Allora il primo fondamentale è che io non sono “a partire da poteri che io domino” ma sono da una “donazione anteriore di senso” che mi costituisce sia come soggetto ricevente che come soggetto critico (Paul Ricoeur). E nel pensiero biblico di Dio, noi troviamo appunto l’anteriorità di una parola costituente, la mediazione della scrittura e la storia di una interpretazione scritta e vissuta di un popolo e di una ecclesia, osserva sempre Ricoeur.

Ma proprio perché non siamo da noi, io non mi autogenero e mi autopongo, l’altra faccia del fondamentale è che possiamo fondarci ossia umanizzarci solo grazie a un riconoscimento reciproco. Come dire: siamo tutti nella medesima barca e quindi solo riconoscendoci reciprocamente possiamo avviare un nuovo umanesimo. La nostra identità è sempre dialogica, non un prodotto della chiusura in noi stessi e nelle nostre radici… Solo abbandonando l’io, uscendo dall’io, possiamo nel riconoscimento reciproco incamminarci verso l’uomo. Senza questa “ospitalità universale”, come la chiamava Kant, non è possibile far fiorire l’umano.

  1. Evidenze antropologiche

E’ grazie a questa fondazione per riconoscimento reciproco che noi possiamo apprezzare alcuni tratti che ci costituiscono, ci contrassegnano, ci distinguono e ci caratterizzano (per esempio rispetto agli animali), ma non ci chiudono e non ci inchiodano come a dei dati di “natura”, leggi naturali. Sono invece “aperti”, “plastici”, affidati alla nostra libertà e responsabilità affinché facciamo di noi stessi qualcosa di buono, di bello e di autentico.

Questi tratti possiamo chiamarli anche universali antropologici ‘donati’ ad ogni essere umano ovunque egli si trovi a condurre la sua vita. Dove fioriscono? Su un terreno molto concreto, su un tessuto umano che è fecondato da quattro agenti. Dunque quattro premesse di base, quattro evidenze:

  1. 1. L’uomo non è mai primo. Il fondamentale che ci precede è la donazione! Che fonda la nostra temporalità e storicità: siamo donati a noi stessi come un compito! Un compito promettente… Hannah Arendt dice che ciascuno di noi “inizia qualcosa di unico e di nuovo” ma anche drammatico, non garantito, non assicurato…

2-L’uomo non è mai solo perché siamo costituiti dall’alterità, dico solo due figure:

-leggiamo noi stessi come un altro! Quando parliamo di noi stessi facciamo esperienza di alterità;

-il corpo è un’altra alterità che ci abita. “Io sono un corpo che non governo mai del tutto”.

  1. L’uomo è sempre altri uomini. È quello che ci sta insegnando l’antropologia culturale odierna ma che ci sta insegnando anche la nostra esperienza quotidiana, e che non vogliamo imparare. Non siamo un bozzolo chiuso. Dagli altri esseri umani che ci hanno preceduto… siamo il frutto di un lungo processo di ominizzazione, per altro ancora in atto… Gli esseri umani che ci hanno preceduto e “creato” sono per noi fonti inestimabili.
  2. 4. L’uomo è unico e molteplice: ciascuno di noi è “originale”, “unico”, dentro una “molteplicità” inesauribile… cioè: originalità e diversità. Originali perché diversi e diversi perché originali.

Tutto dentro un orizzonte che è quello della finitezza, la quale non è una maledizione… dipende da come la cogliamo e da come la interpretiamo… oggi sicuramente la viviamo come qualcosa da cui fuggire e sbarazzarci continuamente. Oggi è questo forse per noi il nodo di tutte le questioni e i problemi… ma tutta la parabola dell’umano può anche essere letta come una elaborazione e messa in scena del nostro rapporto con la nostra finitezza…

III. Eccoci agli Universali

  1. Il primo universale antropologico è quello che si diparte dal “nostro essere carente”, incompiuto, ad esempio non nasciamo dotati di un apparato organico ed istintuale già direzionato-attrezzato per… come tutti gli altri animali. Cioè non siamo determinati dal nostro apparato organico-istintuale, il nostro apparato è quindi incompiuto cioè aperto, plastico, da educare, formare, orientare. Per esempio la sessualità ma anche l’intelligenza. Contro ogni determinismo: la dotazione bio-organica ci contraddistingue ma non ci determina, ci condiziona ma non ci inchioda né ci chiude come per gli altri esseri viventi. Allora questa carenza e questa incompiutezza cosa significa? La carenza cosa indica? Anzitutto vuol dire apertura a … un essere incompleto è aperto alla ricerca della compiutezza! Apertura è ricerca-tensione a… verso… Nascere incompiuti costituisce la fortuna di essere aperti e il dramma di metterci la nostra opera.

Questa fortuna, opportunità, promessa e apertura a… si raccoglie in quello che noi chiamiamo desiderio. Sì, il desiderio, dunque: l’uomo è essere di desiderio! Ossia è innervato da una intenzionalità escatologica ed esodica: verso l’Altro e in una costitutiva uscita da sé. Desiderio che non funziona come il bisogno. Il desiderio ci dice che la compiutezza ci attira, ci affascina, ci trascina verso un centro di cui non disponiamo. Il desiderio è apertura infinita: l’infinito che abita nel nostro finito. Generosità che scaturisce da altri e dall’altrove. La dinamica del desiderio è il “non mi basti mai” che i mistici dicono a Dio, ma che anche gli esseri umani si scambiano quando si amano.

  1. Il secondo universale antropologico è “l’uomo essere simbolico”. La simbolizzazione scaturisce dall’intima insaziabilità del desiderio: senza questa insaziabilità del desiderio non avremmo i simboli, la cultura, il linguaggio. “Se l’uomo potesse essere soddisfatto – prosegue Ricoeur – sarebbe privato di qualcosa di più importante del piacere e che è la contropartita della insoddisfazione, la simbolizzazione. Il desiderio fa parlare in quanto insaziabile domanda. La semantica del desiderio … è solidale con questo rinvio del soddisfacimento”[3]. Il simbolo è il linguaggio del desiderio. Infatti per dire quella méta infinita noi uomini abbiamo creato l’immenso-l’infinito-l’invisibile. L’immaginazione simbolica è per noi vitale, ossia, proviamo a dare un volto a quell’infinito misterioso che ci muove, senza riuscire mai a contornarlo definitivamente.

Il simbolo perché:

-è composto da un segno. Il segno ci vuole ma non possiamo fissarci su di esso;

-è composto da un significato. Il significato/il senso è inesauribile! Perché la méta del desiderio è infinita, inesauribile e possiamo dirla solo simbolicamente con la logica del rinvio. Il simbolo rinvia sempre ad altro…

  1. Il terzo universale antropologico è il linguaggio: “l’uomo è essere di parola” (E. Bénveniste).

Il simbolo è rinvio, questo rinvio ci spinge a creare linguaggi sempre nuovi, parole sempre nuove… Quindi gli esseri umani sono esseri di parola. Tra uomo e linguaggio c’è un rapporto costitutivo e non solo strumentale. Il linguaggio ci costituisce: è performativo. Le parole ci fanno essere! Dire una parola volgare o dolce non è mai senza effetti sul nostro essere. Ma ecco anche la forza del linguaggio/parola: il parlare ci colloca immediatamente in una condizione di interlocuzione, cioè di dialogo. “Noi siamo dialogo” (H. G. Gadamer). Anche quando siamo con noi stessi e ci parliamo siamo Dialogo. La nostra identità è dialogica! Si costituisce nel dialogo con…

  1. Il quarto universale antropologico è “l’uomo è essere nel tempo”.

Quando parliamo la prima forma è quella del raccontare. Narrando diamo corpo al nostro essere e al nostro essere insieme. Tramite il raccontare mettiamo a consapevolezza che:

-veniamo da un passato;

-viviamo in un presente;

-tendiamo ad un futuro.

In tal modo assumiamo il nostro essere storia ma costruiamo anche storia, è la nostra storicità.

La storicità è:

-fatta di passato, ossia di memoria/ricordare. I ricordi (bene/male) ci plasmano, siamo dentro una storia collettiva,

– un passato che interagisce con il presente che è il dramma della nostra libertà in atto. Per questo a volte il presente ci fa paura. Il presente è il dramma del discernimento e della scelta…. Che ci apre al futuro.

-apre al futuro, vissuto come promessa anzitutto, come attesa e aspirazione incessante a quella completezza. Ma rimane un futuro aperto! E perciò non è privo di minaccia.

  1. Il quinto universale antropologico è “l’homo aviator”, ossia l’essere in cammino.

Il passato ci plasma, certo, ma in nome del desiderio che ci abita noi tendiamo al futuro e abbiamo una postura: il camminare… l’uomo è l’essere sempre in cammino… noi veniamo dal cammino di uomini e donne primordiali che si sono messe in cammino dall’Africa, dall’Etiopia, fino ad arrivare nei nostri luoghi. Il nostro corpo è in gran parte bacino-gambe. In questo senso possiamo fare di noi stessi:

  1. dei nomadi: il nomade non ha una méta;
  2. dei viandanti: il viandante sta sulla via;
  3. dei turisti: colleziona e dimentica, esibisce foto ma non si incarna in niente;
  4. dei pellegrini: è un cammino verso una méta… .

È un fatto che camminare vuol dire essere vivi! Dobbiamo quindi smascherare la profonda ambiguità della metafora delle radici. La nostra identità sta nel camminare… e nel camminare s’incontra sempre qualcuno, a cominciare dall’altro che c’è in noi stessi.

  1. Il sesto universale antropologico è “l’uomo essere che agisce”, non che ‘fa’ anzitutto, ma che agisce (Aristotele) ossia prassi. Vuol dire anche vivere ed è l’augurio di poter vivere bene. L’agire oltre alla prassi è concretizzato in pratiche, per cui l’uomo non vive ma conduce la sua vita, proprio perché non è determinato come gli animali… deve condurre, guidare, costruire, orientare la sua vita. Quindi le pratiche sono opere mediante le quali diamo forma al nostro essere aperti a…

Le pratiche sono un dare forma:

  1. la cultura;
  2. i riti, i rituali;
  3. le regole di vita;
  4. il lavoro;
  5. le arti.

Costitutivo delle pratiche è l’essere in ogni caso pubbliche, comunitarie, ci esteriorizzano e ci mettono sulla scena del mondo e ci immettono in un incontro con gli altri.

  1. Il settimo universale antropologico è “l’uomo essere eccentrico”.

Il desiderio ci dice che:

-non siamo autocentrati ma decentrati;

-il centro è fuori di noi, è anche per questo che siamo sempre in cammino…

Anche se non vogliamo, siamo eccentrici e scentrati: qual è il nostro centro di gravità permanente?

L’eccentricità:

-è il nostro ex-sistere, siamo fuori, il nostro essere compiuto è sempre fuori di noi, da raggiungere e quindi siamo esposti, siamo esseri possibili;

-dice la legge utopica che ci costituisce. L’utopia cos’è? Serve a camminare e siamo sempre secondo il principio di non appagamento, principio di insoddisfazione, di non sazietà. Arrischiando l’accostamento realistico tra l’essere che cammina e l’essere utopico, dove l’Utopia è esattamente quando rifletteva Eduardo Galeano: l’utopia “è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”. (Eduardo Galeano, Finestra sull’utopia)

L’uomo è un essere escatologico e il pensiero biblico lo ha ben capito e ben espresso, nei modi più ricchi e svariati.

  1. L’ottavo universale antropologico è “l’homo donator”. Siamo eccentrici cioè fuori di noi e come andiamo fuori di noi? Con la pratica universale e fondamentale del dono. Homo donator, ossia col dono (dare, ricevere, contraccambiare) avvengono tre fatti: a. l’esodo da sé; b. la scoperta-incontro con altri; c. la nascita del legame sociale, del vivere insieme nel riconoscimento e nella reciprocità. E dal dono fiorisce un tratto peculiare dell’uomo: l’apertura a cooperare. Le ricerche antropologiche e neuro-biologiche, ci stanno insegnando che a) ciò che ci fa propriamente “umani”, specie a parte del mondo animale, anche di quello delle grandi scimmie antropomorfe, è la nostra peculiare forma di pensiero dialogico; b) il pensiero umano ha una sua precipua forma scolpita dal processo di adattamento continuato: la forma che serve a farci cooperare tra consimili; c) ergo, l’essenza adattiva umana è la tendenza alla cooperazione. “Gli esseri umani non solo comprendono gli altri come agenti intenzionali, ma si uniscono a loro anche nelle più diverse forme di intenzionalità condivisa, dalla soluzione collaborativa di problemi alla creazione di complesse istituzioni culturali”. In altre parole, l’uomo nel corso del suo processo di umanizzazione ha appreso fino ad incorporare in sé stesso, che è bene scegliere sempre soluzioni collaborative piuttosto che individualistiche. Per questo è evidente, come scrive Marshall Sahlins, che noi non siamo “condannati da una irresistibile natura umana a guardare al nostro tornaconto indipendentemente da chi abbiamo di fronte, mettendo così a rischio la stessa socialità”[4].
  2. Il nono universale antropologico è “l’homo ludens”, l’uomo che gioca!

Il gioco è il modo con cui noi vorremmo vivere insieme, grazie alla pratica del dono. Il gioco è un tratto costitutivo del nostro essere. Esso è uno speciale tipo di esistenziale accanto al lavoro, al potere, all’amore e alla morte: “L’uomo è essenzialmente un mortale, un lavoratore, un lottatore, un amante – e un giocatore. Morte, lavoro, dominio, amore e gioco formano l’ambito tensionale elementare e la base dell’enigmatica e multivoca esistenza umana”[5]. Il fanciullo che gioca è vicino al Dio che crea il cosmo giocando. E’ lunga la tradizione sapienziale, mitologica e religiosa, che assume il gioco come una delle grandi metafore per rappresentare l’atto creatore di Dio. La stessa Bibbia non si trattiene dal raffigurare la Sapienza divina creatrice come una fanciulla che danzava divertendosi nell’orizzonte di quel mondo che stava fiorendo dalle sue mani (Proverbi 8,30-31). Il cosmo dunque come espressione del “gioco di Dio” e nella mistica cristiana del gioco divino si vuole significare che “la creazione e l’incarnazione sono opere dell’amore di Dio, logico ma libero da qualsiasi costrizione”[6].

La radice linguistica che significa giocare, essere contento, scherzare;

-indica un intrattenimento allegro: stare insieme senza occupazioni, convivere semplicemente. È legato alla festa;

-creare e ri-creare, cioè costruire un altro mondo all’insegna della convivenza nella festa e nella cooperazione;

-fare le cose per niente: gratuità assoluta! Vivere per gioco vuol dire vivere senza l’oppressione della prestazione, dell’efficienza e dell’efficacia.

Possiamo quindi spingerci ad affermare che l’idea neoliberista che il movente essenziale dell’essere umano sia solo quello di massimizzare piaceri, comfort e proprietà, in una parola utilità, è ideologia pura, contraddetta dai fatti. L’homo non è solo oeconomicus e le relazioni tra individui non sono solo mercantili: c’è dell’altro che conta di più e questo altro lo cerchiamo anche nel gioco e in altre pratiche libere e gratuite[7].

  1. Il decimo universale antropologico è “l’uomo è l’essere che fa credito”, appunto perché siamo incompiuti, dobbiamo dare credito a… L’uomo si fida e si affida. È l’universale antropologico della fede-fiducia. L’uomo è un essere che ci crede, che fa credito e si accredita, che presta fede, si affida, e confida. La fiducia è la struttura invisibile che tiene in piedi tutto. E lo comprendiamo bene nella nostra vita di ogni giorno. Per questo romperla, lacerarla significa mettere in rovina quello che siamo e soprattutto quello che siamo insieme. Ed è questo il contesto proprio della verità, di quello che noi chiamiamo verità:

-ciò che noi scopriamo sempre di nuovo con tutto noi stessi (greco aletheia, in filosofia);

-ciò su cui ci appoggiamo e ci affidiamo (cultura, religione, fede, amante).

Questi due aspetti non sono in opposizione ma si completano e si liberano a vicenda! Michel De Certeau quando osserva che “il credere si presenta come un intreccio di operazioni, una combinazione di doni e di debiti, una rete di “riconoscimenti”. È per prima cosa una “tela di ragno”, che organizza un tessuto sociale”[8]. La religione si colloca al cuore della “cultura”, ed è il cuore in cui si gioca la partita del senso della “realtà ultima”. Ciò significa che l’articolazione della religione ci mette di nuovo di fronte al concetto di significato, il “concetto dominante del nostro tempo” (S. Langer). Di più: quel concetto che rinvia al darsi esistenziale, al vissuto nel quale siamo già da sempre coinvolti, e che è un altro modo per indicare quell’apertura esistenziale e quell’eccedenza che non riusciamo mai a circoscrivere.

Conclusioni

  1. L’uomo è un progetto aperto.

Questa apertura fonda nello stesso tempo la nostra libertà e la nostra responsabilità drammatica. Apertura che contiene il nostro essere come il filo d’erba che al mattino germoglia e alla sera è già seccato (salmi…). E il nostro essere “di poco inferiore a un dio” (sal.8) e nello stesso tempo “un’ombra alla sera”.

  1. L’asse centrale è il desiderio

È il vero motore: quello che ci getta al di fuori e oltre noi stessi. Oggi è anche quello più fagocitato e manipolato, per questo il primo impegno è quello di smascherare i nemici del desiderio, che sono il tutto e subito e la gratificazione ad ogni costo. Il desiderio è l’infinito nel finito: “ha un’altra intenzione – desidera ciò che sta al di là di tutto quello che può semplicemente completarlo. È come la bontà – il Desiderato non lo compie, ma lo scava”[9]. Questa terza dimensione del desiderio, che ci permette di superarne proficuamente il livello psicoanalitico altrimenti esposto a riduzionismi incapaci di darne ragione quanto a ricchezza e drammaticità, può essere significata parlando di dimensione escatologica del desiderio[10].

Nello stesso tempo dobbiamo inventare una nuova pedagogia non più centrata sui bisogni ma sul desiderare. Educare a desiderare mettendo in valore: l’educazione all’attesa, insegnare a saper aspettare per coltivare l’umano che ha bisogno dei suoi tempi; la spogliazione di sé a favore del centro fuori di noi.

  1. Epoca di ricostruzione dell’umano.

Di fronte ad un certo accanimento sull’uomo, che tracima dai fatti odierni, la nostra è l’epoca in cui abbiamo la responsabilità di ricostruire l’umano. Il Dio fatto uomo ci insegna che l’umano gli sta a cuore! Anche a noi deve stare a cuore… Ogni Universale perciò costituisce un compito educativo, sono tutti processi di umanizzazione che siamo chiamati ad avviare, a partire dalle nostre faccende quotidiane. E’ anzitutto una questione di stile di vita (che in questi giorni capiamo quanto sia importante!) e di forma di vita dell’intera comunità sociale.

Infine, per continuare la riflessione

Questi testi del grande pensatore Blaise Pascal possono essere d’aiuto per cogliere le giuste proporzioni e sproporzioni dell’essere umano. Testi – presi dai suoi Pensieri – che ci danno la vertigine e che ci mettono di fronte a questioni che non siamo soliti frequentare. Svolgono il ruolo di una ‘terapia d’urto’…

“Come non so donde vengo, così non so neppure dove vado; e so soltanto che, uscendo da questo mondo, piombo per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio irritato, senza sapere quale di queste due condizioni mi toccherà in eterno. […]” Chi vorrebbe avere per amico uno che parlasse a questo modo? […] A dire il vero, è un onore per la religione avere come nemici uomini così irragionevoli; e la loro opposizione è così poco pericolosa che essa se ne serve addirittura per confermare le sue verità. (n. 194, 1994)

Niente rivela maggiormente un’estrema debolezza di mente quanto il non conoscere che cosa sia l’infelicità di un uomo senza Dio; niente denota maggiormente una cattiva disposizione del cuore quanto il non desiderare la verità delle promesse eterne; niente è così stupido quanto il fare il gradasso con Dio. (n. 194, 1944)

Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo pò di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare. (n. 194, 1994)

Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che vedo inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora. (n. 205, 1994)

Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla; un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito. (n. 43, 1994)

[1] J.-B- METZ, La fede, nella storia e nella società, Queriniana, Brescia 1978, p. 68.

[2] Ivi, p. 69.

[3] Ivi, pp. 357-358.

[4] M. SAHLINS, Un grosso sbaglio. L’idea occidentale di natura umana, Eèuthera, Milano 2010, p. 127. Un brillante e ricco saggio che attacca duramente non solo l’idea di una natura umana determinata biologicamente, ma la stessa idea occidentale di natura umana (per capirci, quella che continua a plasmarci…) come natura avida, litigiosa, violenta da homo homini lupus, così “bestialmente” egoista da dover essere “contenuta” entro strutture in fondo totalitarie e disuguali. Scrive Sahlins: “La natura dell’homo sapiens è la sua cultura, anzi le sue culture. E la stessa idea che siamo schiavi delle nostre inclinazioni animali non è altro che una creazione socio-storica, cioè culturale. Un’idea che è un grosso sbaglio, e non dimentichiamoci che questa perversa concezione di natura umana sta mettendo a repentaglio la nostra stessa esistenza”; ibidem.

[5] E. FINK, Oasi del gioco, Cortina, Milano 2008, pp. 14-16, e a p. 12. Fink sottolinea che “il gioco non è una apparizione marginale nel corso della vita dell’uomo, non è un fenomeno che appare occasionalmente, non è contingente. Il gioco appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana, è un fenomeno esistenziale fondamentale”.

[6] H. RAHNER, L’homo ludens, Paideia, Brescia 1969, p. 27.

[7] Ma sbaglieremmo ad avvicinarci al gioco soltanto come ad un “fenomeno marginale rispetto alla serietà, alla realtà, al lavoro”; sbaglieremmo a porlo “accanto ad altri fenomeni della vita” e a leggerlo secondo la logica dell’antitesi “lavoro e gioco”, “gioco e serietà della vita”, e così via, perché in tal modo “il gioco rimane l’ombra di un supposto controfenomeno, e così viene nascosto e frainteso”.

[8] M. DE CERTEAU, La pratica del credere, Medusa, Milano 2007, p. 31.

[9] E. LEVINAS, Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1982, p. 4 e p. 32. Vale la pena di seguire tutta l’argomentazione di Lévinas: “L’infinito nel finito, il più nel meno che si attua attraverso l’idea dell’Infinito, si produce come Desiderio. Non come un Desiderio che è appagato dal possesso del Desiderabile, ma come il Desiderio dell’Infinito che è suscitato dal Desiderabile invece di esserne soddisfatto. Desiderio perfettamente disinteressato – bontà”; ivi, p. 21.

[10] Come esplicita, nella sua articolata e acuta introduzione, A. BARBAN, Dal “desiderio di Dio” al “desiderio e Dio”, in R. KEARNEY-G. LAFONT, Il desiderio e Dio, San Paolo, Milano 1997, p. 9.