Sera del Giovedì Santo 2020

Prologo della celebrazione della Cena del Triduo pasquale

II Giovedì Santo può essere considerato come l’ultimo giorno della Quaresima e prologo del Triduo Pasquale di Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, punto di arrivo della liturgia annuale e dell’intera nostra vita. La devozione ha riempito questo giorno di molti temi e non è facile far risaltare ciò che Io caratterizza.

La lavanda dei piedi anticipa i contenuti degli eventi pasquali divenendo segno sacramentale del dono dì Cristo, soglia del transito pasquale da invocare come salvezza per la chiesa e l’umanità.

Nella Celebrazione vespertina, Gesù raduna la sua comunità per la Pasqua imminente e prega con essa.

Schema celebrativo domestico 

La memoria pasquale attualizza la consegna totale di Gesù agli uomini con l’amore che giunge al vertice, presenza attiva della Morte e Risurrezione.

Antifona: Il Signore salva il suo consacrato, a lui risponde dal suo cielo santo.

Salmo 20 (Per chi ha il Salterio di Camaldoli Antifona e Salmo n 157)

Preghiera: O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la Santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.

Prima Lettura – Es 12,1-14

Dio parla, la sua voce misteriosa è narrata e giunge fino a noi questa sera. Se il tuo bambino ti chiede: “Che cosa è per voi, Papà e Mamma, quello che fate?” Voi spiegherete: “E’ la Pasqua, il passaggio dall’oppressione alla vita che il Signore ci dona”.

L’immolazione del suo Figlio Gesù è la forza che ci fa uscire dai nostri drammi. Il dolore rimane, come pure la fragilità e la paura, e infine la morte, perché così è la vita! Ma Dio ora le trasforma in uscita, in parto (Gv 16,21). Vivere è fare esperienza di minacce e desiderio di pienezza, di paura e di speranza.

Nell’immolazione e morte dell’Agnello, Figlio di Dio, tutto sembra finito, in realtà tutto comincia e va verso la pienezza. Ora parla l’Agnello Pasquale: “Sapendo Gesù che era giunta la sua Ora, di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li ama all’infinito (Gv 13,1). Ecco la forza che fa passare (Pasqua) le nostre vite storiche spesso impoverite e spaventate, verso la pienezza da tutti desiderata e sognata.

La vita (l’Egitto) sembra il granaio che ci nutre, poi all’improvviso tutto muta e si trasforma in reale e invisibile oppressione. Prevalgono buoni sentimenti, persone che rischiano per salvare, si apprezzano le buone relazioni, si detestano coloro che con furbizia traggono vantaggi egoistici da situazioni di prova; la malvagità non è tollerata.

Si invoca Dio, perché è la Pasqua, il passaggio del Signore che ci libera. La creazione tutta, uomini e cose, nutrono la speranza di essere liberati dalla schiavitù che ci distrugge, per entrare nella libertà della vita luminosa dei figli di Dio (cf Rom 8,19-21).

Salmo responsoriale 116 b

Antifona: Il tuo calice è dono di salvezza

Seconda Lettura – 1Cor 11,23-29

La memoria Eucaristica della Pasqua e la nostra verità 

Persone benestanti a cui non manca nulla, e altri ai quali manca molto, o anche tutto. Se la posizione sociale di alcuni impedisce di vedere il contesto drammatico che ci circonda, o comunque di ignorarlo, non celebra l’Eucarestia. La ritualità per quanto santa, non porta automaticamente all’incontro con Cristo; una frequenza senza discernimento trasforma la Cena del Signore in autocondanna.

Eucarestia e perseguimento di interessi personali egocentrici si oppongono! La ritualità diventa allora una scena che non cambia la vita. L’autoreferenzialità non può comunicare, e se non ci si educa a ripensare le condizioni di privazione e le cause, non si testimonia nella storia la vita di Colui che si offrì.

Acclamazione al Vangelo: – Questo è il mio comandamento: amatevi come io vi amo”:

Dal Vangelo secondo Giovanni, cap 13,1-17

Giovanni allude all’Ultima cena senza descriverla; parla invece dell’ora definitiva di Gesù, come passaggio da questo mondo al Padre; culmine del suo amore per noi che avviene nel contesto di tradimento, opera del diavolo. Gesù, conscio del suo potere sa di ritornare al Padre dal quale era venuto.

Poi una cascata di azioni simboliche, scandite da otto verbi

  • si alza
  • si toglie la veste
  • prende l’asciugamano
  • se lo cinge
  • versa l’acqua
  • inizia a lavare i piedi
  • riprende la veste
  • si siede.

Nella piena coscienza di sé e degli avvenimenti, nella gioia della festa, nell’intimità con gli amici, profondamente rattristato e spaventato che uno dei dodici lo consegni (13,21), Gesù fa dono della sua vita nel lavare i piedi, nel boccone dato a Giuda, nella parola rivolta a Pietro e ai discepoli nel comandamento nuovo. Nell’amore che giunge a pienezza Gesù compie la glorificazione della Pasqua annunciata: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La sua morte diventa modello e forza: “VI ho dato l’esempio”: Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 

Proposta

Lettura del Canone quarto (cf Messalino o da internet)

Dopo la dossologia: Padre nostro e cena familiare.

Alcune considerazioni di W. Kasper da: “Misericordia”, GdT 361, Queriniana pag 83.

“Di fronte a Dio viene meno qualsiasi teologia per quanto intelligente; egli non entra in nessuno schema. Non possiamo parlare superficialmente né del Dio giusto, né del Dio misericordioso, come se questa fosse la cosa più ovvia del mondo. Nel nostro linguaggio possiamo dire: la misericordia è la rivelazione della trascendenza di Dio al di sopra di tutto l’umano e al di sopra di tutto l’umanamente calcolabile. Nella sua misericordia Dio si rivela come il totalmente altro e paradossalmente, nello stesso tempo, come il totalmente a noi vicino. La sua trascendenza non è una lontananza infinita e la sua vicinanza non è una familiarità priva di distanze. Il Dio misericordioso non è semplicemente il “buon Dio”, che lascia correre le nostre malvagità e le nostre negligenze. Al contrario, la sua vicinanza salvante è espressione della sua alterità e del suo nascondimento incomprensibile) Is 45,15). Proprio come il Deus revelatus vicino e manifesto egli è il Deus absconditus. La misericordia di Dio ci rimanda al suo essere totalmente altro e alla sua completa incomprensibilità che è nello stesso tempo l’incomprensibilità e l’affidabilità della sua grazia e del suo amore”.