Veglia Ottava del Natale

Lettore

L’esperienza più significativa che ci ha accompagnato in questi anni post-conciliari è stata certamente l’accesso quotidiano alla Rivelazione biblica nel suo contesto liturgico. La Bibbia è il grande libro che educa all’umanità di Gesù.

La Parola nel suo accadere quotidiano aiuta a vivere nel mondo contemporaneo un buon rapporto con Dio, fatto di giustizia e di sobrietà (cf Lettera a Tito 3,11ss). Valori che sono la premessa e la condizione del vivere sociale costruttivo.

La tradizione orante della Chiesa, con la lettura personale e quotidiana della Rivelazione, ispira una programmazione valida, vivifica e suscita iniziative secondo il Vangelo; insegna soprattutto a ripartire da Dio, dal suo primato rispetto alle iniziative umane;

dal primato di Gesù sulle tradizioni ecclesiastiche;

dal primato della grazie sulla morale meritocratica;

dal primato della persona sulle strutture burocratiche;

dal primato dell’interiorità sul formalismo vuoto,

dal primato dell’essere sul possedere.

Il Figlio di Dio divenendo uomo visse in mezzo a noi scegliendo una mangiatoia, circondato da visitatori marginali e servendo, divenne così stimolo per cammini inediti rispetto alle consuetudini culturali. Ripartendo da Gesù cambiano le domande, la libertà, le valutazioni, le traiettorie della vita si raddrizzano; egli ci aiuta a ritrovare le vere ragioni del vivere.

Invitatorio     n 20/21

Inno               n 52

La nascita del figlio di Dio alla nostra condizione umana è il Segno della benedizione divina

Prima lettura: Libro dei Numeri (cap 6,22-27)

Lettore

Narriamo alla generazione futura: il nostro Dio in eterno. Egli è Colui che ci guida lungo tutto il tempo; colui che custodisce la pace, che fa cessare le discordie perché pone il suo Nome su di noi.

Per tre volte la Benedizione ripete il Nome Santo, ogni volta collegandolo ad un’azione specifica a favore dell’uomo. In tutto sei azioni che culminano nella Pace: Shalom.

Jhwh ti benedica e ti protegga;

Jhwh fa splendere il suo volto su di te e ti sia benevolo;

Jhwh eleverà verso di te il suo volto e ti doni la pace.

La Pace è il risultato di un lungo processo di benevolenza e di cura, di tenerezza divina. Il Libro dei Numeri ci ricorda che la pace è il dono del Signore per eccellenza, la somma di tutti i beni.

L’inno degli angeli ai pastori annuncia come frutto iniziale del Natale del Messia la Gloria e la Pace. Gloria, valore, che raggiunge la terra e crea bellezza dell’esistenza. Dio infatti ama l’umanità e la invita a intrecciare con Lui un’eterna relazione.

2 Lettura: Da Qmram

Ti benedica Dio con ogni bene,

ti protegga da ogni male,

illumini il tuo cuore con intelligenza di vita

e ti sia propizio.

Con eterna conoscenza rivolga a te il volto benevolo, donandoti eterna pace.

Salmo 66       n 490

Salmo 47       n 803/645

La pace discende da Dio e giunge al suo compimento in Gesù

Lettore

La pace viene dal sapersi amati da Dio e dalla volontà di corrispondere al suo amore; allora potremo irradiare pace. Gesù, nella sua Pasqua promette il dono della Pace, non come la può dare l’uomo. Ricordando il Libro dei Numeri si tratta della settima benedizione, pienezza totale che riempie la vita.

Terza Lettura: Vangelo di Giovanni cap 14,25-29

Lettore

Lo Spirito, dono del Risorto, ci farà da guida perché ha un’affinità intima e totale col Padre e il Figlio suo. Egli continuerà ad agire al posto di Gesù, ci introdurrà nel suo cammino di vita, appianando le difficoltà che si frappongono. La meta fatta intravedere è la Pace, il possesso dei valori di Gesù, veicolati dal suo Spirito. Non è un semplice augurio, ma la stessa vita di Gesù risorto, che l’uomo non può darsi da solo, perché è troppo limitato.

L’energia divina del Bene regge di fronte al dolore e alla stessa morte, produce un cambiamento radicale nel discepolo che l’accoglie e diviene consolazione. Il Gesù giovanneo intravede nel suo ritorno al Padre l’esaltazione con cui potrà compiere la promessa. Dalla mangiatoia alla destra del Padre, ora datore e mediazione di ogni bene, dopo aver condiviso il cammino degli ultimi. Gesù nella sua umanità esaltata mostra di dominare la storia, imprimendole la direzione voluta dal Padre.

Quarta Lettura: Lettera agli Efesini cap 2,11-21

Salmo 15       n 152

Salmo 145     n 520

Quinta Lettura: Dalla sua pienezza noi tutti attingiamo (di S. Gregorio Magno)

Non si nutrono della Parola di Dio coloro che non ascoltano devotamente ciò che dicono. Giovanni, come già ripieno di questa dolcezza del Verbo, dice: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto” (Gv 1,16). Ma altro è la pienezza del Verbo e altro è la pienezza del libro. Dalla pienezza del Verbo non possono ricevere se non i giusti, dalla pienezza della Scrittura invece possono ricevere anche i malvagi. Il libro del beato apostolo Giovanni e il libro del beato apostolo Paolo sono pienezze, che derivano da loro. Sia Paolo che Giovanni hanno scritto le loro parole; ma ciò che ognuno di essi ha scritto, glielo ha ispirato il Verbo che parlava in loro. Ora, chi accoglie il Verbo della Scrittura, non con amore ma con scienza, riceve dalla pienezza, non del Verbo, ma del libro.

E poiché riceve una cosa morta, egli non vive di questo che riceve. Ma che dico, Scrittura morta? Non soltanto è morta, ma procura la morte; poiché sta scritto: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2Cor 3,6). E questo fa ogni lettera divina; poiché la lettera è un corpo, e la vita di questo corpo è lo Spirito.

Sesta lettura: La pace interiore (di C.M.Martini)

Contempliamo nel brano evangelico di Luca la pace interiore di Maria, Madre di Gesù. In lei si avverano, durante i giorni della natività del Bambino, tanti eventi imprevisti, non solo la nascita del Figlio, ma pure il viaggio faticoso da Nazaret a Betlemme, il non trovare posto nell’albergo, la ricerca di un rifugio di fortuna nella notte, il canto degli angeli, la visita inaspettata dei pastori.

Maria però non si scomponeva, non si agitava, non era sconvolta da fatti più grandi di lei; semplicemente considerava, in silenzio quanto avveniva, lo metteva nella sua memoria e nel suo cuore, riflettendovi con calma e serenità.

E’ questa pace interiore che vorremmo avere negli eventi tumultuosi e confusi della storia, eventi di cui spesso non cogliamo il senso e che ci sconcertano.

Cantico Is 9   n 475

Salmo 97       n 275/277

ANNUNCIO DEL VANGELO

Lc 2,15-21

Verso il Natale…

Orario:

24 dicembre: Veglia di Mattutino ore 21.30

25 dicembre: Eucarestia ore 10.00

“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv 16,28)

Ha lasciato la sua gloria camminando sulla terra in povertà, senza un focolare, senza una patria. “Lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” ( Gv 16,28).

Per questo esilio e ritorno noi tutti riceviamo la grazia del Vangelo (cf Gv 1,16).

“È una vera gioia, perché viene da Cristo, il Signore. È la confessione di fede. Da lui può veramente venire la vera gioia. “Oggi è nato a noi il Cristo Signore”. Trattandosi del Signore che è Dio, “oggi è nato” potrebbe suonare in chiave solamente metaforica, potrebbe sembrare “oggi è apparso”, alla pari delle manifestazioni del Primo Testamento. Il testo evangelico non è di questo avviso, ma ci dà il segno che è una nascita da prendere in tutto il suo senso reale, storico: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). E poco prima il testo aveva specificato il compimento dei giorni del parto della Vergine: “E avvenne che…”. Il segno: un bambino, che è il Salvatore e Signore, adagiato oltre tutto in una mangiatoia! Tale è, cari fratelli, la strada perenne, adatta alle nostre categorie, con cui Dio interviene per operare la salvezza, il suo amore tra gli uomini. Come pure fa san Paolo proclamando la croce “scandalo” per i giudei, cioè per ogni dimensione religiosa, e “follia” per le filosofie umane mentre invece questo non lo è mai per chi è povero e si apre all’amore. La strada perenne diventa la Sapienza somma di Dio: così è del bambino posto nella mangiatoia, segno di salvezza, che sarà poi di colui che regnerà dalla croce. Coincidenza misteriosa tra mangiatoia e croce! Qual è mai infatti il significato profondo del segno di Dio che si fa uomo, accettando le leggi della nascita e del cammino dell’uomo: “Troverete un bambino avvolto in fasce”? Dio si coinvolge nella storia umana attraverso una economia meravigliosa dell’Amore. Siamo provocati a riscoprire che è lui, Dio, a operare e solo lui a darsi con una legge che è lui stesso, fuori da qualsiasi paradigma delle istituzioni umane. […] La vita dell’uomo esigeva questa visita-abitazione permanente di Dio per poter essere salva dal peccato, il che significa poter entrare in comunione con Dio e scorgere nell’uomo il fratello. Se Dio abita nell’uomo, è nell’uomo che bisognerà ormai trovarlo. […] Comprendiamo, cari fratelli, che la nascita di Cristo nella grotta, come la morte sulla croce, ci svelano il mistero della povertà e dell’abbassamento di Dio per noi, mistero di disponibilità di Dio per noi, come Paolo che lo descrive nell’inno di Fil 2,7-9: «Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Benedetto Calati).

 

 

Maria, donna dell’ascolto

  1. Premessa

La sensibilità odierna riguarda la comunicazione, a cui non sempre corrisponde un’adeguata educazione alla relazione. Comunicare è una necessità e questa dimensione contribuisce alla costruzione della persona. Comunicare non è solo informare.

Comunicare con Dio che ci parla e ci ricrea diventa un’azione globale e performativa. Il linguaggio comunicativo dell’essere umano è ricco e molteplice: verbale, gestuale; è soprattutto il rendersi presente del divino, che trasmette e partecipa all’interlocutore il patrimonio e le prospettive che dischiudono un futuro luminoso, il quale va compiendosi nel presente.

Gesù infatti ci comunica una costruzione umana capace di reggere le sfide della vita, ci offre l’opportunità di costruire la nostra casa umana fondandola sulla roccia (Lc 6,46-49).

Se qualcuno si apre con fiducia e accoglie la sua opera allora l’accoglienza ha bisogno di un contesto adeguato e permanente. Osserviamo questo percorso relazionale ed esperienziale aprendo insieme la testimonianza rivelativa trasmessaci da uomini che ebbero il coraggio di vivere il primato di comunicare con Dio.

  1. L’enunciato evangelico: Maria donna dell’ascolto

Non è possibile cogliere e capire la profondità e le articolazioni esperienziali di questo enunciato sintesi della spiritualità ebraico-cristiana senza ripercorrere, anche se in modo conciso, il cammino luminoso e doloroso dell’Israele della fede e della chiesa.

Si tratta del primato assoluto del cammino religioso, del quale non si ha coscienza sul piano della praticabilità quotidiana, ma che ha nutrito tutti i secoli da Abramo ai nostri giorni.

  1. Le grandi Ore di Israele e Maria, paradigma (esempio vivente) abramitico

Abramo chiamato ed educato da Dio diviene da figlio di Terach (11,27-32) a figlio della Promessa (Gen 12,1-4). Egli accoglie e risponde al Dio che lo chiama e gli promette. Abramo lascia la casa di suo padre per entrare nella casa promessa divina: un cammino che oltrepassa tutti i suoi sogni e attese. Egli vivrà la relazione con accoglienza e venerazione anche nei giorni di buio e di fragilità della risposta.

  1. Ascoltare

Costituisce il primato fondativo del legame –relazione d’Israele, che nasce ai piedi del Sinai come Popolo (Laos), eletto da Dio come suo gioiello (segullà) e strumento delle promesse universali (Es 19,1-6). Le grandi ore della risposta dell’Israele della fede risuonano nella sintesi della sua confessione.

19,9 – Mosè riferì a JHWH le parole del popolo

19,5 – Tutto quello che JHWH ha detto, noi lo faremo (cf 24,3: la traduzione dei Settanta aggiunge: e noi lo ascolteremo).

Giosuè 24,19-25 – al centro 24,24 “Noi serviremo il Signore nostro Dio e ascolteremo la sua voce”: 

Quando Israele e la chiesa non vivranno il cammino di risposta relazionale all’altezza delle promesse divine, la fedeltà di Dio al legame garantirà loro la ripartenza.

Ce lo ricorda la tragica esperienza tribale, precipitata nel caos più totale e raccapricciante del Libro dei Giudici: “In quel tempo in Israele ognuno faceva come gli pareva bene” (21,25).

E’ Dio che rilancia il cammino e ritesse la ripartenza attraverso il figlio di una povera: Samuele. Il sacerdote Eli, strumento della tradizione religiosa ereditata dai padri, (1Sam 3,7) indicherà al piccolo Samuele come deve rispondere al Signore che lo stava chiamando: “Se ti chiamerà dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3,9). Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole” (1Sam 3,19).

  1. Tutti i profeti ricordano l’appello urgente ad ascoltare, riconoscere e obbedire alla Parola del Signore.

Cito un testo per tutti: Is 1,2-3: Udite, o cieli! E tu, terra, presta orecchio!
Poiché il SIGNORE parla:
«Ho nutrito dei figli e li ho allevati,
ma essi si sono ribellati a me.
3 Il bue conosce il suo possessore,
e l’asino la greppia del suo padrone,
ma Israele non ha conoscenza,
il mio popolo non ha discernimento».

(cf 2,3ss). Quando Israele non riconosce il suo Dio tutto il corpo si ammala, dalla testa (chi ha responsabilità educativa) ai piedi (la base del popolo). Is 1,4-9: dalla pianta dei piedi alla testa, non c’è nulla di sano (v 8).

  1. Il Salmo 40

Traccerà la sintesi globale della vera religiosità, che consiste nella risposta umana attesa dal Signore.

V 7 – Sacrificio e offerta tu non hai gradito; gli orecchi mi hai scavato, mi hai donato la capacità di ascoltare. Allora ho detto: Ecco, vengo, come è scritto per me sul rotolo del tuo libro, per fare la tua volontà. Mio Dio, desidero che la tua Torà (le tue parole) siano l’ispirazione profonda dei miei desideri e delle mie scelte. Questo legame io vorrei testimoniare e annunciare a tutto il mio popolo.

  1. Da questo vertice orante…

e di sapienza di tutto il Primo testamento, prendiamo contatto con il Secondo Testamento, concentrandoci sul Vangelo di Luca e rileggendo Maria, discepola per eccellenza, come la fede della prima comunità cristiana ce l’ha narrata.

Dal Vangelo di Luca scelgo, cap 8 perché lo ritengo la chiave interpretativa da cui partire, per comprendere “Maria: donna dell’ascolto”.

La disposizione del materiale lucano non è cronologica, ma teologica. Luca si prende la libertà di narrare Maria modificando la trama di Mc 3-4 e di Mt 13 e 12, offrendoci il contenuto reale di quegli episodi. Luca racconta il senso profondo delle scene, non lo svolgimento della cronaca.

Tutto inizia con Lc 8,1-3 Gesù con i dodici e molte altre donne (da notare il femminile, solo lucano). Il significato dell’andare con Gesù è importante per la persona. L’azione di Gesù è di guarigione e di annuncio. Da parte sua, Gesù si concentra sulle relazioni di coloro che lo seguono e sulle modalità di ascolto.

Questa prospettiva è descritta dalla parabola e dall’interpretazione dei quattro terreni che accolgono la Parola seminata da Gesù:

  1. Impermeabilità assoluta, calpestare, divorare, distruggere: non resta nulla. Nessun coinvolgimento (Lc 8,5).
  2. Un entusiasmo superficiale, senza radicamento. Gesù non arriva veramente là dove tu ci sei e ti lasci coinvolgere totalmente (Lc 8,5). Il radicamento di un’esperienza richiede tempo.
  3. Un’accoglienza senza scelte del primato: tutto e il suo contrario è messo sullo stesso piano. Il dono non modifica la persona, non la costruisce secondo una identità del discepolo. Il seme germoglia, cresce insieme, ma alla fine prevale altro e soffoca tutto (8,7). Tutti questi cammini conoscono impedimenti fatali per la sequela del discepolo.
  4. Il terreno ideale: la Parola compie il suo cammino, fruttifica e mostra il suo valore (glorificata). Il terreno buono consente una larga accoglienza della Parola.

Il Concilio Vaticano II ricorda:

– La Parola cresce con la meditazione Cf – DV n 8;

– compie la sua corsa ed è glorificata DV n 26;

– è sostegno, forza, saldezza di legame, cibo, sorgente perenne di vita suscitata dallo Spirito. DV n 21

Lc 8,16 – L’evangelista non vuole essere pessimista circa l’accoglienza della Parola per cui si augura che nessuno accenda la luce per coprirla o spegnerla, o buttarla nel luogo più dannoso. Chi accende una luce (chi accoglie la Parola di Gesù), cerca di collocarla in posizione di primato, affinchè (nota solo lucana) quelli che entrano vedano la luce.

8,18 – Fate dunque attenzione come accogliete e ascoltate la Parola. Ascoltare è molto di più di sentire; ascoltare implica accogliere l’evento unico e decisivo della vita. A questo punto, Luca pone a sorpresa la figura di Maria e di coloro che desiderano essere i fratelli della famiglia di Gesù.

 

8,19-21 – Luca opera dei cambiamenti rispetto a Marco e Matteo. Egli dice:            la Madre e i suoi fratelli vengono verso Gesù (è la dimensione affettiva). Essi vengono per vedere Gesù, la luce che Dio ha acceso per gli uomini, luce che è vita per l’uomo (Gv 1,4). Infatti “nessuno ha mai visto Dio… Gesù ce lo ha visualizzato (Gv 1,18).

8,20: Continua Luca: “Tua madre è fuori e desidera vederti”. Come risponde Gesù?

8,21: Luca omette il gesto di Gesù riportato da Mc 3,49: Stendendo la mano sui discepoli che sono dentro”; e Mt 3,34: Guardando intorno quelli che sedevano attorno al cerchio…

risponde: Mia Madre e miei fratelli sono quelli che ascoltano la Parola di Dio e la fanno”. Maria e i fratelli non restano fuori, ma possono far parte della famiglia di Gesù

Il prezioso elogio di una donna lo conferma (Lc 11,27-28).

Una donna anonima grida: Felice la madre che ha un figlio come te. Da notare la profondità materna: un utero che ti ha formato, un seno che ti ha nutrito. Solo la donna può capire la bellezza, la felicità e il prezzo di tale ruolo! Chi può conoscere i sentimenti di una gravidanza e di uno svezzamento!

Ma Gesù opera a sorpresa una trasposizione emotivamente esaltante, impegnativa, che dona a tutti l’identità più alta: “Felici coloro che ascoltano la Parola di Dio e la fanno amandola”.

Nell’orizzonte del vero discepolo, in Luca campeggia la figura di Maria: tre brani (Lc 1,26-38(; 2,19; 2,51) danno spessore alle affermazioni lucane circa “coloro i quali, con cuore nobile e buono, avendo ascoltato la Parola la trattengono affettuosamente e portano frutto con perseveranza (Lc 8,15).

Lc 1,26-38: L’annuncio a Maria termina con queste parole: “Guarda, sono la collaboratrice umile e amata del Signore: accada nella mia vita la Parola donatami. Io possa diventare la Parola che mi hai donato”.

Il suo programma di vita si radica nel contesto tipicamente biblico, nella linea dell’enunciato del primato obbedienziale della Parola. Per due volte Luca ricorda l’atteggiamento di Maria come colei che tiene insieme tutta la Parola (2,19.51) collocandola nel punto più decisivo della sua persona, nel cuore, l’intimità elaborativa e capace di custodire. E da questo esercizio perseverante, continua a confrontarla per comprenderla, per non lasciar cadere nulla della sua ricchezza che ricrea il discepolo.

Maria non vanifica la relazione fondamentale: essa è casa fondata sulla roccia (Lc 6,46-49), genera il Messia figlio di Dio. Un compito che non termina con Maria, ma continua nella famiglia dei discepoli di Gesù, per essergli Madre (Lc 1,26-38), ascoltando e generando uomini che portano i tratti di fratelli di Gesù e continuano la sua missione lungo la storia.

Maria è paradigma del discepolo: esempio vivente per eccellenza.

Conclusione 

Quello che si dice di Maria, non è storia del passato, e nemmeno elogio, ma il cammino progetto di ogni discepolo. Senza questo baricentro, ogni esperienza religiosa rimane riduttiva, frammentata, indebolendo la testimonianza disegnata dal Vangelo. Vivere l’equilibrio mariano è una sintesi difficile, chi tralascia il confronto con la Scrittura non garantisce l’unificazione armoniosa della vita secondo lo Spirito.

Suggerimenti bibliografici

  1. Calati, Esperienza di Dio e libertà spirituale, ed. Servitium.
  2. Mosetto, Lettura del Vangelo secondo Luca, ed Las Rom 2003.
  3. Grasso, Luca, ed Borla 1999.

AA.VV., Comunicazione e pragmatica nell’esegesi biblica, ed S. Paolo 2016.

ALLA SCUOLA DEL MAESTRO LA PAROLA E LA CORRESPONSABILITA’

Firmino Bianchin

(in preparazione all’Avvento)

La conclusione della storia: fine o compimento?

Non è corretto presentare l’Avvento come preparazione al Natale. Un gruppo di discepoli non si prepara a vivere qualcosa, ma impara qui e adesso a vivere qualcosa pur muovendosi nella direzione dell’attesa. La comunità cristiana si riunisce nel giorno del Signore; infatti Egli sta venendo, e ha promesso che continuamente verrà anche nel futuro come fedelmente è venuto nel passato. Attorno al Signore i discepoli rinnovano il rapporto con Lui. Un rapporto vivo, reale, che garantisce in loro l’affinità e la crescita dei valori vissuti ed apprezzati da Gesù, la condivisione del suo orizzonte di vita e degli obiettivi sulla storia.

Noi viviamo un frammento del tempo, ma siamo invitati ad entrare nell’ottica piena di Dio e di Cristo mediante la pedagogia dello Spirito. Questa prospettiva richiede disciplina e perseveranza che ha i suoi prezzi. Bisogna dunque lottare contro un certo andazzo superficiale, quasi indolente. Una volta presa la decisione di entrare in questo cammino, ci si stupirà perché esso porta con sé una grande promessa (cf Gv3,5-8). Il punto di partenza è il tempo dell’orologio, il tempo che scorre in avanti. Ci domandiamo: dove approda? Tale movimento tesse e realizza un progetto? O il tempo, nei frammenti che si succedono, dilapida la vita dei protagonisti ed esaurisce le risorse del cosmo? Ci sarà uno sbocco finale positivo per ciascuno di noi?

Nella nostra cultura e nel pensiero contemporaneo molte e svariate sono le proposte per quanto riguarda la finalità del tempo. La Bibbia ha una sua concezione, che merita considerazione e approfondimento. Essa parla del tempo in rapporto alla venuta di Cristo (1Cor 7,9). Si tratta di un progetto che comprende il raddrizzamento della storia dalle sue derive e la progettazione creativa finchè essa raggiunga il vertice ideale sognato da Dio. Dio infatti ha giurato che lo scorrere degli anni approderà al traguardo da Lui voluto: “e sarà realizzato il disegno di Dio come Egli lo notificò ai suoi profeti” (Ap 10,6-7).

La realtà uscita dalla creazione è buona; in mano all’uomo spesso si deteriora. Dio allora riprende l’iniziativa e fa sentire la sua presenza nello svolgersi della storia, affinchè essa raggiunga la sua completezza. Il tempo si presenta come un contenitore del bene e del male riempito attraverso mediazioni. In modo esplicito e con linguaggio apocalittico, la Bibbia descrive il mondo come teatro del sistema demoniaco che inganna l’uomo, s’infiltra nelle strutture sociali, nei centri di potere politico-economico per dare la sua impronta. Si tratta di una forza pervasiva che opera mediante uomini, contamina anche le strutture minori come le persone singole, le famiglie, le aggregazioni con lo scopo di creare una convivenza che poi si ramifica in privilegi elitari fondati sullo sfruttamento, la corruzione, la propaganda, la negazione dei diritti della persona. Il sistema costruito dall’intreccio di relazioni si aggiorna continuamente, ma poi crolla per effetto di un’implosione dal di dentro (cf Ap 18).

Il secondo sistema, presente nella storia porta il sigillo, l’impronta di Dio. L’uomo in cammino incontra sollecitazioni di ogni genere: fragilità, buio, interrogativi. Dio dona la possibilità all’uomo di accogliere la Parola promessa, che parla di futuro, che insegna che cosa fare per entrare nel suo ‘orizzonte’ e realizzare un modo diverso di vivere le relazioni e camminare verso la terra che Egli promette. Caratteristica di questa storia è la chiamata, il dono, la cura di Dio, che arriva fino al perdono, all’amnistia, alla quale tutti possono accedere. L’uomo che si apre è invitato a diventare Regno: collaboratore nell’espansione del progetto di Dio.

Siamo così messi di fronte al disegno creativo di Dio, che è crescita nella linea del Cristo Risorto e che comprende, nel suo insieme, il tempo e l’eternità, la storia e la meta finale. Paolo Dice: “Dio ci chiama a diventare conformi all’immagine del Figlio suo, riempiti di tutti i suoi valori umani e divini” (cf Rom 8,28-30). Rispondere alla Parola chiede una continua lettura interpretativa della storia, per acquisire il dono della sapienza di Dio. La Bibbia descrive il coinvolgimento di questa crescita in molti modi:

Ap 19,8 – “fu dato alla chiesa di rivestirsi di un lino puro e risplendente. Il lino infatti sono le azioni giuste dei santi”. La lievitazione della storia sulla linea dei valori di Cristo non coincide con la comparsa di un assente (la sua venuta finale che attendiamo), ma con la crescita di uno che continuamente viene. La chiesa confeziona il suo abito da sposa per diventare umanità affine ai valori di Cristo. Si profila il volto sapienziale di Cristo, riscontrabile nel discepolo, non come un personaggio del passato, il cui ricordo si può sbiadire, ma come persona del presente e del futuro. Cristo allora diviene presenza determinante della storia: Colui che era, che è e che sta venendo, per attuare il disegno di Colui che siede sul trono e organizza lo sviluppo della storia Ap 4,2 (Cf U. Vanni).

Colui che viene: come viene?

Concentriamoci ora sull’ultimo discorso di Matteo cap 23-25 e verifichiamo, approfondendo, questa prospettiva (cf S. Grasso,Vangelo di Matteo, Città Nuova)

Dal punto di vista letterario il discorso comprende i capitoli da 23 a 25. All’inzio (23,1) Gesù parla alle folle, poi dal cap 24 si concentra sui discepoli e termina il discorso in modo consueto “Quando ebbe finito questi discorsi (26,1). Seguiamo schematicamente la narrazione, per concentrarci sul cap 25.

In Mt 23, Gesù comincia con una denuncia polemica, che evidenzia il pericolo di ascoltare e dire la Parola senza l’impegno di farla “dicono e non fanno” (23,4). Negli scribi e farisei, ognuno di noi è chiamato a rispecchiarsi e interrogarsi, per non essere simili ai maestri che Gesù disapprova. La Parola senza la relazione profonda e personale con Dio, attraverso Gesù, può ridursi a freddo insegnamento, che appesantisce e non appassiona. La via di Dio si propone con la testimonianza, senza dissimulazioni, con apertura di fede intrisa di benevolenza (23,23).

Il cap 24 ci offre, in mezzo a tante tensioni e fatiche, la consolazione che la testimonianza di Gesù nella chiesa non avrà fine, lungo la storia (24,14). Sarete miei testimoni, recita At 1,8. Questo impegno-promessa ci sprona a non avere paura degli uomini nè timore delle sofferenze, senza scoraggiamenti e stanchezze. Quotidianamente nella Scrittura cerchiamo le sue vie, accogliamo Dio che ci parla, acconsentendo in modo puro e semplice, cerchiamo di calarci in quelle parole totalmente; esse ci rivelano la persona più cara. Non potremo vivere bene senza questo rapporto; ogni giorno infatti, si presentano enigmi e ambigue adesioni a cose superficiali. La lotta per la fedeltà a Dio, il desiderio di trovare la strada verso cose essenziali, dopo averla perduta lungo i sentieri delle nostre tradizioni superficiali, si fa preghiera ardente.

Essere fedeli discepoli, che non deludono il loro Signore, è un impegno che si rinnova ogni giorno: in fondo, siamo sempre dei principianti. Il Padre conosce la durata di questo impegno nel tempo; le predizioni di scadenza non ci appartengono (Mt 24,34-42); a noi l’imperativo di vegliare, di dare attenzione, di discernere, di non lasciare che il tempo sbiadisca o cancelli la Parola di Gesù. La generazione contemporanea di Noè è accusata di superficialità: “non si accorsero di nulla”. Il quotidiano può necrotizzare la percezione profonda della rivelazione evangelica; essa non interessa più, nemmeno a coloro che si dicono ‘cattolici’. Colui che sta venendo non si sente aspettato! Ricentrare la nostra attenzione, le nostre priorità, in mezzo a tante voci e tanta indifferenza deve diventare un obiettivo.

Saggi e preparati sono coloro che fanno la volontà del Padre 

Il cap 25 è un vero e proprio capolavoro propositivo delle priorità del discepolo; Matteo l’ha preparato con cura, scandendolo in tre grandi scene.

  1. Mt 25,1-12 Le fiaccole con l’olio simboleggiano l’ascolto e la messa in pratica delle parole di Gesù.

La parabola è molto strana e più ardua di quello che appare. Una festa di matrimonio in cui manca lo sposo; la sposa non compare mai e neppure i familiari. Lo sposo però resta la figura centrale, anche se assente: tutto ruota intorno al suo ritorno.

In questo contesto prendono risalto dieci eroine; nella festa l’occhio è puntato su figure secondarie e su un assente che deve arrivare. La finalità del racconto sembra facile: dieci ragazze devono andare incontro allo sposo: prima atteso, poi in ritardo, infine giunge nel modo e nel tempo inaspettato. Questo stile narrativo offre l’opportunità di mettere in risalto tre momenti:

  1. a) – vv 2-5 Dieci ragazze, di cui solo cinque vengono definite sagge. La saggezza, secondo Matteo, ci ricollega al discorso della Montagna, che nella parte conclusiva parla dell’agire saggio di chi costruisce la casa: colui che ascolta e fa le parole di Gesù (Mt 7,24-27). Ecco il modo adeguato del discepolo per realizzare una vita buona (Mt 7,21-23).
  2. b) – vv 6-10 Nella parte centrale si narra l’arrivo dello sposo. Non viene identificato colui che dà la sveglia perché l’interesse è concentrato sullo scopo: Uscite incontro! Le sagge sono pronte, non perché restano sveglie durante la notte (allusione alla morte e al transito pasquale), ma perché possono accendere le loro fiaccole (la vita) con l’olio che simboleggia l’impegno dell’ascolto e del ‘fare’ la Parola di Gesù, per realizzare il progetto (la volontà) del Padre (cf Mt 7,21ss).

Le fiaccole senza olio, invece, rimandano alla casa costruita sulla sabbia, all’ascolto superficiale senza l’impegno di una relazione fattiva, laboriosa e solidale. La comunità si dimostra vigile vivendo secondo le direttive date da Gesù nel discorso del Monte e risplendendo come fiaccole nel mondo. Mt 5,14-16: “ Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

 

Fanno parte della sapienza l’altruismo, la dedizione, l’amore del prossimo (profetare, scacciare i demoni, fare miracoli), non semplicemente secondo le nostre sensibilità, ma realizzando il desiderio e la profondità dell’operare voluto da Dio Padre (Mt 7,21-23).
Questa prospettiva interessa anche le moderne teorie etiche di solidarietà sociale ed equa, ma il Vangelo va oltre, perché presenta una sapienza fattiva e reale che si spinge verso un oltre, verso un punto focale, un obiettivo relazionale che concepisce la vita come un incontro nuziale col Cristo morto e risorto. Incontro che significa una relazione partecipativa con lui a tutto campo, che lievita la nostra esistenza sulla sua condizione in termini paritetici: “Cristo tutto in tutti” (Col 3,11).

  1. c) – vv 11-12 La narrazione prosegue mettendo in luce che la festa per alcune diventa una tragedia di esclusione. Il gruppo omogeneo si spacca; quello che sembrava secondario – l’olio in piccoli vasi – diventa decisivo. L’olio sono le Parole di Gesù ‘fatte’. Il piccolo vaso rimanda alle nostre modeste realizzazioni, che non contengono tutto il Vangelo.

L’invocazione delle ragazze lasciate al di fuori (25,11) rimanda al cap 7,21. Il loro fallimento ci ricorda la facilità di lasciarsi intiepidire nell’amore (Mt 24,4-28) e i due lavoratori (24,40), uno dei quali viene preso, l’altro lasciato.

Operare senza compiere la volontà del Padre, rimanda all’importanza di coltivare il rapporto con Gesù. Quando infatti il rapporto si sbiadisce e perde di importanza, si perde anche l’affinità con i valori proposti e vissuti da Gesù. Se si altera l’orizzonte interpretativo della vita, prende allora il sopravvento l’andazzo culturale con le sue proposte e affinità.

  1. 25,13-30 – Il padrone è partito per un lungo viaggio.

Dopo l’impegno di ascolto e di “fare la Parola”, Matteo ricorda il compito di collaborare e di rappresentare un assente. Prima di abbandonare la casa, il Padrone non consegna solo dei compiti, ma dona della potenzialità (pari a 34 kg d’oro per talento). E’ il dono di partenza per nulla povero. Ognuno entra nella vita con un grande potenziale.

Un particolare importante: Gesù lascia all’iniziativa personale la decisione di che cosa fare dei doni e dice che a ciascuno è dato in proporzione di quello che è in grado di gestire. Dio dona con saggezza mirata, non in modo confuso ed anonimo. A tutti è data una grande dignità, una significativa responsabilità di essere un po’ artefici di se stessi, veri protagonisti e non gregari nella casa del Signore e nella storia.

Il modo con cui i servi saggi restituiscono i doni mette in evidenza la gioia e la soddisfazione dei singoli protagonisti. Essi dicono: “Guarda, vedi, ho moltiplicato quello che mi hai dato!” Il padrone reagisce in maniera compiacente; promette che supererà il dono di partenza e il risultato del servo: “Sei stato fedele nel poco, avrai il molto. Condividi la vita, la gioia del tuo Signore”. Non c’è nessuna prospettiva commerciale. Il padrone dona, non retribuisce con fiscalità. E’ il volto di Dio manifestato da Gesù, il Dio che sa fare grazia.

 

Il dialogo del servo irretito mette in luce proprio la mancanza di relazione con il padrone benefattore. Il servo non ha alcun amore verso di lui, deforma il suo volto che fa grazia snaturandolo in un volto di duro e ingiusto calcolatore. La parabola è chiara: quale relazione ci spinge nell’operare nella casa di Dio? Quale volto manifestiamo di Dio? Il movente della vita è la logica retributiva, è il merito, lo schema del premio o della punizione? Proprio nel Vangelo di Mt 26, nel sangue versato di Gesù, questa logica scompare e subentra un altro Volto di Dio. Non il pagamento del debito riscatta la vita dell’uomo, ma l’amore è la sola forza capace di entrare nel nostro negativo e di sconfiggerlo (cf M. Grilli, Lo Scriba dell’Antico e del Nuovo Testamento, EDB pp 107-108).

  1. 25,31-46 La terza scena

Più che una scena di giudizio, siamo di fronte allo sviluppo sapienziale del vasetto d’olio. Ascoltare la Parola e farla in favore di chi? In favore di una presenza che ci sembra assente: Gesù presente nell’uomo fallito. “Anche là eri di fronte a me!”. Occorre agire secondo la Parola di Gesù collaborando con la sua missione, che Lc 4,16 rappresenta in modo sintetico e programmatico, riprendendo Is 61. Gesù non è venuto per i sani o aiutare i giusti ma per salvare i falliti (Mt 8,12-13). Questo progetto ritorna nel discorso finale.

Ora il quadro è completo: ascoltare e fare la Parola di Gesù (l’olio) ci mette nella prospettiva del progetto del Padre. Questo compito non è disgiunto da una relazione preferenziale, che stimola il nostro protagonismo: piacere a Lui ed essergli graditi, impegnando tutte le nostre potenzialità per estendere il Regno e la vita del Padre a tutti i suoi figli, con l’attenzione preferenziale verso i meno fortunati. Nelle parole severe del Signore si intravvede una grande speranza e magnanimità. Egli dice: Venite anche voi, amati figli, perché nonostante la vostra disumanità, almeno una volta mi avete offerto un bicchier d’acqua, quando io ero nel bisogno. Venite, dunque!

La vera offerta

Concludiamo con un ultimo testo, tratto dalla Lettera agli Ebrei cap 10,5-10, in cui l’autore presenta la motivazione profonda che ha guidato la vita di Gesù. Entrando nel mondo fa suo il Salmo 40: Sacrificio ed offerte cultuali tu o Dio non gradisci. Un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare la tua volontà, come è scritto per me nel Libro della tua Torah.

Questo desidero, la tua Torah nel profondo del mio cuore (cf Sal 40,7-10).

Gesù ha vissuto la sua vita e la sua missione ascoltando e facendo la Parola del Padre. Ora ci consegna questa eredità come via luminosa, che ci suggerirà le scelte sapienziali perennemente valide.

 

 

 

 

 

 

 

PROGRAMMA 2017-2018

TEMPO DI AVVENTO

“CERCASI PUNTI DI RIFERIMENTO PER LA VITA DEL DISCEPOLO DI GESU’”

(dalle 16.30 alle 18.00)

TEMPO DI AVVENTO

Domenica 3 dicembre: “mutazione antropologica”

(punti salienti oggi: l’eccesso dell’ego; dai luoghi alle pratiche; riscoperta della mistagogia (essere condotti nel progetto antropologico divino).

Rivediamo alcuni paradigmi sociali per entrare in quelli del discepolo di Gesù.

Domenica 10 dicembre: Non indebolire l’attesa – Lc 12,35-48

Una duplice felicità da scoprire: chi sa rimanere sveglio – Lc 12,37

Chi ha cura di attendere se il tempo dell’assenza si prolunga – Lc 12,38

Domenica 17 dicembre: Come esprimere la propria autocoscienza di discepoli di  fronte ai modelli dominanti.

Non si erigono chiese, ma luoghi in cui approfondire  la ricca tradizione ebraico-cristiana ed essere testimoni.

TEMPO NATALIZIO

Domenica 24 dicembre: ore 9.30 Eucarestia

18.00   Vesperi

21.30   VEGLIA DI MATTUTINO

Lunedì: NATALE

8.00     LODI

ORE 10.00 EUCARESTIA

ORE 17.30 VESPERI

Martedì 26 dicembre – giorno di chiusura

Domenica 31 dicembre: ore 9.30 Eucarestia

18.00   Vesperi

21.30   VEGLIA DI MATTUTINO  (Ottava di Natale)

Lunedì 1 gennaio 2018 –        ore 9.30 Eucarestia (poi chiusura fino al 4 gennaio)

Venerdì 5 gennaio                   ore 18.30 Primi Vesperi di Epifania e Mattutino

Sabato 6 gennaio                    EPIFANIA –– ore 9.30 Eucarestia

 

 

TEMPO DI QUARESIMA – Preparazione alla S. Pasqua

Mercoledì 14 febbraio: ore 19.00 – Apertura: Le Ceneri

 

LECTIO BIBLICHE DOMENICALI

(ore 17.00 – 18.30)

Come si accoglie il Vangelo e come lo si annuncia

Prima Lettera ai Tessalonicesi

Domenica 18 febbraio 2018

Domenica 25 febbraio

Domenica 4 marzo

DOMENICA 11 marzo

 

16-17 marzo Primo fine settimana biblico

Con Don Flavio dalla Vecchia

Il Libro dell’Esodo (cap 1-15)

Venerdì 16 marzo: dalle ore 20.30 alle ore 22.30

Sabato 17 marzo: dalle ore 9.00 alle ore 12.00

 

Domenica 25 marzo: Domenica delle Palme

26 marzo – 1 Aprile – Settimana Santa

 

TRIDUO PASQUALE

Giovedì Santo: 19.00 La Cena del Signore

Venerdì Santo: 19.00 Liturgia della Passione

Sabato Santo: Cristo discende agli inferi

ore 21.30 VEGLIA PASQUALE

Domenica 1 aprile: PASQUA DI RISURREZIONE

Ore 10.00 – Eucarestia

Ore 17.30 – Vesperi

 

Secondo fine settimana biblico: 18-19 maggio

con Don Flavio dalla Vecchia

Il Libro dell’Esodo (cap 1-15) –

Venerdì 18 maggio: dalle ore 20.30 alle ore 22.30

Sabato 19 maggio: dalle ore 9.00 alle ore 12.00

 

Alla sera, ore 21.00: VEGLIA DI PENTECOSTE

Domenica 20 maggio: PENTECOSTE (Eucarestia ore 9.30)

 

AGOSTO

Giorni biblici 6-7-8 agosto

(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

Don Gianantonio Borgonovo

 

Fine della profezia? Prigionieri della speranza

Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia

 

Giorni biblici: 20-21-22 agosto

 (Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

Don Gianantonio Borgonovo

 

Fine della profezia? Prigionieri della speranza

Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia

Altre iniziative verranno segnalate a tempo opportuno.

 

Del 1 novembre…

IL TESSUTO DEL DISCORSO PROGRAMMATICO DEL MESSIA

VANGELO DI MT 5,1-7,29

A 5,1-2           Gesù parla dal Monte: insegna in continuità all’uditorio delle folle

B 5,3-16  Una proposta all’insegna della felicità e di essere umanità significativa e utile: “sale”.

C 5,17-7,12     Il programma del Messia come compimento della

–       Torah (5,17-48)

–       Profeti (6,1-8)

–       Saggi (6,19-7,12).

B’ 7,13-27    Una serie di ammonimenti all’imperativo di fronte ai falsi modelli socioculturali e religiosi.

A’ 7,28-29      Conclusione: la singolarità di Colui che parla dal Monte e l’uditorio: le folle.

avviso

Si ricorda che c’è un breve periodo di chiusura dal 16 ottobre a 31 ottobre (compresa la liturgia della domenica).

Si riapre con la Solennità dei Santi, Mercoledì 1 novembre, alle ore 9.30 per l’Eucarestia.

Relazione al Capitolo Generale di Camaldoli – 9 ottobre 2017

LA NOSTRA COMUNITA’

RADICAMENTO E SIGNIFICANZA

Il tema proposto per la preparazione al Capitolo Generale ci ha offerto l’occasione di un esercizio di discernimento.

  1. Il radicamento della nostra vita monastica

La verifica e il confronto di quarant’anni di cammino si è svolto rivisitando quattro documenti:

  1. Calati: “Riscoperta dei valori del monachesimo” in Servitium 1978;

“Il primato dell’amore” nella versione originale;

“Peregrinazione monastica anglo-germanica” in Spiritualità del Medioevo,

                               Borla, pp 70-79 e “Osservazioni storico-teologiche sulla Vita Romualdi” 1999;

  1. Lafont: “Il monachesimo alle soglie del terzo millennio”, Praglia 1998

La vita cristica, veicolata dalla tradizione benedettina, ci apre all’assillo del “Contemplata aliis tradere” tipica degli “itinera Romualdi”. Abbiamo rimeditato la ricchezza profetica del Triplex bonum, praticato da Romualdo alla luce della storia della salvezza, rileggendo la LG, la GS e l’enciclica “Evangelii gaudium”.

La brevità della nostra storia comunitaria, la fragilità e l’apertura che la contrassegnano, ci offrono l’opportunità di affrontare le grandi trasformazioni culturali ed ecclesiali di oggi e di sentire ancor più la necessità di ancorarci nel Vangelo, interrogandoci sul come lo si accoglie e lo si trasmette. Volendo rinsaldare la nostra fede, abbiamo bisogno di fondamenti sicuri.

La vita monastica e quella ecclesiale, legate alla Scrittura, di loro natura presentano sempre un volto segnato dal tempo.

Rivisitare il passato ci consente di percepire che esso è fatto di sviluppo, di mobilità, oltre che di fondamenti, per incamminarsi alla manifestazione dell’oggi e del domani. In questi quarant’anni della comunità ci sembra di cogliere una innovazione costante e nel medesimo tempo disegnata.

Molti ci hanno aiutato e ci sembra doveroso ricordare p. Tarcisio Geijer, al quale dobbiamo la prima intuizione, p. Benedetto Calati che, con i suoi collaboratori don Emanuele Bargellini e don Franco Mosconi, ha permesso l’attuazione e il radicamento a Camaldoli, con l’approfondimento rispettoso della nostra condizione e specificità. Infine, p. Ghislain Lafont, presente alla comunità di S. Maria in Colle da quindici anni, ha allargato la prospettiva suggerendo, come i fondatori, di aprire le fonti di vita al laicato, sostenendo che il monachesimo è praticabile anche fuori del monastero, e può dare un vero impulso alla vita cristiana.

L’intelligenza critica più che un rischio è una necessità, perché la realtà è superiore all’idea astratta. Non si ripetono consuetudini, perché l’evento cristiano sempre ci oltrepassa; nè possiamo rispondere con chiusure. Conosciamo parzialmente il passato, fatichiamo tutti a interpretare il presente, ignoriamo il futuro; sappiamo però che le promesse del Signore sono irreversibili e che Dio condurrà la storia alla meta sognata.

A noi l’impegno di approfondire e di attendere con speranza. Nel segmento attuale che ci è dato di vivere, intriso di fragilità e a volte di paradossi, siamo convinti che il percorso monastico della “scuola del servizio del Signore” sia di grande ricchezza per noi e per il tempo post moderno.

Aprirsi al mondo degli uomini e delle donne resta impegnativo, specie quando va al di là delle categorie canoniche in uso. Tutta la Scrittura documenta che la profezia affronta questi cammini, per restare fedeli a Dio e agli uomini; lo sforzo del Concilio Vat. II ci è maestro.

La qualità della vita dipende dal dinamismo dello Spirito insito nella Parola e in chi l’ascolta. La chiesa, e dunque anche la nostra vita, sono basati sull’azione divina che ci conduce con eccesso di amore e di fedeltà. Dio è il fondamento di ogni cambiamento positivo.

Nella ferialità cerchiamo di rendere speciale l’essenziale, massimo il minimo; il vissuto da discepoli di Gesù scioglie ogni alibi di impraticabilità della sequela, riconosce il Primato della Parola, collegata alla liturgia quotidiana, sempre rinnovati e custoditi dalla Memoria di Gesù.

Il coinvolgimento partecipativo agli eventi di Cristo ci consente la giusta relazione con Dio e prepara la comunità e le singole persone a esprimere il Vangelo nelle relazioni e nelle occupazioni professionali.

Il vissuto che ne consegue fa di noi lo spazio della restituzione esistenziale: il culto non diventa mestiere, né le professioni lavorative un puro sforzo umano. Impariamo invece la liturgia esistenziale voluta da Gesù, l’incarnazione nell’oggi del suo umanesimo e della sua missione. (Eb 10,5-10; Sl 40,7-9; Rom 12,1-2).

Anche Papa Francesco auspica una liturgia viva, vivificata dai misteri celebrati, un’azione per il popolo, del popolo e nutrimento per ciascuno (cf discorso ai partecipanti alla 68ma Settimana Liturgica). Siamo riconoscenti alla Tradizione riformata di Camaldoli, alla sua liturgia essenziale e sobria, perché la vita è severa.

  1. Significanza e missione: dalla separazione alla permeabilità

“Dio ha tanto amato l’umanità da consegnare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque si apre a Lui non vada perduto ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16); se il progetto di Dio è l’universale salvezza mediante il Vangelo (cf 1Tim 2,4); se l’ultima parola sulla vita di tutti, nonostante il non senso e la dispersione, la dirà Dio che ama gli uomini, allora dobbiamo sperare per tutti.

La logica della vita di Gesù, imparata dalle cose che patì, fu il dono, il perdono. L’amore è la sola forza capace di entrare nel negativo della vita e della morte e far risorgere la creazione radicalmente nuova.

La salvezza è proprio gratuita! Tale speranza è la sola prospettiva di senso di cui il monaco dovrebbe essere testimone. Il negativo non è subito sciolto nè cancellato, ma la speranza accesa dalla Pasqua è più forte; le dispersioni del male seminano conflitti, ingiustizie, morti; Dio è garanzia di ritorno da tali esili.

La storia della chiesa e della nostra tradizione monastica è debitrice di questo e ci porta a ripensare il processo di revisione e la pluralità dei percorsi.

L’umano ha sempre presentato forme culturali plurime. Parlando della chiesa e del monachesimo, ci sembra che l’atteggiamento base sia di restare in relazione prima a Cristo, poi agli uomini. L’identità, la testimonianza e il dialogo sono imprescindibili; ce lo ricorda il Vangelo di Luca cap 24,48. Della mia esperienza, dice il Risorto come ultima consegna, voi sarete testimoni in un cammino di continua conversione. Per questo compito essenziale sarete abilitati dal dinamismo dello Spirito. Queste parole testamentarie di Gesù ci portano a rivolgerci alle persone, a metterci in dialogo con loro, a scoprire che anch’esse hanno l’esigenza profonda di rispondere a Dio.

 

Radicamento e significanza sono strutture irrinunciabili del nostro cammino monastico, e vorremo ricordarlo con le parole delle Costituzioni: “La comunità evangelizza con la sua stessa presenza (n 122), tiene viva la tradizione dei valori monastici sull’esempio di Romualdo” (n 123).

Quello che impariamo lo condividiamo con le persone che ci frequentano, a cominciare da coloro che più intensamente condividono con noi la spiritualità e la missione. I valori cristiani si disseminano nella vita, nei luoghi di lavoro, arrivando lontano e avviando percorsi interessanti sul piano del discepolato, così si costruisce una famiglia allargata intorno a Cristo.

Abbiamo aperto agli altri le fonti di cui viviamo, interrogandoci sul senso della nostra presenza di monaci nella società (cf G. Lafont), come più volte ci sollecitava d. Benedetto Calati. Continuiamo a riflettere sulla concezione del lavoro (per noi esterno), sulle responsabilità professionali, sulle opportunità di crescita nel dare e ricevere.

Non si tratta di una verifica semplice nè lineare; spesso implica il ripensamento di una certa tradizione. Il compito dei singoli e della comunità domanda molto equilibrio e radicamento nelle sorgive cristiche, perché le aperture non alterino l’identità monastica della comunità.

La nostra vita in questi anni ha fatto i conti con le situazioni di lavoro, di malattia; non abbiamo la pretesa di aver trovato la soluzione per tutto. Affrontiamo il presente e il futuro con speranza affettuosa di restare vicini al dono di Dio (Gv 4,10). Creiamo reti di riflessione, perché la storia sia accompagnata da Cristo e si umanizzi.

Ritorniamo in comunità, al tempo ritmato dalla preghiera corale, fonte impercettibile di trasfigurazione, per la gestione dell’umano, della carità e della giustizia.

In sintesi

Con le parole di p. Lafont: “Viviamo il principio di imperfezione o di perfezione progressiva nel conoscere, nel fare, per poter essere”. Siamo grati alla tradizione di Camaldoli che ci consente, nel cammino di appartenenza, l’effettiva appropriazione delle fonti monastiche romualdine. Perseveriamo nella tensione di diventare conformi all’immagine del Figlio (Rom 8,29-30). Restiamo persone bisognose di revisione costante della nostra vita.

Accoglierci come ci insegna il Vangelo chiede uno stile di famiglia democratico, di partecipazione e comunione (cf. Lafont, Petit essai sur le temps du Pape Francois, Cerf 2017).

Viviamo in un mondo mobile, non fisso: incarnazione e trascendenza ci chiedono apertura, atteggiamenti flessibili e non rigidi o solo difensivi, in sintonia col progetto di Dio e le domande della contemporaneità.

La tradizione recente di Camaldoli, aderendo al Concilio, ci ha dato una lezione di riscoperta fedele delle fonti e di apertura ai grandi valori e alle urgenze del tempo.

Vi auguro e ci auguriamo tutti insieme di non smentire i nostri padri, che hanno lottato e sofferto per il cambiamento e la comunione della famiglia monastica.

Grazie.

Firmino Bianchin

 

6 – 7 OTTOBRE 2017

Incontri con Daniel Marguerat e Matteo Silvestrini

 

Venerdi 6 ottobre – ore 20.30

L’orizzonte e lo sviluppo della Riforma luterana

Comprendere il protestantesimo: storia, attualità e prospettive ecumeniche

(Matteo Silvestrini – pastore della chiesa evangelica)

 

Sabato 7 ottobre – ore 16.00

“Salvati per grazia o per le opere”

Martin Lutero, o la (ri)scoperta dei laici. Una rivoluzione?

(Daniel Marguerat- pastore della chiesa evangelica)

Biblista, professore di Nuovo Testamento

Università di Losanna