IV Domenica di Pasqua – Vangelo di Giovanni 10,1-21 + 22-39 Il Bel Pastore

La pecora perduta nei Vangeli di Mt 18,12-14 e di Lc 15,4-6. Da uno sguardo globale ai quattro Vangeli emerge che Marco e Giovanni ignorano la parabola della “pecora perduta”. Sorge una domanda: perché non sono sufficienti al Pastore le 99 pecore; perché tanta apprensione per la smarrita, lasciando sole quelle che si trovano all’ovile?

La risposta degli autori che riportano l’episodio suona così: un proprietario che perde una pecora o non si accorge che una rimane indietro, non può restare indifferente, perché in qualche modo si sente responsabile; allora la cerca e se gli riesce a trovarla, se la carica sulle spalle, poi si rallegra con gli amici. Nella descrizione emerge un di più del semplice valore di mercato, che li chiama valore affettivo, che nel lieto fine del ritrovamento lo porta a condividere la gioia con gli amici. La parabola, in tal modo, rivela due volti: quello di Dio, che non potrà essere felice perdendo anche uno solo dei suoi figli, e quello del “piccolo smarrito”, che spera di essere reinserito nella comunità (Mt 18,15) e nella famiglia del Padre (Lc 15,6+11-32).

Luca introduce la parabola come giustificazione di Gesù, contestato dai giusti, perché era venuto per cercare e salvare i perduti (15,1).

Matteo invece, narra la parabola partendo dalla domanda che Gesù rivolge alla comunità: “Che ve ne pare…? Il racconto assume così la caratteristica del dialogo per terminare con la richiesta risoluta del Padre, come motivazione dell’operato di Gesù e della comunità: “Il Padre non vuole che sia perduto uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). P. Vanni identifica i piccoli con i “portatori del meno”, quelli che non reggono al passo degli altri”. L’esemplarità del Padre insegna come custodire le relazioni nella vita comunitaria e la missione pastorale affidata alla chiesa. I racconti di Mt e Lc narrano lo smarrimento, ma anche la ricerca del pastore, la possibilità di ritrovare il perduto, la gioia che ne scaturisce. Il movimento non è solo letterario, ma divine teologico:

cercare, trovare, gioire con la motivazione che il Padre celeste (il vero Pastore) non è disposto a perdere nessuno. Il messaggio è fondato sull’amore del Pastore divino, come lo attesta il primo Testamento e l’operato del suo Figlio inviato.

(cf Ger 23; Ez 34; Zc 11,4ss; Salmo 23/22; 80/79; 100/99).

Il Bel Pastore – Gv 10

Per capire la parabola è utile collegarla al segno del cieco nato, tornato vedente per opera di Gesù; e in particolare al cap 9,39-41, dove il confronto polemico con le guide cieche dei farisei sfocia nel lungo discorso pronunciato da Gesù. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, alcune frasi dell’episodio del cieco. “Questo uomo non è da Dio, poiché non osserva il Sabato” (9,16).

“I giudei avevano stabilito in antecedenza che se qualcuno avesse confessato Cristo, venisse espulso dalla sinagoga” (9,22).

“Questo uomo è un peccatore (9,24).

Guide inchiodate al passato: “noi sappiamo che Dio ha parlato a Mosè, ma costui non sappiamo donde sia” (9,29).

“Sei nato nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori” (9,34).

La figura del Pastore evidenzia la natura e lo scopo dell’agire di Gesù: egli è l’autentico Pastore, fedele al progetto del Padre; la controfigura rispetto ai cattivi pastori, qualificati come ladri, saccheggiatori, mercenari, lupi: in una parola, guide arroganti, che impoveriscono e distruggono la vita delle persone con le loro mediazioni accecate dagli interessi. Al contrario, il Pastore si pone come mediazione del Padre, ha un rapporto improntato all’amore, con dedizione totalizzante, che arriva fino all’offerta della vita. Egli non ruba, ma partecipa la vita in pienezza.

L’atteggiamento del Buon Pastore dovrà essere visualizzato, nel tempo ecclesiale e nella missione pastorale della chiesa (Gv 21), da persone che si lasciano condurre da Gesù fino a manifestare nel martirio la glorificazione dell’amore, operante nella loro dedizione.

Presentazione di Gesù Messia come Bel Pastore: Gv 10,1-21

Il messaggio della prima parte

Il linguaggio narrativo collocato a seguito del cieco nato, espulso dalla sinagoga per aver creduto in Gesù, gira attorno ad alcuni simboli tratti dal mondo pastorizio:

10,1-6: il recinto delle pecore (v 1), la porta (v 2), il pastore delle pecore.

Nei vv 7-21 Gesù riprende di nuovo solennemente le affermazioni, esplicitandole; così la Porta (v 7) viene identificata al Pastore (v 11). In rapporto alle pecore, Gesù si definisce: “io sono la Porta”. L’affermazione è particolarmente significativa e importante, se letta in riferimento al cap 9, dove si narra che il cieco vedente e credente in Gesù viene espulso. Coloro che sono espulsi, non sono pecore allo sbando, senza un contatto con la comunità del Signore (il recinto). Esse hanno una “porta” importantissima, che li mette in contatto con la vita e la salvezza. Gesù dice: “Io sono la porta” di questi credenti; essi entrano nel recinto del gregge di Dio attraverso la mia missione. Le affermazioni sembrano astratte, oscure, perciò hanno bisogno di chiarificazioni e di esperienza per essere capite nella loro ricchezza luminosa. Nel contesto polemico dell’espulsione, il discepolo di Gesù entra davvero nel popolo di Dio, custodito, amato e nutrito da Cristo Signore, suo inviato. Il primo testamento, nei momenti drammatici del popolo (Ger 23; Ez 34; Salmo 23; Salmo 80), descrive che Dio stesso prenderà in mano direttamente l’azione pastorale per soccorrere il popolo ingannato dalle cattive mediazioni.

Ora Gesù afferma solennemente di essere la porta (v 7) e l’Unico pastore del popolo (vv 11-14), al quale Dio suo Padre, nella figura simbolica del portinaio (v 3) gli apre la porta, lo introduce ufficialmente nel recinto, e lo fa solo per lui. Entrato nell’ovile, il pastore si pone al lavoro; il linguaggio si fa denso: egli chiama le pecore. E’ la prima azione: il mistero della chiamata per nome e lo sviluppo per opera di colui che ci conduce fuori. Il lettore è invitato a riferirsi al linguaggio dell’Esodo, verso una pienezza garantita da colui che cammina avanti a noi. La catechesi giovannea rielabora attualizzando l’evento del Primo testamento. A questa azione fortemente reciproca e comunionale, la persona sollecitata risponde con l’ascolto obbedienziale, fondato su una percezione profonda e arcana, tipica di chi riconosce in quella voce la chiamata del Padre.

Ascoltare e seguire sono condizione per imparare l’umanesimo nuovo, le scelte, le motivazioni che Gesù stesso ha vissuto ascoltando il Padre.

Facendo così, Egli si pone come modello, come esempio; e Giovanni precisa: mentre Gesù le chiama fuori verso il suo umanesimo, Egli stesso cammina davanti (10,4). Non è facile esaurire in termini di attualizzazione adeguata queste affermazioni. Il punto di riferimento di Gesù modello diviene stimolo sorgivo e creativo, a partire dalle situazioni in cui viviamo oggi, per un oltre migliore mai interamente compiuto. Il camminare davanti indica una mobilità continua, perfino imprevedibile e imprecisabile. La scelta di ascoltare la voce del Pastore funziona come elemento determinante, come un assoluto in un rapporto relazionale (le mie pecore, il mio pastore). E trattandosi di Gesù mediazione e Pastore, significa imparare da lui; o come direbbe Paolo: “per raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13) è necessario imparare a conoscere Cristo dandogli ascolto e lasciarsi istruire secondo la verità (l’autenticità umana) che è in Gesù (Ef 4,20-21).

Per contrasto, coloro che intralciano la chiamata-progetto di Dio e ostacolano il lavoro pastorale dell’inviato di Dio, sono guide false che rubano, uccidono, lavorano arbitrariamente nel popolo di Dio (v 8).

Il senso simbolico della Porta definisce l’unica mediazione di salvezza (v 9), per Gesù noi entriamo nell’esperienza permanente di accogliere la vita: “Sarà salvato, entrerà e uscirà (termini che dicono la totalità dell’esperienza) trovando già adesso pascolo di vita, fino a ricevere una salvezza piena in futuro, quando al termine del nostro esodo, entreremo definitivamente nella vita stessa di Dio.

Il linguaggio ha riscontro nella vita della sequela di colui che cammina davanti. La parabola di Gesù descrive così il senso del nostro cammino storico con un esito ricco e non quantificabile. A questa sequela si oppongono per contrasto operatori che svuotano di significato e di valori la vita, portando a derive rovinose (v 10). L’opera di Cristo, Buon Pastore, è presentata con chiarezza: Egli iene, entra nel nostro intimo, perché abbiamo la vita in abbondanza (v 10).

 

Il Verbo divenne uomo e piantò la sua tenda per camminare con l’umanità (1,14) affinchè dalla sua pienezza tutti potessimo ricevere il dono, secondo una progressione infinita, della sua gloria, della sua benevolenza, della sua autenticità (1,16). Gesù si pone come Colui che interpreta e partecipa la stessa vita del Padre, che Egli condivide. Da lui noi riceviamo le potenzialità per diventare omogenei a Dio stesso, cioè “suoi figli” (1,2).

Il dono sacrificale del Pastore – 10,11-21

Il Buon Pastore ama intensamente le sue pecore, al punto di donare (deporre) la sua anima (vita) per esse (è questo il significato greco del verbo conoscere, con riferimento all’ebraico jada) (v 15).

Giovanni descrive con queste immagini il dono totale di Gesù, partecipato radicalmente e liberamente a noi. Nessuna costrizione lo obbliga, tutto manifesta l’esigenza di donarsi interamente (10,18).

In forza della guida e della dedizione amorosa di Gesù, il discepolo potrà affrontare le insidie del cammino. La dedizione del Pastore consiste nel portare al nostro livello e nelle nostre circostanze l’intera pienezza di vita che lui possiede. La risposta alla sua dedizione non può che suscitare una docilità senza riserve e limiti da parte di tutti noi, a immagine di quella che Gesù stesso vive col Padre (10,14). In altre parole, Gesù attende una risposta sulla linea di una reciprocità amante e non di una abitudine senza colore, tiepida o costretta dalla paura.

L’ultima parte del discorso prende il ritmo di una discussione accesa – 10,22-30

Ambientazione

Dalla festa delle Capanne, festa d’autunno in cui si raccoglievano i frutti e si abitava in capanne di frasche, ricordando la vita del deserto (Gv 7,2-10,21), si passa ora all’inverno, in cui si ricordava la riconsacrazione del tempio con Giuda Maccabeo (nel 164), dopo la profanazione di Antioco IV. Era la festa della consacrazione (annuka) (1Mac 1,54). L’ambientazione oltre che storica, per Giovanni è soprattutto simbolica e viene definita come la festa d’inverno, festa di tempo cattivo (10,22). L’evangelista, mentre richiama i tratti caratteristici del Messia Pastore, mette in evidenza le dinamiche che portano al rifiuto. Gesù passeggia nel portico di Salomone, dove si radunano e discutono i giudei. Gli oppositori lo accerchiano, ponendogli una richiesta precisa: “Dì a noi se sei il Cristo. Non tenerci in sospeso” (10,24).

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù ha rivelato di essere il Messia solo alla Samaritana: “Sono io che ti parlo” (4,25-26). Nei Sinottici, per non favorire comprensioni riduttive e deviate, Gesù dirà di essere il Messia Re solo durante il processo.

Ritornando al contesto giovanneo, il clima è di rifiuto, perciò la domanda dei giudei non è sincera, non è ispirata da desideri di accoglienza. Infatti Gesù risponde: “Ve l’ho detto e non credete” (10,25) – cf i cap. 7-8. Poi aggiunge: “Le opere che faccio testimoniano che io sono l’espressione del Padre” Per Giovanni le opere sono i segni che Gesù ha compiuto fino ad ora; proprio quei segni dovevano far riflettere e intuire che nell’opera di Gesù si manifestava quella del Padre. La motivazione per cui essi non colgono l’irradiazione divina è denunciata solennemente da Gesù: “Voi non appartenete alle mie pecore” (10,26). Con questa affermazione, Gesù rievoca un mondo di atteggiamenti, alla luce loro data hanno scelto le tenebre, il rifiuto (cf 3,19 e 1,9-11). La chiusura è così motivata: “noi sappiamo che Dio ha parlato a Mosè” (9,29). Infatti i giudei avevano stabilito che, se qualcuno lo avesse confessato Cristo, venisse espulso dalla sinagoga” (9,22).

Per contrapposizione, – 10,27-30 – Gesù allora riafferma e precisa le caratteristiche dei suoi discepoli, esposte precedentemente in 10,1-14: “Esse ascoltano la mia voce, mi seguono, io le conosco”. I discepoli sanno distinguere la voce del vero Pastore, perché sono docili a Dio. “Nessuno viene a me se il Padre non lo attira” (6,44). Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da Lui viene a me” (6,45).

Queste parole ci aiutano a capire il mistero del tempo cattivo, in cui la persona, per motivazioni oscure e molteplici si chiude alle attenzioni di Dio che ci sta indirizzando all’obbedienza del Figlio suo. I termini giovannei rimandano all’educazione di un tessuto religioso, fondato sulla relazione aperta al di più della rivelazione e sperimentabile come ricchezza che sgorga dall’obbedienza, dal desiderio fattivo di imitare il comportamento del Pastore.

Gesù da parte sua, vive un’attenzione amorevole per il discepolo, lo accompagna lungo tutte le vicende della vita assicurandogli l’esito luminoso della vita nella condizione stessa del Padre (10,28). Fuori metafora, l’apertura accogliente di Gesù ci coinvolge nel suo stesso trionfo, così ciascuno di noi avrà un posto particolare nella vita di Dio (10,28). Nessuno potrà rapirci questo bene ricevuto da Gesù, nemmeno la malattia, le prove, la morte. Il v 29 : Il Padre è più grande di tutti ed è la garanzia su tutto e su tutti.

Per Gesù l’uomo ha un valore immenso, lo considera come il dono del Padre: ogni pastore, e potremmo dire con Gen 3,9-10, ciascuno di noi dovrà considerare le relazioni con gli altri con questa profondità. Ricordiamo che il primo ad amare l’umanità è proprio il Padre, al punto da donare il Figlio, il suo bene più prezioso, come mediazione del suo dono (Gv 3,15).

Sigla la meditazione il cap 10,30: “Io e il Padre siamo un solo essere”. Tutto il Padre è nel Figlio, tutto il Figlio ritorna al Padre mediante una relazione amante e assoluta, tale da formare un unico contesto di vita nella persona dello Spirito.

Gesù afferma, con queste parole riassuntive, l’unicità della sua missione e della sua opera; egli sa di essere inviato per portare a termine l’unica opera; agire in conformità col Padre è per lui più assillante del cibo; è il vero nutrimento che sempre ricerca, perciò diviene la rivelazione suprema (cf Gv 14,8-11), colui che introduce il discepolo nello stesso rapporto che egli ha con il Padre.

Di più, Gesù si pone come mediazione dell’umanità intera: “ho altre pecore, anche quelle io devo guidare” (10,16).

L’unità già annunziata da Ez 37,24 si realizzerà nel compimento dell’opera del Pastore buono: morirà per radunare in uno i figli di Dio dispersi e non solo per l’Israele della fede (Gv 11,52). Una vita donata, non tolta con violenza, perché “questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio” (10,17-18). Ecco la chiave per comprendere il mistero di Gesù, la sua opera e il suo dono, di fronte all’assurda chiusura violenta che si è consumata e che ancora oggi continua. Ma è anche la chiave per capire l’ardua chiamata di investire la vita per il più sublime degli ideali: sorto dall’amore insondabile di Dio e rivelato in pienezza dal suo Figlio, inviato perché doni quello che Egli stesso riceve dal Padre (cf 5,21-26).

Giovanni, partito da riferimenti storici, condivisi con gli altri evangelisti, li elabora e li approfondisce, applicandoli alla situazione della sua comunità come stimolo per noi lettori. Così nasce l’invito a rendere attuali le scelte che furono in Cristo Gesù, visualizzate in modo multiforme, fino al martirio.

Si succedono le generazioni, possono cambiare le situazioni, rimane l’evento essenziale del seguire Cristo. Giovanni ancora una volta ci invita a radicarci in esso per comprendere l’opportunità donataci e conoscere la direzione, il senso della vita e soprattutto della meta.

L’ultimo capitolo di “Sequela” di D. Bonhoeffer si pone come sintesi teologico-esistenziale del percorso meditativo.

Coloro infatti che egli ha da sempre conosciuto li ha pure “indirizzati a essere uguali all’immagine del suo Figlio” (ndr), affinchè egli sia il primogenito tra molti fratelli (Rom 8,29). Questa è l’incomprensibile grande promessa data a coloro che sono stati chiamati alla sequela di Gesù: che essi saranno uguali a Cristo. Porteranno la sua immagine come fratelli del primogenito di Dio. La destinazione ultima del discepolo è di diventare “come Cristo”. L’immagine di Gesù Cristo, che chi è nella sequela ha sempre davanti agli occhi, che fa svanire ogni altra immagine, s’imprime in lui, lo pervade, lo trasforma, così da rendere il discepolo simile, anzi, uguale al maestro. L’immagine di Gesù Cristo nella comunione quotidiana impronta l’immagine del discepolo. Chi è nella sequela non può guardare l’immagine del Figlio di Dio con atteggiamento inerte e inoperoso; da questa immagine irradia una forza di trasformazione.

(D. Bonhoeffer, Sequela, vol 4, Queriniana, p 281).

Omelia di P. Tarcisio Geijer, a Vedana 1970

Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.

Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore delle anime vostre». «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita».

Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge». Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi! Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre.

Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre. E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente.

Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezza dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!

Il Dio della pace che in virtù del sangue del patto eterno ha tratto dai morti il grande pastore delle pecore, il nostro Signore Gesù,  vi renda perfetti in ogni bene, affinché facciate la sua volontà, e operi in voi ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Lettera agli Ebrei cap 13,20-21).

(Firmino Bianchin)