II Domenica di Pasqua (2020) – “Credere non è vedere”

(Omelia alla Certosa di Vedana, 1971

di p. Tarcisio Geijer, monaco certosino)

Gesù disse a Tommaso: “Beati quelli che pur non vedendo, hanno creduto!”

Credere dunque non è vedere. Credere vuol dire partecipare alla vita di Dio. Perciò la luce che si riceve non è opera nostra, ma opera di Dio, grazia gratuita. Non che questo dono prescinda dall’uomo. C’è un aprirsi alla fede. Ma tra quell’apertura e il dono di Dio non c’è proporzione calcolabile. Credere è dire di sì alla rivelazione di Dio. Sarebbe capir male la rivelazione il considerarla come un gran sistema di verità bell’e confezionato. Essa è prima di tutto un messaggio e una luce: luce di Dio nella nostra vita, sulla storia, sul bene e sul male, sulla morte, su Dio stesso, sul valore ultimo dell’amore.

Per proclamare questa rivelazione bisogna pure servirsi di parole, adottare un certo ordine, una certa connessione. Comunque, tutto ciò non deve mai dare l’impressione che la rivelazione di Dio sia un sistema di cose a sé stanti. Si tratta dello sguardo di Dio sulla nostra realtà. Vedere con gli occhi della fede, è vedere con gli occhi di Dio. La nostra fede non sopravvive senza di noi. È un qualcosa su cui si può fermare la nostra attenzione e la nostra cura, oppure che si può trascurare. Perciò la fede è un impegno.

Chi nel suo intimo riconosce la rivelazione di Dio, ha ancora una lunga strada da percorrere davanti a sé. Si tratta di realizzare la più profonda verità cui si crede, ma che non si vede e che spesso non si sente. E ogni volta di nuovo è un salto nel buio. Quando si è soggiogati dalla dolcezza di una tentazione, è un salto nel buio mettere in pratica la fede e dire di no, che è poi un sì, a coloro ai quali si vuol rimanere fedeli, ed è anche un sì a Dio.

Quando si incontrano soltanto contrarietà nella vita quotidiana, richiede una grande dedizione credere nello Spirito santo e, di conseguenza, nella possibilità, per sé e per gli altri di essere buoni. Quando si è sopraffatti da una sofferenza assurda, è atto di gran fede rendersi conto della fedeltà di Dio e del fatto che Gesù ha dato senso alla sofferenza. Il credere non è, perciò, un’inavvertita iscrizione continuata alla Chiesa.

Il credere è sempre in relazione con un adesso. Credere che Dio, adesso, non può lasciarci soli; che Dio, adesso, può dirigere il corso delle cose; più ancora: che Dio, adesso, col suo amore, può operare un miracolo, come talvolta nella tempesta sul lago: “Ed egli si alzò e rimproverò il vento e disse al mare: Taci, sta fermo! E il vento cessò e subentrò una grande calma. E Gesù disse ai discepoli: Perché mai siete così spaventati? Non avete proprio nessuna fede?”. Il credere è una vittoria sulla nostra diffidenza verso il mondo di Dio.

Come Tommaso possiamo anche dubitare nella nostra fede: avere tentazioni e difficoltà nella fede. Ma di per sé, la presenza del dubbio non pregiudica la certezza della nostra fede. Un dubbio straziante può essere accompagnato da un totale abbandono, da una fede salda come la roccia. Anzi, proprio una fede salda può conoscere spesso seri dubbi. Ma la fede tentata rimane fede intera. La fede genuina è sempre intera. Non si è per metà credenti e per metà increduli. Fintanto che uno può dire: “Sì, voglio credere”, è interamente credente.

Volti del Mattino di Pasqua – 2020

 

Al nostro mattino pasquale si affacciano, attraversando il tempo, nella sempre sconvolgente novità dell’annuncio evangelico, volti che ci accompagnano a riconoscere  e confessare il Cristo risorto dai morti. E’ il desiderio e il pianto per la “perdita del Signore” di Maria di Magdala, che solo il Risorto “converte” e fa “voltare”, fino ad affidarle il compito dell’annuncio di Risurrezione; è la ricerca e la corsa al sepolcro dei due discepoli, e la capacità del discepolo amato da Gesù di scrutare e scorgere la sua presenza “attraverso i segni”, è l’ostinazione e la curiosità di “toccare” il Signore di Tommaso, che non si accontenta di “riconoscerlo” per sentito dire…

L’assenza e il desiderio di incontrarlo, la sollecitudine e l’intelligenza del cuore per riconoscerlo, l’ostinazione di farne una esperienza diretta, personale, per poter confessare, ancora oggi: “mio Signore, mio Dio”.

Volti e tracce sul nostro mattino di Pasqua . Il Vangelo di Giovanni ci guida…

Maria di Magdala…

Il primo dei giorni, prestissimo, era ancora buio, Maria Maddalena va al sepolcro – vuoto – e corre da Simon Pietro e dal discepolo che Gesù amava dicendo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo” (cf. Gv. 20,1).

L’assenza è un dramma, è il buio, un mattino non nato. Gesù di Nazaret non c’è,  e con lui non si può stabilire nessuna forma di contatto. L’incontro con questo primo volto della Pasqua – Maria – non è una cronaca ma una sfida nel tempo presente al discepolo di Gesù crocifisso e risorto. L’annuncio dell’assenza: “hanno portato via il corpo del Signore” nella forma del plurale risuona nell’oggi, anche se non ci rendiamo forse conto di quanto possa pesare per la nostra vita questa incapacità di “vederlo”…

Maria di Magdala rimane presso il sepolcro, all’esterno, in pianto. Non vi è nessun movimento; immobilizzata dall’evidenza della morte, incapace di voltarsi. “Vede Gesù ma non sa che è Lui”. Lo vede e non lo incontra. Il Vangelo di Giovanni indugia sul pianto di Maria, sull’incapacità di riconoscere il Signore risorto. E scruta le paralisi di ogni discepolo, in lei, che si ricreano quando la ricerca di Lui non va per la via che egli stesso insegna. Maria non muove i passi verso la vita perché ferita e angosciata da un affetto ferito mortalmente. Il volto del pianto è sul passato, sul già conosciuto, sul buio della notte di morte, sul sepolcro vuoto, sulla certezza che “l’abbiano portato via”… Maria ha visto ciò che vediamo anche noi- nel momento dell’Eucaristia. Nei simboli della descrizione evangelica il posto occupato dal cadavere di Gesù è sostituito da un annuncio trascendente (angeli in vesti bianche). Nel luogo del cadavere c’è un annuncio!

“Perché piangi”? la domanda di Gesù è come un piegarsi attento e sollecito a rompere il circolo vizioso del senso di morte che prende di fronte a una perdita considerata ormai irreparabile. E’ un invito a rimettersi in cammino, anche se Maria volta le spalle al “mattino della Pasqua”, non riconoscendo la luce del Risorto che le parla. Lo interroga: “se l’hai portato via tu, dimmi”… Il suo amore non basta a riconoscerlo. Gesù stesso, chiamandola per nome, la invita a “trasfigurare” il suo amore, il suo sguardo accecato dal pianto. Occorre “convertire” il desiderio della ricerca, il nostro stesso sguardo, accogliere un legame con il Cristo che “sale al Padre” (Gv. 20,17); il mistero della Risurrezione chiede il cambiamento radicale del nostro “modo di cercare” il Signore.

Gesù consegna un “ordine”: “va’ dai miei fratelli e dì loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Il Risorto insegna a Maria come lo si deve cercare e solo ora può annunciare: “Ho visto il Signore”! (20,18).

I due discepoli…

Alla notizia di Maria: “hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo”, due discepoli  Simon Pietro e il discepolo che Gesù amava “partono e vanno al sepolcro. “Correvano insieme, loro due. Ma l’altro discepolo corre avanti più veloce di Pietro. Arriva per primo al sepolcro. Si china, scorge le bende per terra. Ma non entra. Anche Simon Pietro arriva al sepolcro. Entra e osserva le bende per terra, e il sudario per coprire il capo, non per terra con le bende, ma a parte, piegato in un angolo. Entra allora anche l’altro discepolo, quello arrivato per primo al sepolcro: ed ecco, vide e credette” (Gv. 20,3-8).

L’evidenza che ha paralizzato Maria provoca nei due discepoli un movimento. La corsa è il simbolo della ricerca. Ma non ogni ricerca porta a “vedere e credere”. Il Vangelo mostra l’amore di una relazione come una “corsa veloce”, un chinarsi a scorgere segni e comprenderne il significato. Uno spazio riflessivo, una sosta su “quel lenzuolo appiattito”. E’ un indizio importante, in contrasto con l’evidenza di un “cadavere rubato”. Il discepolo amato da Gesù scorge un particolare che sembra insignificante; la percezione di chi cerca amando è acuta, sa “vedere e credere”, coglie anche le sfumature che l’evidenza vorrebbe smentire. La relazione viva con il Signore conduce il discepolo ad una certezza: la vita non può dissolversi nella morte dopo aver fatto l’esperienza della figliolanza con il Dio vivente. Noi subiamo la morte, ma Dio non è prigioniero di questa fragilità…

Il discepolo amato vive nel tempo questa relazione “originaria” che restituisce alla vita.

…”Alla sera dello stesso giorno Gesù Risorto prende il posto nella comunità : “stette in mezzo”. Lui, presente, nella sua condizione di morto e risorto, “mostra le mani e il costato”. E’ la manifestazione della pienezza sorgiva della sua condizione; egli sta al centro con la forza della sua morte e risurrezione (cf. Gv. 20,19ss.).

Viene come risorto e “alita lo Spirito su di loro”. Non più il soffio che dà vita al fango (come in Gen. 2,7)ma un soffio che ricrea l’umanità, trascinandola dalla condizione di fragilità a quella della figliolanza e fraternità.

Tommaso detto Didimo…

Didimo significa gemello. Tommaso è gemello della nostra umanità, diffidente, curiosa, ostinata… Tommaso non è con il gruppo quando viene Gesù (cap. 20,24) e non si fida di quelli che gli dicono “abbiamo visto il Signore”. Si parla facilmente di incredulità, ma potremo arrischiare di dire che egli ci provoca a non “fare affidamenti impersonali”… La rivendicazione di Tommaso si esprime con: “Se non vedo, se non tocco, se non metto la mano, allora non credo” (Gv. 20,25)…; non gli basta la mediazione degli altri fratelli.

Gesù lo richiama, pure acconsentendo alla sua richiesta dicendogli “non essere più incredulo, ma credente”. Un altro movimento della ricerca del Risorto, un dinamismo affascinante segnato da un equilibrio fragile, in cui la mediazione dell’annuncio e la responsabilità della ricerca personale sono entrambe  necessarie e sempre da tenere legate.

La fede della chiesa dipende da questo primo gruppo di testimonianza, ma occorre anche una vera audacia, più volte richiamata nelle pagine evangeliche. E’ il coraggio della fede come itinerario esistenziale, dove “tutto di noi stessi” viene chiamato alla risposta, in un rincominciamento radicale, luminoso come la luce del Risorto, che rompe le catene della morte, che asciuga le lacrime, che rilancia umane e ragionevoli diffidenze.

Solo l’affidamento può condurci all’esperienza pasquale, alla confessione: “Signore mio, Dio mio”. E’ un legame inscindibile, personale, che ci porta oltre al desiderio di “toccare, di investigare… Tommaso ha creduto. E’ la beatitudine più grande, e questa è donata.

La cecità del pianto di Maria di Magdala lascia il posto alla luce, in questo mattino di Pasqua. I discepoli oggi, confessano che il Signore risorto è presso il Padre e al contempo “con noi”, nell’assemblea credente, come mediazione assoluta, da cui discende la forza della risurrezione. Noi ci accostiamo non con la pretesa di un contatto fisico, ma con l’affetto e la responsabilità, con la sollecitudine della ricerca che si affida a Gesù risorto. “Signore mio, Dio mio”. E’ la confessione che ci riconosce “beati”, perché credenti, pur senza aver visto!

(F.C.)

 

 

 

VEGLIA PASQUALE 2020

E’ progettata come madre di tutte le Veglie, Notte nella quale il Cristo è risorto dai morti. Notte di Veglia in onore del Signore (Es. 12,42). I fedeli portando in mano la lampada accesa, il simbolo di chi attende il Signore. Quando Egli verrà ci trovi vigilanti e ci inviti alla sua mensa (Lc. 12,35-37). Il Risorto si rende presente attraverso dei gesti simbolici

La celebrazione della luce;

la meditazione delle opere di Dio, evento sempre nuovo. Noi ascoltiamo per vedere, oggi, gli eventi di Dio, confidare nelle sue promesse;

la liturgia battesimale ricorda la nascita incessante dell’uomo nuovo;

l’invito alla Cena che il Signore prepara, anticipazione della Cena alla quale parteciperemo nella condizione di Risorti.

E’ LA NOTTE DELLA PASQUA IN ONORE DI JHWH, NOTTE FISSATA 

PER LA SALVEZZA DI TUTTE LE GENERAZIONI

La Prima Notte (Gen 1,1-2,2)

quando JHWH si manifestò al mondo attraverso la creazione. Dio crea il mondo in 7 giorni e 10 parole, che corrispondono a 10 opere distribuite nella settimana.

Tre giorni sono particolarmente importanti:

il primo: inaugura l’alternanza del giorno e della notte

il quarto: Dio crea gli astri, vale a dire dona al mondo il calendario, segnalando la funzione delle feste e il ritmo del tempo, finalizzato alla meta del Sabato. Un modo biblico per dire: Dio è presente lungo il tempo e accompagnerà il popolo nella peregrinazione, finchè giungerà alla terra promessa, il Settimo giorno. Il Nuovo Testamento chiama questo giorno di compimento il Giorno Uno della Nuova Creazione: l’ottavo.

Antifona: n 331 (strofa 15)

La Seconda Notte (Gen 22,1-18) – (non si proclama)

Condanna i sacrifici umani ed esalta l’obbedienza di Abramo, maturata nei tre giorni di cammino silenzioso verso il monte, dove Dio “vede” e provvederà. Dio non ruba ma dona! E’ la Notte della fede e dell’obbedienza, nella quale il Signore ci trasforma con la sua benedizione.

Salmo 15 (n 152)

1      Lettore: La terza Notte (Es 14,15-15,1)

Episodio chiave della storia di Israele, in cui Dio manifesta il suo volto, liberando l’oppresso dalla casa degli schiavi; così Israele diventa popolo di Dio. Un forte vento dall’est prosciuga il mare, gli egiziani arrivano da ovest e si trovano l’acqua di fronte. Un secondo racconto, più spettacolare: il mare è diviso da Mosè. La fede di Israele confessa la sovranità di Dio sulle forze oppressive della natura e dei popoli. La salvezza è operata da Lui, non da eroi. Mosè è il suo servitore. Israele nasce da Dio, non da potenze umane.

Antifona n. 523 (strofa 2)

2      Lettore: La Quarta Notte (Is 54,5-14 + 55,6-11)

Quando il mondo raggiungerà la meta e i gioghi di schiavitù saranno spezzati.

E’ la Pasqua del rinnovamento. Gerusalemme ritroverà il suo Sposo. Il ripudio è stato momentaneo, prevale l’amore. Dio promette l’Alleanza unilaterale, fondata nella sua fedeltà e misericordia. I monti possono tremare, e persino cambiare di posto, l’amore di Dio non vacillerà.

Antifona n 622 (strofa 2)

3 Lettore Baruc 3,9-15.32-4,4

Abbandonare la Parola di Dio equivale ad abbandonare la fonte della Sapienza. Cammina Israele, allo splendore della sua luce!

Antifona /Salmo 92 (n 285)

 

Ez 36,16-28 (non si proclama)

Le forze della nostra trasformazione provengono dal “Vento interiore” di Dio. Esso trasforma l’intimo della nostra persona.

GLORIA – n 961

4    Lettore: Lettera ai Romani cap 6,3-11

Nell’immersione Battesimale Gesù ci partecipa la sua morte. L’aspetto più importante è la partecipazione alla sua vita di Risorto, che si attua gradualmente lungo il cammino. Così Dio Padre ci indirizza a diventare conformi all’immagine del Figlio suo.

Alleluia (n 964 – 3 volte)

A La pietra scartata dai costruttori

B e divenuta testata d’angolo

A ecco l’opera del Signore:

C una meraviglia ai nostri occhi.

Vangelo di Matteo cap 28,1-10

RINNOVO DELLE PROMESSE BATTESIMALI

Cel. Rinnoviamo la volontà di seguire Cristo. Con il Battesimo avete già iniziato il cammino di conversione al Signore e a rispondere alla sua chiamata; è necessario che questo cammino si approfondisca.

Tutti: confidando nell’amore di Dio noi lo faremo.

Cel. Tendete dunque verso l’amore autentico di Dio Padre, che esclude ogni timore e si affida alle sue promesse.

Tutti: con l’aiuto di Dio noi lo faremo.

 

Cel. Impegnatevi ad ascoltare la Parola e a dialogare con Dio nella preghiera, non emarginandolo dalla vostra esistenza

Tutti: quanto il Signore Dio nostro ha detto, noi lo faremo.

Cel: Rimanete vigilanti di fronte alle ideologie culturali che mutilano il Vangelo, dissacrano i poveri e la dignità delle persone

Tutti: quanto il Signore nostro Dio ha detto, noi lo faremo e Lui solo vogliamo servire.

Cel. L’incontro con Gesù nella Scrittura ci conduce all’Eucarestia dove lo Spirito agisce: ci illumini e ci trasformi

Tutti: il Signore ci aiuti a compiere il suo disegno e a ringraziarlo per i suoi doni.

Antifona n 608/Salmo n 162

Santo n 976

Acclamazione n 957

Agnello di Dio n 977

Canto di Comunione n 604/606

Canto finale n 878

Insieme alla Pasqua

Nella Pasqua ebraica i bambini iniziano il rito chiedendo:

“Perché questa notte è diversa da tutte le altre”

Non siamo bambini, ma questa domanda risuona

Tacitamente per alcuni,

con forza e con sfida per altri.

Con voi

Non per modo di dire…

I vostri volti qui, nella liturgia quotidiana,

in un pensiero reso acuto dall’assenza.

La Quaresima tra fragilità e Promessa,

la riflessione delle Lectio bibliche condivise

con i testi, stavolta,

ma non diverse, nella fedeltà alla Scrittura…

 

Non c’è una comunità virtuale,

ma quella che condivide, comunica e prega.

Insieme, anche nella distanza.

Nell’assenza ci sono tutti i nomi,

i volti, i suoni, le domande, il canto,

il saluto, prima di tornare alle famiglie,

alla casa, alla quotidianità.

Ecco, con voi, non per modo di dire

In una “clausura” diffusa, obbligata

Per noi e per voi.

Confinamento di spazio e di relazioni,

di gesti, di condivisione.

E andando verso la Pasqua,

in questi giorni che rimangono Santi,

il contrasto tra “clausura sanitaria” e

sconfinamento donatoci,

lo sguardo che impara ad essere contemplativo

è per tutti una sfida.

Grande.

(F.C.)

Sera del Venerdì Santo 2020

PASSIONE SECONDO S. GIOVANNI

LO SPOSO VIENE NEL SUO GIARDINO Gv 18,1-19,42

La meditazione giovannea della Passione è incentrata sulla rivelazione dell’amore di Gesù, specchio della sua gloria, compimento della sua vita annunciata nel Libro dei segni (Gv 1-12) secondo un crescendo:

1.     Lo Sposo e le nuove nozze (Gv 2)

2.     Il Nuovo Tempio della sua presenza (Gv 2)

3.     La guarigione degli infermi (Gv 5)

4.     Il Pane che dà la vita al mondo (Gv 6)

5.     La Nuova vista che confessa il Figlio di Dio (Gv 9)

6.     Gesù – la Risurrezione

7.     Il Compimento: dal suo costato lo Spirito, la “sacramentalità”, la nuova umanità riuscita (Gv 13-21).

Tutto si compie nella vigilia della Pasqua ebraica, giorno dell’immolazione dell’Agnello. Il Vangelo giovanneo ha sempre guardato all’evento della croce come innalzamento, l’Ora che viene.

Lo svolgimento del dramma è narrato in cinque luoghi

1.     inizia in un giardino (18,1-11) – l’Eden della nuova creazione (Gen 2,8).

2.     dopo l’arresto l’interrogatorio nella casa di Anna, suocero di Caifa, sommo sacerdote (18,12-27).

3.     al centro il concitato processo presso Pilato, governatore romano (18,28-19,16). Il dibattito svelerà e proclamerà la regalità trascendente di Gesù, che nessuno potrà mai annullare.

4.     Al Golgota la Crocifissione e la Morte (19,17-37).

5.     La sepoltura nel giardino dello Sposo (19,38-42) avvolto di profumi (Cantico dei C. 4,12-16).

Apre e chiude il racconto la duplice scena nel giardino, il Nuovo Eden Sposo (Cantico e Apoc cap 21). Al centro la regalità di Gesù che nessuno annullerà. La composizione è teologicamente appropriata.

1.    Primo luogo – Il Giardino (18,1-11)

Nel giardino della nuova creazione (Gen 2,8) scompare il dramma del Getsemani; viene sottolineata la consapevolezza di Gesù. Egli dirige e domina lo svolgimento degli eventi. Sullo sfondo il testo del Cantico: “Entri il mio amato nel suo giardino (4,16). Così Giovanni narra la venuta di Gesù al di là del torrente Cedron, mentre va incontro a coloro che lo arrestano e chiede: Chi cercate? (v 4). Lo scontro avviene fuori del giardino e Gesù non vuole che si arrechi danno a quelli che il Padre gli ha dato, perché il Pastore custodisce il suo gregge (10,28; 17,12: “Di coloro che mi hai dato io non ho perduto nessuno”). Gesù non è semplicemente nelle mani di altri, è colui che si consegna.

La descrizione dell’arresto ha dell’inverosimile perché un contingente così numeroso non può tendere un’imboscata a sorpresa. Giovanni racconta qualcosa di più profondo: lo scontro tra Gesù e le potenze del male; esse indietreggiano e cadranno di fronte alla proclamazione solenne: “Io sono” (cf Es 3,14).

Poi Gesù interviene per riparare i danni commessi da Simon Pietro, che non capisce e vorrebbe cambiare il corso di ciò che accade. La parola autorevole di Gesù corregge la logica sconsiderata di Pietro: “Rimetti la spada nel fodero”. I discepoli non dovranno difendere Gesù. La Passione è un calice, un rapporto amoroso tra il Padre e il Figlio. Egli proteggerà i discepoli. Così Giovanni trasforma la loro fuga con il comando di Gesù alle guardie di rilasciarli perché “Padre, coloro che mi hai affidato li ho custoditi” (6,39).

2.     Secondo luogo – In casa di Anna e poi di Caifa (18,12-27)

Mentre Gesù è condotto, Pietro lo segue, entra nel cortile aiutato dall’altro discepolo. L’interrogatorio di Gesù è incorniciato tra le due scene del rinnegamento di Pietro. Dei maltrattamenti notturni l’evangelista ricorda solo lo schiaffo e dà risalto, invece, alla profezia del sommo sacerdote (18,14) secondo la quale Gesù doveva morire per il bene del popolo: “Uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un solo uomo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione. Ora egli non disse questo di suo; ma siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno u figli di Dio dispersi” (Gv 11,49-52).

L’istruzione del processo comincia con Pietro, rappresentante dei discepoli, che nega di appartenere al gruppo di Gesù. L’apostolo sta scaldandosi insieme alle guardie e finisce per diventare come uno di loro. La simbologia è severa. Al centro la missione rivelatrice di Gesù rifiutato dal mondo; egli chiede al mondo di dimostrare il motivo dell’opposizione al suo progetto buono: “Se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (18,23). I ruoli si capovolgono e ora è Gesù che interroga e mette sotto accusa.

3.    Luogo centrale – Il processo davanti a Pilato (18,28-19,16)

Il dibattito si svolge in sette scene finalizzate a mettere al centro la Regalità di Gesù. I sacerdoti, osservanti della legge di purità non vogliono contaminarsi entrando nel pretorio, perché devono presiedere alla macellazione degli agnelli al tempio. L’ironia giovannea descrive così la vera contaminazione di coloro che falsificano il processo, piegando la folla e il governatore al loro progetto di morte.

Gesù non ricorre a nessuna autodifesa nell’esercizio della sua regalità, perché è venuto per testimoniare la rivelazione del Padre: essere il pastore che chiama le sue pecore. Coloro che coltivano la sensibilità della rivelazione divina ascoltano la sua voce. Alla fine Pilato esibisce il triste spettacolo di come è ridotto il testimone della Rivelazione del Padre (19,5): un corpo sanguinante e sfigurato. Gesù è uomo che minaccia Roma, i giudei o l’umanità? Non è piuttosto la manifestazione straziante di come si umilia e si calpesta il dono di Dio per la salvezza dell’uomo?

Il processo si conclude con la proclamazione solenne di Pilato: Ecco il vostro Re (19,14), a cui segue la consegna assurda di farlo crocifiggere.

4.     Quarto luogo – Il Golgota (19,16b-37)

Sulla croce campeggia la scritta: “Gesù Nazareno, il re dei Giudei”. Questa scritta dovrà rimanere per sempre e per tutte le culture. Poi i frutti della Regalità: la sua veste, simbolo di colui che raduna i figli di Dio dispersi (11,51), “affinchè tutti siano uno” (17,21). Il gruppo delle donne e il discepolo che Gesù amava sotto la croce, intorno alla Madre, simbolo dell’umanità ricreata in Gesù (cf Ef 2,14-15).

La morte di Gesù compimento delle Scritture e la sua sete di portare a termine la missione affidatagli dal Padre (4,34). E mentre si consuma la sconfitta di Gesù, si compie l’opera per la quale era venuto nel mondo. Ora lo Sposo può reclinare il capo e consegnare lo Spirito (19,31-37). Il Crocifisso si rivela il Nuovo tempio da cui esce il fiume che tutto risana (cf Zc 12,10, Ez 47, Apoc 22).

5.     Quinto luogo – La sepoltura nel giardino (19,38-42)

Due uomini compiono l’azione pietosa della sepoltura. La conclusione giovannea illumina l’alba: la consegna del Padre, le tenebre, lo Sposo avvolto nei profumi e donato all’umanità.

L’amato è così accolto nel suo giardino a un passo dallo splendore della Pasqua. Profumi e lenzuolo simboleggiano la stanza nuziale pronta. La festa di Pasqua inizia quando Gesù è deposto nella tomba. Ora aspettiamo l’alba del Giorno Uno che inaugura la creazione nuova. E’ la gloria della Pasqua e dell’amore del Signore nostro Gesù Cristo

Sera del Giovedì Santo 2020

Prologo della celebrazione della Cena del Triduo pasquale

II Giovedì Santo può essere considerato come l’ultimo giorno della Quaresima e prologo del Triduo Pasquale di Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, punto di arrivo della liturgia annuale e dell’intera nostra vita. La devozione ha riempito questo giorno di molti temi e non è facile far risaltare ciò che Io caratterizza.

La lavanda dei piedi anticipa i contenuti degli eventi pasquali divenendo segno sacramentale del dono dì Cristo, soglia del transito pasquale da invocare come salvezza per la chiesa e l’umanità.

Nella Celebrazione vespertina, Gesù raduna la sua comunità per la Pasqua imminente e prega con essa.

Schema celebrativo domestico 

La memoria pasquale attualizza la consegna totale di Gesù agli uomini con l’amore che giunge al vertice, presenza attiva della Morte e Risurrezione.

Antifona: Il Signore salva il suo consacrato, a lui risponde dal suo cielo santo.

Salmo 20 (Per chi ha il Salterio di Camaldoli Antifona e Salmo n 157)

Preghiera: O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la Santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.

Prima Lettura – Es 12,1-14

Dio parla, la sua voce misteriosa è narrata e giunge fino a noi questa sera. Se il tuo bambino ti chiede: “Che cosa è per voi, Papà e Mamma, quello che fate?” Voi spiegherete: “E’ la Pasqua, il passaggio dall’oppressione alla vita che il Signore ci dona”.

L’immolazione del suo Figlio Gesù è la forza che ci fa uscire dai nostri drammi. Il dolore rimane, come pure la fragilità e la paura, e infine la morte, perché così è la vita! Ma Dio ora le trasforma in uscita, in parto (Gv 16,21). Vivere è fare esperienza di minacce e desiderio di pienezza, di paura e di speranza.

Nell’immolazione e morte dell’Agnello, Figlio di Dio, tutto sembra finito, in realtà tutto comincia e va verso la pienezza. Ora parla l’Agnello Pasquale: “Sapendo Gesù che era giunta la sua Ora, di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li ama all’infinito (Gv 13,1). Ecco la forza che fa passare (Pasqua) le nostre vite storiche spesso impoverite e spaventate, verso la pienezza da tutti desiderata e sognata.

La vita (l’Egitto) sembra il granaio che ci nutre, poi all’improvviso tutto muta e si trasforma in reale e invisibile oppressione. Prevalgono buoni sentimenti, persone che rischiano per salvare, si apprezzano le buone relazioni, si detestano coloro che con furbizia traggono vantaggi egoistici da situazioni di prova; la malvagità non è tollerata.

Si invoca Dio, perché è la Pasqua, il passaggio del Signore che ci libera. La creazione tutta, uomini e cose, nutrono la speranza di essere liberati dalla schiavitù che ci distrugge, per entrare nella libertà della vita luminosa dei figli di Dio (cf Rom 8,19-21).

Salmo responsoriale 116 b

Antifona: Il tuo calice è dono di salvezza

Seconda Lettura – 1Cor 11,23-29

La memoria Eucaristica della Pasqua e la nostra verità 

Persone benestanti a cui non manca nulla, e altri ai quali manca molto, o anche tutto. Se la posizione sociale di alcuni impedisce di vedere il contesto drammatico che ci circonda, o comunque di ignorarlo, non celebra l’Eucarestia. La ritualità per quanto santa, non porta automaticamente all’incontro con Cristo; una frequenza senza discernimento trasforma la Cena del Signore in autocondanna.

Eucarestia e perseguimento di interessi personali egocentrici si oppongono! La ritualità diventa allora una scena che non cambia la vita. L’autoreferenzialità non può comunicare, e se non ci si educa a ripensare le condizioni di privazione e le cause, non si testimonia nella storia la vita di Colui che si offrì.

Acclamazione al Vangelo: – Questo è il mio comandamento: amatevi come io vi amo”:

Dal Vangelo secondo Giovanni, cap 13,1-17

Giovanni allude all’Ultima cena senza descriverla; parla invece dell’ora definitiva di Gesù, come passaggio da questo mondo al Padre; culmine del suo amore per noi che avviene nel contesto di tradimento, opera del diavolo. Gesù, conscio del suo potere sa di ritornare al Padre dal quale era venuto.

Poi una cascata di azioni simboliche, scandite da otto verbi

  • si alza
  • si toglie la veste
  • prende l’asciugamano
  • se lo cinge
  • versa l’acqua
  • inizia a lavare i piedi
  • riprende la veste
  • si siede.

Nella piena coscienza di sé e degli avvenimenti, nella gioia della festa, nell’intimità con gli amici, profondamente rattristato e spaventato che uno dei dodici lo consegni (13,21), Gesù fa dono della sua vita nel lavare i piedi, nel boccone dato a Giuda, nella parola rivolta a Pietro e ai discepoli nel comandamento nuovo. Nell’amore che giunge a pienezza Gesù compie la glorificazione della Pasqua annunciata: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La sua morte diventa modello e forza: “VI ho dato l’esempio”: Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 

Proposta

Lettura del Canone quarto (cf Messalino o da internet)

Dopo la dossologia: Padre nostro e cena familiare.

Alcune considerazioni di W. Kasper da: “Misericordia”, GdT 361, Queriniana pag 83.

“Di fronte a Dio viene meno qualsiasi teologia per quanto intelligente; egli non entra in nessuno schema. Non possiamo parlare superficialmente né del Dio giusto, né del Dio misericordioso, come se questa fosse la cosa più ovvia del mondo. Nel nostro linguaggio possiamo dire: la misericordia è la rivelazione della trascendenza di Dio al di sopra di tutto l’umano e al di sopra di tutto l’umanamente calcolabile. Nella sua misericordia Dio si rivela come il totalmente altro e paradossalmente, nello stesso tempo, come il totalmente a noi vicino. La sua trascendenza non è una lontananza infinita e la sua vicinanza non è una familiarità priva di distanze. Il Dio misericordioso non è semplicemente il “buon Dio”, che lascia correre le nostre malvagità e le nostre negligenze. Al contrario, la sua vicinanza salvante è espressione della sua alterità e del suo nascondimento incomprensibile) Is 45,15). Proprio come il Deus revelatus vicino e manifesto egli è il Deus absconditus. La misericordia di Dio ci rimanda al suo essere totalmente altro e alla sua completa incomprensibilità che è nello stesso tempo l’incomprensibilità e l’affidabilità della sua grazia e del suo amore”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LITURGIA DOMESTICA – DOMENICA DELLE PALME 2020

Per chi ha il Salterio di Camaldoli:

Inno n 61.

Introduzione alla Lettura del Vangelo, in tre parti, con brevi spazi di silenzio, preceduto dalla traccia suggerita.

Di seguito suggerisco questi Salmi:

Salmo 21/22   Dio è lontano?

Salmo 12/13   Un lamento che si trasforma in preghiera

Salmo 87/88   Dio è il responsabile della sofferenza o la Via per affrontarla?

Cantico: Filippesi 2,6-11.

 

PASSIONE DI GESU’ SECONDO MATTEO

Per una meditazione liturgica- cap 26,14-27,66 

Uno sguardo introduttivo

Matteo segue sostanzialmente Marco con alcune varianti significative, preoccupato più di cogliere il significato che di riportare fedelmente la cronaca degli avvenimenti.

La comunità cristiana, fin dall’inizio, ha voluto valorizzare gli aspetti sconcertanti del martirio del Messia. I Dodici hanno sempre faticato ad entrare nel dramma di Gesù: estranei al triplice annuncio, dormirono al Getsemani, al momento dell’arresto Pietro ha una reazione violenta, infine la fuga di tutti. Giuda lo consegna per denaro: “un prezzo di sangue”; Pietro, non regge di fronte all’arresto di Gesù e, toccando il fondo della sua debolezza, dice di non averlo mai conosciuto e di non far parte del gruppo del Galileo.

I poteri politico-religiosi si sono coalizzati; il popolo viene ingannato dalle sue guide spirituali. Nelle ore tremende dei processi e dell’esecuzione del condannato alla crocifissione, Gesù è maltrattato, muore abbandonato, circondato da tenebre e nemmeno Dio risponde al suo grido.

Ecco l’inaudito: Dio scende nella “nube oscura”, non sul tempio, ma sul Messia Crocifisso, annoverato tra i briganti. Dio scende nell’abisso del fallimento del Figlio, che aveva annunciato la Signoria amante del Padre (1Re 8,10-12).

All’inaugurazione del Tempio, Salomone aveva formulato una preghiera al Dio fedele, chiedendo per il popolo di ascoltare e perdonare sempre, soprattutto quando il popolo sarebbe stato sconfitto a causa dei peccati (1Re 8,33ss.).

Sul Figlio innocente Dio tace.

Matteo presenta la nascita di Gesù, per bocca dell’angelo, come l’Emmanuele – Dio con noi – (1,23); all’ingresso di Gerusalemme Gesù è acclamato come “Colui che viene nel Nome del Signore” (21,9); sulla croce Dio è con Lui nella nube oscura. Gesù risorto prometterà di essere con noi tutti i giorni, compresi quelli oscuri delle tragedie (28,20). La fedeltà di Dio sorprende sempre e la sua presenza non è facilmente decifrabile.

PARTE PRIMA

La Cena, il Getsemani, l’arresto – Mt 26,14-56

La cena – cap 26,14-35

Dopo la triste consegna di Gesù, a prezzo di sangue da parte di Giuda, Matteo ricorda le parole di Gesù durante la Cena: “Questo è il mio Sangue versato per tutti in remissione dei peccati” (“6,28);

esse fanno da inclusione con quelle della nascita, pronunciate dall’angelo: “Salverà il popolo dai loro peccati” (1,21); Dio dona agli uomini Colui che muore rigettato; come memoria attiva: “Mangiate, questo è il mio corpo; bevete da questo calice: è il mio sangue dell’Alleanza”, versato per entrare nella negatività umana e ricostruire le fratture abissali degli uomini.

Così Gesù ribadisce, in un contesto di gioia e tristezza, la sua decisione maturata con il Padre, di donarsi completamente per gli uomini.

La preghiera al Getsemani – cap 26,36-46

I discepoli assistono a una scena sconvolgente, vedono Gesù preso come da un crollo, che prega il Padre di liberarlo, ma al di sopra della paura per quello che gli sta accadendo, chiede il dono di fare il disegno del Padre. Poi, come rinfrancato, affronta con determinazione e dice: “Si avvicina colui che mi consegna”. Dio fa entrare anche le consegne più ignobili nel suo progetto misericordioso.

L’arresto – cap 26,47-56

Le varianti matteane rispetto al Vangelo di Marco.Gesù rivolge la parola a tutti i protagonisti dell’arresto:

– a Giuda: per comprendere il senso delle parole di Gesù basta leggere il Salmo 55,13-14. Se tu fossi un nemico mi sarei nascosto, ma sei mio compagno e amico, con cui ho condiviso il cammino della missione affidatami dal Padre mio. Le tue parole “Salve Rabbi” e il tuo bacio mi feriscono più delle spade (Sal 55,22).

– A Pietro: Gesù rifiuta l’opposizione violenta, perchè non risolve, ma imprigiona gli uomini nella rete infernale. Poi Gesù continua: “Non chiederò a Dio nessun miracolo, desidero solo percorrere la sua via misteriosa (vv 38-42) compiendo le Scritture (v 54).

Il compimento delle Scritture è la filigrana caratteristica di tutto il Vangelo matteano; l’evangelista la ricorda puntualmente nei punti nevralgici. Il messaggio è chiaro: se vogliamo entrare nell’intelligenza del progetto di Dio, è necessario leggere gli avvenimenti alla luce delle Scritture, come fece Gesù e la prima comunità.

PARTE SECONDA

Il processo nel palazzo di Caifa, la morte di Giuda,

il processo del governatore romano – cap 26,57-27,26

 

Nel palazzo di Caifa – cap 26,57-75

Come gli altri evangelisti, anche Matteo sceglie ciò che ritiene importante per il discepolo. Prima del processo, i capi religiosi avevano già deciso di arrestare Gesù con inganno e di ucciderlo (26,1-3). Il processo si preannuncia come la farsa dei poteri oscuri. Gesù non è soltanto interrogato, ma anche umiliato, percosso, pur non trovando nulla contro di lui per avvalorare la sentenza già decisa. Allora il sommo sacerdote, solennemente, lo scongiura di dire se è il Messia, il Figlio di Dio. Matteo riporta la risposta di Gesù: “Tu l’hai detto”, dunque l’iniziativa è tua, essa coglie sì il punto essenziale della mia identità e missione, ma io le vivo con una interpretazione diversa, perché non inseguo finalità trionfalistiche.

Da questo momento il contrasto tra la missione del Messia divino e la sorte che le autorità religiose gli riservano, diventa violenza cieca: sputi, pugni, schiaffi, e l’accusa di bestemmia!

Morte di Giuda – cap 27,1-10

Il racconto (solo di Matteo) fa da cerniera e chiave dei processi, mentre avviene il trasferimento di Gesù al governatore romano. Per sette volte l’evangelista cita il “denaro maledetto”, e fornisce una interpretazione diversa della morte di Giuda. Solo Matteo dice che Giuda si pentì (le traduzioni, generalmente riportano il termine “preso da rimorso”) e restituì il denaro dicendo: “Ho peccato avendo consegnato il sangue innocente”. Recentemente è stata dimostrata l’esistenza di una prassi ebraica, secondo la quale i grandi peccati si possono espiare anche con l’immolazione della propria vita (si impiccò). Il sangue di Giuda merita rispetto e silenzio: perché non pensare all’estremo tentativo di unire il proprio sangue peccatore al sangue del Giusto innocente? Per una reinterpretazione diventa centrale ricordare il tema del “prezzo del sangue” (v 6) come lo definiscono le autorità con il quale poi comprano il campo del Sangue , scrivendo così sulla loro terra il crimine attestato fino ad oggi dalle Scritture: Zac 11,12-13 e Ger 32,6-9.

Il processo Romano – cap 27,11-26

L’evangelista non ha la pretesa di raccontare l’interrogatorio, la domanda di Pilato “Sei tu re dei giudei?” rivela l’accusa dei capi religiosi e l’intenzione di spostare il processo sul terreno politico. L’evangelista ancora una volta mette ordine, poi segnala al lettore un paradosso: la moglie di Pilato fa pressione sul marito, perché non condanni un giusto (v 19), mentre le autorità religiose manovrano le folle perché chiedano la liberazione di Barabba e la crocifissione di Gesù.

Pilato, sentendosi impotente, si lava le mani dicendo: “sono innocente del sangue di questo giusto”. La confessione è uguale per contenuto a quella di Giuda (27,4). La risposta delirante di tutto il popolo (non più le folle) chiede il Sangue di Gesù “su di noi e sui nostri figli”. L’interpretazione che la storia ha dato fino ai nostri giorni è tragica, era di maledizione del popolo di Israele e di giustificazione dell’antisemitismo . Oggi si chiede di ristudiare il Sangue di Gesù, perché in quel Sangue tutti hanno la vita e la salvezza. Gesù, durante la cena dice: “Il mio Sangue è sparso per la remissione dei peccati”, dunque è sangue di perdono. Dio non accetta sfide retributive deliranti. Egli è l’amore che nel Figlio sconfigge il peccato e la morte.

Lettera ai Romani:

11,1-2a –Io domando dunque: Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino.  Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio.

11,25-27Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. 26 Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati.
11,29 perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! 

11,32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

PARTE TERZA

Il supplizio della croce e la morte di Gesù – cap 27,27-66

L’esecuzione è rappresentata dal gioco macabro dei soldati che incoronano “il re dei giudei” con le spine; Gesù è crocifisso in mezzo a due briganti, al posto di Barabba, dileggiato con insulti confezionati dalla distorsione dei Salmi. Un altro modo matteano per dire: affinchè le Scritture si compiano nella vita del condannato.

Le aggiunte: “ha confidato in Dio, lo liberi, se gli vuol bene” (Sal 22,9); poi il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2) chiudono le ultime ore di Gesù.

La risposta di Dio: Egli discende nelle tenebre del Figlio, solo, schernito, fallito, morto; ora Egli è “l’unico santuario degno di questo nome” non esiste un mondo più sacro e più profano.

Non è più il tempio il luogo di accesso a Dio, né altri santuari sparsi nel mondo, ma il Crocifisso, e crocifissi, scrive profeticamente M. Grilli.

Infine Matteo scorge la nuova condizione del cammino umano, frutto della morte di Gesù e la descrive con i simboli della tradizione apocalittica.

Vorrei parafrasare liberamente la teofania del Crocifisso con quella sperimentata da Elia sull’Oreb (1Re 19,11-13).

“Non nel terremoto, non nel vento, non nel fuoco

ma nella voce del silenzio frantumato di quel crocifisso

da cui discende il perdono che porta a compimento i tempi della grazia,

squarciando non i monti, ma le nostre tombe, i nostri sepolcri

e farci uscire risorti, come aveva profetato Ezechiele (cap 37,12-13)

per essere condotti finalmente nella citta santa

della Nuova Gerusalemme che discende dal cielo (Ez 37,21b-28).

In questa prospettiva viene rivelata all’umanità una relazione senza alcun condizionamento; essa è chiamata a rendere visibile il volto di Cristo, di Dio e anche dell’uomo, colto nel suo valore più autentico (cf Ap 21,1-4.22-24).

Dio ci accompagna nei nostri contesti di prova, di esodi, di violenza, di fragilità e di nuove povertà. Egli non abbandona l’uomo nemmeno quando questi si dispera perché si sente abbandonato da tutti e da Dio stesso. Il Signore è garante della convivenza perfetta che ci attende, senza lacrime, senza aggressioni, senza sofferenza e lutto. Alla malvagità umana Dio risponde donandoci il “Sangue sparso” per il perdono e la salvezza.

Riferimento bibliografico

Vanni, con Gesù verso il Padre, ADP 2002, pp 28-57

Vanoye, La Passione secondo i quattro Vangeli, Queriniana 1983, pp 15ss

Grilli, La speranza della Croce, EDB 2017, p 56. Scriba dell’Antico e del Nuovo, EDB 2011.  Pasqua 2020, Lettera agli amici (inedito)

Michelini, Matteo, San Paolo 2013;  “Il Sangue dell’Alleanza e la salvezza dei peccatori”,           Ed Gregorian Biblical Press, 2010

N.T. Wright, Gli ultimi giorni di Gesù, San Paolo 2010

Pedroli, Dal fidanzamento alla nuzialità escatologica, Cittadella 2007, p 345ss.

Verso la Pasqua Massimo Grilli

Ci è giunta questa lettera-riflessione di Massimo Grilli, che di recente ha tenuto a S. Maria in Colle il corso sui Vangeli dell’infanzia e la condividiamo…

Care amiche e cari amici,

con una certa difficoltà ho deciso di inviarvi qualche mia riflessione sul periodo che viviamo. Siamo in una situazione in cui le parole si rivelano del tutto inadeguate. E tuttavia, pur nell’incompiutezza e nella frammentarietà, abbiamo il dovere di scambiarcele, perché il frammento ci rinvia sempre a qualcosa di compiuto, che ha un senso, anche se non ci appartiene, ma che comunque sappiamo che esiste.

La prima parola, spontanea, che mi viene sulle labbra in questa tragica circostanza è “fragilità”. Poche volte, come oggi, anche il nostro occidente, di fronte a un nemico invisibile, prende coscienza della sua caducità. Dico “anche il nostro occidente” perché, in tante altre regioni del mondo, la coscienza che il limite contrassegni la sorte dell’uomo è pane quotidiano. La malaria, ad esempio, una malattia conosciutissima e controllabile, continua – inspiegabilmente, e sotto lo sguardo indifferente dei più – a mietere quasi mezzo milione di vittime all’anno, con il coinvolgimento del 60% dei bambini al di sotto dei cinque anni. Riscoprire la caducità è principio di saggezza, perché la prima regola per venire alla luce è di non mentire di fronte ai fatti. In un momento così delicato, riconciliarci con la nostra fragilità è la condizione senza la quale nulla può ricominciare. La speranza è che tutti possiamo recuperare almeno la saggezza del giorno dopo, dato che quella del giorno prima non ci appartiene. Dobbiamo far sì che le nostre relazioni non siano più regolate dall’arroganza e dalla presunzione, ma dalla consapevolezza di condividere una condizione di base: siamo argilla fragile. È un dato costitutivo del nostro essere e niente è possibile senza questa verità. Non ho molta fiducia che in occidente, dopo questa violenta crisi, si arrivi a questa saggezza del giorno dopo, ma forse a noi credenti è chiesto di testimoniarlo.

La seconda parola che mi sgorga dentro è: “perché?”. Come Israele nel tempo, dell’esilio, continuo a chiedermi: “perché?”. Penso alle ultime parole del Crocifisso, secondo Marco e Matteo: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Perché una morte così crudele per tanti esseri umani, senza una carezza, senza una parola di consolazione, senza una lacrima delle persone care? E perché proprio i più indifesi, i più deboli: i vecchi, i malati, quelli più segnati dalla crudeltà della vita… tutti quelli che i Salmi pongono costantemente sotto le ali del JHWH, Colui che si prende cura di loro e li protegge…? Ancora una volta la Parola di Dio viene smentita dai fatti. Soprattutto in questo tempo, ho pensato spesso al romanzo dello scrittore franco-algerino Albert Camus – La peste – e all’incredulità del dottor Rieux di fronte alla sofferenza innocente; ho pensato all’indice rivolto verso il cielo: “Tu vedi, vedi, Lui tace!”. È vero che, spesso, Dio tace perché gli uomini – con la loro arroganza e il loro cinismo – lo hanno messo a tacere, ma non può essere solo questa la ragione del silenzio di Dio, soprattutto in certi momenti, quando ogni sicurezza umana è stata annientata da un virus invisibile. Ci sono tempi, nella vita – e sono questi – in cui appaiono con maggior evidenza le debolezze della natura umana, in cui ci rendiamo conto che esistono cose più importanti delle nostre consolazioni a buon mercato, dei nostri orticelli spirituali, del conoscere e affermare sé stessi. Siamo in un momento in cui abbiamo coscienza che le utopie della modernità non ci hanno portato oltre la solitudine e la morte… Ma proprio per questo – proprio perché la situazione si è fatta desolata, assurda e disperata – ci chiediamo: “perché?”. Abbiamo bisogno di una Presenza. Si sente bisogno di un amico nei giorni dell’impotenza più che in quelli dell’onnipotenza. Il potente di turno ha sempre “followers” intorno a sé, ma chi è disperato, chi è solo, non ha nessuno.  Come nel momento dell’esilio di Israele a Babilonia, in questa disperata solitudine che attraversa le nostre città e le nostre case, siamo forse chiamati a ripensare e interrogarci sull’immagine che abbiamo di Dio e dell’uomo.

A ripensare l’immagine di Dio, anzitutto. Abbiamo sempre immaginato il Dio “onnipotente”, dispensatore di benessere e di prodigi e lo abbiamo cercato nei santuari, nei riti, nei ministri della chiesa… Oggi, in questo momento decisivo, siamo senza messa, senza ministri, senza chiese… e senza miracoli. Ecco allora la domanda: non siamo chiamati a riscoprire ciò che è a fondamento della fede, il mistero che è al di là del segno, ciò che è oltre? Non sto dicendo che possiamo vivere senza segni; dico solo che, diventati ministri tuttofare, corriamo il rischio di perdere l’essenziale, di perdere Colui senza il quale i santuari, i pellegrinaggi e preti sono tromboni che risuonano e cembali che tintinnano. Non siamo chiamati in questo momento a riscoprire la Parola, la “nostalgia” della Parola e dell’Eucaristia, in una fede autentica, lontana dagli orpelli, dai fronzoli di cui l’abbiamo rivestita? Non siamo chiamati a incontrare Dio nell’unico santuario degno di questo nome: l’uomo e, anzitutto, l’uomo crocifisso? Non esiste un mondo sacro e un mondo profano: ciò che è di Dio esiste solo nelle cose profane.  Non a caso, nel momento in cui Gesù muore, il velo del tempio si squarcia e un pagano “vedendolo morire così” proclama Gesù “figlio di Dio”. Non è più il tempio il luogo di accesso a Dio (né quello di Gerusalemme, né quello dei tanti Garizim sparsi nel mondo) ma il Crocifisso, e i crocifissi: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero infermo e siete venuti a visitarmi, ero nudo e mi avete vestito…”.

Con l’immagine di Dio è necessario ripensare anche l’immagine dell’uomo e delle creature tutte. Mi ha colpito come, in questo tempo e in questo mondo così interconnesso da essere ormai quasi indistintamente votato alla vita o alla morte, sia stato detto che è fondamentale il recupero della “distanza” (almeno un metro, ci dicono!). Al momento dell’ingresso del virus nel nostro contesto italiano, stavo offrendo alla Pontificia università gregoriana un corso sul «Volto, epifania e mistero» e cercavo nella Bibbia i fondamenti di come si possa essere in comunione soltanto nel rispetto della distanza. È ovvio che la distanza non coincide con l’estraneità. Il libro dell’Esodo racconta che Dio scende verso il suo popolo, ma il popolo deve stare a distanza; anzi Mosè, il servitore per eccellenza, pur essendo il confidente di Dio, deve rimanere a distanza. La comunione non è simbiosi né affastellamento, ma relazione dialogica. La donna, nella Genesi, è presentata come una-che-sta-di-fronte all’uomo, sia perché l’essere umano è destinato a trovare il senso della “sua” vita solo di fronte a qualcuno che ci mette in questione, sia perché l’altro/a, nell’essere di fronte, è veramente un “tu” che non si può né catturare. La tentazione dell’uomo è sempre la stessa: inglobare l’Altro, invece di riconoscere che l’altro esiste prima di ogni mia iniziativa e ogni mio potere. Riconoscere la distanza, dunque, è più importante dell’empatia e del contatto immediato. Ha scritto la poetessa Candiani: “noi non sentiamo… il corpo dell’altro: non sentiamo quando sta tremando di fianco a noi, quando ha paura, quando si sente offeso e ferito. Forse il metro di distanza ce lo insegnerà?”. Vale anche per le altre creature. Purtroppo, diverse componenti che hanno strutturato la civiltà ebraico-cristiana, hanno interpretato il genesiaco “soggiogare” e “avere dominio su ogni essere vivente” in maniera fondamentalista e criminale. Oggi ci accorgiamo di essere al punto di non ritorno. Ne dovremo rendere conto a Dio e ai futuri figli degli uomini. Io spero che la diffusione di questo virus, a cui non è certamente estranea la situazione della nostra terra, ci porti tutti a un fecondo ripensamento.

È alle porte la settimana della passione-morte-risurrezione del Figlio dell’uomo, Colui che per noi cristiani incarna l’immagine autentica di Dio e l’immagine autentica dell’uomo. Gli eventi della croce ci dicono che la sconfitta, la solitudine e persino il peccato dell’uomo (sì, anche il peccato) appartengono ormai a Dio e vengono assunti nel mistero di salvezza. La notte di Pasqua, nel buio e nel deserto delle nostre chiese, qualcuno canterà: o felix culpa!  Il grande sabato – come lo chiama la tradizione orientale – quello che precede la Pasqua, è un giorno di silenzio: il giorno della tomba silenziosa e deserta. Un’antica omelia sul grande sabato attribuita a Epifanio, recita: «Oggi sulla terra c’è un grande silenzio, grande silenzio e solitudine». È il silenzio di un’ulteriore kenosis, come canta ancora la liturgia bizantina al mattutino del sabato santo: «sei disceso per cercare Adamo, e non avendolo trovato sulla terra, o Signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi!». E ancora, un’antica omelia siriaca: «Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso, l’ha chiamato: “Adamo dove sei?”, come gli aveva detto nel giardino (Gen 3,9). Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti».

Il giorno del grande silenzio diventa, paradossalmente, nel mistero di Cristo,  il giorno della Ricerca, dell’Incontro e dell’Amore. Ha scritto il testimone della chiesa confessante Dietrich Bonhoeffer: «in Gesù di Nazareth, Dio … vuole essere là, dove l’uomo non è più nulla… Dove è Gesù, c’è l’amore di Dio. Ma la documentazione comincia ad avere tutta la sua serietà, quando Gesù o l’amore di Dio… assume su di sé anche il destino che sovrasta ogni vita, la morte, cioè quando Gesù, che è l’amore di Dio, muore realmente; solo così l’uomo può diventare certo che l’amore di Dio lo accompagna e lo guida anche nella morte; e la morte di Gesù crocifisso come un delinquente mostra che l’amore divino trova la strada per arrivare fino alla morte del delinquente; e se Gesù muore sulla croce gridando: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), questo significa… che l’eterna volontà di amore di Dio non abbandona l’uomo nemmeno là dove egli dispera per l’abbandono di Dio”. Sì, Dio non ci abbandona neanche quando noi disperiamo della sua Presenza. È stato detto che ci sono bestemmie di uomini disperati che sono più accette a Dio di tante lodi di uomini benpensanti. Chi muore, in questi giorni, non ha probabilmente né la forza per maledire, né la coscienza e l’energia necessaria per pregare. È semplicemente solo. Questa solitudine però è abitata da Dio. Forse, è proprio a partire da questa solidarietà che potremo trovare la forza di nascere a vita nuova. È l’augurio che ci facciamo.

Santa Pasqua!

Massimo Grilli

V LECTIO DOMENICA DI QUARESIMA 2020

DALL’OGGI ALLA PIENEZZA DEL TEMPO

L’annuncio solenne di Gesù inaugura la missione in Galilea – Mc 1,14-1

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Non sappiamo se le parole furono pronunciate esattamente così da Gesù o se invece Marco le pose come sintesi del suo racconto. Ciò che importa per noi è che esse interpretano fedelmente il significato della missione di Gesù per l’oggi della storia e che Dio porta a compimento la Promessa donandoci l’Evangelo (Evento Buono) mediante il suo Figlio.

Per meglio comprendere l’annuncio pregnante formulato in greco col passivo perfetto, lo leggiamo nella forma transitiva: Dio porta a pienezza il tempo con un’azione che, iniziata nel passato, non sarà più interrotta per tutta la durata della storia. Dio ci dona la sua azione amante (Regno di Dio), rendendola perennemente alla nostra portata mediante l’opera di Gesù. Così facendo Dio, nel suo Figlio, inaugura il tempo nuovo (il Vangelo di Dio) con l’invito pressante da parte di Gesù di dare attenzione alla sua azione (“convertitevi”) e accogliere l’Evento Buono.[1]

Con Gesù irrompe l’azione della signoria amante di Dio nella storia.

L’affermazione resta indeterminata, ma sarà il racconto successivo a dare il volto concreto dell’azione e dell’uditorio particolare. Posta così, essa supera volutamente tutte le circostanze per arrivare fino a noi. L’evento accaduto in Galilea assume così una portata vasta perché offerto, nel tempo e per tutte le regioni a tutti agli uomini al fine di donare un significato nuovo al nostro vivere. L’annuncio di Gesù rompe con la mentalità giudiziale e punitiva del Battista, si veda in proposito il testo parallelo di Mt 3,4-11 “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.  Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano;  e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano. Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?  Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.  Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Gesù, nell’intestazione marciana mette in risalto l’azione di grazia del Signore. Non si tratta di fare qualcosa per evitare il peggio, ma semplicemente dare attenzione e accogliere l’azione divina che ci trasforma; un aspetto che spesso rimane in ombra nella catechesi. La storia del Vangelo narra che Gesù prende l’iniziativa di avvicinare tutte le persone lungo la sua itineranza, affermando: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,14-17). E Lc cap 19,10 aggiunge: “Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”.

Il filo del racconto marciano, dopo l’annuncio del programma di Gesù, ricorda la chiamata dei primi discepoli (1,16-20). Gesù intende coinvolgerli nella sua missione, che dovrà continuare anche dopo di lui; Egli li chiama non solo per se stessi, ma anche per raggiungere tutti, facendoli pescatori di uomini.[2]

Il lettore è avvertito che si tratta di una grazia a caro prezzo, infatti l’inizio della missione di Gesù coincide con l’arresto e poi il martirio del Battista. L’Evento Buono, l’Evangelo di Dio inizia col presagio della sofferenza. Gioia e gemito accompagnano l’azione di Dio nel suo Figlio, come illustra bene Paolo in Rom 8 e Mt 11,12; tuttavia nessuno sarà in grado di arrestare il cammino dell’Evangelo. Il tempo che va compiendosi non è semplicemente l’alternarsi temporale del giorno e della notte o il ritorno ciclico delle stagioni. Il tempo di Dio realizza la sua Promessa di legame eterno con l’umanità; lo ribadisce con forza Geremia, in tempi non solo oscuri, ma anche di tragedia.

Il coraggio della speranza

Ascoltiamo tre testi importanti, in cui il profeta ribadisce la fedeltà di Dio a ciò che ha promesso, e la sua volontà di non permettere che la creazione piombi nel caos distruttivo del diluvio:

1.    Ger 33,20-21+25-26

Dice il Signore: Se voi potete spezzare la mia alleanza con il giorno e la mia alleanza con la notte, in modo che non vi siano più giorno e notte al tempo loro, così sarà rotta anche la mia alleanza con Davide mio servo, in modo che non abbia un figlio che regni sul suo trono, e quella con i leviti sacerdoti che mi servono. Dice il Signore: «Se non sussiste più la mia alleanza con il giorno e con la notte, se io non ho stabilito le leggi del cielo e della terra, in tal caso potrò rigettare la discendenza di Giacobbe e di Davide mio servo, così da non prendere più dai loro posteri coloro che governeranno sulla discendenza di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Poiché io cambierò la loro sorte e avrò pietà di loro».

2.     Gen 9,9-17

«Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi
e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne.
Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne
e noi ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne.
 L’arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna
tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne
che è sulla terra». Disse Dio a Noè: «Questo è il segno dell’alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra».

Con un patto unilaterale, Dio promette la stabilità delle leggi della creazione e di non rigettare l’uomo, di non distruggere il popolo della promessa. Così il Signore risponde alle crisi storiche e alle paure. La vita non sarà estinta, anzi, l’opera creatrice e riscattatrice cambierà i tempi oscuri dell’umanità, perché Dio è il Dio delle viscere di misericordia e di vita.

3.    Ger 31,31-34

«Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

Il profeta annuncia il tempo di Gesù, l’Alleanza nuova che renderà tutti capaci di avere esperienza di Dio e del suo perdono. La promessa di speranza neutralizza il pessimismo antropologico che può insorgere nei tempi delle catastrofi globali.[3] Lottare continuamente contro il male è la manifestazione del Regno di Dio. Il male occupa ancora tanto spazio, non vuole perdere terreno e resiste alle azioni che lo contrastano.

Richiamo una riflessione di J. Sobrino su Oscar Romero, che può interessare le chiese:

“Devono “beneficare”, fare il bene, ma non solo aiutando il povero, bensì difendendolo dai suoi aggressori. E devono difenderlo non solo in questo o quell’altro ambito dei suoi problemi, ma nella totalità; e ciò deve essere certamente fatto da un’università che sia “università”, aperta per principio alla totalità. Importanti e necessari sono le istituzioni per i diritti umani, ma non bastano; i poveri devono essere difesi dal diritto. L’economia deve difendere dalla fame e combattere quanti, persone o strutture, la producono, a maggior ragione quando la povertà è la conseguenza di un sistema per produrre ricchezza. Lo stesso si può dire delle ingegnerie e della loro capacità di produrre spazi vivibili oppure disumani. Delle psicologie che orientano o disorientano davanti a ciò che avviene con la salute mentale, personale e, soprattutto sociale. Della medicina, della sociologia, della politica, della storia, della letteratura, della filosofia. E della teologia: come arrivare a conoscere e pensare un Dio che favorisce e difende la vita dei poveri, come camminare con lui umilmente nella storia e come praticare Dio, come dice Gustavo Gutierrez”.[4]

Dare attenzione al Regno di Dio e accoglierlo significa sintonizzarsi con la Sovrana Misericordia Divina, come ha fatto Gesù di Nazaret, che sempre si è offerto liberamente e radicalmente, fino a patire, al fine di realizzare il Sogno del Padre.

Due parabole, fra le tante raccontate da Gesù, illuminano Il futuro di Dio che entra nel presente

La prima:

Mc 4,26-29+30-32: Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.  Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.  Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?  Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».

Dio è al lavoro per realizzare la trasformazione profonda della storia; Gesù non è un visionario del futuro, ma con le sue parabole ci offre una lettura del dinamismo del Regno, che opera misteriosamente nel tempo:

vv 26-27a:       Un uomo semina, poi si riposa nell’alternarsi dei giorni e delle notti

v 27b:              Il seme è al lavoro e cresce; l’uomo non ne controlla la forza vitale e neppure conosce come questo avvenga.

v 28:                entra in gioco il terreno, favorendo la crescita dello stelo, della spiga e del frutto maturo.

v 29:                Finalmente compare Colui che manda a mietere. Nel Vangelo di Marco è Dio. La mietitura rappresenta il compimento del Regno di Dio (cf Mc 13,27).

La seconda:

4,30-32: Marco descrive il presente infimo e la conclusione inimmaginabile, tale è la forza nascosta dell’azione divina. Non sappiamo come agisca, arriva però la manifestazione sorprendente dell’albero dopo il suo sviluppo. Non si dà rottura tra presente e futuro, ma continuità nel dinamismo segreto, che opera e chiede all’uomo di avere fiducia e di stare persino calmo, di dormire.[5]

Far fiorire l’essere umano: la formazione dell’uomo

Nella quarta Lectio, L. Biagi ci proponeva di indagare la natura dell’uomo, ricavarne gli sviluppi e gli impegni concreti di azione; avvertiva che non si tratta “di un pensiero sbrigativo, un pensiero corto, slogan che toccano solo la pancia”. Su questo orizzonte vorrei proporre alcuni brani della Lettera agli Ebrei, per cogliere come Gesù ha vissuto e interpretato la sua avventura umana e quali sono stati i suoi punti di riferimento irrinunciabili.

L’Omelia della Lettera agli Ebrei rappresenta una sintesi teologico-spirituale ricca matura, che vale la pena rivisitare, anche solo con qualche spunto.

Il percorso umano del Figlio di Dio – cap 2,14-18

“Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.

Gesù condivise la fragilità umana e affrontò il suo cammino tragico per modificare radicalmente il destino amaro degli uomini: la morte. Con la sua morte distrugge l’evento terribile che renderebbe insensato il percorso umano. L’Evento Gesù riapre il cammino verso la vita, sena limiti, nella condizione di Dio. In questa affermazione, purtroppo oscurata dalle prove, dalla paura, l’autore condensa tutta la rivelazione: dalla creazione alla Pasqua. L’obiettivo di Gesù, interpretando il progetto del Padre, è di svuotare la morte e il corteggio di tutta la sua potenza, che imperversa nella storia. Un frutto oscuro del male, che sinteticamente chiamiamo malvagità, egoismo (2,14).

Per realizzare la sua missione di soccorritore, Gesù non scelse di separarsi dagli uomini suoi fratelli, o di vivere una vita privilegiata rispetto ai poveri. No, egli visse povero; per sé non operò nessun segno potente; volle soffrire come il più miserabile dei falliti e morire come gli abbandonati. (vv 17-18). In questo quadro emergono due valori fondamentali del mistero di Dio e del suo Figlio: la docilità affettuosa al Padre, per condividere il suo amore e i suoi progetti, e la solidarietà viscerale e materna per gli uomini, percepiti come parte di sé, fratelli di sangue. Gesù è proclamato uomo misericordioso e affidabile per ciò che riguarda le cose di Dio.

Due virtù di massimo livello, che esprimono la capacità di relazionarsi in maniera unica e profonda. Il cammino del seme necessita di questi valori. Guai se nell’umanità venissero meno: assisteremmo al trionfo delle forze infernali.

Il v 18 afferma che vivere questi valori significa per Gesù soffrire ed entrare nell’oscurità della prova, ma senza venir meno alla relazione fiduciale con Dio e al compito solidale per l’uomo.

Soffrire ed essere riprovati non sono la stessa cosa. Anche nella passione Gesù sarebbe potuto infatti restare il Cristo acclamato.

La passione sarebbe potuta ancora essere oggetto di tutta la compassione e ammirazione del mondo. Nel suo aspetto tragico, la passione avrebbe potuto conservare un proprio specifico valore, un proprio onore, una propria dignità. Ma Gesù è il Cristo riprovato nella passione. L’essere riprovato toglie alla passione ogni dignità e onore.Essa non può che essere una passione disonorevole. Passione e riprovazione compendiano la croce di Gesù. La morte in croce significa patire e morire come chi è riprovato ed espulso. (D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, p. 75-76)

Il punto centrale della nostra lectio è la sezione di Ebr 4,15-5,14

La terminologia potrebbe disturbare una certa mentalità moderna, perché l’autore parla di Cristo come dell’unico sacerdote, capace di risolvere il problema dell’uomo:

avendo condiviso il dramma umano fuorchè il peccato, Egli è in grado di capire i nostri cedimenti (4,15); anzi, Cristo rivela il trono della misericordia (4,16); un servizio che ha strumenti per guarire e rilanciare la vita. Perché difendersi da questa offerta tanto necessaria? Spesso si continua a pensare al trono della Signoria di Dio come un esercizio giudiziale freddo e implacabile. Chi ha stravolto questo volto nella chiesa?

“Nessuno ha mai visto Dio, colui che vive una relazione filiale, unica per nascita e condizione ce l’ha interpretato” (Gv 1,18), diventando fragilità e percorrendo il nostro stesso pellegrinaggio esodico, sopportando la fatica della finitudine (Gv 1,14), imparando dalle cose che soffrì il valore luminoso di Dio: la sua gloria.

Riporto un commento di M. Grilli, che ci aiuta a capire il parallelismo teologico, la vicinanza di pensiero di Giovanni con l’autore della Lettera agli Ebrei contemporaneo a Giovanni (90-100 dC).

“Sì, la Parola si fece carne

E pose la sua tenda in mezzo a noi”.

Il v 14a rappresenta l’apice della parabola discendente: il momento decisivo che va letto in parallelo col v 1. All’inizio si diceva che la Parola era, ora si afferma che essa diviene; si predicava che la Parola era con Dio, ora si dichiara che è in mezzo a noi; si proclamava che essa era Dio; ora si sostiene che diviene sarx, carne! Il kai assertivo dell’inizio del v 14 segna il momento culminante del tragitto e, nello stesso tempo, invita il lettore a credere nel paradosso di una Parola che si fa carne. Perché di un vero e proprio paradosso si tratta! Il termine sarx sta qui a indicare l’uomo nella sua creaturalità, nel suo divenire, nella sua fragilità strutturale. “Ogni carne è come l’erba e ogni sua gloria è come il fiore del campo. L’erba si secca, il fiore appassisce… “(Is 40,6-7). Nessun filosofo greco si sarebbe espresso in questi termini. Bonhoeffer soleva dire che Dio si fa debole nel mondo e così ci aiuta: ci salva con una solidarietà fondata non sull’onnipotenza ma sull’impotenza, sulla condivisione della nostra condizione. Il verbo greco eskenosen contiene le tre radicali (s k n) che costituiscono la struttura portante del termine ebraico sekinah; il nome di Dio che richiama la sua dimora in mezzo al popolo. Dio che fa abitare la sua sekinah in mezzo a Israele era, allo stesso tempo, garanzia e impegno. Lo stesso Ezechiele riporta questa decisione di Dio: “Io abiterò in mezzo agli Israeliti per sempre” (Ez 43,7), E, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? La carne di Gesù è l’impegno di Dio che si rinnova, in favore di Israele e di ogni carne.

“E noi abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria dell’unigenito

Venuto da presso il Padre,

pieno della grazie della verità” (Gv 1,14b).[6]

La Lettera agli Ebrei parla di amore che ridona vita, anche dove è compromessa. Egli è qui tra noi come l’inviato della Misericordia del Padre per soccorrerci, diventando la nostra salvezza eterna (Ebr 5,7-9). Non ci resta che invocare il dono della Via vivente, inaugurata da Cristo, nostro modello esistenziale (Ebr 10,20).

Ebr 10,5-14:

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 

Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà.

 Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.

 Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

Il testo è pregnante; segnalo solo qualche passaggio. La Via esistenziale inaugurata da Gesù fonda la Nuova Alleanza, il legame eterno di Dio (cf Ger 31,31-34 ed Ez 36,16-28), e trasforma la nostra vita in obbedienza (cf Os 6,6).

L’autore della Lettera ci informa come Cristo iniziò la sua avventura umana e che cosa domandò a Dio suo Padre: “Scavami l’orecchio, dammi il dono di obbedirti (Sal 40), insegnami ogni giorno a essere il figlio dell’ascolto (Cf Is 50,1-5), per compiere il tuo disegno luminoso (volontà) come è scritto per me nel tuo libro. Questo desidero: la tua volontà diventi l’ispirazione continua delle mie scelte”.

Questa preghiera corrisponde esattamente a quanto narrano i Vangeli. La prima parola di Gesù in Lc è: “Non sapevate che io debbo essere nelle cose del Padre mio?” (cap 2,49). E l’ultima parola, che forma l’inclusione del suo vissuto: anche se sento la ripugnanza di ciò che mi aspetta, scelgo ancora il tuo disegno: “Non la mia volontà si compia, ma la tua” (cap 22,42).

E Gv 4,34: Il cibo che io cerco con assillo è di compiere la volontà del Padre e realizzare l’opera che mi ha affidato”. Dovremmo chiedere di mettere queste invocazioni al di sopra dei nostri progetti, spesso suggeriti da privilegi egoistici. In questo senso Gesù dice di nutrirsi di un cibo che noi non conosciamo.

I profeti e i Salmi contestato una religiosità formale (Is 1). Nel Salmo 50,13, Dio ironicamente deride i sacrifici di animali: “Mangio forse la carne dei tori? Gradisco il sangue degli animali o addirittura il figlio delle tue viscere?” E Michea ( cap 6,6-8) avverte: “Oh, uomo, che cosa ti chiede Dio? Non forse un salto di qualità, che consiste nel fare la mia volontà (la giustizia), amare il Bene; camminare con Dio obbedendogli”.

Il disegno di Dio ha il suo luogo privilegiato nello spazio orante del Libro, dove Dio mi parla nel dono dello Spirito, pone la sua Parola nel profondo del cuore come l’ispirazione di ogni mia scelta.

L’importanza dell’offerta esistenziale di Gesù è decisiva, perché inaugura il culto nello Spirito (cf Ebr 9,14) e realizza il Vangelo di Dio (Mc 1,15). Per questo disegno divino del Padre noi siamo santificati (Ebr 10,14). L’offerta accaduta nella vita di Gesù diviene il dinamismo che progressivamente ci rende affini ai voleri di Dio, porta a pienezza la nostra umanità nell’amore a Lui (Dt 6,5) e del prossimo (Lv 19,18), proclamati da Gesù come il primo comandamento (Mc 12,29.[7]

Questa prospettiva vertiginosa è riassunta nella rivelazione di Gesù alla Samaritana:

Gv 4,21-24: Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre.  Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

Per un approfondimento appropriato segnalo “il tesoro di Giovanni”di U. Vanni, Cittadella 2010, p 108ss.

Mi limito a riportare qualche passaggio: “Il Padre cerca ed è in attesa di nuovi adoratori… secondo una modalità più alta. Essa consiste nella vita gestita dallo Spirito, il quale rende operativa in noi la ricca interpretazione di Gesù riguardo al Padre e l’opera che gli chiede. I valori divini concentrati in Gesù (la Verità, il vero umanesimo), vengono trasmessi a noi mediante lo Spirito, il cui compito è di guidarci alla Verità tutta intera (Gv 16,13). Lo Spirito è considerato come il gestore dell’umanesimo di Gesù, colui che fa intuire e dona la forza per applicare le scelte di Gesù nel nostro oggi. Lo Spirito riprende tutti gli aspetti della vita di Gesù e li pone nel nostro intimo. Le persone che accolgono senza riserve i doni tipici di Cristo, instillati dallo Spirito, sono gli adoratori che Dio cerca e vuole.

Il percorso biblico ebraico-cristiano non ci indirizza verso un cultualismo magico, oggi di ritorno sotto la sferza della paura. Non ci si serve del sacro; i profeti e Gesù hanno sempre criticato aspramente queste pratiche; basti ricordare la cacciata dei venditori al tempio (Mc 11,15-18). Ebr 10,5-14; Gv 4,21-24 ricordano il culto più alto, fatto di obbedienza al Padre e di servizio solidale agli uomini.

La vita cristiana si delinea fin dall’inizio priva di formalismi magici e di autonomie che finiscono sempre in assolutizzazioni idolatriche. Il rischio del male culturale, diceva C.M.Martini, consiste nel legittimare teorie che appaiono utili e perfino necessarie: come i nazionalismi esasperati, le violenze giustificate, ogni forma di arbitrio per difendere i propri privilegi. Tutte forme che conferiscono al male un atteggiamento rispettabile, attraente, perfino colto.[8]

“La libertà e la creaturalità quando viene creato l’altro uomo, sono legati insieme nell’amore. […] Là dove sia venuto meno l’amore per l’altro, l’uomo ha ormai la sola possibilità di odiare il proprio limite, e non desidera che avere in proprio possesso l’altra persona umana senza alcun freno, o addirittura annientarla senza alcun freno, dal momento che ora egli si richiama al suo contributo, al suo diritto. […] Questo è il nostro mondo. La grazia dell’altra persona umana, che è nostro aiuto, in quanto ci aiuta a sopportare il nostro limite, in quanto cioè ci aiuta a vivere al cospetto di Dio, in quella comunione che sola ci rende possibile vivere al cospetto di Dio, questa grazia si è trasformata in maledizione, e l’altro è diventato l’occasione di rendere sempre più esacerbato il nostro odio nei confronti di Dio; per causa sua non siamo più in grado di vivere al cospetto di Dio, egli è per noi continua occasione di giudizio. […] La forza della  vita si trasforma nella forza della distruzione, la forza della comunione si trasforma nella forza dell’isolamento, la forza dell’amore si trasforma nella forza dell’odio”.[1]

[1] D. Bonhoeffer, Creazione e caduta, Queriniana, vol 3, 1992, p 84.

Disse Pietro al pagano Cornelio: “Dio era con Gesù, il quale passò beneficando e sanando tutti coloro che erano oppressi dal male (Satana) (At 10,38). Dovremmo imparare a stare sul confine: essere vicini a tutti, e lontani per non essere omologati. Siamo infatti quelli della Via (At 9,2).

Non ci resta che accogliere l’invito di Gesù in Gv 15,5: “Rimanete in me” (equivale a seguirlo!). Questo ci permetterà di percorrere la via dell’umanesimo che porterà frutto.

L’augurio che ci facciamo, al termine di questo ciclo di Lectio quaresimali, è quello con cui l’autore della Lettera agli Ebrei chiude solennemente la sua omelia:

Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Per la preghiera:

Salmo 77/76; 39/40; 71/72; 15/16 e il Cantico di 1 Pietro 2,21-25.

I giorni che viviamo possono farci dire col profeta: E’ forse cessato per sempre l’amore di Dio? E’ finita la sua promessa?

L’enigma lo si può sciogliere guardando il percorso umano di Gesù: i punti di riferimento del suo cammino (Sal 39/40); la sua sapienza (Sal 15/16), la sua opera generosa (Sal 71/72), il suo dono, perché dalle sue piaghe noi potessimo essere guariti (Cantico 1 Pietro 2,21-25).

note
[1] R.A.Monasterio, Jesus y al tiempo, in Ricerche Storico Bibliche, n 2 EDB 2019, p 93ss.
[2] J. Delorme, in Misterium Regni, ministerium Verbi, EDB 2000, p 134.
[3] V. Lopasso, Geremia, San Paolo ed. 2013
[4] J. Sobrino, La voce del profeta, Vita e Opere del Vescovo Romero, EDB 2018, pp 79-80
[5] D. Dormeyer, Il coraggio di stare calmi in: Compendio delle parabole di Gesù, Queriniana 2011, p 518ss.
[6] M. Grilli, Il volto: epifania e mistero, Qiqajion Bose, 2019 pp 117-118
[7] A. Vanhoye, Accogliamo Cristo nostro “Sommo Sacerdote”, ed Vaticana 2008; e Vivere nella Nuova Alleanza, ADP 1995.

D. Fortuna, Il Figlio dell’Ascolto, San Paolo 2012.
[8] C. M. Martini, Che cosa dobbiamo fare? Piemme 1995, p 153ss.