Proposte formative

Le proposte formative di carattere liturgico, biblico e teologico sono finanziate, per l’anno 2018-2019 dal contributo 8per mille della C.E.I., pervenuto alla comunità monastica di Santa Maria in Colle attraverso la Diocesi di Treviso.

 

Verso la Pentecoste

Sabato 1 giugno: ore 20.30 Vigilia dell’Ascensione – Veglia di Mattutino

Domenica 9.30 – Celebrazione Eucaristica

 

Sabato 8 giugno: ore 20.30 Vigilia di Pentecoste – Veglia di Mattutino

Domenica 9 giugno: ore 9.30

Celebrazione Eucaristica presieduta da P. Ghislain Lafont

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Sabato Santo, 20 aprile 2019

1. Le donne portano gli aromi alla tomba, ma temono che il tragitto sia inutile, perché una grossa pietra sbarra l’ingresso del sepolcro. Il cammino di quelle donne è anche il nostro cammino; assomiglia al cammino della salvezza, che abbiamo ripercorso stasera. In esso sembra che tutto vada a infrangersi contro una pietra: la bellezza della creazione contro il dramma del peccato; la liberazione dalla schiavitù contro l’infedeltà all’Alleanza; le promesse dei profeti contro la triste indifferenza del popolo. Così pure nella storia della Chiesa e nella storia di ciascuno di noi: sembra che i passi compiuti non giungano mai alla meta. Può così insinuarsi l’idea che la frustrazione della speranza sia la legge oscura della vita.

Oggi, però, scopriamo che il nostro cammino non è vano, che non sbatte davanti a una pietra tombale. Una frase scuote le donne e cambia la storia: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5); perché pensate che sia tutto inutile, che nessuno possa rimuovere le vostre pietre? Perché cedete alla rassegnazione o al fallimento? Pasqua, fratelli e sorelle, è la festa della rimozione delle pietre. Dio rimuove le pietre più dure, contro cui vanno a schiantarsi speranze e aspettative: la morte, il peccato, la paura, la mondanità. La storia umana non finisce davanti a una pietra sepolcrale, perché scopre oggi la «pietra viva» (cfr 1 Pt 2,4): Gesù risorto. Noi come Chiesa siamo fondati su di Lui e, anche quando ci perdiamo d’animo, quando siamo tentati di giudicare tutto sulla base dei nostri insuccessi, Egli viene a fare nuove le cose, a ribaltare le nostre delusioni. Ciascuno stasera è chiamato a ritrovare nel Vivente colui che rimuove dal cuore le pietre più pesanti. Chiediamoci anzitutto: qual è la mia pietra da rimuovere, come si chiama questa pietra?

Spesso a ostruire la speranza è la pietra della sfiducia. Quando si fa spazio l’idea che tutto va male e che al peggio non c’è mai fine, rassegnati arriviamo a credere che la morte sia più forte della vita e diventiamo cinici e beffardi, portatori di malsano scoraggiamento. Pietra su pietra costruiamo dentro di noi un monumento all’insoddisfazione, il sepolcro della speranza. Lamentandoci della vita, rendiamo la vita dipendente dalle lamentele e spiritualmente malata. Si insinua così una specie di psicologia del sepolcro: ogni cosa finisce lì, senza speranza di uscirne viva. Ecco però la domanda sferzante di Pasqua: Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Il Signore non abita nella rassegnazione. È risorto, non è lì; non cercarlo dove non lo troverai mai: non è Dio dei morti, ma dei viventi (cfr Mt 22,32). Non seppellire la speranza!

C’è una seconda pietra che spesso sigilla il cuore: la pietra del peccato. Il peccato seduce, promette cose facili e pronte, benessere e successo, ma poi lascia dentro solitudine e morte. Il peccato è cercare la vita tra i morti, il senso della vita nelle cose che passano. Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Perché non ti decidi a lasciare quel peccato che, come pietra all’imboccatura del cuore, impedisce alla luce divina di entrare? Perché ai luccicanti bagliori del denaro, della carriera, dell’orgoglio e del piacere non anteponi Gesù, la luce vera (cfr Gv 1,9)? Perché non dici alle vanità mondane che non è per loro che vivi, ma per il Signore della vita?

2. Ritorniamo alle donne che vanno al sepolcro di Gesù. Di fronte alla pietra rimossa, restano allibite; vedendo gli angeli rimangono, dice il Vangelo, «impaurite» e col «volto chinato a terra» (Lc 24,5). Non hanno il coraggio di alzare lo sguardo. E quante volte capita anche a noi: preferiamo rimanere accovacciati nei nostri limiti, rintanarci nelle nostre paure. È strano: ma perché lo facciamo? Spesso perché nella chiusura e nella tristezza siamo noi i protagonisti, perché è più facile rimanere soli nelle stanze buie del cuore che aprirci al Signore. Eppure solo Lui rialza. Una poetessa ha scritto: «Non conosciamo mai la nostra altezza, finché non siamo chiamati ad alzarci» (E. Dickinson, We never know how high we are). Il Signore ci chiama ad alzarci, a risorgere sulla sua Parola, a guardare in alto e credere che siamo fatti per il Cielo, non per la terra; per le altezze della vita, non per le bassezze della morte: perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Dio ci chiede di guardare la vita come la guarda Lui, che vede sempre in ciascuno di noi un nucleo insopprimibile di bellezza. Nel peccato, vede figli da rialzare; nella morte, fratelli da risuscitare; nella desolazione, cuori da consolare. Non temere, dunque: il Signore ama questa tua vita, anche quando hai paura di guardarla e prenderla in mano. A Pasqua ti mostra quanto la ama: al punto da attraversarla tutta, da provare l’angoscia, l’abbandono, la morte e gli inferi per uscirne vittorioso e dirti: “Non sei solo, confida in me!”. Gesù è specialista nel trasformare le nostre morti in vita, i nostri lamenti in danza (cfr Sal 30,12): con Lui possiamo compiere anche noi la Pasqua, cioè il passaggio: passaggio dalla chiusura alla comunione, dalla desolazione alla consolazione, dalla paura alla fiducia. Non rimaniamo a guardare per terra impauriti, guardiamo a Gesù risorto: il suo sguardo ci infonde speranza, perché ci dice che siamo sempre amati e che nonostante tutto quello che possiamo combinare il suo amore non cambia. Questa è la certezza non negoziabile della vita: il suo amore non cambia. Chiediamoci: nella vita dove guardo? Contemplo ambienti sepolcrali o cerco il Vivente?

3. Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Le donne ascoltano il richiamo degli angeli, che aggiungono: «Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea» (Lc 24,6). Quelle donne avevano dimenticato la speranza perché non ricordavano le parole di Gesù, la sua chiamata avvenuta in Galilea. Persa la memoria viva di Gesù, restano a guardare il sepolcro. La fede ha bisogno di riandare in Galilea, di ravvivare il primo amore con Gesù, la sua chiamata: di ri-cordarlo, cioè, letteralmente, di ritornare col cuore, a Lui. Ritornare a un amore vivo col Signore è essenziale, altrimenti si ha una fede da museo, non la fede pasquale. Ma Gesù non è un personaggio del passato, è una Persona vivente oggi; non si conosce sui libri di storia, s’incontra nella vita. Facciamo oggi memoria di quando Gesù ci ha chiamati, di quando ha vinto le nostre tenebre, resistenze, peccati, di come ci ha toccato il cuore con la sua Parola.

Fratelli e sorelle, ritorniamo a Galilea.

Le donne, ricordando Gesù, lasciano il sepolcro. Pasqua ci insegna che il credente si ferma poco al cimitero, perché è chiamato a camminare incontro al Vivente. Chiediamoci: nella mia vita, verso dove cammino? A volte ci dirigiamo sempre e solo verso i nostri problemi, che non mancano mai, e andiamo dal Signore solo perché ci aiuti. Ma allora sono i nostri bisogni, non Gesù, a orientarci. Ed è sempre un cercare il Vivente tra i morti. Quante volte, poi, dopo aver incontrato il Signore, ritorniamo tra i morti, aggirandoci dentro di noi a rivangare rimpianti, rimorsi, ferite e insoddisfazioni, senza lasciare che il Risorto ci trasformi. Cari fratelli e sorelle, diamo al Vivente il posto centrale nella vita. Chiediamo la grazia di non farci trasportare dalla corrente, dal mare dei problemi; di non infrangerci sulle pietre del peccato e sugli scogli della sfiducia e della paura. Cerchiamo Lui, lasciamoci cercare da Lui, cerchiamo Lui in tutto e prima di tutto. E con Lui risorgeremo.

 

 


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Solennità di S. Giuseppe

(Omelia di Paolo VI, mercoledì 19 marzo 1969)

È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza. A lui il servizio, a lui il lavoro, a lui il sacrificio, nella penombra del quadro evangelico, nel quale ci piace contemplarlo, e certo, non a torto, ora che noi tutto conosciamo, chiamarlo felice, beato.

È Vangelo questo. In esso i valori dell’umana esistenza assumono diversa misura da quella con cui siamo soliti apprezzarli: qui ciò ch’è piccolo diventa grande (ricordiamo l’effusione di Gesù, al capo undecimo di San Matteo: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose – le cose del regno messianico! – ai sapienti ed ai dotti, che hai rivelate ai piccoli»); qui ciò ch’è misero diventa degno della condizione sociale del Figlio di Dio fattosi Figlio dell’uomo; qui ciò ch’è elementare risultato d’un faticoso e rudimentale lavoro artigiano serve ad addestrare all’opera umana l’operatore del cosmo e del mondo (cfr. Io. 1, 3 ; 5, 17), e a dare umile pane alla mensa di Colui che definirà Se stesso «il Pane della vita» (Io. 6, 48). Qui ciò ch’è perduto per amore di Cristo, è ritrovato (cfr. Matth. 10, 39), e chi sacrifica per lui la propria vita di questo mondo, la conserva per la vita eterna (cfr. Io. 12, 25). San Giuseppe è il tipo del Vangelo, che Gesù, lasciata la piccola officina di Nazareth, e iniziata la sua missione di profeta e di maestro, annuncerà come programma per la redenzione dell’umanità; S. Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; S. Giuseppe è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono «grandi cose», ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche.

Da: https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1969/documents/hf_p-vi_hom_19690319.html

La missione della Chiesa

Lectio biblica a Montebelluna (F. Bianchin) – 12 marzo 2019

“Non è possibile pensare alla missione senza concepirla come cammino di santità” (G. E. n 19)

In Avvento abbiamo sottolineato che il Concilio Vaticano II ha una visione nuova della chiesa, eppure tanto antica: la chiesa non è concepibile come una “società perfetta”. E’ voluta da “Dio Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà” (LG n 2), il quale vuole salvare tutti gli uomini (1Tim 2,3-4) attraverso l’evento pasquale di Gesù. “Allora, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, dal giusto Abele fino all’ultimo eletto, tutti saranno riuniti presso il Padre nella chiesa universale” (LG n 2).

Come avverrà questa convocazione? Vorrei leggere una coraggiosa ed evangelica affermazione di papa Francesco nella Gaudete et Exultate nn 60-61:

60. Al fine di evitare questo, è bene ricordare spesso che esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale. Il primato appartiene alle virtù teologali, che hanno Dio come oggetto e motivo. E al centro c’è la carità. San Paolo dice che ciò che conta veramente è «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6). Siamo chiamati a curare attentamente la carità: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge […] pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,8.10). Perché «tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14).

61. Detto in altre parole: in mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni, Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti in più. Ci consegna due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette in molti. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Infatti, con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte. Poiché «che cosa resta, che cosa ha valore nella vita, quali ricchezze non svaniscono? Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non svaniscono!».[65]

Parlando della missione del Figlio mandato dal Padre, il n. 3 della LG, descrive come Gesù impegnò la sua vita per dare concretezza storica al sogno del Padre: nella sua paternità ci sogna con le sue stesse caratteristiche (santi), senza miscugli negativi, capaci di relazionarci in Lui e con tutti in modo amante (cf Ef 1,4). Il suo progetto missionario, che Cristo va interpretando e realizzando, è di indirizzarci a diventare suoi figli (Ef 1,5) operando una cristificazione in cui tutto, a lavoro compiuto, diventa conforme all’immagine del Figlio suo (Rom 8,29). Un tale lavoro presuppone e domanda una dedizione totale, uno spendersi tutto. E’ annunciata la Pasqua di Gesù, la quale svilupperà un’energia liberatoria, risanatrice e ricostruttiva in grado di attrarre qualitativamente tutto a sé (Gv 12,32).

La missione consiste nel collaborare al progetto divino, prima preparato, poi realizzato da Gesù e ora in via di compimento anche per mano nostra. A che scopo? Realizzare ciò che è scritto e costruire un’umanità nuova, non più frammentata, frantumata e ferita. Il programma-missione svelato nei profeti, compiuto in Gesù, opererà la salvezza di tutti gli uomini, chiedendo anche la nostra collaborazione (cf Lc 4,16-21 e At 10,38). Il n 39 della LG dice che Gesù, coinvolgendo la chiesa nella sua missione, la chiama e la abilita alla santità secondo il detto paolino: “La scelta irrevocabile di Dio è che l’umanità diventi santa e viva dei suoi stessi valori” (1Tess 4,3). Questo traguardo è frutto della Missione di Gesù, Figlio di Dio, che il Concilio Vat II descrive con cinque verbi (da notare la dimensione dinamica delle sue opere):

– Egli ama (allusione al suo modo di vivere – cf Gv 13,1-2); – dona tutto se stesso: è il vertice pasquale, la cui memoria attiva è l’Eucarestia; – santifica (trasforma qualitativamente in termini di risurrezione permanente); – unisce in una relazione eterna fondata sul perdono, – la riempie di Spirito Santo, che ci abilita a vivere i valori di Dio: la santità. La santità non messa sottochiave individualisticamente; essa va concepita come missione e va trafficata nel tempo e negli spazi (cf G.E. nn 14-18), rendendola carne attraverso i piccoli gesti, secondo un crescendo (G.E. n 16). E’ la santità-missione della porta accanto, della classe media (cf GE nn 6-9), ognuno per la sua via (nn 11-12).

La storia conosce varie forme di missione a volte perfino contraddittorie

La coscienza di oggi ripudia alcune scelte del passato, fatte di violenza nei confronti di culture, delle eresie o di altri cammini religiosi. Il Concilio Vat. II (LG 16) ci orienta verso altre scelte, conformi al programma e alla pazienza di Dio. Possiamo parlare di evoluzione della missione ecclesiale in rapporto alla Scrittura e al mondo contemporaneo. Il centro non è la chiesa, ma Cristo, nel quale si realizza il destino dell’uomo (cf GS n 22): “Cristo Signore, rivelando il programma del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”. (cf S. Dianich, S. Noceti, Trattato sulla Chiesa, Queriniana 2015).

Ambrogio, a tale proposito, paragona la chiesa alla luna: cresce e decresce ma non sparisce. Ombre oscure possono nasconderla, ma solo per conseguire nei martiri il massimo del suo splendore. L’Apocalisse (cap 12,1-6) racconta il crescendo embrionale della donna chiesa nelle situazioni svariate della storia: vestita di sole e sempre salvata, è ancora in viaggio e insidiata: “attingendo alla forza della morte-risurrezione di Gesù Cristo, anche i credenti potranno vincere radicalmente il drago e, se necessario, a prezzo della vita”. (U. Vanni, Apocalisse di Giovanni, ed. Cittadella p 461).

Il Siracide cap 17,1-14, nel 250 aC. Ci offre una sintesi che adombra il popolo di Dio e la sua missione, riassumibile in termini di responsabilità umana e di misericordia divina. L’atto iniziale di Dio creatore svela molte implicazioni. La creazione non è compiuta; egli assegna un ruolo a ciascuna delle sue opere (Sir 16,26-28): astri, vegetali, animali etc..

Sir 17,1-4 L’uomo appare come l’ultima delle sue opere, dotata di forza come Dio, perché lo fece a sua immagine e gli somigliasse. L’uomo è transitorio come le altre creature, ma il Signore gli chiese di essere il suo rappresentante, la sua mano, per portare a termine l’opera.

Sir 17,6-10 A tale scopo lo dotò di cinque funzioni importanti: – lingua (comunicare); – occhi (vedere, accorgersi); – orecchie (ascoltare, per essere solidali); – cuore (per progettare e decidere con libertà); – lo riempì di scienza e intelligenza (la sapienza etica – hokma-binà – lo aiuterà a discernere il bene dal male).

Che significa tutto questo? L’uomo non è l’assoluto e Dio non lo abbandona a se stesso; lo segue in modo particolare perché è il suo capolavoro, gli dona le potenzialità necessarie e lo indirizza da interlocutore libero per aiutarlo a scoprire il suo ruolo e compiere il suo cammino e la sua missione. L’uomo, diversamente dagli altri esseri del creato, interpreta le sue funzioni, coglie le sue responsabilità, si relaziona a Dio per imparare a scegliere il bene, piuttosto che operare per distruggere. Solo facendo così realizza la sua identità e compie la sua missione. Gli sviluppi di questo modo di vivere sono molti interessanti (Sir 17,11-14): I suoi occhi vedranno meraviglie, le sue orecchie udranno la voce di Dio e gli appelli degli altri esseri. A conclusione, leggiamo un imperativo pieno di attenzione e preoccupazione amorosa: “guardatevi da ogni forma di male e prendetevi cura del fratello”. Identità, missione e santità vanno di pari passo e non sono separabili (cf M. Gilbert, La sapienza del cielo, ed San Paolo 2003).

Il titolo dell’Esortazione apostolica di papa Francesco “Rallegratevi ed esultate” (Mt 5,11-12 e Lc 6,22-23) è paradossale. Come rallegrarsi ed esultare quando tutto è oscuro, intriso di sofferenza e di aggressioni, di persecuzioni e umiliazioni? Paolo ci offre un esempio in Col 1,24-29.

Paolo, esempio di discepolo che lavora, lotta e soffre per il Vangelo (cf GE n 92)

Paolo ha messo la sua persona a servizio di Cristo per la causa dell’uomo. Da questa angolatura precisa, senza confusione, rileggiamo una pagina che può aiutare il nostro cammino quotidiano, per diventare servitori di Cristo per il Vangelo.

Col 1,24-29

Il brano è molto conosciuto per i temi che tratta: sofferenza, necessità di lottare per Cristo, esperienza della sua forza di risurrezione, chiesa presentata come corpo di Cristo.

1.     L’affermazione principale: “gioisco e mi rallegro delle cose che soffro per voi e compio nella mia vita ciò che manca alle sofferenze di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa”. Seguono molte altre affermazioni che chiariscono quella principale sul significato della sofferenza.

v. 24 – “Sono lieto” – Adesso sono esultante, quasi in festa, pieno di gioia e vitalità. Vivo questa positività che mi dà gioia nel contesto delle cose che mi fanno soffrire (era in prigione). Di solito ci si rallegra per qualcosa di bello. Paolo dice di rallegrarsi delle cose che soffre. Di solito, queste sono fonte di pessimismo, di disagio e infine di disimpegno. Che cosa fa dire a Paolo: io gioisco mentre soffro? Ci deve essere un valore grande che supera la realtà della sofferenza.

Paolo lo accenna: io soffro per voi. Quando la sofferenza ha uno sbocco transitivo allora diventa un valore. Il “per voi” è certamente riferito alla comunità per la quale Paolo scrive. Soffrire per una comunità costituisce un motivo di gioia vera, nonostante la durezza del soffrire. Paolo non si accontenta di aver detto “per voi”; egli pensa quel “voi” come una parte della chiesa, il “corpo di Cristo”. Le sue sofferenze portano a compimento (antì ana pleroo) qualche cosa che non è ancora completo dei patimenti di Cristo.

Secondo Paolo i cristiani, con il Battesimo, sono tutt’uno con Cristo, la stessa vita circola in loro. Il Cristo storico ha sofferto; la sua sofferenza ha un valore assoluto ed è salvezza per tutti. In che senso allora c’è ancora un vuoto nel corpo di Cristo? Gesù non ha forse dato tutto quello che poteva dare? Paolo non pensa mai a un Cristo isolato, ma collegato agli uomini; perciò, accanto alla sofferenza di Cristo e alla sua testimonianza cristallina, accanto alle sue scelte radicalmente coerenti, c’è qualcosa da aggiungere. Ciò che manca riguarda noi, che tentiamo di vivere la sua vita e le esperienze sommandole alle sue.

Il Cristo ideale e completo è legato e associato a tutti gli uomini. In questo senso le sofferenze di Cristo sono soltanto il primo atto, certamente decisivo, di un dramma più complesso. Paolo avverte la responsabilità di questo contributo oneroso, che entra nel valore delle sofferenze di Cristo.

“Compio nella mia carne”…

Le sofferenze a cui l’apostolo allude non sono quelle fisiche, ma la sua vita di ogni giorno. La gioia è capire che quello che vive e patisce ha un valore transitivo (“per voi”). Egli assomma alla croce di Gesù le sue fatiche, a beneficio della chiesa che è il suo corpo. Quando Paolo dice “corpo” intende la persona, con il suo bagaglio di concretezza, posta in relazione. Si capisce così perché Paolo, pensando alla sua vicenda ha il coraggio di dire che le sofferenze di Cristo, senza quelle di tutti i cristiani, hanno una lacuna.

“Una profonda relazione a Cristo”

Paolo parla così per la forte coscienza che ha della relazione con Cristo. Dobbiamo perciò stare attenti a cogliere la presenza di Cristo nella sua profondità e specificità. La chiesa è dunque il corpo legato a Cristo, corpo che ha bisogno di completarsi attraverso il contributo di sofferenza di Cristo e di tutti noi.

Le sofferenze dell’apostolo favoriscono uno sviluppo ulteriore, hanno capacità propulsiva per la chiesa. Paolo, partito dalla sua pesante situazione, ma piena di significato, afferma di essere, con tutti i limiti (ora anche in prigione), servitore di una parte del programma che Dio gli ha affidato: portare alla pienezza il Vangelo (la Parola) (v 25).

Di questa chiesa Paolo si sente servitore, a disposizione di Dio con la funzione specifica di portare a compimento il Vangelo che deve essere dato a tutti. E’ un compimento che va realizzato, oltre che in estensione, anche in profondità, nel senso che c’è un livello più profondo della vita cristiana. Questo corrisponde a una piena assimilazione di tutti i valori e i dettagli del Vangelo. La Parola deve arrivare a tutti, coinvolgendo la profondità della persona.

In che cosa consiste la profondità? – v 26

C’è un disegno nascosto, sottratto alla vista per secoli e generazioni, che ora è stato manifestato. Il disegno è il programma di Dio, gloria ricca e abbondante.

v 27: La ricchezza della gloria è “Cristo in voi”, che si donerà ancora di più nel futuro, “speranza di gloria”.

Il mistero che la Parola realizza non è altro che tutta l’abbondante realtà, i valori ottimali, che corrispondono alla vita di Gesù, comunicata ai santi, cioè ai cristiani, agli uomini. La comunicazione della vita di Dio in Cristo deve essere recepita e leggibile nella chiesa come realtà vivente, ricca.

“Cristo in voi”: è questa la realtà. La sua presenza viva e attiva adesso, nella comunità perché essa assimili tutti i suoi valori: la sua solidarietà, la sua verità, la sua coerenza, il suo impegno per l’uomo, la sua passione per Dio, la caparbia e tenace fedeltà alla preghiera, la sua capacità di solidarizzare con gli aspetti più pesanti della vita, il suo amore, la sua croce. Il Cristo presente nella sua fase iniziale non è ancora completo. C’è un futuro che deve realizzarsi, per il quale Paolo soffre, lotta, lavora con impegno.

v. 28: Per questo Paolo annuncia solennemente Cristo e cerca di farlo assimilare, istruendo ogni uomo. Un Cristo per tutti, capace di rendere perfetto l’uomo.

v. 29: Paolo lavora, lotta secondo quella forza che gli è tipica. Il mistero che è Cristo provoca e spinge a un lavoro faticoso, fatto di sofferenze. La vita conosce un contesto di fatica, di lotta, di dolore e di significato, resi possibili dalla forza della risurrezione di Cristo. L’apostolo vive il peso delle proprie debolezze, ma avverte con sorpresa che una forza lo accompagna.

Come posso io migliorare?

Chi sa accogliere nella propria vita il Vangelo, vedrà fermentare verso un massimo anche la propria situazione umana, fino al vertice raggiunto da Cristo.

Per questo Paolo dice: accettate Cristo, accettatelo con impegno, assimilatelo, affiancatelo alla vostra vita, perché Cristo sa dare coraggio e sapienti aiuti.