2 DOMENICA DI PASQUA 2021

                                                                                                                                                                          Vedana 1971

(p. Tarcisio Gejer)

Gesù disse a Tommaso: Beati quelli che pur non vedendo, hanno creduto!” Credere dunque non è vedere. Credere vuol dire partecipare alla vita di Dio. Perciò la luce che si riceve non è opera nostra ma opera di Dio, grazia gratuita. Non che questo dono prescinda dall’uomo. C’è un aprirsi alla fede. Ma tra quell’apertura e il dono di Dio non c’è proporzione calcolabile. Credere è dire di SI’ alla rivelazione di Dio. Sarebbe capir male la rivelazione il considerarla come un gran sistema di verità bell’e confezionato. Essa è prima di tutto un messaggio e una luce: luce di Dio nella nostra vita, sulla storia, sul bene e sul male, sulla morte, su Dio stesso, sul valore ultimo dell’amore. Per proclamare questa rivelazione bisogna pure servirsi di parole, adottare un certo ordine, una certa connessione. Comunque, tutto ciò non deve mai dare l’impressione che la rivelazione di Dio sia un sistema di cose a sé stanti. Si tratta dello sguardo di Dio sulla nostra realtà. Vedere con gli occhi della fede, è vedere con gli occhi di Dio. La fede non è solo un sogno, ma esige anche un impegno. La nostra fede non sopravvive senza di noi. E’ un qualcosa su cui si può fermare la nostra attenzione e la nostra cura, oppure che si può trascurare. Perciò la fede è un impegno. Chi nel suo intimo riconosce la rivelazione di Dio, ha ancora una lunga strada da percorrere davanti a sé. Si tratta di realizzare la più profonda verità cui si crede, ma che non si vede e che spesso non si sente. E ogni volta di nuovo è un salto nel buio. Quando si è soggiogati dalla dolcezza di una tentazione, è un salto nel buio mettere in pratica la fede e dire di no, che è poi un sì, a coloro ai quali si vuol rimanere fedeli, ed è anche un sì a Dio. In un giorno di pioggia, quando si incontrano soltanto contrarietà nella vita quotidiana, richiede una grande dedizione credere nello Spirito santo e, di conseguenza, nella possibilità, per sé e per gli altri di essere buoni. Quando si è sopraffatti da una sofferenza assurda, è atto di gran fede rendersi conto della fedeltà di Dio e del fatto che Gesù ha dato senso alla sofferenza. Il credere non è, perciò, un’inavvertita iscrizione continuata alla Chiesa. Il credere è sempre in relazione con un ADESSO. Credere che Dio, adesso, non può lasciarci soli; che Dio, adesso, può dirigere il corso delle cose; più ancora: che Dio, adesso, col suo amore, può operare un miracolo, come talvolta nella tempesta sul lago: “Ed egli si alzò e rimproverò il vento e disse al mare: Taci, sta fermo! E il vento cessò e subentrò una grande calma. E Gesù disse ai discepoli: Perché mai siete così spaventati? Non avete proprio nessuna fede?” Il credere è una vittoria sulla nostra diffidenza verso il mondo di Dio. Come Tommaso possiamo anche dubitare nella nostra fede: avere tentazioni e difficoltà nella fede. Ma di per sé la presenza del dubbio non pregiudica la certezza della nostra fede. Un dubbio straziante può essere accompagnato da un totale abbandono, da una fede salda come la roccia. Anzi, proprio una fede salda può conoscere spesso seri dubbi. Ma la fede tentata rimane fede intera. La fede genuina è sempre intera. Non si è per metà credenti e per metà increduli. Fintanto uno può dire: “Sì, voglio credere”,  è interamente credente. Mai nessuno ha rinnegato la propria fede senza volerlo. Prima di morire nel suo monastero all’età di ventiquattro anni, Teresa del Bambino Gesù ha conosciuto dubbi terribili sulla fede. Della sua fede era rimasto nient’altro che l’ultimo suo atto di abbandono: “Io voglio credere, aiuta la mia fede”. E così quella giovane divenne santa.

Per finire preghiamo con san Tommaso d’Aquino alludendo alla incredulità dell’apostolo Tommaso del vangelo di oggi:  

Signore, io non vedo, come Tommaso, le tue piaghe.

Pure ti confesso per mio Dio:

fa che sempre più creda in te.

Che in te speri, e più ancor ti ami!

VOLTI DEL MATTINO DI PASQUA –

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Pietro e Giovanni corrono al sepolcro vuoto (E. Burnand 1850)

Al nostro mattino pasquale si affacciano, attraversando il tempo, nella sempre sconvolgente novità dell’annuncio evangelico, volti che ci accompagnano a riconoscere  e confessare il Cristo risorto dai morti. E’ il desiderio e il pianto per la “perdita del Signore” di Maria di Magdala, che solo il Risorto “converte” e fa “voltare”, fino ad affidarle il compito dell’annuncio di Risurrezione; è la ricerca e la corsa al sepolcro dei due discepoli, e la capacità del discepolo amato da Gesù di scrutare e scorgere la sua presenza “attraverso i segni”, è l’ostinazione e la curiosità di “toccare” il Signore di Tommaso, che non si accontenta di “riconoscerlo” per sentito dire…

L’assenza e il desiderio di incontrarlo, la sollecitudine e l’intelligenza del cuore per riconoscerlo, l’ostinazione di farne una esperienza diretta, personale, per poter confessare, ancora oggi: “mio Signore, mio Dio”.

Volti e tracce sul nostro mattino di Pasqua . Il Vangelo di Giovanni ci guida…

Maria di Magdala…

Il primo dei giorni, prestissimo, era ancora buio, Maria Maddalena va al sepolcro – vuoto – e corre da Simon Pietro e dal discepolo che Gesù amava dicendo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo” (cf. Gv. 20,1).

L’assenza è un dramma, è il buio, un mattino non nato. Gesù di Nazaret non c’è,  e con lui non si può stabilire nessuna forma di contatto. L’incontro con questo primo volto della Pasqua – Maria – non è una cronaca ma una sfida nel tempo presente al discepolo di Gesù crocifisso e risorto. L’annuncio dell’assenza: “hanno portato via il corpo del Signore” nella forma del plurale risuona nell’oggi, anche se non ci rendiamo forse conto di quanto possa pesare per la nostra vita questa incapacità di “vederlo”…

Maria di Magdala rimane presso il sepolcro, all’esterno, in pianto. Non vi è nessun movimento; immobilizzata dall’evidenza della morte, incapace di voltarsi. “Vede Gesù ma non sa che è Lui”. Lo vede e non lo incontra. Il Vangelo di Giovanni indugia sul pianto di Maria, sull’incapacità di riconoscere il Signore risorto. E scruta le paralisi di ogni discepolo, in lei, che si ricreano quando la ricerca di Lui non va per la via che egli stesso insegna. Maria non muove i passi verso la vita perché ferita e angosciata da un affetto ferito mortalmente. Il volto del pianto è sul passato, sul già conosciuto, sul buio della notte di morte, sul sepolcro vuoto, sulla certezza che “l’abbiano portato via”… Maria ha visto ciò che vediamo anche noi- nel momento dell’Eucaristia. Nei simboli della descrizione evangelica il posto occupato dal cadavere di Gesù è sostituito da un annuncio trascendente (angeli in vesti bianche). Nel luogo del cadavere c’è un annuncio!

“Perché piangi”? la domanda di Gesù è come un piegarsi attento e sollecito a rompere il circolo vizioso del senso di morte che prende di fronte a una perdita considerata ormai irreparabile. E’ un invito a rimettersi in cammino, anche se Maria volta le spalle al “mattino della Pasqua”, non riconoscendo la luce del Risorto che le parla. Lo interroga: “se l’hai portato via tu, dimmi”… Il suo amore non basta a riconoscerlo. Gesù stesso, chiamandola per nome, la invita a “trasfigurare” il suo amore, il suo sguardo accecato dal pianto. Occorre “convertire” il desiderio della ricerca, il nostro stesso sguardo, accogliere un legame con il Cristo che “sale al Padre” (Gv. 20,17); il mistero della Risurrezione chiede il cambiamento radicale del nostro “modo di cercare” il Signore.

Gesù consegna un “ordine”: “va’ dai miei fratelli e dì loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Il Risorto insegna a Maria come lo si deve cercare e solo ora può annunciare: “Ho visto il Signore”! (20,18).

I due discepoli…

Alla notizia di Maria: “hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno messo”, due discepoli  Simon Pietro e il discepolo che Gesù amava “partono e vanno al sepolcro. “Correvano insieme, loro due. Ma l’altro discepolo corre avanti più veloce di Pietro. Arriva per primo al sepolcro. Si china, scorge le bende per terra. Ma non entra. Anche Simon Pietro arriva al sepolcro. Entra e osserva le bende per terra, e il sudario per coprire il capo, non per terra con le bende, ma a parte, piegato in un angolo. Entra allora anche l’altro discepolo, quello arrivato per primo al sepolcro: ed ecco, vide e credette” (Gv. 20,3-8).

L’evidenza che ha paralizzato Maria provoca nei due discepoli un movimento. La corsa è il simbolo della ricerca. Ma non ogni ricerca porta a “vedere e credere”. Il Vangelo mostra l’amore di una relazione come una “corsa veloce”, un chinarsi a scorgere segni e comprenderne il significato. Uno spazio riflessivo, una sosta su “quel lenzuolo appiattito”. E’ un indizio importante, in contrasto con l’evidenza di un “cadavere rubato”. Il discepolo amato da Gesù scorge un particolare che sembra insignificante; la percezione di chi cerca amando è acuta, sa “vedere e credere”, coglie anche le sfumature che l’evidenza vorrebbe smentire. La relazione viva con il Signore conduce il discepolo ad una certezza: la vita non può dissolversi nella morte dopo aver fatto l’esperienza della figliolanza con il Dio vivente. Noi subiamo la morte, ma Dio non è prigioniero di questa fragilità…

Il discepolo amato vive nel tempo questa relazione “originaria” che restituisce alla vita.

…”Alla sera dello stesso giorno Gesù Risorto prende il posto nella comunità : “stette in mezzo”. Lui, presente, nella sua condizione di morto e risorto, “mostra le mani e il costato”. E’ la manifestazione della pienezza sorgiva della sua condizione; egli sta al centro con la forza della sua morte e risurrezione (cf. Gv. 20,19ss.).

Viene come risorto e “alita lo Spirito su di loro”. Non più il soffio che dà vita al fango (come in Gen. 2,7)ma un soffio che ricrea l’umanità, trascinandola dalla condizione di fragilità a quella della figliolanza e fraternità.

Tommaso detto Didimo…

Didimo significa gemello. Tommaso è gemello della nostra umanità, diffidente, curiosa, ostinata… Tommaso non è con il gruppo quando viene Gesù (cap. 20,24) e non si fida di quelli che gli dicono “abbiamo visto il Signore”. Si parla facilmente di incredulità, ma potremo arrischiare di dire che egli ci provoca a non “fare affidamenti impersonali”… La rivendicazione di Tommaso si esprime con: “Se non vedo, se non tocco, se non metto la mano, allora non credo” (Gv. 20,25)…; non gli basta la mediazione degli altri fratelli.

Gesù lo richiama, pure acconsentendo alla sua richiesta dicendogli “non essere più incredulo, ma credente”. Un altro movimento della ricerca del Risorto, un dinamismo affascinante segnato da un equilibrio fragile, in cui la mediazione dell’annuncio e la responsabilità della ricerca personale sono entrambe  necessarie e sempre da tenere legate.

La fede della chiesa dipende da questo primo gruppo di testimonianza, ma occorre anche una vera audacia, più volte richiamata nelle pagine evangeliche. E’ il coraggio della fede come itinerario esistenziale, dove “tutto di noi stessi” viene chiamato alla risposta, in un rincominciamento radicale, luminoso come la luce del Risorto, che rompe le catene della morte, che asciuga le lacrime, che rilancia umane e ragionevoli diffidenze.

Solo l’affidamento può condurci all’esperienza pasquale, alla confessione: “Signore mio, Dio mio”. E’ un legame inscindibile, personale, che ci porta oltre al desiderio di “toccare, di investigare… Tommaso ha creduto. E’ la beatitudine più grande, e questa è donata.

La cecità del pianto di Maria di Magdala lascia il posto alla luce, in questo mattino di Pasqua. I discepoli oggi, confessano che il Signore risorto è presso il Padre e al contempo “con noi”, nell’assemblea credente, come mediazione assoluta, da cui discende la forza della risurrezione. Noi ci accostiamo non con la pretesa di un contatto fisico, ma con l’affetto e la responsabilità, con la sollecitudine della ricerca che si affida a Gesù risorto. “Signore mio, Dio mio”. E’ la confessione che ci riconosce “beati”, perché credenti, pur senza aver visto!

(F.C.)

 

 

 

 

PASQUA 2021

  1. Il collegamento a questo link consente la lettura della meditazione al Vangelo della Passione secondo Marco, di Firmino Bianchin, che verrà proclamato domani, Domenica delle Palme.

https://drive.google.com/file/d/1PbPKbuO686zDJ2ItLC-zD0OlZ8WQAdPf/view?usp=sharing

2. Il collegamento a questo link permette di accedere alle Lectio delle domeniche di Quaresima con file audio.

https://drive.google.com/drive/folders/1HYlM5dcTc_gByKcXIr8NgMmhWCxZVuPF?usp=sharing

Quaresima – Pasqua 2021

Mercoledì 17 febbraio         

Le Ceneri (Celebrazione eucaristica ore 19.00)

Domenica 28 febbraio          ore 9.30

La Celebrazione Eucaristica sarà presieduta Vescovo Michele Tomasi

LECTIO BIBLICHE DOMENICHE DI QUARESIMA 2021

(Le lectio bibliche si terranno sia in presenza che attraverso video; il link di collegamento verrà pubblicato settimanalmente)

Con  celebrazione dei Vespri – (17.00-18.30)

  1. 21 FEBBRAIO – Il senso della lectio biblica nella prospettiva della Pasqua

– La situazione a confronto con la Scrittura: elementi critici e opportunità nuove (rif. Ap cap 17-18)

  • 28 FEBBRAIO – I cambiamenti di paradigmi in un tempo cambiato: che cosa si svela?

  Nuove impronte e forme di vita (il tempo, i luoghi, i legami…)

  • 7 MARZO      – La pietra d’angolo che assicura solidità: Vangelo di Marco cap 12 e 13.
  • 14 MARZO    – La lectio divina ripropone la centralità della Scrittura nella vita del discepolo;
    • Una sapienza che ci orienta: spunti tratti dall’introduzione di Benedetto Calati al Libro IV dei Dialoghi, di S. Gregorio Magno.

5. – 21 MARZO I Salmi: la Scrittura si fa preghiera.

                          Il percorso quaresimale nella prospettiva della Pasqua.

              SETTIMANA SANTA

28 marzoDOMENICA DELLE PALME

Prologo Pasquale

Giovedì Santo: ore 19.00       La Cena Pasquale

TRIDUO PASQUALE

Venerdì Santo:

ore 19.00      Liturgia della Passione

Sabato Santo                        

ore 21.30 SOLENNE VEGLIA PASQUALE

Domenica 4 aprile:               

PASQUA DI RISURREZIONE

Ore 10.00 – Eucarestia                     

Ore 18.00 – Vesperi

Lunedì dell’Angelo: Giornata di chiusura

Nota: gli orari della Veglia Pasquale saranno subordinati alle disposizioni anticovid di quel periodo.

La Parola della Scrittura: una pietra in cui è nascosto il fuoco che incendia il cuore

Ecco il testo della meditazione tenuta da p. Firmino Bianchin

il 29 gennaio 2021

Prendo lo spunto ancora una volta dallo spirito nuovo del Concilio Vat II nei confronti della Sacra Scrittura. Noi oggi godiamo i frutti di quella conversione, ma, dovremmo dire, anche scoprire gioiosamente le responsabilità sia in rapporto alla trasformazione culturale, che per il nostro cammino di discepoli.

Lo spostamento dell’accento dato dal Concilio, appare già dal titolo del cap VI della Dei Verbum, rispetto agli schemi di preparazione. Si parla del posto che la Scrittura deve occupare nella vita dei credenti; non si parla più di ciò che la chiesa ha fatto per custodire la S. Scrittura. E’ perfino ridicolo pensare di essere noi i benefattori di Dio che ci rivolge la Parola. Finalmente, i padri conciliari parlano della “venerazione” che la Chiesa deve avere verso il “Tesoro insigne” che Dio le affida.

La prima preoccupazione non è difendere la Parola dalle false interpretazioni, vietandone addirittura la lettura, quasi che Dio sia incapace di difendersi senza il nostro aiuto, ma di accoglierla in “religioso ascolto”. Dio stesso corre incontro a noi quando apriamo il Libro e conversa con noi, donandoci non solo parole, ma le sue potenzialità sorprendenti e sconosciute.

Il Concilio riscopre tale prospettiva dai Padri dei primi secoli e dalla riforma protestante.[2] Realmente, per la chiesa e per ogni credente, la Parola è il sostegno, il vigore sempre nuovo, la forza di affidamento, il nutrimento solido, la sorgente pura e zampillante dello Spirito.

Il Concilio, finalmente, la pone in parallelo con l’Eucarestia, memore di Emmaus (Lc 24,13-35 e Gv 6,26-59), in cui Gesù svela le Scritture come unico progetto del Padre suo: Parola ed Eucarestia sono le due mense inscindibili della presenza di Cristo, ricorda la DV al n. 21. Quello che oggi siamo invitati a riscoprire era familiare ai Padre dei primi secoli.

Rileggiamo alcune affermazioni

Origene nelle Omelie sull’Esodo (XIII)[3]

“Voi che siete soliti prendere parte ai divini misteri quando ricevete il Corpo del Signore sapete custodirlo con ogni precauzione e venerazione, perché nemmeno una briciola cada a terra e nulla vada perduto del Dono consacrato […]. E’ vostra convinzione che sia una colpa lasciar cadere per trascuratezza. Se per conservare il suo Corpo siete tanto attenti, ed è giusto che lo siate, perché ritenete che sia delitto minore trascurare la Parola di Dio?” In qualche riga prima nella stessa omelia, si legge: Io temo che per troppa negligenza e stupidità di cuore i Libri Sacri ci siano non solo velati ma anche sigillati.[4]

Ilario di Poitiers, commentando il Salmo 127 scrive: “i tuoi figli come virgulti di ulivi intorno alla tua mensa […]. Dalla mensa del Signore noi prendiamo il cibo, Pane vivo, la cui forza è tale da renderci viventi […] ma anche la mensa, dove si leggono le Parole del Signore, nutrono col cibo dell’insegnamento spirituale.”[5]

S. Agostino commentando il Padre nostro ai catecumeni, alla domanda “Dacci il nostro pane quotidiano” scrive: In verità questa domanda del pane quotidiano si deve intendere in due sensi: sia per le necessità del nutrimento carnale, sia anche per le necessità dell’alimento spirituale. I fedeli conoscono l’alimento spirituale, quello che voi vi accingete a conoscere e siete in procinto di ricevere dall’altare di Dio […]. L’Eucarestia è dunque il nostro pane quotidiano […]. Ma anche ciò che vi spiego è pane quotidiano e così anche le letture che ascoltate ogni giorno in chiesa è pane quotidiano, anche ascoltare e recitare inni è pane quotidiano. Questi sono i sostegni necessari del nostro pellegrinaggio terrestre […]. Giunti in patria non avremo più bisogno di libri sacri, né di commentatori, né di lettori perché vedremo e ascolteremo lo stesso Verbo di Dio”.[6]

S. Girolamo, nel commento a Qoelet (3,13) “che ogni uomo mangi, beva e goda del benessere del suo lavoro, anche questo è dono di Dio” scrive: La scienza delle Scritture è un vero cibo e una vera bevanda”.

Da questo ricco patrimonio i padri conciliari attingono e nella Dei Verbum n 21 affermano: “Nutrirsi del pane di vita dalla mensa, sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo e di porgerli ai fedeli, la chiesa le ha considerate come suprema regola della propria fede”. Il Concilio inserisce così il ruolo della Parola nelle scelte dei discepoli di Gesù. Proseguendo la lettura del documento, al n 25 troviamo il tema della Lectio, descritta in modo sobrio per indicare alcuni percorsi: tutti i cristiani sono invitati, con forza e insistenza, ad accostarsi al testo sacro con assidua lettura e studio, per apprendere quello che Paolo in Fil 3,8 chiama “la sublime conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore”; e S. Girolamo siamo ammoniti che “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo.”[7]

Un secondo indirizzo riguarda la preghiera, citando una catechesi di s. Ambrogio sui ministeri: Gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo o quando leggiamo gli oracoli divini”.

Silenzio e Parola

Il terzo indirizzo lo suggerisce Gregorio Magno, citando Qoelet cap 3,7: “Un tempo per tacere e un tempo per parlare”. Il saggio autore non dice: c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere, mette prima il tempo per tacere e poi fa seguire quello per parlare, perché non è parlando che si impara a tacere, ma tacendo che si impara a parlare”. [8]  […] Coltiva questo spazio intimo, riempilo di quello che Dio ti dona per la tua vita”, scrive a Teodoro il medico dell’imperatore. “Medita ogni giorno le parole del tuo Creatore: impara a conoscere nelle Parole di Dio il cuore di Dio”.

Nell’anno Mille il Beato Rodolfo, quarto priore di Camaldoli, nella Regola eremitica scrive: “la regola del tacere e la vigile occupazione del meditare sono unite, perché il silenzio senza la meditazione è morte, tomba di un sepolto vivo e la meditazione senza il silenzio è come lo smaniare di un infelice chiuso in un sepolcro”.

Unendo insieme silenzio e Parola, favoriamo lo svelamento reciproco e intimo tra noi e il Signore, nel dialogo fatto in “religioso ascolto” come suggerisce il Concilio aderendo alle parole di San Giovanni (1Gv 1,2-3) affinchè ascoltando crediamo, credendo speriamo, sperando amiamo.[9]

L’acuto papa Gregorio, nel Commento a Giobbe, insegna che la Scrittura è lo specchio in cui noi possiamo contemplare il nostro volto, conoscere la nostra bellezza e anche ciò che ci deturpa. La Scrittura infatti racconta le virtù dei suoi protagonisti e fa conoscere le loro cadute.

A titolo esemplificativo segnalo quanto si narra dell’Apostolo Pietro nei Vangeli. Egli appare un uomo generoso, buono, pieno di slancio, ma anche molto ingenuo, con la coda di paglia; pagherà le sue presunzioni con il tradimento e la fuga, verrà afferrato da Cristo e riabilitato con amore trasformante (Mt 14,28-31; Gv 13 e 21).

L’incontro con la Scrittura si propone come una conoscenza mai compiuta, sempre al presente; essa conserva molti segreti e quando viene spiegata sorprende per la novità che nasconde. Scrive Gregorio: “Per disegno provvidente Dio l’ha posta al di sopra di ogni comprensione, per venire incontro alle diverse debolezze di noi uomini; […] perciò chi crede di conoscerla la ignora e chi invece la legge assetato ogni giorno, la scopre, ed essa gli procura il gusto piacevole di qualcosa di sempre nuovo”. Ascoltando e amando diligentemente si rinnova quello che Mt 13,52 scrive, concludendo il discorso delle parabole del Regno dei cieli, avviene come per lo scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. [10]

Il Concilio invita a leggere la Bibbia come un tutto unitario, considerandola il tesoro che Dio ci dona, compiuto in Gesù e ora va compiendosi in noi. In questa prospettiva la Scrittura è continua profezia, oceano senza fondo, favo che contiene miele nuovo.

Un grande esegeta, A. Schokel, diceva che per approfondire la Parola di Dio si fatica, e con fine ironia, consigliava a coloro che la spiegano di partecipare il frutto della fatica, non il sudore, il miele spremuto dal favo.

Non diversa è la raccomandazione di Gregorio Magno: quando leggi non fermarti alla lettera che uccide, ma interpreta, aiutato dallo Spirito che dà vita (cf 2Cor 3,6). Egli è il Maestro interiore che ti raggiunge in profondità, non colui che insegna parlandoti dall’esterno.

Anche Gregorio è debitore dei Padri che l’hanno preceduto, e con loro ci suggerisce la lettura assidua cercando nel testo letterale il significato profondo, altrimenti, invece di progredire nella conoscenza cadi nell’ambiguità e nella confusione. Talora, infatti, le parole prese solo alla lettera, appaiono in contraddizione e turbano. “Dio vedendo la malvagità dell’uomo si pentì di averlo fatto e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,5-7). Proseguendo nella lettura di Gen 9,15: “Non ci saranno più le acque che distruggono la carne”.

Il significato di queste affermazioni è che Dio combatterà sempre quello che distrugge la vita; il suo impegno è costruttivo, non violento e vendicativo. Il linguaggio appassionato dei profeti e soprattutto l’evento Gesù, non rinuncerà mai a fare del bene e a perdonare anche quando subisce violenza fino a morire.

Dio continua a sognare di vedere l’uomo conforme all’immagine del Figlio suo (Rom 8,29). Nel Commentario a Giobbe, Gregorio esorta a non fermarsi alla superficie del testo sacro: “Quando incontri una persona sconosciuta ne vedi il volto ma ignori il cuore. Se però hai la pazienza di incontrarla familiarmente riuscirai a conoscere il suo pensiero […] Si è tanto più estranei alla conoscenza della S. Scrittura, quanto più ci si ferma alla superficie.”[11]

Sacra Scrittura e profezia

Sempre Gregorio: “La Scrittura sa raccontare avvenimenti del passato e nello stesso tempo annunciare quelli futuri, senza mutare il linguaggio sa descrivere fatti avvenuti e annunciare quelli che dovranno compiersi”[12]

“Ciascuno trova nel testo sacro ciò che egli stesso diventa”[13].

Nel Libro II dei Dialoghi (8,8-9): “Nell’acqua fatta scaturire dalla pietra rivedo Mosè; nel ferro che risale dal fondo dell’acqua Eliseo; nella corsa di Mauro sull’acqua Pietro; nell’obbedienza del corvo, Elia; nel dolore per la morte del nemico, Davide.[14]

L’uomo di Dio si può riconoscere, secondo Gregorio, quando ripresenta nella sua vita i grandi paradigmi biblici.

Davvero, più si medita la S. Scrittura più la si ama, continua Gregorio commentando il Cantico dei Cantici al cap 8,5: “chi è costei che sale dal deserto appoggiata al suo Diletto?” “Se la Parola di Dio non colmasse di delizie la santa chiesa, essa non potrebbe salire dal deserto della vita presente verso le realtà superne. Nutrendosi ogni giorno viene innalzata alla contemplazione delle verità eterne, perciò nell’oscurità della vita presente è già illuminata dal fulgore del giorno che si annunzia […] e impara a pregustare il pascolo delle verità di cui è affamata”[15]

La pietra e il fuoco

I quattro gradini della vita spirituale – leggere, approfondire, pregare, contemplare – paragonano la Scrittura alla pietra in cui è nascosto il fuoco.

La Parola rimane fredda se ti fermi al solo senso letterale, ma se leggi ispirato dal Signore e bussi con vigile attenzione (cf Mt 7,7), lo Spirito farà scaturire il fuoco dei significati misteriosi e a poco a poco diventerai quello che il Signore ti dice. Allora arderai, mentre prima fermandoti al libro restavi freddo.[16]

Concludendo…

L’itinerario proposto dai Padri antichi e dal Concilio nella Dei Verbum (cap 6) può essere paragonato ai vasi comunicanti: dal libro sacro attraverso l’invocazione del Salmo 40 – Donami un’attitudine che ti ami e ti obbedisca, Signore, perché possa venire e fare la tua volontà come è scritto per me nel tuo libro. Questo desidero: che il fuoco della tua Parola arda nelle mie ossa (Ger 20,9) e orienti la mia vita. Il dono dello Spirito mi aiuti a collaborare e a realizzare la tua profezia nonostante la povertà del mio vissuto.

Indirizzami a divenire conforma all’immagine del Figlio tuo, per rivestire la tua gloria luminosa, o Padre.

E’ bello vedere come Dio abbia disposto, tra le sue opere meravigliose, l’avvicendarsi delle stelle nella volta del cielo per illuminare la notte della vita presente, finchè al termine della notte sorge, vera stella del mattino, il Redentore del genere umano.

Il corso della notte, punteggiato dalle stelle che sorgono e tramontano, riceve dal cielo grande splendore di bellezza affinchè la luce delle stelle, una dopo l’altra e ciascuna a suo tempo, fughi le tenebre della nostra notte.

E’ comparso Abele a mostrarci l’innocenza;

Sono venuti: Enoc a insegnarci la purezza dei costumi; Noè a suggerirci la longanimità della speranza e dell’azione; Abramo a manifestare l’obbedienza; Isacco a dare esempio di castità coniugale; Giacobbe a mostrarci come si sopporta la fatica; Giuseppe a insegnarci a rendere bene per male; Mosè come esempio di mansuetudine; Giosuè a ispirare fiducia nelle avversità; e finalmente è venuto Giobbe a mostrare la pazienza in mezzo alle prove.

Ecco le fulgide stelle che scorgiamo nel cielo. Esse sono lì per aiutarci a percorrere con passo sicuro il nostro sentiero nella notte. La divina provvidenza ha messo sotto gli occhi degli uomini la vita dei giusti come altrettante stelle che brillano in cielo sulla vita dei peccatori, finchè spunti la vera stella del mattino, la quale, annunziandoci l’aurora eterna, con la sua divinità splenderà più luminosa di tutte le altre stelle.

Tutti gli eletti che vissero santamente prima del Redentore, lo hanno profetizzato con le opere e con le parole. Non ci fu nessun giusto che non abbia prefigurato e preannunziato il Cristo. Era infatti opportuno che tutti mostrassero in sé la bontà di lui, dal quale attingevano la loro bontà e l’utilità da rendere agli altri. Doveva essere promesso senza interruzione Colui che si donò per essere ricevuto senza misura e per essere posseduto senza fine.[17]

In questa rivisitazione patristica e conciliare sia pure breve, la vita contemplativa non assume più quell’astrattezza neoplatonica, che tanto ha influenzato il nostro ambiente; essa viene inserita nel cammino di fede, che poi è storia di salvezza in atto. Le esortazioni dei padri e del Concilio stesso sono molto concrete: lettura quotidiana della Parola, ricerca del messaggio evitando improvvisazioni frettolose o frutto di semplici stati d’animo, preghiera all’interno di una relazione dialogica in cui il primato è di Dio e non quel vociare che ascolta soltanto le proprie situazioni; ricerca di un’atmosfera di silenzio, che vuol dire cura della propria interiorità, vigilando sulle dispersioni e sugli affanni inutili.

La vita del discepolo deve diventare pagina vivente delle Scritture Sante, esattamente come chiede la Dei Verbum: “La Parola compie la sua corsa, e dona sempre nuovo impulso alla vita”, nella prospettiva pasquale che è cammino nella fede, carità e speranza.


[1] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, II,X

[2] AA.VV., Vaticando II – 25 anni dopo, Cittadella 1987, pp 152-189.

[3] Crescere nella fede, Qiajion Bose 1996, pp 51-65

[4] Origene, Omelie sull’Esodo, Città Nuova 2005, p 399

[5] Ilario di Poitiers, Commento ai Salmi /3, Città Nuova, p 112

[6] Agostino, Discorsi /2, Città Nuova 1983, pp 171-173

[7] Girolamo, Prologo al Commento di Isaia (in Dei Verbum n 25)

[8] Gregorio Magno, Omelia 11,3 Città Nuova 1992, p 339

[9] Dei Verbum, Proemio

[10] Gregorio Magno, Commento al 1 Libro di Samuele

[11] Idem, Commento a Giobbe, IX,12

[12] idem

[13] Idem, Commento a Ezechiele

[14] Idem, Dialoghi, Libro II, (introduzione di Benedetto Calati) Città Nuova 2000, p 18

[15] Idem, Commento a Giobbe, 16,24

[16] Idem, Omelie su Ezechiele, II,10

[17] Idem, Commento a Giobbe, in Introduzione ai Dialoghi, p 15.