SABATO 31 MAGGIO (VIGILIA DELL’ASCENSIONE). ORE 16.30 “L’UMANITA’ NUOVA IN CRISTO” BIBLISTA DON ALDO MARTIN
VENERDI’ 13 GIUGNO ORE 20.30 E SABATO 14 GIUGNO ORE 16.OO CON VESPERI “COME LEGGERE LA BIBBIA” CON IL BIBLISTA DON FLAVIO DELLA VECCHIA
SABATO 31 MAGGIO (VIGILIA DELL’ASCENSIONE). ORE 16.30 “L’UMANITA’ NUOVA IN CRISTO” BIBLISTA DON ALDO MARTIN
VENERDI’ 13 GIUGNO ORE 20.30 E SABATO 14 GIUGNO ORE 16.OO CON VESPERI “COME LEGGERE LA BIBBIA” CON IL BIBLISTA DON FLAVIO DELLA VECCHIA
Gesù sovverte le categorie culturali: propone il servizio che supera la logica del proprio tornaconto (Mc 9,33-37; 10, 35-41) – (Comunità Monastica Camaldolese S. Maria in Colle, L. Biagi, 22.03.2025)
Lasciandoci guidare dal vangelo di Marco ora arriviamo ad uno snodo decisivo del progetto di Gesù, ossia progetto del Regno del Padre proposto all’umanità (nel senso della ‘universalità’ che abbiamo provato ad esplorare l’ultima volta), si tratta del ‘come vivere insieme’ nella sua Casa: come si sta insieme nella Casa tratteggiata da Gesù? Abbiamo visto che Lui è il centro e sta al centro della Casa e tutto deve essere disposto e vissuto a partire dal suo sguardo, provando a guardare e articolare la Casa dal suo punto di vista, appunto: con il suo sguardo. E dobbiamo dirlo subito: come sta in mezzo Gesù? “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22, 27).
Sappiamo tutti quanto oggi il vivere insieme sia sottoposto quotidianamente a strappi, lacerazioni, distorsioni, manipolazioni, menzogne… e al ritorno in grade stile a livello globale del potere come dominio, come sfruttamento, sopraffazione e violenza sul più debole. Dal duo Trump-Putin, a quello che succede in Israele e Turchia… fino a coloro che spadroneggiano nei social (i nuovi feudatari). Coloro che si ‘ritengono’ forti ormai esibiscono senza alcun pudore-ritegno la loro forza politica, mercantile e propagandistica. I potenti sono tornati in grande stile e le moltitudini li ammirano, li invidiano, li imitano e li osannano (li votano). Si tratta quindi di un aspetto primario del nostro essere al mondo oggi, in questo nostro mondo.
Il Gesù che sovverte le categorie culturali e propone il servizio che supera la logica del proprio tornaconto (qualunque esso sia), si incunea proprio in questo nostro mondo con una prospettiva davvero sovversiva! Più precisamente: Gesù propone di sovvertire tutte le logiche e le forme di potere con la rivoluzione mite del servizio!
Del resto non dobbiamo avere paura di ripetere che il Dio di Gesù è quello del Magnificat in cui “il suo braccio interviene con forza, sventa i piani degli arroganti; butta giù dal trono i potenti, ed esalta gli umili; gli affamati ricolma di beni, e i ricchi rimanda a mani vuote” (Lc. 1,51-53, traduzione di L. A. Schokel). Il Dio del Magnificat è limpido e sovversivo: ha distrutto i superbi e i loro progetti. Ha rovesciato dal trono i potenti, ha rialzato da terra gli oppressi. “La misericordia mette in moto la potenza: perché la salvezza incontra ostacoli umani nel realizzarsi (come in passato il Faraone) e gli ostacoli nascono da questi oppressori che si oppongono alla liberazione degli oppressi; perciò l’azione di Dio si fa drammatica. Non è un idillio ciò che canta Maria” (commenta L. A. Schokel).
Non possiamo spiritualizzare ogni volta queste parole, svuotandole della loro drammatica perturbazione e della loro capacità di destabilizzarci nella nostra concezione del vivere insieme basata e organizzata su potenti irresponsabili e gerarchie autoriproducentesi, su ruoli apicali e sottoposti, despoti, dittatori, prevaricatori, sopraffattori, tiranni arroganti, autoritari e prepotenti… E’ un peccato che nelle nostre devozioni a Maria che attualmente sono in circolazione, questa dimensione drammatica della convivenza umana e del fatto che in Maria non c’è arroganza né potere né brama di ricchezza, siano del tutto assenti… perché in gioco è il sistema di valori proposti dal Messia!
In Mc 9,33 si dice che “giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». In Mc 10,42 “Gesù chiama a sé i discepoli”, sdegnati per la domanda dei figli di Zebedeo, comprende che se a più riprese hanno mostrato distanza dal suo modo di ragionare è perché il loro modello sociale del vivere insieme, è quello mondano.
Inizia dunque da qui e con pazienza pedagogica spiega: “Voi sapete che coloro che sembrano (dokoûntes) governare le nazioni, dominano (katakyriéuousin) su di esse e i loro grandi le opprimono (katexousiázousin)” (v. 42).
Esprime così il suo giudizio radicale sul modo di esercitare il potere nel mondo, da parte di coloro che – dice Gesù con smitizzante ironia – si illudono (dokoûntes) di governare. Un’illusione delirante che accieca e produce disumanizzazione. Quindi impiega due verbi particolarmente significativi, per dire come il bene può essere pervertito: “dominare” e “opprimere”, imparentati con due sostantivi cruciali nel messaggio evangelico e nel servizio messianico di Gesù. Nel primo verbo abbiamo il sostantivo kýrios (Signore, katakyriéuousin) e nel secondo exousía (autorità, katexousiázousin). Ambedue sono però preceduti dalla preposizione katá che attribuisce alle due forme verbali una configurazione decisamente negativa (κατά = giù, in basso, sotto, per, contro…), come a indicare una signoria e un’autorità pervertite e abusanti, che ti tengono sotto, in basso e sono contro di te. “Voi sapete che quelli che figurano come capi delle nazioni le dominano e che i loro grandi impongono ad esse la propria autorità. Non deve essere così fra voi (ossia nella nuova casa-comunità che Gesù immagina e desidera); al contrario, chi voglia farsi grande fra voi deve essere vostro servo, e chi voglia essere il primo fra voi deve essere schiavo di tutti; perché neppure il Figlio dell’uomo è venuto per essere servito, bensì per servire e per dare la sua vita in riscatto per tutti” (cfr. Mc 10, 42-46a; Mt 20, 25-28; Lc 22, 24-27; Fil 2,1-11).
È un dato condiviso tra gli studiosi che la tentazione del messianismo politico è la vera, grande tentazione che ha accompagnato Gesù dall’inizio della sua vita pubblica fino alle ultime ore. La tentazione di fondare un Regno di Dio basato sul potere terreno e quindi concepire la sua missione sotto l’aspetto della presa di un qualsivoglia tipo di potere, è “la” tentazione, la grande tentazione che Gesù sente sempre incombente. Gesù non ha mai cercato l’affermazione di sé stesso e di una sua libido dominandi: “Se c’è una cosa chiara, è che questa libido Gesù non l’ha mai coltivata, a partire dalle tentazioni nel deserto fino alla croce del Calvario. E il suo esempio brilla puro e luminoso al cospetto dei suoi discepoli di qualunque tempo”. Gesù è l’antipotere: è la scelta nativa di chi non ha e non vuole avere potere. È come se Gesù avesse maturato lucidamente e drammaticamente la consapevolezza di quello che è stato definito il “volto demoniaco del potere”, così che Gesù sceglie costantemente di tenersi lontano dal potere in quanto tale, perché in ogni caso “demoniaco è l’esser posseduti”. E il demoniaco del potere non è altro che l’esser posseduti da quella volontà che racchiude in sé forze pericolosamente distruttrici. Il demoniaco insito nel potere avvolge l’uomo in quella spirale di volontà-delirio di potenza, nella forma più alta di egoismo e di autoidolatria, destinata a diventare “una ossessione che non si adatta più ad alcun superiore ordinamento della società perché non conosce altro che sé stessa”.
Nella versione lucana delle tre tentazioni, la seconda riguarda esplicitamente il potere: “E lo condusse in alto e gli mostrò tutti i regni del mondo, in un attimo. E gli disse il diavolo: “Ti darò tutta questa potenza e la loro gloria; poiché è stata data a me e io la do a chi voglio. Se tu dunque ti prostri in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo” (Lc 4, 5-7). Ma tutte e tre le tentazioni, in fondo, consistono nel rischio sempre presente di andare verso la logica del potere del mondo. Nella narrazione di Matteo risalta maggiormente che satana offre a Gesù il potere nella sua triplice dimensione di ricchezza, prestigio e dominio. E’ impossibile non ammettere che Gesù riconosce un legame così stretto tra il demoniaco e il potere: prerogativa diabolica e attribuzione satanica che si trova infine in Ap. 13,7.
Ma occorre evidenziare anche la motivazione del rifiuto del potere da parte di Gesù che viene esplicitata in Marco 10,42: “Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono”.
Il rifiuto del potere da parte di Gesù ha prima di tutto come movente fondativo la volontà del Padre dalla quale viene il progetto del Regno come nuova convivenza in umanità fraterna, ma accanto vi sono anche questi due motivi molto concreti: il potere comporta dominio-oppressione e il potere divide le persone: in questo senso è letteralmente diabolico (divide).
Vi è Mc 9, 33-37 (chi è il più grande dei discepoli) e Mc 10, 35sgg (la domanda dei figli di Zebedeo): il contesto in cui esce il tema del dominare è strettamente successivo-legato a due annunci della sua fine da parte di Gesù, il quale sta prospettando l’esito consapevole della sua vita nella croce e i discepoli sono concentrati su chi è il più grande e sull’occupare i ruoli apicali nella Casa di Gesù!
Pensiamo a quanto sono disgustose, brutali e sconfortanti certe precisazioni che udiamo anche nelle nostre case-consigli pastorali-parrocchie-diocesi quando viene rimarcato il potere, la superiorità, l’avocare a sé la prerogativa decisionale, quando vengono marcati i confini fin dove puoi arrivare…
Infatti si avvicinano a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». 41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.
Alcuni aspetti da sottolineare:
«Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»
Ciò che però Gesù si premura di negare categoricamente è l’istituzione di privilegi, primati e gerarchie: tentazione cui i discepoli avevano già mostrato di essere inclini, proprio in risposta al secondo annuncio della passione, allorché avevano discusso “tra loro chi fosse il più grande” (9,34). E va ribadito il fatto che proprio sulla strada che conduce Gesù alla sua passione e morte, i dodici litigano su chi sia tra loro il più grande, una richiesta dei figli di Zebedeo diretta ad occupare i primi posti nel regno di Dio.
Il potere divide sempre e mette gli uni contro gli altri, come nel brano di Marco 10, 35-41: Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo, chiedono a Gesù di poter occupare un posto privilegiato accanto a lui, ma nel momento in cui gli altri dieci vengono a sapere di questa richiesta, “diedero libero corso alla loro indignazione”, non perché non aspirassero a una qualche forma di premierato, bensì perché erano mossi dalle stesse ambizioni! Dopotutto i dodici hanno l’idea di un messia secondo il potere che sostiene la loro concezione del regno come struttura gerarchica di potere e che perciò attiva la loro ambizione. Il desiderio del potere crea la divisione del gruppo. Il fatto è che il potere porta sempre con sé l’ambizione competitiva che divide, quella che mette tutti contro tutti. La rincorsa al potere spezza la convivenza, ricordando sempre che ognuno deve fare i conti con questa ambizione. L’idea di fondo è che il potere porta con sé la cifra dell’abuso dell’altro, in un modo o nell’altro (cfr. da diversi punti di vista, Gli abusi nella Chiesa, in “Concilium”, n. 4 (2023).
“Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni”.
Il potere innesca sempre competizione dove il mors tua vita mea diventa ogni volta la norma totalizzante. Scatena l’ambizione e il servilismo, l’adulazione, la cortigianeria, come disposizione di chi asseconda la volontà altrui, specialmente dei potenti, per viltà, per interesse…
Dunque siamo in un contesto brutale e sconfortante: la discussione avviene mentre Gesù sta camminando nella direzione opposta al potere e verso il compimento del suo messianismo di servizio al Regno del Padre!
A questo proposito, J. Delorme osserva acutamente che l’affermazione di Gesù, che nel racconto di Marco si presenta come servo, conclude la sezione scandita dai tre annunci della passione, così che essa “ci fa comprendere che la passione non si può interpretare in una visione doloristica. Il cammino della croce non è ‘soffrire’ ma in primo luogo ‘servire’. C’è come un crescendo: la prima istruzione invitava il discepolo a prendere la propria croce, a rischiare la vita per il vangelo; nella seconda l’accento veniva posto sulla vita tra fratelli, sullo spirito di servizio e sulla vita fraterna; ora si porta in primo piano il motivo di tutto: bisogna seguire il Cristo-servo, lui che serve fino al dono della vita per la moltitudine”. Infatti, conosciamo bene le distorsioni che la giustificazione e presentazione del servire prevalentemente come un ‘sacrificarsi’ e un moralistico quanto ipocrita ‘umiliarsi’ ha finito di fatto per svuotare il significato rivoluzionario del servizio e per iscriverlo nella costellazione del perdente e in quella nicciana del masochista. Il punto è questo: il servire va sciolto dalla mentalità sacrificale perché il sacrificio implica sempre in un modo o nell’altro delle vittime sacrificate o da sacrificare. E si apre spaventosamente, come la storia mostra, al principio del fine che giustifica i mezzi, tanto caro ai poteri di qualunque forma. Ma soprattutto perché mette la sofferenza (quasi sacralizzandola con la conseguente morale della sopportazione e dei meriti…) al posto dell’amore-dono. Perché pone nel cuore di quello che sarebbe un vero dono la perdita, la rinuncia, la mortificazione. Perché induce a credere che esistano distruzioni che hanno una forza creatrice. Anche nel racconto parallelo, “Luca vede il ruolo di Gesù come il ruolo di un servo, nell’abbassamento volontario, ma senza che esso comporti l’idea di espiazione. Il suo pensiero è vicino a quello dell’inno citato in Fil 2,7-8”, (A. George, Lettura del vangelo di Luca, Cittadella, Assisi 1977, pp. 62-63).
A questo agire mondano, Gesù oppone l’atteggiamento richiesto a coloro che si vogliono suoi discepoli: “Tra voi però non è così” (v. 43). La formula verbale dice chiaramente che non si tratta di un auspicio – “non sia” – né di un augurio per il futuro – “non sarà” – ma di un tratto imprescindibile perché costitutivo fin da ora. Nello stile di Gesù servo si scopre anche lo stile della Casa-comunità cristiana, la quale non deve in alcun modo assomigliare alle strutture di potere esistenti, così come non può in nessun caso emulare il linguaggio e i metodi della società dominante. “All’interno della comunità, la caratteristica non è il dominio ma il servizio reciproco per amore: ‘piuttosto, se uno tra voi vuole essere grande sia vostro servitore’; rispetto a quelli di fuori, chiede loro un altro tipo di servizio, descritto in questo modo: ‘e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo/schiavo di tutti’”.
Non si sottolinea mai abbastanza che quel “tra voi, invece, non è così” riguarda l’ordinamento della comunità di coloro che si vogliono alla sequela di Gesù e si dicono cristiani. Il verbo è all’indicativo presente, non al futuro o all’imperativo: potremmo definirlo un presente costituzionale, un presente istituente tramite il quale Gesù esclude categoricamente il modello di potere realizzato nella vita sociopolitica e definisce la costituzione stessa della comunità dei suoi discepoli, dove ognuno è il servo di tutti. Qui non si allude a un qualche rovesciamento di situazioni fra oggi e più avanti, fra oggi e il regno dei cieli. In Marco si tratta di un ordine per la Casa dell’oggi, qui ed ora. “Sembra proprio che Marco senta una grandissima repulsione per le ambizioni dei cristiani, i corteggiamenti di chi è in alto, la ricerca di potere sugli altri. Tutto ciò fa pensare che nella chiesa del suo tempo ci fossero competizioni del genere” (J. Delorme).
Quindi vuol dire che per la comunità dei discepoli vale un’altra legge: non l’ambizione e un’organizzazione articolata sul potere ma la disponibilità a servire nella reciprocità. Servire come un servo e uno schiavo. In questo passo l’insistenza è ancora più rigorosa perché all’immagine del servo si aggiunge, ad accentuarla e radicalizzarla, quella dello schiavo. La legge della comunità è la diakonia non ancora come un compito assegnato ad alcuni (i diaconi) ma come riferito a tutti, impegnati a servirsi nella mensa, nell’annuncio, nella cura per i poveri. Più puntualmente, diakonos (servitore) sottolinea l’attività del servire, mentre doulos (schiavo-servo) presuppone uno stato di vita, e in ogni caso rinvia a colui che è collocato al livello più basso nella scala sociale, ciò che per il cristiano comporta anche “un’umiliazione di se stessi”, non nel senso spiritualistico e moralistico tradizionali dell’umiliarsi, bensì nel fatto concreto che “bisogna interessarsi dei disprezzati e invece di cercare egoisticamente dei vantaggi, il discepolo deve dimenticare se stesso e soccorrere chi non possiede privilegi, non dall’alto, ma in modo da abbracciarlo con amore come Gesù ha fatto con il bambino” (R. Fabris). Il servire non solo esclude definitivamente ogni dominio degli uni sugli altri nelle relazioni intracomunitarie, ma apre anche alla dedizione a tutti gli altri, esterni alla comunità, e in special modo ai senza parola e senza potere della società. E in ogni caso dobbiamo sempre tener conto che lo “statuto fondamentale” della nuova vita insieme che Gesù stabilisce a partire dalla Casa, è il rovesciamento di quello del potere e del controllo di un uomo su un altro uomo. In forma paradossale Gesù propone come modello di vita insieme due figure che rappresentano l’antipotere e l’antiprestigio: il servitore e lo schiavo.
Ora, la regola fondante e fondamentale che Gesù pone ai suoi si articola in una comunità in cui tutti devono essere servi, tutti devono essere al servizio gli uni degli altri, perché il canone del servizio reciproco garantisce una forma di vita comunitaria paradossale: se tutti viviamo nella regola della reciprocità del servire finisce che nessuno è servo e trattato come inferiore! Dove tutti sono servi, nessuno è servo e si affaccia quella uguaglianza costitutiva dei figli dell’unico Padre che si scoprono nel codice della vita fraterna.
Occorre sottolineare in ogni caso che Gesù non rifiuta soltanto il potere ma ad esso oppone nettamente una alternativa: il servizio. Dopo tutto, come abbiamo visto, non basta rifiutare il potere, bisogna contrapporgli un’alternativa. Sia perché il ricorso al potere è una tentazione costante, come la stessa vita di Gesù mostra, sia perché ci sarà sempre l’obiezione di coloro che al potere non vedono vie d’uscita. D’altra parte Gesù non si oppone soltanto all’idea mondana del potere ma anche alla mentalità che lo circonda di un messia dominatore, e che preme affinché egli si risolva ad agire e comportarsi in tal modo. Come sempre la sua risposta è netta: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti” (Mc 10,45).
Il cristiano quindi trova qui un fondamentale orientamento: il potere costituisce per lui la tentazione madre, sempre presente e sempre disponibile, e nello stesso tempo trova nelle scelte di Gesù una motivazione profonda per tenersene lontano e per sperimentare alternative. “Gesù è l’uomo del non-potere ed è identicamente l’uomo che si dona, dalla umile nascita alla tragica morte”. L’intento diretto di Gesù appare quello di attaccare e scardinare la convinzione secondo cui se la vita degli uomini non è iscritta o non è espressione di potere o di volontà di potenza, allora non vale nulla. Al contrario, solo fuori dalle molteplici e sofisticate ideologie del potere la vita umana acquista senso e la sua giusta dimensione. Non è vero che senza potere gli uomini non possono vivere bene e non possono vivere bene insieme! Il principio vitale non risiede nel potere, che invece è dominio, è oppressione, è idolatria, è perversione della scala dei valori degni degli uomini, è diabolico ossia è letteralmente principio di divisione. Specialmente quando è coniugato con il denaro e la ricchezza. Così come è altrettanto chiaro che Gesù rovescia l’impostazione che ancora ci condiziona, per argomentare e mostrare invece che è il servire che dà senso e fa stare insieme in modo veramente degno gli uomini. “Siamo di fronte a un vero capovolgimento dei valori”, nota ancora Romano Penna. Perciò risalta la limpida fermezza del capovolgimento in quel “tra voi non è così”: il modello dominante è quello del potere di dominio, ma nella comunità cristiana vige la forma del servizio per vivere insieme secondo il codice della fratellanza. Qui Gesù non dà soltanto una legge fra le altre, ma definisce la costituzione stessa della comunità dei suoi discepoli: in essa, “ognuno è il servo di tutti”.
Anche nel vangelo di Matteo risalta “l’istruzione in cui Gesù oppone il dominio esercitato nella società civile al servizio che va praticato nella sua comunità. Il dominio e l’oppressione esercitati dai capi e dai grandi del mondo sono banditi dalla comunità messianica”. Per quanto in passato si sia cercato di mitigare, e perfino di manipolare questa parola di Gesù, contaminando il servizio con il potere, viene chiaro che “il voler dominare sugli uomini sarebbe in totale contrasto con lo spirito di Gesù. In un logion bipartito si dice quale sia la vera grandezza. Essa consiste nel farsi servi e schiavi degli altri. (…). La vita del Figlio dell’uomo è stata caratterizzata dal servizio”.
Il testo di Marco, inoltre, considera proprio quelle che oggi vengono denominate strutture di potere e che sono quanto di più comune ci sia nella società di questo mondo. Nella comunità dei discepoli, invece, non ci devono più essere rapporti di potere: in essa chi vuol essere il primo deve essere il servo di tutti. Gesù pretende dai suoi discepoli proprio un modello di comportamento reciproco completamente diverso da quello che è normale nella società. Ciò significa che egli richiede una contro-società o, forse meglio, una società alternativa, (così G. Lohfink, Per chi vale il discorso della montagna? Contributi per un’etica cristiana, Queriniana, Brescia 1990, p. 54).
Il nostro cammino, tra l’altro, ci porta al punto decisivo: la Casa discepolare è chiamata a pensarsi e articolarsi come contro-società o società alternativa basata sulle pratiche del servizio in ogni ambito, all’interno e all’esterno. La lex fundamentalis della Casa di Gesù non dovrebbe essere il codice di diritto canonico ma questa del Servizio oppure dobbiamo avere il coraggio di riscrivere un CDC che declina la lex findamentalis del servire…
“Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito”, (Gaudium et spes, n. 3).
Contrariamente ad una certa tradizione interpretativa (che però continua a circolare, sostenendo che Gesù propone un esercizio del potere come servizio), Gesù non si limita affatto a riformulare l’esercizio del potere come servizio, che alla fine non sarebbe nemmeno una novità, in quanto tale auspicio era pure presente nelle visioni antiche del re saggio e pastore. In ogni caso, l’interpretazione del potere come servizio, almeno storicamente parlando, generalmente ha finito sempre per confermare il primato della logica del potere e giustificare anche clamorose contraddizioni. Gesù piuttosto propone nel servire la vera forma di vita alternativa al potere, ossia la possibilità di pensare le relazioni tra gli uomini secondo il registro del prendersi cura e del farsi carico dell’altro, anzitutto del più povero e dei senza potere.
Il servizio prima che un’opera da fare è un modo nuovo di essere insieme. Proprio come il Regno annunciato da Gesù non è un territorio di dominio ma uno stile di vita alternativo.
Servire dunque vuol dire riscrivere la convivenza umana con un’altra grammatica: la logica corale della reciprocità. Perfino asimmetrica! Una convivenza senza potere e senza poteri non è affatto una chimera, è piuttosto il cammino incessante di una comunità che tutta intera converge su quel riconoscimento reciproco che si chiama fraternità. Da un altro punto di partenza, anche Gesù mette in valore che il dono è la vera matrice del legame sociale e politico, dato che il servire è da lui vissuto come il “dare la propria vita liberamente” (Gv 10,11-18).
Quindi l’alternativa al potere non è il caos sociale ma il servizio e qualunque altra pratica di reciprocità che sia informata dal servizio e dal farsi responsabili reciprocamente l’uno dell’altro.
Qui viene anche evocata una prospettiva diversa dalla semplice rinuncia ai beni. La rinuncia era praticata anche presso i filosofi stoici ed è presente anche nei maestri spirituali delle religioni orientali per non avere preoccupazioni con le cose materiali. La visione evangelica propone di usare i beni come segno di amore gratuito e di condivisione secondo il modello fraterno della condivisione. I beni non possono essere concentrati come potere per controllare più o meno direttamente gli altri, ma vanno condivisi come segno di koinonia e di condivisione. I due lineamenti etico-sociali di fondo a questo proposito sono i seguenti: primo, non cercare di arricchirti; secondo, se hai, hai per dare.
Un esempio
“La frase di Gesù “tra voi però non è così” rimane conficcata come un chiodo dentro la nostra carne, per purificare ogni volta, daccapo, la forma del nostro potere – che non è una parola negativa – il quale è la capacità di intervenire sulla vita delle persone per farla crescere, perché di per sé il potere sarebbe questo. Il verbo servire indica che la nostra opera deve far crescere la vita e non deprimerla, non impoverirla. E per questo ci vuole il “potere”, che in prima battuta significa “avere la capacità di”, “essere capaci di”: io posso! E tuttavia ci sono due stili nell’esercizio del potere: quello del mondo che è la forma concreta del potere, che talvolta interviene senza far crescere la vita; e lo stile che per sé sarebbe proposto ai credenti, che ha un influsso anche sul mondo, e che deve promuovere le relazioni, la vita buona! Per questo il Sinodo può influire sul mondo se attua quanto è espresso dall’indicativo di Gesù: “tra voi però non è cosi!” (Mons. Brambilla: “Tra voi però non è così”)
Quaresima-Triduo pasquale-Tempo di Pasqua
5 marzo ore 19.00: Mercoledì delle Ceneri
Ogni sabato 17.00 – 18.30: La “Casa” luogo della comunità
Lectio bibliche con Vespri
8 marzo: La grande liberazione: presupposto per annunciare nella propria casa ciò che il signore ha fatto: commento di don Aldo Martin (biblista – Vicenza) (Mc.5,1-20)
15 marzo: L’apertura universale della missione di Gesù (Mc 7, 24-30; Lc 10, 1 -12): commento Prof Lorenzo Biagi
22 marzo: Gesù sovverte le categorie culturali: propone il servizio che supera la logica del proprio tornaconto (Mc 9,33 -37; cfr-Mc 7,1-13: ciò che contamina l’uomo): commento del prof. Lorenzo Biagi.
GIORNI BIBLICI 28 -29 -30 MARZO
Seconda parte: Lettera agli Ebrei : messaggio a Cristiani disorientati
Prof. Massimo Grilli
Venerdì 28 ore 20.30 -22.30
Sabato 29 ore 15.30 – 18.30
Domenica 30 ore 9.30 – 11.00 Celebrazioni eucarestica e conclusioni sulla Lettera agli Ebre
Sabato 5 aprile: Nella “Casa” di Simone il lebbroso, avviene l’unzione di Betania che “prepara” l’Evento dell’Ultima Cena nella grande sala del piano superiore (Mc 14,1-25): commento di Don Carlo Broccardo
Settimana Santa
13 aprile ore 9.30: Le Palme
17 aprileore 19.00: Giovedì Santo – Prologo pasquale
Triduo pasquale
18 aprile ore 19.00: Venerdì Santo – Liturgia della Passione
19 aprile Sabato Santo: oggi Grande Silenzio sulla terra
ore 21.00: VEGLIA PASQUALE
20 aprile: Domenica di Risurrezione
ore 10.00: Celebrazione del giorno
ore 17.00: Vespri con breve lectio
21 aprile: Chiuso
Tempo di Pasqua
31 maggio ore 20.30: Veglia dell’Ascensione
1 giugno ore 9.30: Celebrazione del giorno
7 giugno ore 20.30: Veglia di Pentecoste: la comunità ecclesiale, grembo materno (cfr. At 1,12-14) Lo Spirito è il dono di esprimersi: dallo “Shemà” (Dt 6,1-9) alle lingue di fuoco (At 2,1-4)
8 giugno ore 9.30: Celebrazione del giorno
Giovedì 19 giugno ore 19.00: San Romualdo
Lectio bibliche con Vespri si terranno al Sabato 16.30 – 18.00
Sabato 30 novembre: panoramica introduttiva di, Firmino – Quarant’anni dopo l’evento Gesù, durante la rivolta giudaica e la repressione romana (70-132), Marco rielabora tradizioni orali a lui pervenute su Gesù e descrive le qualità specifiche delle comunità ecclesiali.
Sabato 7 dicembre: Commento a Mc 1,14-39 di don Carlo Broccardo (biblista – Padova) – Gesù abbandona la propria famiglia, la casa di Nazaret (Mc 1,9) e costruisce la Nuova famiglia itinerante, annunciando e svelando l’Evangelo di Dio con operante presenza che va oltre l’umano, ma si compie nel tempo. Temi salienti della giornata di Cafarnao:
Sabato 14 dicembre: Commento a Mc 3,21-35 di Firmino – Dai parenti al discepolato attorno a Gesù per compiere la volontà di Dio
Sabato 21 dicembre: Stili di vita, con il prof. Lorenzo Biagi
La scelta di raccontare Gesù
I primi scritti (in ordine cronologico) del Nuovo Testamento sono le lettere di Paolo; non hanno molti dati sulla vita di Gesù: ci dicono che è nato, morto, risorto, “salito al cielo”. A Paolo interessa mostrare le conseguenze: se Cristo è morto e risorto per noi, allora anche noi… Anche per Marco la morte in croce di Gesù è il centro dell’annuncio; ma rispetto a Paolo ha intuito qualcosa in più: ha scritto un racconto, una “biografia di Gesù”. È stato il primo ad avere questa idea, quella di raccontare Gesù. Perché? Non lo sappiamo. Con quale effetto?
Marco ha scelto di annunciare Gesù raccontando Gesù, raccontandone cioè la vita, le esperienze, gli incontri, i gesti; le parole, l’accoglienza, l’incomprensione; le difficoltà, la morte, la risurrezione. Questa mise en récit, questa messa in racconto dell’esperienza straordinaria di Gesù Cristo Figlio di Dio ha appassionato, scandalizzato, convinto, messo in crisi i suoi destinatari (che possiamo immaginare sia come ascoltatori sia come lettori) e ha funzionato non solo come supporto per la predicazione, ma come vera e propria esperienza formativa e strategia mistagogica: Marco ha provato a farci entrare nel mistero grande del regno di Dio e della persona singolare e irripetibile di Gesù di Nazaret facendoci percorrere, insieme con lui, le strade dalla Galilea a Gerusalemme, in un apprendistato discepolare condiviso con folle di uomini, donne, bambini, emarginati, potenti (A. Guida, Vangelo secondo Marco, Àncora, Milano 2017, p. 14).
È una «strategia mistagogica»: entrare nel mistero di Gesù / Dio (regno) attraverso il racconto. Certo manca di sistematicità: in generale perché è un racconto, in particolare perché è Marco! Anche sul nostro tema: non una riflessione organica, ma narrazione di esperienze. Quello che perde in sistematicità lo recupera però in coinvolgimento: il racconto di fa entrare in un mondo, ti rende partecipe. Marco racconta un’esperienza (che è significativa, arché – cfr. 1,1 – principio e fondamento): come risuona con la mia esperienza? È questo il punto di vista da cui ci porremo: recuperare l’esperienza di Marco e lasciarla risuonare con la nostra; e così “imparare” cosa significa essere comunità ecclesiale.
Oggi ci fermiamo sugli inizi. Dopo aver detto che Gesù si trovava in Galilea e proclamava il Vangelo di Dio, Marco ci racconta due episodi. Il primo lungo il lago: Gesù chiama quattro pescatori a seguirlo. Il secondo in città, a Cafàrnao: una giornata di Gesù, che al mattino del sabato va in sinagoga a pregare, poi nella casa di Pietro, quindi in un luogo deserto, isolato. Tre luoghi che diventeranno “suoi”, abituali.
Lungo il mare di Galilea: Gesù ti cambia la vita
16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. 20E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
«Mentre gettavano le reti in mare; mentre riparavano le reti». Si nota sempre, leggendo questo brano, la normalità della scena: luogo comune, di lavoro; tempo non precisato; persone che stanno semplicemente facendo quello che facevano ogni giorno.
Il primo luogo in cui Gesù opera è un luogo comune, di lavoro. Inoltre veniva da Nàzaret: ha fatto lui gran parte della strada per incontrare Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. È la stessa esperienza che faccio anch’io quando mi rendo conto che il Signore mi incontra qui, dove sono oggi; io vorrei essere altrove, lui mi cerca qui. Cfr. S. Agostino!
L’evangelista Marco ci racconta la chiamata dei primi quattro discepoli in modo da sottolineare la cosa che per lui è più importante di tutte: Gesù. Tutto il resto non ha importanza (sentimenti, motivazioni, progetti…); a lui interessa solo mostrare come Gesù passa e ti cambia la vita. Anche l’apostolo Paolo racconta la sua vocazione; non lo fa mai in modo troppo dettagliato, ma ripete quello che conta: «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo… Non però che io abbia giù conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,7-8.12). Nella lettera ai Galati racconta come l’aver incontrato Cristo Gesù gli abbia trasformato la vita dal di dentro: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
Il racconto di Marco, le pagine di Paolo, così come la chiamata di Levi e altri testi ancora ripetono sempre lo stesso schema: in qualunque modo succeda, incontrare lui cambia la vita! Ricordo la storia della mia vocazione. Quando e come il Signore, Gesù, è passato e ha cambiato la mia vita. Ricordo con gratitudine i momenti più luminosi; ricordo con serenità i momenti più bui, i rinnegamenti, le incertezze; vivo nella fiducia che Gesù mi ripete ancora, ogni giorno, «Seguimi». Nasce in me una preghiera di ringraziamento; rendo grazie al Signore Gesù perché mi ha incontrato, perché ha dato un senso alla mia vita, perché ha posto in me il desiderio del giorno beato in cui non avrò più bisogno della Scrittura per intuire i lineamenti del suo volto. Lo vedrò faccia a faccia. Tornano alla mente ancora le parole di S. Agostino:
Tardi ti amai, bellezza così antica, così nuova, tardi ti amai.
Ed ecco, tu eri dentro di me ed io fuori di me ti cercavo
e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione.
Eri con me, ed io non ero con te.
Le tue creature mi tenevano lontano da te,
proprio loro che non esisterebbero se non fossero in te.
Tu hai chiamato e gridato,
hai spezzato la mia sordità;
hai brillato e balenato,
hai dissipato la mia cecità;
hai sparso la tua fragranza ed io respirai,
ed ora anelo verso di te;
ho gustato ed ora ho fame e sete,
mi hai toccato, ed io arsi nel desiderio della tua pace.
(Confessioni, X, 27)
In sinagoga: Gesù è potente contro il male
21Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
La sinagoga è il luogo di preghiera della comunità; non sappiamo tanti dettagli di com’erano o cosa vi si faceva, sappiamo però che c’era un appuntamento fisso ogni sabato, che si leggeva la Torah e che si radunavano tutte le famiglie. Gesù insegna e il suo modo di parlare attira l’attenzione; non tanto per il contenuto (che Marco non riporta), quanto per lo stile: è efficace. Non solo dice, ma anche realizza (cfr. Mc 1,15 e 1,27).
Per capire meglio occorre ricordare due cose sul contesto religioso-culturale del tempo. Prima: Dio e solo Dio è Santo, più ci si avvicina a lui più si diventa santi, più ci si allontana da lui più si diventa impuri. Questo vale per le persone e per le cose; non è una questione (solo) morale. Seconda: non ci sono fenomeni solo naturali: dietro/dentro tutto ciò che è bene c’è Dio oppure un suo angelo; dietro/dentro tutto ciò che è male c’è il maligno (o un suo spirito; impuro perché allontana da Dio).
Entriamo in questo mondo, così diverso dal nostro; notiamo che Gesù ha la capacità di far venire allo scoperto il male (perché i due sono incompatibili) e di sconfiggerlo. Il maligno non sopporta la presenza di Gesù; più lui è presente, più il male arretra. È questo che succede nei primi capitoli di Marco: Gesù passa e libera dal male (nelle sue varie forme); subito; tutti; sempre. È la primavera di Galilea!
Capiamo perché i presenti sono pieni di stupore e timore, due atteggiamenti tipici di fronte a qualcosa di inaspettato e di grande (divino). Fanno un’esperienza incredibile della forza di Gesù contro il male.
Ora che riconosco l’esperienza che racconta, mi accorgo che questa pagina di Vangelo parla anche di me; posso “entrarvi” e riconoscere la mia vita. Per esempio: immagino di essere lì in sinagoga, tranquillo, nell’attesa che inizi la preghiera. Arriva Gesù e subito uno tra i presenti comincia ad urlare; Gesù gli parla e lo libera dal male. Basta la sua presenza. Sono anch’io stupito come tutti, percepisco la forza di Gesù, la sua autorità contro il male.
Immagino come potrebbe essere fargli spazio in me; lasciarlo entrare in quella stanza in cui ci sono le esperienze negative, i sentimenti di cui mi vergogno, gli errori, le incertezze… Come potrebbe portare vita, purificare, far fiorire la mia vita! Può darsi che ci sia qualche cosa che in questo periodo mi fa soffrire particolarmente, mi inquieta più del resto; ne parlo con Gesù; lascio che entri nella mia casa, senza vergogna; lo ascolto.
In casa: Gesù guarisce tutti
29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era
riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Di questo brano mi colpisce subito e sempre di più, ogni volta che lo rileggo, come Gesù guarisca tutti! Inizia in modo semplice, con un miracolo “privato”, con una guarigione “facile” (anche se probabilmente la febbre è una cosa più seria, nel mondo antico, di quanto lo sia oggi da noi). Poi però gli portano tutti gli ammalati; tutta la città era davanti alla porta della casa. Ancor oggi si possono vedere i resti della città di Cafàrnao, la casa di Pietro è a pochi passi dalla sinagoga e le case erano proprio piccole, praticamente una stanza. Se non lo sapessimo, Marco ci ricorda che la città è grande e i malati/indemoniati sono molti – e Gesù li guarisce tutti!
Provo ad immaginare la scena: sono in casa di Simone e Andrea, sta tramontando il sole; e poi inizio a sentire un brusio, gente che bussa, persone che portano ammalati da ogni angolo della città. C’è il mondo fuori dalla porta; Gesù ha una parola per tutti, una parola efficace, che guarisce, che ridona pace. Ha una parola anche per me? Cosa desidero che faccia oggi per me? Cosa o chi gli porto, perché se ne prenda cura?
Sul monte: Gesù e il Padre
35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Ricordiamo la sera prima: dopo il tramonto del sole gli portano tutti gli ammalati della città, che erano molti; non immagino che Gesù li abbia liquidati in pochi minuti, ma che sia stato con loro fino a notte fonda. Eppure al mattino presto, quando è ancora buio, si alza a pregare. Non è una fuga dal lavoro: quando arrivano i discepoli, si rimette all’opera: quello che ha fatto qui a Cafàrnao lo ripete nelle altre città e villaggi della regione (di tutta la regione). Ruba tempo al sonno, ma non può fare a meno di pregare.
È bello che Marco non ci dica i dettagli della preghiera di Gesù. Così lo posso immaginare semplicemente in silenzio; al mattino presto, in un luogo deserto (cioè fuori dalla città): nel silenzio più semplice. Immagino Gesù così: in silenzio, davanti al Padre. È così fin dal principio, quando «il Verbo era presso Dio» (Gv 1,1). Potrei anch’io dedicare del tempo semplicemente a stare davanti a Dio; occorre cercare e fare esperimenti finché trovo il luogo e il momento migliore per farlo; occorre la pazienza di prendere il ritmo. Ma poi diventerà una “necessità”…
Quando prego, immagino Gesù in preghiera; è qui accanto a me, prega con me.
Marco non mi spiega che cosa vuol dire essere discepoli di Gesù; non fa un trattato ben ordinato; non usa concetti ma racconta esperienze. Mi fa entrare in un mondo in cui Gesù ti cambia la vita, è potente contro il male, guarisce tutti, sente il bisogno di stare con il Padre. Meno strutturato rispetto ad un trattato di teologia (che pure è assai utile!), ma decisamente più coinvolgente.