Sabato 10 novembre 2018 alle ore 16.30
terrà una conferenza su:
“La pazienza di Dio e il primato del dono”
prima parte del corso biblico
30 – 31 luglio e 1 agosto
(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)
Don Gianantonio Borgonovo
Fine della profezia? Prigionieri della speranza
Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia
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Seconda parte del corso biblico
20-21-22 agosto
(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)
Don Gianantonio Borgonovo
Fine della profezia? Prigionieri della speranza
Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia
Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.
Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore e duce delle anime vostre». «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita». Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge».
Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi!
Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre. Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre.
E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente. Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezze dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!
(Certosa di Vedana, 1968)
Secondo fine settimana biblico: 18-19 maggio
con Don Flavio dalla Vecchia
Il Libro dell’Esodo (cap 1-15) –
Venerdì 18 maggio: dalle ore 20.30 alle ore 22.30
Sabato 19 maggio: dalle ore 9.00 alle ore 12.00
Alla sera, ore 21.00: VEGLIA DI PENTECOSTE
Domenica 20 maggio: PENTECOSTE (Eucarestia ore 9.30)
AGOSTO
Giorni biblici 30 – 31 luglio e 1 agosto
(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)
Don Gianantonio Borgonovo
Fine della profezia? Prigionieri della speranza
Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia
Giorni biblici: 20-21-22 agosto
(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)
Don Gianantonio Borgonovo
Fine della profezia? Prigionieri della speranza
Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia
PASQUA 2018
Ci prepariamo a partecipare agli eventi divini con cui Dio compie in noi la sua opera.
L’insuccesso di Gesù sanzionato dalla sua morte
è il luogo della sua vittoria
sui poteri di disintegrazione e di violenza
che governano
il divenire delle società umane.
L’immersione del Nazareno
nella miseria umana,
della quale denuncia l’ingiustizia,
non richiama
all’anarchia del comportamento
o alla ribellione senza progetto,
bensì ad una giusta relazione
con Dio e con gli altri. (C. Duquoc)
Dalla Cena alla Passione
Gesù prende il pane e parla del suo corpo, prende il vino e parla del suo Sangue; ciò che si vede con gli occhi rinvia ad altro: alla sua dedizione, che nutre il pellegrinaggio verso la nuova creazione e ci lega eternamente nel suo perdono.
Dalla Passione alla Sepoltura
Occorre liberare l’opera pasquale da ogni meccanismo di punizione. La terminologia relativa al castigo per il peccato, non si adatta all’azione divina; la Pasqua è l’atto positivo di Dio che ama, vede, ascolta, soccorre, libera e ricostruisce l’uomo. Il Figlio dell’Uomo che doveva patire non è legato alla destinazione della morte in croce voluta dal Padre, ma alla necessità di condividere l’amore e il progetto di Dio per l’uomo perduto. Tale progetto Gesù lo apprese dalle Scritture e nella preghiera e lo realizzò incontrando l’uomo lungo le strade. Imparò la sua dedizione dallo Spirito del Padre nelle cose che patì (cf Lettera agli Ebrei 5,7-9).
Predicò che l’odio si vince con l’amore e il perdono; che l’ingiustizia e la menzogna si sconfiggono con dinamiche di vita che ridonano dignità e speranza ai perduti della storia.
Investì tutte le sue risorse nel progetto del Padre, rimase fedele anche nelle ore buie della ingrata risposta umana. Continuò ad amare fino al segno supremo, anche quando la bufera della malvagità lo travolse, rivelando in se stesso l’amore del Padre.
Dalla Tomba vuota al trionfo della Risurrezione
Così Gesù portò a compimento il programma luminoso del Padre, rendendoci partecipi della sua Risurrezione; di essa Egli è la primizia e il primogenito di tutti gli uomini chiamati suoi fratelli, perché saranno in Dio nella stessa condizione di vita (Cf 1Cor 15,28).
PASSIONE DI GESU’ SECONDO MARCO
Cap 14,1-15,47
Il dramma del cammino umano di Gesù, più volte annunciato sta per concludersi (8,31-10,33).
Marco aveva dedicato dieci capitoli per narrare la missione di Gesù; tre capitoli per riassumere gli ultimi tre giorni al Tempio. L’ultimo blocco, ancora di tre capitoli, per raccontare la Passione e Risurrezione.
Si evidenziano due comportamenti: il complotto per arrestare e uccidere Gesù, con il coinvolgimento di Giuda e il gesto incompreso di una donna anonima, incastonato al centro del racconto. Marco narra l’unzione del Re Messia con l’olio profumato di puro nardo, versato sul capo di Gesù.
Due gruppi a confronto: quello travisato miseramente dal calcolo del denaro: “Si poteva vendere il profumo invece di sprecarlo”; Giuda consegna Gesù e viene ricompensato col denaro. Al centro la Parola di Gesù, che difende l’operato della donna interpretandone il gesto: ha visto anticipatamente il mio corpo morto. Un profumo perduto per un corpo perduto! L’azione è bella e resterà per sempre: “I poveri li avete sempre, non sempre avrete me”. Anche la presenza di Gesù è un dono unico ed eccezionale: il Messia, il Figlio di Dio che conclude la sua presenza.
La convivialità di Betania è onorata profeticamente dalla donna anonima, che venne senza essere invitata; per questo gesto sarà ricordata quando il Vangelo verrà annunciato e prenderà il posto del corpo perduto. L’alternanza dei paradossi segnerà l’intero racconto della Passione e della vita alla tomba trovata vuota.
Il definitivo atto con cui Gesù si dona, prende tutto il suo rilievo dall’introduzione: “Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua” (v 12) e dai due tradimenti che fanno da inclusione: quello di Giuda che lo consegnerà (v 18) e quello di Pietro che lo rinnegherà (v 30). I commensali di tutti i tempi dovranno confrontarsi con questi gesti compiuti dai due discepoli. Marco non dice il motivo per cui Giuda decise di consegnare Gesù, solo precisa che lo farà con l’inganno. Il gesto di Pietro è dettato dalla paura e dalla fragilità.
Nella Cena Gesù dà ai discepoli il senso della sua morte, spezzando il pane e porgendo il bicchiere. Al di là di ciò che vedono e percepiscono, essi sono invitati a ricevere il dono totale che Gesù fa di se stesso come salvezza, introducendoci nel Mondo Nuovo che viene con il Regno di Dio. Della cena pasquale ebraica, Marco volutamente non ricorda altro, se non il compimento di Gesù, che sancisce per sempre il legame di salvezza di Dio per tutti. Il resto è ormai teologicamente insignificante. Rimane decisivo, d’ora in poi, ciò che Gesù compie, offrendo se stesso nella distribuzione del pane e del vino, trasformati dalla sua Parola in segno del suo corpo e del suo sangue.
Gesù attribuisce alla sua morte il significato reale dell’offerta della vita come liberazione per l’uomo, al fine di unirlo definitivamente a Dio. La Pasqua trasforma l’umanità nei contenuti della vita di Gesù, aprendo l’accesso definitivo al Padre: Il Regno Nuovo che viene.
L’Eucarestia non scioglie subito la fragilità e le contraddizioni dei discepoli; Gesù annuncia il loro smarrimento a causa della debolezza di fronte al destino atroce che egli subirà. Degno di attenzione sublime è ciò che segue: Gesù non pronuncia nessun rimprovero, annuncia invece il loro coinvolgimento nella sua Risurrezione, precedendoli il Galilea (v 28). L’inconsistenza umana (la carne) è superata dal dono ineffabile dello Spirito (14,38)
Marco li racconta nella loro realtà cruda: spavento, angoscia e tristezza fino a morire assalgono Gesù. Il terribile momento è riempito dalla preghiera scarna e prolungata:
“Abbà (linguaggio di affidamento)
a Te tutto è possibile,
non come voglio io,
ma come vuoi Tu”.
Nel momento drammatico Gesù cerca l’affidamento pieno al Padre. Pur sentendo tutta la ripugnanza di ciò che lo attende, rinnova e chiede solo la piena sintonia con il suo disegno. Questa tensione ha sempre contraddistinto la sua vita di uomo e Figlio; prima nell’impegno con le persone, ora dinanzi al Padre, poi nelle mani di coloro che lo elimineranno.
La cattura: la scena è violenta: “Gli misero le mani addosso”. L’evangelista preferisce non dire che uno dei discepoli reagisce con la spada. Ricorda invece la Parola di Gesù “Perché avete scelto questo momento e questo luogo di tenebra, quando ogni giorno ero in mezzo a voi?”. Poi i discepoli fuggono, ma un giovane cerca di seguirlo e viene aggredito.
Presagio di ogni sequela? Aurora del raduno del Risorto dopo la dispersione?
Un processo per direttissima in piena notte, davanti al supremo organo legislativo e giudiziario del giudaismo del tempo. Marco mostra la sua abilità narrativa inquadrando il processo all’interno delle sequenze del rinnegamento di Pietro. Nel dibattimento processuale, la via dei testimoni si mostra inconcludente; allora il Sommo Sacerdote pone la domanda precisa sull’identità di Gesù; ad essa egli risponde ufficialmente di essere il Messia, Figlio del Benedetto, aggiungendo la profezia di Daniele e spiegando di essere Figlio dell’Uomo che siederà sul trono di Dio quale erede del Regno (cf Dan 7,13).
La dichiarazione solenne e pubblica è la professione di fede che la comunità cristiana farà propria lungo i secoli, ma è costata la condanna a morte del suo Signore.
Il processo si conclude con la scena umiliante del Messia Figlio respinto. Un sarcasmo ignobile per deridere il condannato come un visionario blasfemo. E’ una scena di disprezzo che la storia tristemente rinnova. Il racconto prosegue con il rinnegamento di Pietro, secondo un crescendo impressionante: “Pietro incominciò a maledire e a giurare: Non conosco quest’uomo che dite”. Un pianto lo purifica, ricordando le parole che Gesù gli aveva detto. Pietro diventa il modello di ogni discepolo fragile.
Resta il monito: mentre Gesù riconosce di essere Messia e Figlio di Dio, accettando di essere umiliato e condannato a morte, Pietro per paura di sacrificare la vita, nega di essere stato chiamato per essere con Gesù. Le nostre risorse restano fragili (carne) ma se ci lasciamo guidare dallo Spirito si può sostenere tutto (cf 14,38).
Pilato non è convinto dell’accusa politica fatta a Gesù “di farsi Re dei giudei”: gli sembra irreale. Per questo tenta invano di difenderlo anche davanti alle folle: “Che male ha fatto?” (v 14). Alla fine cede, decidendo la condanna. Impressiona il silenzio di Gesù e il vociare sedizioso della folla inferocita. Segue la scena dei soldati, che deridono la pretesa di Gesù di farsi re e improvvisano un’atroce intronizzazione davanti a tutti gli impiegati del palazzo del governatore romano.
Ma la simulazione tragicomica si fa seria, perchè la dignità regale del condannato è vera, anche se disprezzata.
Le tinte narrative continuano forti e paradossali in una rigida successione. Marco allude in maniera discreta il compiersi delle Scritture:
La beffa più grave è gridata dai gran sacerdoti e dai dottori delle Scritture: Ha salvato gli altri e non è capace di salvare se stesso! Scenda dalla croce il Messia e gli crederemo”.
Ma il Crocifisso è potenza di Dio che salverà gli altri (1 Cor 1,25). Il Messia crocifisso non sarà mai conforme al pensare umano, è solo Mistero di dono divino, perdita totale di sé nell’abbandono (cf Sal 22,2), e rivelazione abissale del Figlio di Dio riconosciuto da un pagano.
Da una simile morte chi si attenderebbe qualcosa?
Marco, simbolicamente risponde presentando il primo effetto: lo squarcio del velo del tempio, l’accesso a Dio di tutti gli esclusi. Nelle tenebre dell’uomo condannato, solo e abbandonato, abita Dio, la sua fedeltà e solidarietà per tutti i derelitti.
Conclude l’evento del crocifisso lo sguardo delle donne che lo avevano seguito e servito fin dall’inizio, dalla Galilea a Gerusalemme. La fecondità non è esaurita perché si estenderà in molte altre, fino ad oggi e nel futuro.
Attorno a Gesù rimangono coloro che aspettavano il Regno di Dio, quelli che hanno compreso la sua azione misericordiosa, presente lungo tutta la vita di Gesù e nella sua morte dissacrata. Quella morte è l’atto supremo con cui Dio libererà l’uomo. Il crocifisso diventa la casa per tutti gli uomini; nessuna notte, nessun inferno della storia potrà mai chiudere la porta del Nuovo Tempio costruito dal Padre.
La Croce mostra l’altra faccia del reale: la vittoria dell’amore veramente eccessivo, mostrato da Dio in Gesù, suo Figlio, Messia e nostro Salvatore. Brillano così le prime luce del Sabato definitivo.
(Domenica 25 febbraio 2017, Santa Maria in Colle)
Questo Vangelo è stato letto oggi a noi, dunque siamo invitati a fare anche noi l’esperienza dei discepoli.
Gesù ci ha invitato a venire su questo colle, a Santa Maria in Colle, per essere trasfigurato di fronte a noi. Siamo invitati a entrare in questa dinamica, preparata oggi per noi dal Signore: prendere il tempo, grazie allo Spirito che ci abita, di contemplare Gesù nella Sua luce ‘splendente (Mc 9,2-3) ma non accecante, una Luce che pacifica, che riscatta: prendiamo il tempo di essere illuminati, lo Spirito ci illuminerà.
Prendiamo anche il tempo di ricordarci un po’ dell’Alleanza significata un po’ da Mosè ed Elia (Mc 9,4), e che oggi troviamo nelle Scritture che noi leggiamo, meditiamo, e questo anche illumina i nostri cuori.
Ma siamo anche consapevoli che questa illuminazione alla quale siamo invitati, è momentanea, non può durare …e, molto presto, siamo trasferiti in un’altra dimensione, quella della ‘nube’: abbiamo l’esperienza della nube, che non è una notte oscura [ma] è una nube lucida nella quale non si vede più niente ma si può ‘sentire’, si può ascoltare…
Dopo aver preso il tempo di ‘guardare’ con gli occhi, prendiamo il tempo di ascoltare con l’orecchio.
Ascoltare la voce del Padre che ci dice, al profondo del nostro cuore, “È Gesù, è il Suo Figlio diletto” (Mc 9,7); il Padre rafforza la nostra fede, fa’ sì che non abbiamo più nessun dubbio oppure “che siamo capaci di superare il dubbio” e di riconoscere Gesù nella vita, negli altri e anche nella preghiera: ascoltare Gesù! perché è il Figlio diletto del Padre.
E che dice Gesù?, che dirà Gesù?
Ha già cominciato (Mc 8,31-32.34-38), prima della Trasfigurazione, a parlare in un modo un po’ …difficile [duro] della Sua passione e della Sua resurrezione; e questo discorso Gesù lo farà ancora due volte (Mc 9,30-32 ; 10,32-34) durante questo ‘periodo dell’ascolto’ (…Mc 9,7…).
E questo è anche una parola per noi, perché ciascuno di noi partecipa a suo modo – a livello della salute per cominciare, a livello delle preoccupazioni, a livello delle delusioni, ecc. Tutto questo nella Festa della Trasfigurazione ci rivela che non sono soltanto delle cose sgradevoli, ma è qualcosa che possiamo ricevere, vivere ‘con Gesù’, il Figlio diletto.
E che dirà ancora Gesù dopo questi annunci della passione?
Ci dirà nel Vangelo di Marco, ‘un modo cristiano di vivere’, che è semplice ma che allo stesso modo [tempo] richiede tanto tanto tanto…forse tutto!, ma se l’ascoltiamo dalla bocca di Cristo, allora diventa possibile.
E che dice Gesù? Io ho preso il Vangelo:
rispettare i bambini (Mc 9,33-37.42 ; 10,13-16), rispettare i bambini e…di più!: diventare ‘come bambini’ (Mc 10,14-16. Dobbiamo prendere oggi il tempo di pensare un po’ questo: “sto diventando un bambino?”, “rispetto i bambini…concretamente”?, “dove sono questi ‘bambini’?”
Dopo Gesù ci invita a un comportamento ‘casto’ (Mc 9,42-50 ; 10,2-12)… la castità del matrimonio sì…ma ‘castità’ è molto di più!: direi un’arte di vivere con delicatezza, con attenzione, con una certa ‘orto-possessione’…se si può dire così – e rispetto degli altri.
Gesù ci invita attraverso l’episodio del giovane ricco (Mc 10,17-22) di non tenere alle ricchezze (Mc 10,23-25): delle ricchezze ne abbiamo forse un po’, forse molto di più, forse in questa sala non avete tutti gli stessi gradini di ricchezza, ma non ‘tenere la ricchezza’, cercare di avere sempre un atteggiamento di ‘prudenza’ di fronte alle ricchezze, perché molto spesso la ricchezza diventa – come dice Paolo (1Tm 6,7-10 ; 1Cor 10,14) – una idolatria.
Gesù ci invita anche a non cercare i primi posti (Mc 10,35-45)… non lo so: nella famiglia, nell’impresa, nella politica …anche nella chiesa – …io sono ‘prete’, spero di essere ‘vescovo’, ‘patriarca’ e chissà…chissà!, forse papa! – ‘non cercare i primi posti’… cercare ‘il posto giusto’: il posto giusto è sempre un posto…umile!, ma non ‘umiliante’, ma ‘umile’ (Mc 10,43-45).
Alla fine Gesù finisce il suo discorso prima di partire [cominciare] la Settimana Santa, ci invita a ‘servire’ (Mc 10,43-45)…
Dunque:
rispettare i bambini,
diventare un bambino,
avere un comportamento casto,
non tenere le ricchezze,
non cercare i primi posti,
servire… ma tutto questo è impossibile!, non possiamo fare questo, è troppo difficile!
Ma se ascoltiamo Gesù, il nostro cuore, abbiamo Gesù che ci chiede: “per favore, non tenere alle ricchezze”, “per favore, in questa situazione, abbi un comportamento casto”, “in questa circostanza, metti la tua gioia nel servire”… allora, quando questo viene da Gesù, per Gesù…lo faremo?, ‘con Gesù’, lo faremo.
Ma ‘da noi’, certamente no: è troppo difficile! Ascolta!, Ascoltatelo! (Mc 9,7) dice il Padre.
E, dunque, mi sembra che questo Vangelo della Trasfigurazione ci invita umilmente, ‘con perseveranza’, a essere vicino a Cristo…con gli occhi – la contemplazione; con l’orecchio – l’obbedienza; con le mani – fare ciò che Gesù ci invita a fare.E allora, giorno dopo giorno, arriveremo alla Pasqua…e saremo partecipi della Risurrezione.
[Quindi] noi preghiamo gli uni per gli altri ma anche per tutti i cristiani che celebrano oggi l’Eucarestia…e per tutti gli uomini alla fine…che in una maniera o nell’altra possano contemplare un po’ la Luce di Dio, ascoltare la Parola ‘che-salva’ e, con energia, fare ciò che ci è chiesto.
Lectio biblica
Montebelluna 27 febbraio 2018
Firmino Bianchin
IL RICORDO DI MARIA -Lc 1,26-38
Il Libro del Siracide facendo l’elogio degli uomini di Bene dice: “ di loro alcuni lasciarono un nome. Di altri non sussiste memoria, svanirono come se non fossero mai stati” (44,7-10). Qoelet, qualche tempo prima affermava ancora più radicalmente: “Non ci si ricorda né del saggio né dello stupido, mai più: nei giorni che verranno tutto sarà dimenticato. Ah, come è possibile che il saggio muoia allo stesso modo dello stupido?” (cap 2,16)
Noi invece ricordiamo Maria di Nazaret e cerchiamo di conoscere la sua persona. Il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium n 65 dice: “Mentre la chiesa ha già raggiunto nella felicissima Vergine quella perfezione che la rende senza macchia e senza ruga (Ef 5,27), i cristiani invece sono ancora impegnati a crescere in santità vincendo il peccato”.
Il teologo L. Sartori commenta: “Solo in Maria la chiesa è già quello che deve essere; tutti gli altri sono nel “non ancora” della ricerca. Maria è unica, eminente, nessun altro la eguaglia, il che sembra supporre che la chiesa perfetta non esiste (almeno in terra) e che la stessa efficacia dell’opera di Cristo rimane sempre limitata, frenata, non capace di produrre alcun capolavoro che la incarni… Cristo vittorioso, sena mai una vittoria piena? Il Concilio afferma che solo in Maria, Gesù ha finalmente toccato il vertice delle sue possibilità di Redentore vittorioso” (cf. Perle del Concilio, EDB, p 175).
L’interpretazione conciliare di L. Sartori è felice, evidentemente non dimentica il percorso faticoso, pieno di interrogativi, a volte perfino inquietante che ha contrassegnato la vita di Maria qui in terra.
LA PREPARAZIONE – LC 1,26-38
Luca narra il cammino di Maria partendo dal basso; il primo testo offre molti dati e possiamo definirlo una preparazione (vv 26-27).
La giovane donna vive in un villaggio molto povero, ai confini della Palestina, mai citato dal Primo Testamento; è fidanzata e sta aspettando il giorno in cui andrà a vivere insieme al futuro sposo: Giuseppe della casa davidica.
L’evangelista, nel presentarla, ricorre a punti di riferimento più noti; diversamente essa fa parte degli anonimi che vivevano il progetto di farsi una famiglia. La dicitura “Da Nazaret, Nazareno” forse creava per quel tempo qualche problema (cf GV 1,46); un villaggio che non faceva onore.
1,28 –In questa normalità accade qualcosa di eccezionale: Dio fa irruzione nella sua vita con un rapporto preferenziale e gratuito; il Vangelo non dice nulla sulle disposizioni della giovane, semplicemente annota che Dio le fa “grazia e sarà con lei”, svelandole poi il compito che la attende. Dio la seguirà con la sua presenza preveniente, assolutamente gratuita, compimento della promessa profetica alla figlia di Sion:
Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele,
e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!
15 Il Signore ha revocato la tua condanna,
ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura.
16 In quel giorno si dirà a Gerusalemme:
«Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
17 Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente.
Esulterà di gioia per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà per te con grida di gioia. (Sofonia 3,14-17).
Maria è invitata a rallegrarsi (“gioisci”) e trovare il senso della presenza misteriosa di Dio, dalla quale il messaggero lascia intravedere una ricostruzione del tutto nuova. Dio, quando sceglie mediazioni particolari, opera una svolta creativa nella storia.
Come reagisce Maria?
1,29 –Lungi dal sentirsi esaltata, la “Parola-Progetto” la inquieta, la sconvolge come se sopraggiungesse una tempesta. Dio entra nella sua vita come elemento che turba il suo cammino, i suoi progetti. Il verbo usato da Luca dice un conflitto interiore di pensieri e di domande. La vicenda di Geremia ci può aiutare a capire (cap 15,16-18): Tu sei per me un torrentaccio di cui non ci si può fidare”; anche la vita di Mosè si colorerà di domande e di amarezze. L’evangelista presenta Maria come una donna che si interroga, che cerca in quelle parole (cf cap 2,19.51).
1,30 – La risposta divina la rassicura
La grazia ti permetterà di superare l’impossibile; sarai mediazione e servizio del progetto che si compirà nell’opera di Gesù e della chiesa. Luca ancora una volta fa risuonare le parole isaiane sul Servo: “Non temere, perché io sono con te, non smarrirti, perché io sono il tuo Dio, che ti tengo per la destra” (Is 41,8-13; cf anche Is 42,6-7 + 53,11-12).
1,31-33 – Maria è presentata sull’orizzonte della rivelazione biblica
Il messaggero divino le rivela la vocazione di madre del discendente davidico con tre verbi:
L’evangelista cita così senza svelare la fonte isaiana della nascita del Messia (Cf Is 7,14).
1,34-35 La nuova domanda di Maria
La domanda è opposta a quella del sacerdote Zaccaria (Da che cosa conoscerò questo?): “Come sarà questo?”. Maria permette all’angelo di approfondire e precisare la natura divina del bambino. L’evangelista ci consegna la confessione di fede della comunità post-pasquale descrivendo la condizione umano-divina di Gesù, preannunciata dai profeti: Lo Spirito creatore (Gen 1,2) atteso nel compiersi dei tempi (Is 32,15) non si poserà più sull’arca (Es 40,34), ma riposerà in Maria, così che ella concepirà e partorirà il totalmente Santo, il Figlio di Dio.
Il soffio possente scenderà sulla Madre e sul germoglio che nascerà da lei (Cf Is 11,1-2).
Dio non sarà il partner maschile sostitutivo, ma la presenza creatrice del Figlio nel suo concepimento, perché “nessuna cosa è impossibile a Dio” (cf Gen 18,14). Luca non descrive la cronaca, ma narra l’approfondimento di come il Figlio di Dio nasce nella condizione umana. L’esperienza intima di Maria resterà segreto suo.
1,38 – La consegna di Maria al progetto divino
L’agire di Maria è un lasciarsi agire. La sua fede coinvolge le profondità della sua persona e realizza l’edificarsi mediante il “lasciarsi fare”, un rendersi disponibile all’azione di Dio. Per vivere la propria esistenza, Maria dà spazio al dono di generare, divenendo radicalmente accogliente (cf L. Sartori, La passione di credere, ed Cittadella, pp 32ss).
“Guarda sono la schiava del Signore, desidero diventare la Parola che mi hai detto”!. Il commento più bello alla Donna Maria credente lo pronuncerà la cugina Elisabetta. Luca con finezza lo collega all’ultima parola di Maria: “Si compia in me la Parola che hai detto” (1,38). “Felice colei che ha creduto, perché avranno realizzazione tutte le parole che le sono state dette dal Signore” (1,45).
Maria discepola di Gesù
Luca non dice che Maria fu al seguito di Gesù, ma la descrive come discepola esistenziale; il cap 8,20 lo fa intuire, infatti l’evangelista, modificando il testo di Mc scrive: “Tua madre è qui fuori e vuole vederti”.
Maria nel suo interrogarsi riflessivo sarà sempre guidata dalla luce del Figlio (Lc 8,16); essa si misurerà con ciò che costituirà la definitiva rivelazione: il dopo. L’atteggiamento di chi si dispone all’accoglienza sa attendere. Nel Vangelo lucano la nuova creazione, resa possibile solo da Dio, è ancora in “germe, in fasce”. Il Dio della fede è avvolto da segni, che mentre lo indicano, anche lo nascondono. Il Cristo che viene semina la nostalgia di Lui (cf L. Sartori, pp 34ss).
L’agire fedele della schiava del Signore (Lc 1,39-45
“Maria partì in fretta”, non per verificare il segno, ma per aiutare, portando il Figlio datore dello Spirito. Nel cantico del Magnificat essa esalta l’opera che Dio, per le mani di Gesù, pone in germe: il rovesciamento che sarà salvezza per tutti con la sensibilità dei poveri, stimolando il cammino della fede in un perenne trascendimento di ogni fase raggiunta. La fede è atteggiamento critico nei confronti di ogni assolutizzazione indebita del presente e dei traguardi raggiunti da chichessia. La fede è memoria pericolosa, sovversiva, perché denuncia e combatte pacificamente ogni idolatria esplicita o latente (cf L. Sartori).
Il concentrato dell’opera di Dio che si estenderà lungo tutte le generazioni è la sua misericordia, che rovescia troni, superbi, ricchi che rubano con i loro privilegi e potenti che governano facendo i loro interessi (1,49-54).
La donna discepolo e il servizio voluto dal Signore per i suoi (Lc 22,24-27)
Nel contesto della cena pasquale, Luca riprende con forza il tema del servizio voluto dal Signore per i suoi discepoli: convertite tutte le vostre ambizioni in servizio, imparando da come io sono in mezzo a voi.
Al termine il dialogo si fa ancora più intenso; Gesù detta tre imperativi, riportati solo da Luca in terza persona, per dire che Gesù si rivolge ai discepoli di tutti i tempi:
La chiamata al discepolato è fare della vita un progetto che rifletta le azioni e le scelte di Gesù, un disegno di cammino a tappe, segnato dall’accoglienza creativa e dalla dedizione. Inizia così l’avventura di assimilazione della propria vita all’umanità di Cristo. Non ci resta che ripetere con Maria: “La tua Parola diventi la nostra vita”.
Riferimenti bibliografici
C.M.Martini, La donna nel suo popolo, ed Ancora 1984.
Come si accoglie il Vangelo e come lo si annuncia: Prima Lettera ai Tessalonicesi
Domenica 18 febbraio 2018
Domenica 25 febbraio
Domenica 4 marzo
Domenica 11 marzo
Con Don Flavio dalla Vecchia
Il Libro dell’Esodo (cap 1-15)
Venerdì 16 marzo: dalle ore 20.30 alle ore 22.30
Sabato 17 marzo: dalle ore 9.00 alle ore 12.00
Domenica 25 marzo: Domenica delle Palme
26 marzo – 1 Aprile – Settimana Santa
Domenica 1 aprile: PASQUA DI RISURREZIONE
Ore 10.00 – Eucarestia
Ore 17.30 – Vesperi
In collaborazione con la nostra comunità, la casa editrice Cittadella ha pubblicato il libro sul Vangelo di Marco: “Davvero questi era il Figlio di Dio” di p. Ghislain Lafont.
Per chi è interessato all’acquisto a un costo molto favorevole, informo che ci sono a disposizione le copie a S. Maria in Colle, oppure scrivendo una mail a
santamariaincolle@gmail.com
(P. Tarcisio Geijer, Vedana 1969)
Carissimi fedeli, dopo i magi, tutti in qualche modo, abbiamo veduto la stella, ma solo una frazione minoritaria si è mossa. Il numero dei figli di Dio lo conosce lui solo, ma se ci prospettiamo l’atteggiamento del mondo di fronte al vangelo abbiamo di che sentirci angosciati. E noi? Con chi siamo? Con i magi o con gli scribi? Con i magi abbiamo in comune la percezione della voce di Dio, con gli scribi l’informazione attorno al Salvatore. Il mistero ci ha toccati più di una volta, e i suoi postulati li conosciamo. Il più incolto di noi sa quale deve essere la direzione per salvarsi. La sapienza cristiana ci ha invaso l’anima. Bisogna riflettere a quella che è stata fino ad oggi la nostra reazione. La verità portata oziosamente, o concepita come un motivo ornamentale o come un’erudizione non salva. E’ questa la sapienza degli scribi di Gerusalemme.
Occorre invece muoversi verso la sapienza cristiana, muoversi famelicamente, come i magi. E c’è un altro pericolo, riflettendo ancora sugli scribi. Essi sapevano a mente tutto ciò che Dio aveva detto agli uomini, la Parola di Dio la portavano scritta perfino sulle loro vesti. Il pericolo, anche da parte nostra, è proprio quello di diventare consuetudinari della parola di Dio. I consuetudinari – della Parola, della Culla, della Croce – se prestano soltanto l’occhio e l’orecchio, finiscono col non aver reazioni. E’ l’anima che bisogna prestare, è il rischio dell’azione che bisogna correre. L’itinerario della salvezza si fa con sacrificio e con rischio. I magi hanno rischiato un disagevole e drammatico viaggio pur di trovare il Figlio di Dio. Lo hanno trovato e lo hanno adorato.
La vita cristiana respira con l’adorazione, il suo atto più proprio è la contemplazione, atto col quale si riempie di Dio, e si conclude con l’offerta. Ora, incenso e mirra, i tre doni simbolici dei magi. L’oro per il Cristo-Re – l’incenso per il Cristo-Dio – la mirra per il Cristo-uomo, destinato alla Passione e la Croce. Ma più che il significato di questi doni ci dovrebbe stupire il fatto stesso del donare. Questi magi hanno sconvolto la concezione dell’ebraismo, che si accaparrava il Messia secondo gli schemi di una mentalità utilitaristica. Gli ebrei esigevano dal Messia supremazia e beni, mentre i magi gli offrono tutto ciò.
La preghiera dei magi è una preghiera che non chiede, una preghiera che adora e offre. I magi non chiedono niente perché sanno che già tutto è stato dato, con la salvezza, a loro e al mondo. Essi sono andati soltanto per esprimere, a mezzo dei loro doni, la loro accettazione silenziosa e stupita. I magi se ne ritornano in patria prendendo un’altra strada. E cosa faremo, noi, dopo quest’ultima adorazione oggi davanti a Gesù Bambino? Nella nuova direzione presa dai magi dietro l’indicazione dell’angelo, si trova per noi un ammonimento. Non ci rimane altro ad fare che imboccare una nuova via, diversa da quella dalla quale siamo venuti. L’indicazione per quella nuova strada ci viene dalla parola di Dio e dal Sacrificio a cui partecipiamo. La parola divina ha da farsi umana, nostra, incarnandosi nelle azioni di tutti i giorni. E il sacrificio di Cristo non può restare solo, senza il nostro, come se fosse una semplice cerimonia festiva. Questo sacrificio natalizio vuol essere collocato nel concreto della nostra vita, in modo da fare un’animazione cristiana alle nostre opere, da incidere profondamente nel nostro comportamento. In definitivo, abbiamo da far nostro l’itinerario della coerenza tra l’adorazione e la vita, tra il dono di Cristo e la nostra risposta. Così sia.