Del 1 novembre…

IL TESSUTO DEL DISCORSO PROGRAMMATICO DEL MESSIA

VANGELO DI MT 5,1-7,29

A 5,1-2           Gesù parla dal Monte: insegna in continuità all’uditorio delle folle

B 5,3-16  Una proposta all’insegna della felicità e di essere umanità significativa e utile: “sale”.

C 5,17-7,12     Il programma del Messia come compimento della

–       Torah (5,17-48)

–       Profeti (6,1-8)

–       Saggi (6,19-7,12).

B’ 7,13-27    Una serie di ammonimenti all’imperativo di fronte ai falsi modelli socioculturali e religiosi.

A’ 7,28-29      Conclusione: la singolarità di Colui che parla dal Monte e l’uditorio: le folle.

avviso

Si ricorda che c’è un breve periodo di chiusura dal 16 ottobre a 31 ottobre (compresa la liturgia della domenica).

Si riapre con la Solennità dei Santi, Mercoledì 1 novembre, alle ore 9.30 per l’Eucarestia.

Relazione al Capitolo Generale di Camaldoli – 9 ottobre 2017

LA NOSTRA COMUNITA’

RADICAMENTO E SIGNIFICANZA

Il tema proposto per la preparazione al Capitolo Generale ci ha offerto l’occasione di un esercizio di discernimento.

  1. Il radicamento della nostra vita monastica

La verifica e il confronto di quarant’anni di cammino si è svolto rivisitando quattro documenti:

  1. Calati: “Riscoperta dei valori del monachesimo” in Servitium 1978;

“Il primato dell’amore” nella versione originale;

“Peregrinazione monastica anglo-germanica” in Spiritualità del Medioevo,

                               Borla, pp 70-79 e “Osservazioni storico-teologiche sulla Vita Romualdi” 1999;

  1. Lafont: “Il monachesimo alle soglie del terzo millennio”, Praglia 1998

La vita cristica, veicolata dalla tradizione benedettina, ci apre all’assillo del “Contemplata aliis tradere” tipica degli “itinera Romualdi”. Abbiamo rimeditato la ricchezza profetica del Triplex bonum, praticato da Romualdo alla luce della storia della salvezza, rileggendo la LG, la GS e l’enciclica “Evangelii gaudium”.

La brevità della nostra storia comunitaria, la fragilità e l’apertura che la contrassegnano, ci offrono l’opportunità di affrontare le grandi trasformazioni culturali ed ecclesiali di oggi e di sentire ancor più la necessità di ancorarci nel Vangelo, interrogandoci sul come lo si accoglie e lo si trasmette. Volendo rinsaldare la nostra fede, abbiamo bisogno di fondamenti sicuri.

La vita monastica e quella ecclesiale, legate alla Scrittura, di loro natura presentano sempre un volto segnato dal tempo.

Rivisitare il passato ci consente di percepire che esso è fatto di sviluppo, di mobilità, oltre che di fondamenti, per incamminarsi alla manifestazione dell’oggi e del domani. In questi quarant’anni della comunità ci sembra di cogliere una innovazione costante e nel medesimo tempo disegnata.

Molti ci hanno aiutato e ci sembra doveroso ricordare p. Tarcisio Geijer, al quale dobbiamo la prima intuizione, p. Benedetto Calati che, con i suoi collaboratori don Emanuele Bargellini e don Franco Mosconi, ha permesso l’attuazione e il radicamento a Camaldoli, con l’approfondimento rispettoso della nostra condizione e specificità. Infine, p. Ghislain Lafont, presente alla comunità di S. Maria in Colle da quindici anni, ha allargato la prospettiva suggerendo, come i fondatori, di aprire le fonti di vita al laicato, sostenendo che il monachesimo è praticabile anche fuori del monastero, e può dare un vero impulso alla vita cristiana.

L’intelligenza critica più che un rischio è una necessità, perché la realtà è superiore all’idea astratta. Non si ripetono consuetudini, perché l’evento cristiano sempre ci oltrepassa; nè possiamo rispondere con chiusure. Conosciamo parzialmente il passato, fatichiamo tutti a interpretare il presente, ignoriamo il futuro; sappiamo però che le promesse del Signore sono irreversibili e che Dio condurrà la storia alla meta sognata.

A noi l’impegno di approfondire e di attendere con speranza. Nel segmento attuale che ci è dato di vivere, intriso di fragilità e a volte di paradossi, siamo convinti che il percorso monastico della “scuola del servizio del Signore” sia di grande ricchezza per noi e per il tempo post moderno.

Aprirsi al mondo degli uomini e delle donne resta impegnativo, specie quando va al di là delle categorie canoniche in uso. Tutta la Scrittura documenta che la profezia affronta questi cammini, per restare fedeli a Dio e agli uomini; lo sforzo del Concilio Vat. II ci è maestro.

La qualità della vita dipende dal dinamismo dello Spirito insito nella Parola e in chi l’ascolta. La chiesa, e dunque anche la nostra vita, sono basati sull’azione divina che ci conduce con eccesso di amore e di fedeltà. Dio è il fondamento di ogni cambiamento positivo.

Nella ferialità cerchiamo di rendere speciale l’essenziale, massimo il minimo; il vissuto da discepoli di Gesù scioglie ogni alibi di impraticabilità della sequela, riconosce il Primato della Parola, collegata alla liturgia quotidiana, sempre rinnovati e custoditi dalla Memoria di Gesù.

Il coinvolgimento partecipativo agli eventi di Cristo ci consente la giusta relazione con Dio e prepara la comunità e le singole persone a esprimere il Vangelo nelle relazioni e nelle occupazioni professionali.

Il vissuto che ne consegue fa di noi lo spazio della restituzione esistenziale: il culto non diventa mestiere, né le professioni lavorative un puro sforzo umano. Impariamo invece la liturgia esistenziale voluta da Gesù, l’incarnazione nell’oggi del suo umanesimo e della sua missione. (Eb 10,5-10; Sl 40,7-9; Rom 12,1-2).

Anche Papa Francesco auspica una liturgia viva, vivificata dai misteri celebrati, un’azione per il popolo, del popolo e nutrimento per ciascuno (cf discorso ai partecipanti alla 68ma Settimana Liturgica). Siamo riconoscenti alla Tradizione riformata di Camaldoli, alla sua liturgia essenziale e sobria, perché la vita è severa.

  1. Significanza e missione: dalla separazione alla permeabilità

“Dio ha tanto amato l’umanità da consegnare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque si apre a Lui non vada perduto ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16); se il progetto di Dio è l’universale salvezza mediante il Vangelo (cf 1Tim 2,4); se l’ultima parola sulla vita di tutti, nonostante il non senso e la dispersione, la dirà Dio che ama gli uomini, allora dobbiamo sperare per tutti.

La logica della vita di Gesù, imparata dalle cose che patì, fu il dono, il perdono. L’amore è la sola forza capace di entrare nel negativo della vita e della morte e far risorgere la creazione radicalmente nuova.

La salvezza è proprio gratuita! Tale speranza è la sola prospettiva di senso di cui il monaco dovrebbe essere testimone. Il negativo non è subito sciolto nè cancellato, ma la speranza accesa dalla Pasqua è più forte; le dispersioni del male seminano conflitti, ingiustizie, morti; Dio è garanzia di ritorno da tali esili.

La storia della chiesa e della nostra tradizione monastica è debitrice di questo e ci porta a ripensare il processo di revisione e la pluralità dei percorsi.

L’umano ha sempre presentato forme culturali plurime. Parlando della chiesa e del monachesimo, ci sembra che l’atteggiamento base sia di restare in relazione prima a Cristo, poi agli uomini. L’identità, la testimonianza e il dialogo sono imprescindibili; ce lo ricorda il Vangelo di Luca cap 24,48. Della mia esperienza, dice il Risorto come ultima consegna, voi sarete testimoni in un cammino di continua conversione. Per questo compito essenziale sarete abilitati dal dinamismo dello Spirito. Queste parole testamentarie di Gesù ci portano a rivolgerci alle persone, a metterci in dialogo con loro, a scoprire che anch’esse hanno l’esigenza profonda di rispondere a Dio.

 

Radicamento e significanza sono strutture irrinunciabili del nostro cammino monastico, e vorremo ricordarlo con le parole delle Costituzioni: “La comunità evangelizza con la sua stessa presenza (n 122), tiene viva la tradizione dei valori monastici sull’esempio di Romualdo” (n 123).

Quello che impariamo lo condividiamo con le persone che ci frequentano, a cominciare da coloro che più intensamente condividono con noi la spiritualità e la missione. I valori cristiani si disseminano nella vita, nei luoghi di lavoro, arrivando lontano e avviando percorsi interessanti sul piano del discepolato, così si costruisce una famiglia allargata intorno a Cristo.

Abbiamo aperto agli altri le fonti di cui viviamo, interrogandoci sul senso della nostra presenza di monaci nella società (cf G. Lafont), come più volte ci sollecitava d. Benedetto Calati. Continuiamo a riflettere sulla concezione del lavoro (per noi esterno), sulle responsabilità professionali, sulle opportunità di crescita nel dare e ricevere.

Non si tratta di una verifica semplice nè lineare; spesso implica il ripensamento di una certa tradizione. Il compito dei singoli e della comunità domanda molto equilibrio e radicamento nelle sorgive cristiche, perché le aperture non alterino l’identità monastica della comunità.

La nostra vita in questi anni ha fatto i conti con le situazioni di lavoro, di malattia; non abbiamo la pretesa di aver trovato la soluzione per tutto. Affrontiamo il presente e il futuro con speranza affettuosa di restare vicini al dono di Dio (Gv 4,10). Creiamo reti di riflessione, perché la storia sia accompagnata da Cristo e si umanizzi.

Ritorniamo in comunità, al tempo ritmato dalla preghiera corale, fonte impercettibile di trasfigurazione, per la gestione dell’umano, della carità e della giustizia.

In sintesi

Con le parole di p. Lafont: “Viviamo il principio di imperfezione o di perfezione progressiva nel conoscere, nel fare, per poter essere”. Siamo grati alla tradizione di Camaldoli che ci consente, nel cammino di appartenenza, l’effettiva appropriazione delle fonti monastiche romualdine. Perseveriamo nella tensione di diventare conformi all’immagine del Figlio (Rom 8,29-30). Restiamo persone bisognose di revisione costante della nostra vita.

Accoglierci come ci insegna il Vangelo chiede uno stile di famiglia democratico, di partecipazione e comunione (cf. Lafont, Petit essai sur le temps du Pape Francois, Cerf 2017).

Viviamo in un mondo mobile, non fisso: incarnazione e trascendenza ci chiedono apertura, atteggiamenti flessibili e non rigidi o solo difensivi, in sintonia col progetto di Dio e le domande della contemporaneità.

La tradizione recente di Camaldoli, aderendo al Concilio, ci ha dato una lezione di riscoperta fedele delle fonti e di apertura ai grandi valori e alle urgenze del tempo.

Vi auguro e ci auguriamo tutti insieme di non smentire i nostri padri, che hanno lottato e sofferto per il cambiamento e la comunione della famiglia monastica.

Grazie.

Firmino Bianchin

 

6 – 7 OTTOBRE 2017

Incontri con Daniel Marguerat e Matteo Silvestrini

 

Venerdi 6 ottobre – ore 20.30

L’orizzonte e lo sviluppo della Riforma luterana

Comprendere il protestantesimo: storia, attualità e prospettive ecumeniche

(Matteo Silvestrini – pastore della chiesa evangelica)

 

Sabato 7 ottobre – ore 16.00

“Salvati per grazia o per le opere”

Martin Lutero, o la (ri)scoperta dei laici. Una rivoluzione?

(Daniel Marguerat- pastore della chiesa evangelica)

Biblista, professore di Nuovo Testamento

Università di Losanna

 

ESTATE 2017 – CALENDARIO

SETTIMANE ESTIVE

21-25 AGOSTO 2017

Relatore D. Flavio dalla Vecchia

Genesi 37-50: La storia di Giuseppe

Una difficile fraternità, una relazione tutta da costruire.

(Le lezioni si terranno dalle ore 20.30 alle ore 22.30).

 

SABATO 2 SETTEMBRE  (ore 10.00)

  1. Ghislain Lafont terrà un incontro sul tema:

“LA CHIESA DEL FUTURO…”

        

11-15 SETTEMBRE  2017

Relatore D. Gianantonio Borgonovo

Isaia 40-66: L’atto creativo di Dio fa fiorire il deserto.

L’amore immutabile di Dio e la sua promessa trasformano il deserto in terra paradisiaca: “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore” (Is 66,14).

(Le lezioni si terranno dalle ore 20.30 alle ore 22.30).

 

6 – 7 OTTOBRE 2017 (orario da stabilire)

Daniel Marguerat e Matteo Silvestrini

Venerdi 6 ottobre – ore 20.30 L’orizzonte e lo sviluppo della Riforma luterana (Matteo Silvestrini)

Sabato 7 ottobre – ore 16.00 “Salvati per grazia o per le opere”

(Daniel Marguerat)

 

RELAZIONE AI VISITATORI

Di seguito pubblichiamo il testo della relazione ai Visitatori di Camaldoli, tenutasi dal 7 al 9 luglio 2017, frutto della riflessione comune con le persone che ci frequentano, e sintetizzata da Firmino Bianchin.

  1. Seguendo l’indicazione della Lettera d’indizione del Capitolo Generale di Camaldoli 2017

La questione di fondo: il radicamento e la significanza.

Schede monastiche guida:

– B. Calati:      Riscoperta dei valori del Monachesimo, in Servitium 1978;

Il Monachesimo benedetttino; Conferenza a Treviso 1988;

Osservazioni storico-teologiche sulla vita Romualdi;

Il Primato dell’amore, ed. originale;

Esortazione su futuro programma di vita a S. Maria in Colle, 1998;

 

– P. T. Geijer,  Raccolta di lettere, 25 mo della comunità (2004)

– Costituzioni Camaldolesi;

– Concilio Vaticano II: in particolare:

– Lumen Gentium, Gaudium et Spes, Conferenze di Y. Congar,

– Lettera pastorale del card. Michele Pellegrino “Camminare insieme”.

Percorso riflessivo della comunità (cf scheda incontri di preparazione con il gruppo allargato)

 Fu P. Tarcisio Geijer prima e Benedetto Calati poi, con Emanuele Bargellini, allora Priore Generale, a suggerire la posizione giuridica più semplice, bilanciandola con l’affiliazione (o aggregazione alla Congregazione camaldolese dell’Ordine di S. Benedetto,[1] quale garanzia del cammino della comunità. Tale posizione non è estranea al patrimonio della tradizione romualdina e alle Costituzioni stesse. Si veda a proposito l’introduzione ai nn 1-4 (con la nota 1 del n 3).

E il cap primo: Natura spirituale e giuridica della Congregazione (nn 1-5).

Al n 3 si richiama come peculiarità di Camaldoli la “Triplice opportunità” (triplex bonum). “Unità della famiglia monastica” e dell’obiettivo spirituale circa la vita contemplativa, il lavoro, il primato della Parola e dell’Unico cibo pasquale per il cammino (cf. SC 10; LG 11).

Unica  vocazione monastica cristiana nella diversità dei doni.

La “peregrinatio pro Cristo” di Romualdo, pur restando fedele alla Tradizione di Benedetto è aperta al monachesimo missionario anglo-germanico di S. Bonifacio[2]. L’interpretazione di San Romualdo è stata siglata nell’enunciato profetico-sapienziale del Triplex Bonum (triplice opportunità) di S. Bruno Bonifacio, discepolo di Romualdo.

Vita ancorata nelle sorgive cristologiche, veicolate nella tradizione benedettina e aperta all’assillo “Contemplata aliis tradere” tipica degli itinera di Romualdo. “Siedi nella tua cella come nel Paradiso… e resta fedele alla geografia dei suoi itinera”[3].

La ricchezza profetica del “triplex bonum” va dunque pensata alla luce della storia della salvezza vissuta da Romualdo (Evangelium paganorum) e noi aggiungiamo, alla luce del Concilio Vat. II e dell’enciclica “Evangelii gaudium”[4].

Nel percorso di questi nostri quarant’anni, fatto di miscuglio di senso e non senso, di salvezza e non salvezza, di fatiche, gioie e speranze, cercando di seguire Gesù nell’unico imperativo del duplice comando (Mc 12,28-34), vorremmo sempre aderire all’Ora veniente, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità (Gv 4,23), partecipando al culto nuovo inaugurato da Gesù (Eb 10,5-10; Ps 40), per essere conformi a Lui (Rom 8,29).

Ribadiamo senza pretese, l’entusiasmo di praticare un monachesimo non di elite, ma saldamente radicato nella tradizione con zelo apostolico. Il carisma inscindibile del maschile-femminile è tipicamente gesuano (Lc 8,1-3), della scuola paolina (Rom 16,11-15; Fil 4,2ss) e giovannea (Gv 4,12-20), di Benedetto – Scolastica (Dialoghi, Gregorio Magno), di Bonifacio- Ildegarde, di Francesco – Chiara…

Conosciamo parzialmente il passato e il presente, ignoriamo il futuro, sappiamo però le promesse irreversibili del Signore: la storia sarà condotta alla sua meta. Nel segmento di storia attuale che ci è dato di vivere, e nonostante la nostra fragile testimonianza, ci sembra che il percorso monastico sia una grande ricchezza per la Chiesa di Treviso e per questo tempo post-moderno. La qualità della vita monastica dipende dal dinamismo dello Spirito, insito nella Parola che desideriamo ascoltare, capire, tradurre. Essa ci tiene in vita e in relazione costante col Signore e le persone. Il mistero eucaristico, poi, ci dona sapienza e qualità elementare del cammino di fede.

Riproponiamo con convinzione l’interesse intramontabile della forma monastica, insieme alla singolarità cristica. Essa rende speciale l’essenziale, massimo il minimo, eccezionale ciò che è più comune. Scioglie altresì ogni alibi della sua impraticabilità nella normalità di un discepolo di Gesù nel mondo e nella vita ecclesiale.

Essa esalta la felicità della fede più semplice e ordinaria; riconosce lo splendore dello Spirito nel primato della Parola (cf Lc 24); attinge vita dalla rivelazione compiutasi in Gesù nel sacramento della sua Agape, che ci riunisce in fraternità e annuncia il disegno profetico dell’unica famiglia umana universale.

Chiede di coltivare la prossimità con Dio e quella solidale con l’uomo, specialmente col più povero e ferito. Tutto tiene insieme nella somma sapienza del rispetto dei primati che vengono da Dio[5] .

Ribadiamo il Primato delle Scritture come dono per il cammino pasquale e per la riscrittura continua della nostra vita, affinchè Cristo sia formato in noi. Sottolineiamo l’intuizione di P. Tarcisio Geijer: un monachesimo che fiorisca nella chiesa particolare; e di P. Benedetto Calati, che con sapienza creativa ha guidato e concretizzato il progetto accogliendolo nel cammino della riforma camaldolese postconciliare.

Per ritornare alle fonti e divenire noi stessi fonte, è necessario vivere custoditi dalla “scuola del servizio del Signore”. Tra i molti richiami possibili vorremo avvalorare la nostra convinzione con un testo della LG 7 (299-303): “Cristo l’immagine a cui assomigliare nel nostro pellegrinaggio, per una diaconia che rinnova. La Patria infatti è davanti con il suo di più insondabile. L’accoglienza incessante di Cristo è principio sorgivo di relazione, che ci riempirà della sua pienezza, servendosi anche delle potenzialità di ciascuno di noi” (cf Ef 1,22-23).

Il Verbo si è fatto carne, non legge né idea, e incontriamo la sua azione nella vita ordinaria, fedeli alle quattro assiduità (Atti 2,42-47), nella scuola della Tradizione del santo Padre Romualdo. Tutto questo consente un itinerario senza separazioni, finalizzato ad un umanesimo nuovo: un monachesimo semplice, non elitario, radicato nella Tradizione e nell’ordinarietà.

L’incarnazione di Gesù incontra ogni esistenza, compie la Torà e i profeti, offre una sacralità profonda alle persone in relazione; così impariamo e costruiamo giorno dopo giorno il dialogo e la solidarietà, troviamo preziose indicazioni per i nostri percorsi, a volte fatti di buio. Il Primato dell’Amore di p. Benedetto è davvero un testo profetico, perché pone in stretta correlazione le singole persone e la comunità con la Chiesa: “Come la chiesa, anche la vita monastica si presenta come mistero che riflette la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

È un’affermazione che ripropone l’attenzione al Dio che progetta la vita dei singoli e della comunità, finché il suo disegno si compirà nell’universalità della vicenda umana e cosmica. L’obbedienza è prima di tutto obbedienza della fede: ascoltare e mettere in pratica la Parola. Il mondo, l’umanità sono i luoghi amati, abitati dal Figlio e dal suo Spirito, che fa rinascere dall’alto (Gv 3,5-8). Se Gesù è l’icona del Padre e si identifica con i poveri, ci chiede qualcosa di più che farsi prossimo. Da questa reciprocità si ripropone di pensare e vivere legami con le persone nella loro realtà di “mistero”, aprendoci a processi aderenti alla realtà. La problematicità di un riconoscimento reale della nostra piccola realtà non impedisce una disseminazione costruttiva, sostenuti dalla sapienza normativa dei primati che condividiamo.

La sfida oggi è la testimonianza. Il monachesimo è anche un processo formidabile di umanizzazione che ci chiede un senso di identità profonda, legata al radicamento nella Tradizione. Tutto questo spinge oltre a un semplice bisogno di visibilità e di riconoscimento.

Voi considerate la vostra comunità in mezzo al mondo e alla Chiesa come sono, non in astratto ma nella vostra situazione concreta dove le ricchezze spirituali, le sofferenze, l’apparente declino di tanti valori, l’apparire discreto della ricchezza che sanno sviluppare i poveri, – tutto questo è il tessuto ordinario della vostra vita. Papa Francesco invita ad andare alle periferie: li state voi, mi sembra.  
… Ciò che siete è niente fiammeggiante, niente barocco, tutto quotidiano e semplice come è la vita vera, nel trovarsi bene nel vivere insieme, al di là o dentro la lotta dell’amore fraterno” (lettera di P. G. Lafont).

Il primato impegnativo della ricerca di Dio aperto agli altri porta al fecondo scambio in un dare-ricevere, senza contabilità. Paolo VI, nell’Evangelii Nuntiandi, al n 41 sottolineava che l’uomo moderno ascolta più volentieri i testimoni che i maestri.

I tratti paradigmatici della Triplice opportunità e della Piccola Regola sono – in questo senso – un capolavoro, perché insegnano come rapportarci alla Parola, alla Liturgia, all’accoglienza, all’accompagnamento e al dialogo anche nella diversità delle esperienze. Obbligano a un confronto dinamico e alla permeabilità con ciò che è decisivo per la vita, favorendo un’irradiazione semplice e feriale. Pur non chiedendo nulla, restando persone riconoscenti nella chiesa, cercando sempre la fedeltà ai primati indicati, vorremmo perseverare nel carisma della vita monastica, grati ai maestri che ci hanno custodito e che ci custodiscono.

Viviamo in obbedienza a una duplice fedeltà: alla chiesa locale (diocesi) e alla Congregazione camaldolese. La comunità cerca di accogliere tutto, con tutti, e per tutti prega, senza la pretesa di dare ciò che non possiede (cf At 3,1-10) o risposte semplicistiche e consolatorie a vicende e drammi umani che si accostano alla nostra vita quotidiana. L’impegno è quello di lasciar trasparire l’essenzialità del cammino verso l’incontro con la Parola, perché quest’ultima compia il suo corso nella vita di ognuno (cf DV 8).

Parafrasiamo Padre Davide Maria Turoldo nel suo appello: Almeno i monaci, le comunità monastiche ritornino ad essere spazi della creatività e della fantasia; fuggano le liturgie brutte, cerchino insieme vie nuova, cantino i Salmi di un popolo in cammino verso il Regno che viene. Non siano pietre sepolcrali, ma storia di liberazione. Come Dio udiva il gemito di tutti i poveri della terra, si impegnino nella liberazione dai nuovi faraoni. Tutto questo per dire che dobbiamo riprendere ogni cosa da capo e fare un programma e procedere con ordine e fedeltà. Ritorniamo a essere oasi di creatività e di ricerca del nuovo, in continuità dell’antico, dopo aver invocato lo Spirito. I monasteri siano come una Pentecoste vivente, dove i figli e le figlie profetizzano. Occorre allargare gli spazi per la fantasia e coltivare la sensibilità per Dio e per l’uomo. Componiamo liturgie che traducono il Mistero di Dio all’uomo d’oggi.[6]

La vita della comunità

Viviamo una laboriosa ricerca, mai conclusa, nell’ordinarietà e straordinarietà ad un tempo. Nella preghiera, nello studio, nel lavoro, nella vita di famiglia, nell’accoglienza e nelle relazioni. Camminiamo nelle fatiche e speranze in noi e intorno a noi, sforzandoci di rispettare il mistero di ogni persona. La vita di comunità è faticosa, esaltante e necessaria. Si impara a vedere tutto, lasciar perdere molto, non occupare lo spazio dell’Unico Maestro. Celebriamo i nostri impegni nei Sacramenti, festa di Dio per l’uomo, nella liturgia che è gratuità e impegno allo stesso tempo, capace di orientare scelte, decisioni, lavoro quotidiano. Ci viene detto che siamo “punti di riferimento”. E di fronte a questo comprendiamo la responsabilità di essere fedeli ai primati essenziali della vita monastica, e quella reciprocità in cui deve trasparire ciò che è vitale, senza perderci in mille rivoli.

Un grazie a Camaldoli e alla Diocesi che in modi diversi ci accolgono e ci donano la possibilità di questa vita, radicati alla Tradizione millenaria da un lato, a un territorio locale nel quale viviamo la condivisione con la nostra piccola comunità.

note

[1] Vedi Statuto
[2] AA.VV. La spiritualità del medioevo, (B. Calati, cap V, Peregrinazione monastica, Spiritualità anglo-germanica), Storia della spiritualità (vol. 4), Borla Roma, pp 70-79.
[3] Idem, p 2-3.
[4] Cf. G. Lafont, Critica della vita religiosa (originale Critique de la vie religieuse, in Cahier de vie Religieuse, (2005/130, pp 55-75).
[5] (P.A. Sequeri, un monastero per la città”, Atti del convegno per i 650 anni dell’Abbazia di Viboldone, ed.  Vita e pensiero, 1999). Cf anche: Sensibili allo Spirito, Glossa Milano, 2001; La qualità spirituale, Piemme, C. Monferrato, 2001.
[6] Cf. AA.VV. Ancora tempo di monaci? (D.M. Turoldo, Appello ai monaci, pp 250 – 252).

Impara a conoscere la Parola che ti “svela” il cuore di Dio. (p. B. Calati)

(Conferenza tenuta a Treviso, 1988)

IL MONACHESIMO BENEDETTINO

Cos’è il monachesimo? Come si colloca nella chiesa?

Mi pare opportuno iniziare questa nostra conversazione sul monachesimo di Benedetto con quiesta premessa metodologica.

Il monachesimo si aggancia a quanto c’è di più vitale nell’uomo e si interroga sul suo rapporto con Dio, sul sensod ella vita nei suoi valori supremi. Il monachesimo, perciò, è comune ad ognio religione: esso fa parte del cammino sapienziale dell’uomo che cerca Dio.

Con l’apparire del cristianesimo il monachesimo intuisce nella figura di Gesù, nel suo mistero (parole, morte e resurrezione, dono dello Spirito) il modello nuovo ed essenziale a queso bisogno nativo dell’uomo. Gesù si offre come “colui che cerca Dio”, ovvero come “risposta vivente” al quesito che, se l’uomo cerca Dio, lo fa solo perché Dio per primpo si è posto alla ricerca dell’uomo. Gesù si pone come lo svelamento, il rivelatore del Gratuito, che è il dono del Padre pèer tutti gli uomini, che gratuitamente, nonostante le infedeltà dell’uomo, si offre come dono, come Amore.

Gesù è il “diletto Amato”, che si fa carne, convive con noi, muore per noi, ma il terzo giorno risorge, donando il suo Spirito a tutti coloro che si lasciano afferrare da suo Amore. Il mistero pasquale ci svela la Koinonia di Dio, koinonia – comunione che è Dio, che si apre all’uomo per fare di tutti i figli adottivi di Dio.

Il monachesimo come ricerca sapienziale di dio riceve il suo battesimo in Cristo.

Esso scorge nella proposta di Gesù il modello del radicalismo per il Regno. Si allarga l’invito di Gesù a seguire Lui; tale invito non è solo per gli apostoli, ma è per tutti,che in varietà di doni dello Spirito, vogliono giungere a salvezza.. Nell’ottica pasquale (Risurrezione e dono dello Spirito) i credenti scoprono guidati dalla Parola di Dio, dalla Scrittura e da Primo e Nuovo Testamento che il Regno è ormai inaugurato, che il “tempo” già ha avuto il suo compimento, che la storia si può vivere con un senso profetico, aperto cioè ai “cieli nuovi e terra nuova” in cui inabita la giustizia.

Ma l’incontro del monachesimo col cristianesimo è sì un Battesimo in Gesù.

L’incontro con Gesù pone al monachesimo una richiesta di conversione. Non si accede a Gesù se non ci si converte, dall’eros religioso all’agape, dall’ascesi autogratificante all’amore della benevolenza del Padre, dallo sforzo e dalla fiducia nei propri meriti all’abbandono al Padre in Gesù. In fondo è nel monachesimo che nasce l’eresia pelagiana. Il monachesimo ha anche con sé questa realtà pesante dell’ascesi autogratificante. A che la grazia?

Ecco la necessità della conversione. Ho parlato del Battesimo del monachesimo in Gesù,esso si pone perciò come carisma che nasce dall’esperienza viva del popolo di Dio in cammino per il Regno. Il monachesimo si riconosce nella sequela radicale di Gesù, nella sequela della sua offerta di essere Lui ormai il “tempo” previsto della benevolenza di Dio per la salvezza degli uomini. Il monachesimo cristiano pur avendo profondi addentellati religiosi pre-cristiani, filosofici, a questo punto acquista una nuova coscienza della propria identità. Non si ricorderà più Filone o Plotino o altri maestri della sapienza, ma ci si richiama a Gesù (la grande tradizione monastica, pur conscia di questa sua matrice pre-cristiana, inizia con Gesù). Il monachesimo cristiano scopre nella Bibbia il grande tracciato del cammino sapienziale, la Sacra Scrittura letta sotto la guida vitale di Gesù, della sua vita, del suo insegnamento, del suo mistero pasquale. Il monachesimo si ritroverà nella prima comunità come è vissuta a Gerusalemme secondo quanto gli Atti degli Apostoli ci offrono il giorno della Pentecoste: “essi erano assidui nell’insegnamento degli Apostoli, alle riunioni comuni, alla frazione del ap ne, alla preghiera”.

“E tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano tutto in comune e vendevano i loro possessi e i loro beni e ne distribuivano il prezzo fra tutti secondo il bisogno di ciascuno” (Atti, 2,42,ss).

“E quando ebbero pregato furono tutti ripieni di Spirito Santo sicché annunziavano con franchezza la Parola di Dio. E la moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un’anima sola né vi era chi dicesse suo quello che possedeva, ma tutto era fra loro comune”. (Atti4,31ss).

Il monachesimo cristiano sembra che ignori precedenti e inizia con questa pagina.

E’ chiaro che la proposta monastica giunge alla Chiesa come carisma sollecitante il suo radicalismo a “niente anteporre all’amore di Cristo”. E’questo il detto centrale della regola di S. Benedetto.

Con questo sguardo si legge il Vangelo, si scopre come dono dello Spirito il celibato per il Regno, l’amore totalizzante per Gesù e per la sua proposta. Questo sguardo di amore totalizzante spiegherà ogni atteggiamento esistenziale nuovo con cui si guarderanno le cose, regolando il cammino della vita, quanto cioè nel Vangelo si ritrova sull’uso dei beni e della propria vita (quanto più tardi sarà compreso con la povertà e l’obbedienza).

Quando la chiesa, dopo l’immediata pace costantiniana, gustando la pace dopo la persecuzione, ma insieme anche i favori dell’imperatore convertito a Cristo, favori che si rivelano carichi di tensione e di tentazione per la sua profezia, il monachesimo si rivela quale carisma della libertà cristiana, contro il potere mondano, contro il potere che poteva venire dal Tempo e ancora contro la tentazione dell’ascesi auto gratificante per il primato indiscusso dell’Amore.

In questo quadro compare Benedetto e la sua proposta monastica nel sesto secolo.

 

  1. – CRISTIANESIMO ED ECCLESIALITA’ DELLA PROPOSTA IN SAN BENEDETTO

 

Non si può fare il discorso su S. Benedetto (nascita nel 480) senza accennare a Gregorio Magno, che vive il suo pontificato alla fine del sesto secolo, la generazione quasi immediata a Benedetto, di cui Gregorio nei suoi dialoghi (599) ci tesse la “leggenda” ed è l’unica narrazione dell’uomo di Dio Benedetto. Questi “dialoghi” di Gregorio sono una storia mitica poetica intorno ai monaci che vivono vicino Roma nel sesto secolo, la Sabina, il Sannio ecc (cfr. Patrologia latina n. 94, Libro II, Jaka Book –“La Regola”).

E’ una storia che Gregorio concepisce sul tracciato biblico, Benedetto è un uomo di Dio come Elia, Eliseo, come i profeti e gli apostoli. E’ una storia che è insieme riflessione teologico-spirituale su Benedetto e sul suo carisma ecclesiale.

 

Nella narrazione Dialoghi sulla vita di Benedetto, Gregorio Magno vuole dimostrare che anche l’occidente ha il suo monachesimo. Non occorre andare in Egitto, la patria naturale del monachesimo primevo, ma Roma ha il suo monachesimo. Roma, proprio al declino del suo potere, propone la comunità dei poveri di Dio, dei servi di Cristo come modello della nuova chiesa che dovrà sorgere al declino dell’impero.

Nella proposta monastica di Benedetto l’evento pasquale è decisivo.

La vita di S. Benedetto, nato a Norcia, è segnata da una fuga da Roma, ove si era recato per motivo di studio. Questa uga, nell’ottica di Gregorio Magno, ripropone l’uscita di Abramo dalla propria patria indicatogli da Dio stesso. Benedetto fugge nella solitudine di Subiaco a 60 chilometri da Roma, vive nello speco educato da Dio, ignoto a tutti. Solo un monaco di Roma gli portava del cibo, che si toglieva dalla sua parca mensa-

Ma il giorno di Pasqua (dopo tre anni trascorsi nello speco), Dio volle mostrare in esempio agli uomini l avita di Benedetto, perché la lampada doveva essere posta sul candelabro per far luce a tutti quelli che sono nella casa del Signore.

 

“Il Signore si degnò dunque di apparire a un tale prete (notiamo la nota ecclesiale del monachesimo di Benedetto) che abitava a qualche distanza nel momento in cui si era preparato il desinare nella festa di Pasqua (si noti che il Signore gli appare mentre stava preparandosi da mangiare) e gli disse : “ Tu ti sei preparato buone cose e il mio servo nel deserto soffre la fame”. Subito quegli si alzò e in quella stesa solennità di Pasqua, raccolti gli alimenti che aveva preparati per sé si diresse al luogo indicato, cercando l’uomo di Dio per i dirupi dei monti, nelle insenature delle valli, nei cavi delle grotte e lo trovò nascosto nello speco. Fatta orazione Benedetto e il sacerdote sedettero e conversarono delle dolci cose della vita eterna. Poi il prete che era venuto gli disse: “alzati, prendiamo cibo, perché oggi è Pasqua”. “Oh si – ­rispose Benedetto –­ oggi è proprio Pasqua per me perché ho avuto la fortuna di vedere te”.

Così lontano dagli uomini il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua. Riprese il sacerdote: “Io sono stato inviato qui proprio per questo, per cibarci insieme, da buoni fratelli di questi doni che l’onnipotenza di Dio ci ha messo davanti” Finita la refezione il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa”.

Circa lo stesso tempo, anche alcuni pastori scoprirono Benedetto nascosto dentro lo speco, e riconosciutolo come servo di Dio, si diedero a santa vita. Perciò la fama di lui si sparse in tutti i paesi vicini e già fin da allora molti cominciarono a frequentarlo.

Purificato inoltre da grave tentazione ad imitazione di Gesù che prima della sua vita pubblica combatte il satana nel deserto, molti cominciavano a lasciare il mondo ed accorrevano sotto la sua disciplina.

La popolarità rivive il mistero della chiesa attraverso l’esempio dei Santi ed è importante che Gregorio Magno riproponga questa esperienza pasquale attraverso la vita dio Benedetto.

Alcuni giovani della vecchia Roma si posero alla scuola di Benedetto, si fa il nome di Mauro e di Placido. Nasce la comunità, il cenobio “con l’aiuto dell’Onnipotente Signore Gesù Cristo, vi potè costruire nella valle dell’Aniene, dodici piccoli monasteri, in ciascuno dei quali costituì un abate e assegnò dei monaci, con sé ne tenne alcuni pochi che gli parve più conveniente formare sotto i suoi occhi”. (Libro2° — Dialoghi, cap. 3).

Vi domina come fatto centrale l’evento di Pasqua, che fa di Benedetto un uomo apostolico. Come gli apostoli egli fonda la comunità dei credenti – i monaci – alla sequela di Gesù. Simbolico il numero “dodici” che ci richiamerà la vocazione dei dodici apostoli da parte di Gesù. Quel mistero dunque della sequela si perpetua nella grazia monastica.

E’ importante dunque l’attenzione al Mistero Pasquale.

Il monachesimo di Benedetto nasce anch’esso in questa “Nuova Pentecoste” e si perpetua nell’esperienza di Benedetto “la piccola Pentecoste” degli Atti – cap. 10,44 – (lo Spirito discende sopra i pagani alla predicazione di Pietro) e continua nell’esperienza del monachesimo. Gli Atti o le gesta degli apostoli della chiesa primeva dunque non sono concluse, ma rimangono come momento dinamico.

Così Benedetto, sollecitato a dare di nuovo la vita ad un fanciullo morto, figlio di un povero contadino, si ritrae quasi inorridito. “Queste cose non sono nostre, sono degli Apostoli”. Ma dietro insistenza dei discepoli e commosso dal pianto del pover’uomo si pone in preghiera e ottiene il miracolo. Dunque anche Benedetto è un apostolo come Pietro e Paolo.

Importante per questo è il primo libro dei Dialoghi ( la vita di Benedetto è raccontata nel II); si parla di un altro uomo di Dio, — Onorato – è il santo monaco con cui si inizia questa narrazione; esso è istruito direttamente dallo Spirito Santo come lo furono gli apostoli il giorno della Pentecoste.

 

Sono da sottolineare queste avvertenze cristologiche, ecclesiologiche e pneumatologiche. La presenza dello Spirito Santo e di Cristo forma la nuova storia. Il Vangelo continua, le gesta degli Apostoli continuano nella vita degli uomini di Dio e qiesti sono posti come maestri per il popolo di Dio.

Il mistero pasquale dunque è alla base di questa offerta che il monachesimo romano del sesto secolo fa alla chiesa. Emerge la sua essenzialità cristocentrica, pneumatocentrica, ecclesiocentrica. Esso si pone come eco della pagina pasquale degli Atti degli Apostoli. E’ un prete che va a portare l’annuncio di Pasqua a Benedetto. E’ un annuncio quasi liturgico: “Oggi è Pasqua”.

Quel testo agiografico è una mistagogia, è una celebrazione del mistero, ed è importante che la celebrazione si faccia mangiando, consumando il cibo nel giorno di Pasqua.

  1. – DEMITIZZAZIONE DEL DESERTO GEOGRAFICO E INTERIORITA’

L’offerta decisiva del monachesimo apostolico quale è quello di Benedetto, è una demitizzazione del deserto geografico a vantaggio della interiorizzazione di esso. Questo è importante perché la spiritualità moderna, in un certo modo, nasce in questo contesto.

Essere monaci significava sinora fuggire nel deserto della Tebaide o della Siria.

Oggi nella Chiesa di Roma, nella nuova comunità di fede che nasce dalla distruzione della vecchia Roma, si può vivere da monaci nelle campagne, anche nelle stesse città, perché il monaco Benedetto, nella esperienza dottrinale di Gregorio, inaugura un nuovo modo di sentire il deserto ed è “abitare seco stesso sotto gli occhi di Dio”.  Il tramonto delle “strutture di potere” anche spirituale, va a vantaggio di una maturazione dell’esperienza cristiana. Il deserto può avere sì un significato, ma solo funzionale, pedagogico; nell’ottica cristiana ciò che giustifica è solo l’amore.

Benedetto e Gregorio ci offrono la cella del cuore già prima di S. Caterina da Siena, come anelito nuovo del deserto è il proprio intimo del cuore.

Abbiamo qui la cella del cuore, la coscienza, l’animus in cui ormai si stipulano le nozze del Verbo di cui il deserto biblico (questa è una interpretazione del vero senso del deserto, il nuovo esodo dei profeti, interiorizzazione cioè dell’esperienza personale con io Dio della conversione) nel continuo simbolo è il richiamo vitale. E’ un superamento delle strutture sacrali.

Gregorio Magno alla scuola della Bibbia e di Agostino, e con esso Benedetto, sono alla base della spiritualità a cui con fatica noi ci si sta aprendo; ed è una dimensione l”laica” della spiritualità.

Che significa “abitare seco stesso” nella spiegazione che dà Gregorio? Si dice, di Benedetto, che “abitò solo con se stesso sotto gli occhi del Supremo spettatore”.  Spiega Gregorio: “il venerabile Benedetto in quella solitudine abitò seco stesso perché tenne in custodia se stesso nella clausura del pensiero” (claustrum cogitationis). Dunque il chiostro non è solo materiale, ma anche il chiostro della mente nella clausura del pensiero.

Dal “claustrum” geografico tipico della tradizione monacale si passa al “claustrum cogitationis” interiorizzato; è l’operazione laica del problema.

Continua il testo: “mentre ogni volta che l’ardore della contemplazione lo rapiva in alto, egli lasciava se stesso al di sotto di sé”; spiega ulteriormente Gregorio: “quest’uomo venerabile abitò seco stesso, sentendosi sempre sotto lo sguardo del Creatore, sempre scrutandosi, non divagò fuori da se stesso l’occhio della sua anima”.

E’ il primo problema che Gregorio affaccia nella vita di Benedetto e perciò di importanza fondamentale.

  1. – RECUPERO DEL “TEMPO” E DELLA “STORIA”

PREGHIERA E LAVORO SONO LITURGIA UNICA.

Se Benedetto demitizza il deserto, è soprattutto a vantaggio di un recupero della nozione di “tempo” e della “storia” e della presenza del credente-monaco in esso. Il monaco del deserto (che fuggiva nel deserto) perdeva il senso del tempo e della storia. Egli non lavorava. Per evitare l’ozio, il monaco tesseva le tende di giorno per disfarle durante la notte.

Benedetto non capisce questo; bisogna lavorare veramente; c’è da dissodare il terreno, si dissoda; c’è da prosciugare la palude, si prosciuga; ci sono da copiare i codici, si copiano; c’è da studiare, si studia veramente. Il monaco corre il rischio di auto gratificarsi, in una logica che non è quella pasquale.

Gesù entra nella storia e l’abbraccia nella sua realtà, si pone come “germe” di vita nuova nella proposta di amore. Il monaco del deserto assolutizza la theoria, la contemplazione contro l’impegno della carità.

Il monaco di Benedetto dovrà perciò pregare e lavorare. Preghiera e lavoro che nell’ottica della tradizione primeva benedettina ripropongono la formula cristologica di Calcedonia, di Cristo, vero dio e vero uomo. E’ una confessione di fede. È una liturgia.

Con un programma di vero lavoro (sei ore) il monaco di Benedetto solidarizza col Cristo, che appare come il figlio del falegname. Le prescrizioni sulla regola sono chiare e precise: “L’ozio è nemico dell’anima”. Inizia così il capitolo della Regola di Benedetto che normalizza il lavoro. Dunque, è vero che il lavoro è amico dell’uomo. Benedetto vuole che il monaco risponda anche con i suoi talenti ai vari impegni di lavoro. La tradizione artistica della vita benedettina è ben conosciuta e non occorre spendere parole (Regola cap. 57).

Il lavoro è la confessione all’umanità di Cristo.   I dogmi delle generazioni cristiane, non venivano formulati perché rimanessero confessioni di fede astratta; essi avevano lì incidenza nella vita, venivano celebrati nella liturgia, ma la liturgia aveva un riscontro nella vita attraverso l’impegno della carità. Quindi il monaco lavorava confessando l’umanità di Cristo, impegnandosi a tempo pieno come Cristo si era impegnato nella storia.

La preghiera risponde come confessione al Cristo Dio.  La preghiera della comunità monastica è caratterizzata dalla liturgia delle ore; significa che nel tempo si è verificato il disegno di Dio. Il tempo è stato riscattato dalla vanità. Ecco l’importanza della liturgia delle ore, recuperare la storia della salvezza, lodare Dio nel tempo, ringraziare Dio in questo tempo, essere compenetrati in questo tempo dalla conversione per ritornare a Dio. La preghiera liturgica è preghiera pasquale per eccellenza. Il monaco recupera il tempo biblico, la “settimana della creazione”, ma anche la “settimana della redenzione”, aperta all’escatologia. La simbiosi o la sinfonia tra preghiera e lavoro nell’ottica pasquale: sono essi gli elementi di questa spiritualità oggettiva e storica.

E’ felice il monachesimo quando si è tenuto fedele a quest’ottica; però nel tempo sono prevalse le tentazioni spiritualistiche.

La vita di Benedetto ci ha trasmesso un aforisma sull’azione liberante del lavoro. SI legge: “Un povero goto lavorava e disboscava il terreno intorno al lago di Nerone nella vale di Subiaco, e gli esce la falce dal manico e scivola nell’acqua. Il povero goto propone il suo caso a Benedetto, che avvicinato al lago il manico della falce, ecco che questa riemerge dall’acqua e torna al suo posto”.

Ecco il miracolo. Ciò che è importante è il significato. Benedetto dà al goto lo strumento del suo lavoro con la benedizione: “lavora e stai contento”.

 La fede dei barbari, dei nuovi popoli ritrova la sua esperienza della fede nella comunità monastica più che in quella gerarchica, perché la prima ha l’elemento contadino e la tradizione barbara è tradizione contadina. La fede veniva trasmessa anche attraverso questo supporto culturale. La tradizione cittadina sedentaria era meno adatta ai nuovi popoli. Ecco l’incontro tra barbari e monaci, spontaneo, naturale.

Che la preghiera dia gioia è scontato, ma che il lavoro possa comunicare gioia può essere discusso. Per Benedetto, il lavoro nutre lo stato d’animo di serenità e di pace.

La preghiera, secondo la testimonianza di Benedetto, conforme alla tradizione dei padri, era frutto della lectio costante delle Sacre Scritture. Come gli Apostoli il giorno di Pasqua ricevono il carisma dell’interpretazione e il dono della comprensione delle Scritture, così è per Benedetto e per la sua comunità monastica, che nasce il giorno di Pasqua. La comunità ha un ruolo profetico.

Benedetto, insieme a Gregorio, lasceranno alla chiesa questo grande patrimonio della lectio biblica, che è il criterio concreto della spiritualità monastica, come sarà poi della chiesa. Lectio – Meditatio – Oratio – Contemplatio – Evangelizatio è la scala che conduce al Paradiso, che si dischiude a noi nell’intelligenza della Parola.

Questi enunciati di lettura-meditazione non stanno ad esprimere solo un proceso di intelligenza sempre più profonda della Parola, un’assimilazione come di nutrimenti, ma anche un processo più vitale per quanto riguarda la reinterpretazione delle Sacre Scritture nei nuovi contesti storici in cui la comunità di Benedetto sarà poi condotta.

La meditatio, per Gregorio Magno, – che commenta al suo popolo il nuovo Tempio dell’era messianica di Ezechiele, – non è solo argomento del “culto spirituale” a cui noi tutti dobbiamo aprirci (meditatio = interiorizzazione del tema) ma quel “nuovo Tempio” sono precisamente i nuovi popoli, che subentrano nella storia al declino dell’impero di Roma.

C’è un tentativo di rilettura della Parola di Dio in una situazione storica nuova.

Il Commentario biblico che San Beda offre alla chiesa inglese (monaco della prima generazione cristiana inglese) offre degli esempi belli nel commento del “tempio di Salomone”; ebbene, “il tempio nuovo è la Chiesa corpo di Cristo, le colonne sono i predicatori del Vangelo che Papa Gregorio nei nostri giorni ha inviato in Inghilterra”.

Si noti la preoccupazione esistenziale. Dalla Chiesa madre di Roma nasce la chiesa locale in Inghilterra. Si inserisce come continuazione degli Atti degli Apostoli vissuta in Inghilterra. La preghiera monastica acquista un carattere storico salvifico ed è preghiera ecclesiale. Quando si dice che si prega con la Liturgia, si prega con la Chiesa, nel suo travaglio, nelle gioie, inseriti nel cammino ecclesiale.

La preghiera è dunque attualizzazione del mistero della salvezza; emerge la lode, il ringraziamento, che sono atteggiamenti tipici della preghiera biblica espressa nei Salmi.

Ecco il grande precetto di S. Benedetto: “Nulla, assolutamente nulla si anteponga all’opus Dei” –  Ergo nhiil Operi Dei praeponatur” – (R.B. cap 72).

La comunità monastica secondo Benedetto non è comunità di oranti! Il monaco dovrà lavorare a uguale titolo con cui prega. Ecco perché l’insegnamento di S. Benedetto sulla oratio privata è così sobrio (S.R. cap. XX). Deve essere pura e breve perché è dono dello Spirito, a meno che non sia prolungata come dono speciale. Non esiste nella Regola l’ombra di voler fare dei monaci una “corporazione di oranti” a cui demandare “ex officio” l’impegno della preghiera. Questo verrà solo più tardi.

Nell’epoca carolingia, si guarda al monachesimo come ad una forza religiosa. Mentre il monaco prega, i “signori del tempo” manovrano la storia. Ma in realtà si taglia la voce profetica alla chiesa. Si zittiscono i monaci con larghe donazioni e non ci sarà più il lavoro. Ma questo non è monachesimo di S. Benedetto: Tante ambiguità del cammino storico della chiesa si compiono su questo terreno. Si può deviare dall’ideale cristiano sia col radicalismo materialista sia con quello spiritualista.

  1. – L’ASCESI SI RISOLVE NELLA CARITA’ – IL PRIMATO DELL’AMORE.

Benedetto che “nasce a Pasqua, interiorizzando il deserto e recuperando il tempo con Ora et labora”, inaugura un’ascesi delle verità cristiane che culminano nell’amore-

Mentre il “deserto” nella sua accezione biografica si prestava all’autogratificazione, Benedetto, recuperando il tempo e la storia con la preghiera, insieme al lavoro ( nel senso neo-testamentario) recupera l’ascesi tipica della sequela di Gesù. Significativo l’incontro di Benedetto con la sorella Scolastica: “Quando Benedetto andò a trovare per l’ultima volta la sorella Scolastica, essa prevedeva che stava per morire. Giunta la sera Benedetto voleva ritornare al monastero perché aveva scritto la regola dove si dice che il monaco, ad una certa ora, deve rientrare in monastero. Scolastica allora si mise a pregare il Signore e subito si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d’acqua, in tale quantità che, né il venerabile Benedetto, né i monaci che erano con lui poterono mettere piedi fuori dell’abitazione. Benedetto rammaricato dice alla sorella: cosa hai fatto? E lei risponde: “ho pregato te e non mi hai ascoltato, ho pregato il Signore e mi ha ascoltato. Adesso esci pure se puoi.” Pur non volendo, Benedetto dovette stare con i suoi discepoli a pregare e lodare Dio con la sorella”.

 E’ importante il commento che fa Gregorio: “Scolastica ottenne di più perché amò di più”.  E’ il primato dell’amore (Dialoghi. Cap. XXXIII). E’ tipico che il primato dell’amore venga presentato da Scolastica; essa rimane un modello esistenziale per tutti i tempi, il primato dell’amore su ogni regola. La regola stessa di Benedetto si conclude con una netta demitizzazione della regola quando dice: “Questa regola serve per chi comincia, ma per chi vuole camminare segua l’Evangelo”.

 La regola di S. Benedetto non conosce la parola “contemplazione”, ma quella della “carità”. Mentre la prima aveva con sé tutta l’ambiguità della filosofia neoplatonica, la carità invece esprime quanto Gesù ci ha insegnato: “il grande e unico precetto che è l’amore”.

L’impegno comunitario tipico di Benedetto si pone come “culto spirituale” della comunità: la vita dell’amore fraterno. E’ quanto ci insegna i, cap. 72 della Regola di S. Benedetto.

  1. LANCIO MISSIONARIO

Il monaco educato alla preghiera e al lavoro come risposta esistenziale al mistero cristiano, quale è espresso nel momento primigenio (Gesù morto e risorto), trova anche il carisma di annuncio della Parola di Dio.

Benedetto evangelizza la popolazione intorno a Cassino; questa predicazione è espressione dell’impegno battesimale del sacerdozio regale e va anche al di là della semplice investitura gerarchica.

Sarebbe interessante leggere il primo libro dei Dialoghi, nel quale appare un certo contrasto tra il vescovo di Roma e un monaco che predicava senza il suo consenso. Il monaco aveva avuto l’ispirazione dallo Spirito Santo. Il Papa voleva impedire la predicazione del monaco e questi obbedì. Ma l’angelo, nella notte, disse al Papa: non ti interessare di questo, ho dato io il permesso al monaco di predicare, lascialo predicare. Tu interessati delle cose della tua chiesa.

“Ivi giunto l’uomo di Dio fece in pezzi l’idolo, rovesciò l’ara, divelse i boschetti consacrati

ai demoni. La gente poi che abitava lì intorno con assidua predicazione egli andava chiamando alla fede”. (dai Dialoghi, cap. 8).

 Non si può parlare né pensare al problema dell’evangelizzazione del nostro occidente senza tenere in debito conto la presenza del monachesimo benedettino.

L’evangelizzazione condotta dai monaci di Benedetto si qualifica per un’ispirazione biblica. Gregorio, monaco lui stesso,invia i monaci in Inghilterra. La grande preoccupazione di questi monaci-evangelizzatori è di rivivere lo spirito della chiesa primitiva di Gerusalemme “comunione di vita, preghiera, lettura dei libri santi, fedeltà all’insegnamento degli apostoli”.

Essi inoltre so tenevano disposti ad annunciare la Parola a quanti lo desideravano, non si imponeva ad alcuno quel messaggio, ma si era disponibili alle richieste dei fratelli. Si dice che i pagani, commossi dalla vita evangelica che i monaci vivevano, si convertivano alla fede.

Gregorio si premurerà di dare direttive quanto mai aperte a riguardo dell’inculturazione del messaggio annunciato. Agostino (capo della missione romana in Inghilterra) non doveva irrigidirsi nel conservare le consuetudini liturgiche della chiesa di Roma, ma si premurò di raccogliere usi e consuetudini del luogo e di esse fare quasi “un mazzo di fiori” da offrire alla chiesa locale che si inseriva in Inghilterra.

E’quest’ottica che garantisce alla vita monastica di Benedetto un peculiare senso ecclesiale. Il monastro e il monaco di Benedetto sono luoghi in cui si educa alla solidarietà cristiana.

ATTUALITA’ DELLA PROPOSTA MONASTICA.

Nel libro III dei Dialoghi c’è un apoftegma della vita di S. Benedetto in cui si parla di un monaco eremita che, per molti anni, rimase chiuso in una angusta caverna, come Benedetto nello speco. Egli, in un primo tempo, quando ancora no abitava nella caverna chiusa, si era legata al piede una catena di ferro, fissando nella roccia l’altro capo, in modo che no gli fosse possibile fare un passo più in là della lunghezza della catena.

Quando il fatto giunse all’orecchio di Benedetto, egli mandò un suo discepolo a quel monaco per dirgli. “ se sei servo di Dio non ti costringa la catena di ferro, ma il vincolo che è Cristo” Martino, udito questo monito, subito sciolse la catena, ama anche libero, mai il suo piede varcò il luogo dove prima era incatenato: egli si costrinse a rimanere in quel limite ove prima era legato, ma ora lo faceva per amore.

Questo racconto attualizza la proposta monastica nella chiesa.

“Non sia la catena di ferro a tenerti legato, ma la catena di Cristo”. In altri termini, abbiamo il passaggio dalla lettera allo Spirito. E’ la pedagogia della fede. :e chiusure evangeliche credo si possano esprimere nella catena di ferro; Gesù, invece, è la catena dell’amore. Le scelte devono essere animate e guidate dall’amore.

C’è una dottrina tradizionale che ci parla di un monachesimo interiorizzato e occorre riproporla sempre alla chiesa: Nella storia c’è stata una preoccupazione di “monasticizzare” la chiesa. Per alcuni risvolti medioevali, il monastero era l’ancora di salvezza; al di fuori di esso non c’era salvezza.

Questa tesi impoveriva la dimensione chiesa-comunione in cui ogni carisma è dono dello Spirito e nessuno può monopolizzare un altro.

Contemporaneamente al processo di monasticizzazione si è avuta una massiccia clericalizzazione, che faceva scorgere nel clero il carisma quasi monopolizzatore della chiesa. Il nostro cammino di fede esige di superare queste “zone” privilegiate a favore della comunione ecclesiale; tutto è dono dello Spirito e gloria del Signore, a servizio dell’uomo, per la crescita nell’amore. E’ vero però che ogni carisma si riflette su un altro, per quella legge di sussidiarietà necessaria per la crescita della chiesa.

Come si riflette dunque il monachesimo nel corpo della chiesa?

Anzitutto la comunità di Benedetto ripropone la centralità della Pasqua.

Il Signore è risorto! La Pasqua, che caratterizza la vita di Benedetto come padre dei monaci, costituisce la nota di identità che il monachesimo propone al credente che vive nel mondo, nell’assillo della città secolare, col rischio di posporre questo valore di fondo ad altri aspetti non essenziali allo stesso titolo.

La centralità della Pasqua educa il cristiano a una visione nuova della vita, della storia, del tempo. Si potrebbe pensare che questa riproposta si esaurisca nella centralità della liturgia, intesa soprattutto come atto cultuale. Ma la Pasqua fa scoprire soprattutto il rapporto tra liturgia e vita, tra culto e impegno operativo. La Pasqua, come rende radicale il monaco nel suo rapporto con il Vangelo, così conduce ogni cristiano a considerare seriamente tutta la provocazione evangelica, per are della vita un segno del Regno che già opera tra di noi, Regno già inaugurato.

Il celibato monastico, “segno del Regno”, diventa esortazione a scoprire quella legge dell’amore totalizzante a Dio e a i fratelli, che è lo scopo della vita, dovunque e comunque si viva.

I due apoftegmi della vita di Benedetto ( il primato dell’amore espresso nell’episodio della visita alla sorella Scolastica e la catena di Cristo, non quella di ferro) sono molto significativi.

In una società fortemente efficientistica, se non c’è più tanto il pericolo dell’ascesi auto gratificante, emerge la necessità ancor più della riproposta del primato dell’amore, dono pasquale che a Cristo si ispira. E’ l’amore che deve animare ogni nostro impegno. Si pensi al dialogo tra la chiesa a il mondo.

La centralità della Pasqua nella vita di Benedetto, fa superarla dimensione di “fuga dal mondo”, con cui siamo tentati di guardare al monachesimo. Benedetto, invece, viene ricollocato nel mondo della Pasqua, come segno profetico di cieli nuovi e terra nuova. Pare questa una testimonianza di speranza provocata dalla Pasqua per ogni cristiano.

E la Pasqua richiama al primato della Parola di Dio; siamo nell’attesa di cieli nuovi in cui inabita la giustizia. Cristo è risorto e ci ha dato il suo Spirito. Il cristiano si pone come “germe” di vita nuova, “seme” da cui esplode la proposta del Regno, fermento che farà lievitare tutta la pasta.

Insieme alla Pasqua il monachesimo offre la Sacra Scrittura come libro di una costante attuazione, profezia di nuove situazioni, se accettiamo la legge base di ogni interpretazione biblica e la conversione nostra a Cristo Signore.

Il monachesimo di Benedetto ci educa al dialogo, a saper prestare il nostro orecchio a Dio, alla sua Parola e perciò a saper ascoltare anche gli uomini. La Regola di Benedetto si apre con un prologo che può essere preso come “magna carta” della spiritualità cristiana.

“Ascolta figlio gli insegnamenti del maestro, tendi l’orecchio del tuo cuore e volentieri accogli i consigli di un tenero padre e praticali risolutamente per tornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale tu ti eri allontanato per l’accidia della disobbedienza. A te pertanto si rivolge la mia parola.” (Prologo della Regola)

In tutto il prologo c’è questo dialogo continuo tra Dio che parla e il figlio che ascolta. Dio parola attraverso la Scrittura che “ci sveglia e dice: è l’ora di alzarci dal sonno.. Oggi se udite la sua voce non indurite il vostro cuore… Siano dunque la fede e la pratica del bene le armi cinte al nostro fianco e, guidati dal Vangelo, incamminiamoci per le sue strade: saremo così degni di vedere Colui che ci ha chiamati nel suo Regno” (Prologo).

Ecco la centralità della Pasqua nelle Scritture, con cui Dio si rivolge a noi. Qui si inserisce il rapporto spirituale che la proposta di Benedetto ha avuto con il nostro mondo occidentale, con l’Europa che hanno conosciuto il Vangelo attraverso i monaci.

Se la proposta “lavoro” della Regola ha subito vicissitudini e non è più monopolio della società monastica, né i monaci possono ancora presentarsi come modelli di tecnici del lavoro, come era nell’alto medioevo, ciò è ben comprensibile e non poteva essere altrimenti nello sviluppo dell’autonomia della scienza. I monaci riemergono come “offerta permanente” di un discernimento peculiare sul metodo di lettura della Parola di Dio. La teologia monastica riconosce il primato della Parola, che diviene “dialettica teologica” o “dinamica” attraverso la lectio, meditatio, oratio, contemplatio, evangelizatio.

Per parlare di Gesù è indispensabile che noi entriamo nel suo spirito, e per annunciarlo dobbiamo fare esperienza. Bisogna far sì che la preghiera sia momento espressivo di un cammino di vita e non un qualcosa di aggiuntivo. I Padri dicevano che ci si deve nutrire della Parola come ci si nutre quando si mangia; è lo stesso processo di assimilazione, di nutrimento. E’ il processo che si attua quando noi leggiamo la Parola di Dio, che si fa anche programma di una ermeneutica esistenziale, onde comprendere la Parola e tutte le sue possibilità nell’oggi salvifico.

Si legge la Bibbia nell’unità dei due Testamenti, guidati dal mistero pasquale, che crea e ripropone la comunità ecclesiale nell’oggi storico.

La meditazione va così molto al di là della semplice memorizzazione o riflessione psicologica del mistero salvifico. Essa sta ad indicare quella attenzione costante che è frutto della Parola e un’esigenza dei “segni dei tempi”. Proprio come “Maria-Chiesa” di Luca, che conserva tutte queste cose nel suo cuore meditandole attentamente (D.V. n.8).

Il monachesimo diventa fermento di vita cristiana, perde le sue note specialistiche. Tutti siamo alla scuola di Dio e il monaco presenta la sua esperienza. La preghiera sarà la nostra risposta al dialogo con cui Dio ci interpella: “si faccia di me secondo la tua parola” o l’”eccomi” di Abramo o il nostro “amen”. La contemplazione sarà fioritura di gioia nella verità e canto nelle sue varie forme e momenti; l’evangelizzazione condurrà a proclamare le meraviglie di Dio.

La prima evangelizzazione è così la prima celebrazione liturgica che atta la parola del mistero pasquale. Esso, attraverso il segno sacramentale e la fede della comunità, si staglia nel tempo, facendo del “tempo” il “Tempo”, l’oggi della salvezza, la nostra Eucarestia.

La vita monastica, grazie a un certo ambito di libertà con cui essa si pone nella Chiesa stessa e nella società, può offrire questo spazio a tutti i cristiani onde poter riflettere, con questa preoccupazione, sulla Parola di Dio.

Si può capire a questo proposito, il servizio prezioso che il monachesimo può offrire all’ecumenismo: Il monachesimo è un fatto che precede ogni divisione storica nella chiesa, e per la sua tradizione precristiana, è capace di entrare in dialogo con le grandi religioni non cristiane.

Nel’ambito della lectio e della preghiera (e con esse l’interiorizzazione del deserto), il monachesimo si propone un recupero dell’interiorità cristiana, che si sviluppa per la presenza dello Spirito Santo nel cuore del credente.

La nostra catechesi comune non ha sufficientemente sviluppato tutto l’aspetto pneumatologico della vita spirituale. E’ lo Spirito Santo il vero Signore delle coscienze dell’uomo. E’ lui l’artefice della vita spirituale. Non ci può essere vita monastica senza questo rapporto con lo Spirito Santo; la solitudine monastica si può accettare come momento per esprimere la preponderante presenza dello Spirito in noi. La vita monastica ripropone la possibilità dell’esperienza mistica, del rapporto profondo con Dio.

Nel Nuovo Testamento ci è stato dato lo Spirito Santo del Signore risorto, che ci dice che Dio è Padre; ed è lo Spirito la suprema legge della nostra coscienza. Si sviluppa un metodo di lettura della Parola di Dio e la chiave ermeneutica è l’esperienza spirituale. C’è un testo di Cassiano che afferma che il monaco canta Salmi come preghiera “composta da sé” o almeno dall’autore ispirato composta come prevedendo questo momento esistenziale, concreto e storico.

Così questa Scrittura si compie in quel momento nella vita del monaco “quello che si dice nei Salmi lo vede compiersi in sé”.

Valore della comunità.

In una società sempre più dominata dall’individualismo, dal privato, la comunità monastica si pone come provocazione profetica “Ecco come è bello che i fratelli vivano insieme” – “Dove ci sono due o tre radunati nel mio nome, là ci sono anch’io”.

La comunità monastica benedettina nasce nella chiesa, è costituita segno ecclesiale aperto, ad essa si avvicina il popolo di Dio. Benedetto è amico di vescovi, diaconi, poveri.

“L’ultima goccia di olio nel monastero è per i poveri: Quando il cellerario non vuole dare l’olio al povero, Benedetto, adirato, dice di buttare via l’ampolla sopra la roccia. Ma l’ampolla non si ruppe, e da quel momento non mancò più l’olio in quel monastero”.

La comunità monastica si pone come luogo di accoglienza per fare esperienza della Parola di Dio. Nessuna comunità può monopolizzare i doni di Dio, ciascuna deve essere sussidiaria gli uni agli altri. La comunità si apre dunque al’accoglienza: nell’ospite si riceve Cristo, dirà la Regola. L’ospitalità monastica propone un modello “primitivo” della società (società contadina aperta al fratello), ma con questo ministero dell’accoglienza essa si ispira alla benevolenza con cui tutti siamo accolti dal Padre.

L’ospitalità ripropone la visita di Dio all’uomo, il suo pellegrinaggio di amore. L’ospitalità è così un mistero, che a livello comunitario si esplica e si attua nella chiesa. La comunità ha così un messaggio da “dare” e da “dire”.

C’è dunque una attualità nella proposta di S. Romualdo alla spiritualità benedettina del sec. XI.

La legge del triplice bonum, così enunciata e testimoniata dalla vita dei primi discepoli di S. Romualdo:

  1. Per quelli che vengono direttamente dal secolo la comunità accogliente, il desiderabile cenobio:
  2. Per i maturi assetati di Dio, l’aurea solitudine dell’eremo;
  3. Per quelli infine che bramano di sciogliersi e desiderano dare la vita per Cristo, il Vangelo tra i pagani.

E’ il triplice bene dell’unità dell’esperienza monastica: il cenobio, l’eremo, l’evangelo.

E’ una dinamica eminentemente evangelica degli strumenti della fede che, iniziando dal semplice punto psicologico, giunge fino ad uno sviluppo di alta teologia.

Emerge la comunità come primo sussidio pedagogico / comunità come pedagogia ma anche come incontro con la chiesa-comunione); la comunità non è chiusa in se stessa ma è ordinata alla persona, al suo sviluppo. Nella vita spirituale monastica, criterio di questo cammino è lo spazio di libertà che si può chiamare il bene della contemplazione. La solitudine del’eremo esprime questa realtà. Finalmente tutto è ordinato alla carità perfetta, espressa nella predicazione dell’evangelo.

 

 

Pentecoste

Testi biblici per la Veglia

1 Lettura: Apocalisse cap 1,9-16

Antifona: La Voce del Sinai cede il posto allo Spirito Santo che porta la legge nuova nei nostri cuori.

Salmo 28 (n 172)

 2 Lettura: Apocalisse 4,1-5

3 Lettura: Apocalisse 5,1-5

Antifona: Festeggiamo la venuta dello Spirito, perché nascendo da acqua e da Spirito, entriamo nel Regno di Dio.

Salmo 133 (n 647)

 4 Lettura: Atti degli Apostoli cap 2,1-11

5 Lettura: Dal Vangelo di Giovanni cap 16,29-33

APPROFONDIMENTO MEDITATIVO

 Secondo notturno

 Sezione meditativa: Apocalisse capp 8-13: il grido minaccioso e angosciato rivolto a coloro che costruiscono la loro casa sulla terra.

 6 Lettura: Apocalisse 8,7-12

7 Lettura: Apocalisse 9,1-11

Antifona: Ciò che sembra stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini,

                 ciò che sembra debole dal punto di vista umano è più costruttivo.

Salmo 51 (n. 197)

 Antifona: Di fronte all’insana situazione umana, Dio mostra pazienza e fedeltà.

Salmo 53 (n. 198)

Dio non si rassegna alla disperata situazione in cui l’uomo è andato a infilarsi. Egli ordina: “è necessario che tu di nuovo profetizzi sopra popoli e nazioni, e lingue e molti re”. Dio sa, e la storia lo documenta, che la sua Parola incontrerà molte difficoltà; l’ostinazione umana è lenta e difficile ad arrendersi.

 8 Lettura: Apocalisse cap 10,8-11. La vita del credente in Gesù ha un prezzo che può finire nel martirio.

 

Terzo notturno

Dal pericolo alla speranza

Tre grandi segni:

  • La donna-popolo vestita di sole e chiamata alla meta del Regno eterno.

9 Lettura: Apocalisse cap 11,19-12,2 – La donna – popolo dovrà subire il confronto con il grande drago rosso (secondo segno) e le sue incarnazioni.

10 Lettura: Apocalisse cap 12,3-4 –

  • Il drago rosso grande opera nella storia attaverso i suoi profeti di sventura, coloro che attuano logiche infernali. Ne consegue uncombattimento aspro con il discepolo di Gesù.

11 Lettura: Apocalisse 12,7-10

12 Lettura: Apocalisse 13,1-10: Prima incarnazione satanica: la Bestia del Mare, operante mediante re e potenti della terra.

– Essa vuole essere adorata,

– imporre il suo modello egoistico e corrotto

– controllando tutte le attività (organizzazione sociale, vendite e acquisti).

– L’assoluto del guadagno è una bestemmia.

13 Lettura: Apocalisse 13,13-16: Seconda incarnazione: la Bestia della Terra, i poteri politici e socioeconomici. Il sistema idolatrico, per dominare e sedurre, ha bisogno della propaganda che legittimi come progresso: guerre, affari, tratte di schiavi, leggi, organizzazione a delinquere, depistaggio per distogliere l’attenzione.

Il cristiano nella storia non può accettare che l’esistenza umana e ambientale sia compromessa; dovrà invece attrezzarsi per scoprire le manipolazioni, i condizionamenti morali, le ingiustizie che uccidono i poveri e ingrossano le diseguaglianze in tutti i settori della vita.

14 Lettura: Apocalisse 14,6-8

 Il terzo grande segno annuncia la vittoria del progetto di Dio. Babilonia la grande cade, essa aveva ubriacato gli uomini con la sua corruzione (v 8).

Cantico n 655/657

 Quarto notturno

Una visione d’insieme

Lo scenario storico, carico di pericoli non deve cancellare la speranza, né i credenti in Dio e in Gesù devono abbassare la guardia del loro impegno. “La costanza dei santi custodisce le preziose indicazioni di Dio e la fede in Gesù (Ap 14,12) finché questa nostra storia giungerà alla Gerusalemme Nuova: allora non ci sarà più notte, né morte, ma solo la Gloria-valore di Dio condivisa con i suoi figli (Ap 22,5).

15 Lettura: Dalla Lumen Gentium nn 379-381

Con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l’opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l’utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana. Così Cristo per mezzo dei membri della Chiesa illuminerà sempre di più l’intera società umana con la sua luce che salva.

Inoltre i laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l’annunzio della pace entri nel mondo.

La Parola ci guidi nella storia, con la forza vivificante dello Spirito; a noi il compito di non seppellirla nell’indifferenza, ma di custodirla con tutte le risorse che abbiamo. Lo chiediamo come dono al Signore Risorto, in questo compiersi della Pentecoste della sua Pasqua.

Veni Sancte Spiritus (n 79).

 

 

La Via

Testo di lettura di Romano Guardini

«Via» è anzitutto l’esistenza stessa. L’essere pensata come cammino è una delle sue caratteristiche di fondo: su cui si basa la possibilità che in essa si realizzi un corrispondente movimento, che venga intrapresa e perseguita l’una o l’altra direzione, che l’esistenza medesima giunga ad attuarsi. Gesù, però, non parla di tale realtà — già di per sé fonte di meraviglia e d’inquietudine: la via che Egli intende, piuttosto, fa tutt’uno con una particolare mèta, un particolare punto di partenza e un particolare movimento.

La mèta è il Padre — lo stesso che, nella discussione intorno alla verità, era apparso come il punto d’avvio del processo del suo dischiudersi. Al Padre non conduce nessuna delle strade immediatamente accessibili, rappresentate dalle cose e dalla loro configurazione essenziale; né da lui si diparte una via o un canale di rivelazione che si possano considerare universalmente percorribili, dal momento che Egli trascende il mondo intero e tutte le sue potenzialità, ed è per essenza l’Ignoto e il Nascosto — mentre il mondo è sottoposto al peccato e alla confusione che ne deriva.

Così Egli ha dovuto essere rivelato, ha dovuto farsi visibile, e ciò è accaduto nel Figlio. Allo stesso modo qui. Niente di creato è in grado di raggiungere il Padre con il solo movimento della propria esistenza: c’è bisogno di una guida, e soltanto il Figlio è all’altezza di tale compito. Compito che non consiste nell’aver Egli, finalmente, additato una prospettiva e un orientamento di per sé già inscritti nella stoffa dell’essere, e che prima di allora sarebbero semplicemente rimasti nell’ombra: la questione rimane per principio senza soluzione, se la si affronta a partire dal mondo e dalla realtà creata.

Quell’itinerario dev’essere tracciato per la prima volta, «creato» — allo stesso modo in cui il diventare manifesto del Padre ha dovuto essere concesso e attuato. Ora, questa strada è lo stesso Gesù Cristo. Come l’essere dell’Uomo-Dio è la verità medesima, e costituisce il rendersi manifesto del Padre nel mondo — così Gesù, la sua personalità, la sua disposizione d’animo, il suo parlare e agire, e anche il suo destino sono e rappresentano esattamente la via. Come chi «vede lui, vede il Padre», così chi entra in relazione con Cristo è introdotto nella comunione di pensieri e di sentimenti e nella forma d’esistenza che uniscono Gesù al Padre.

Egli riceve occhi per vedere il Padre, e il Padre  gli si fa manifesto. Si istituisce quel rapporto personale nel quale il Creatore e Signore del mondo diviene per questo uomo «il Padre»; e a questi «è dato il potere di diventare figlio di Dio» (Gv 1,12). Ne nasce una vicinanza, uno stare-presso-di-lui, una comunione nella quale il credente partecipa della vita stessa di Dio; si veda il punto, nel discorso di commiato, dove Gesù afferma: «[…] lo Spirito di verità 1…] prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede, [infatti,] è [anche] mio […]» (Gv 16,13-15).

  1. GUARDINI, Gesù Cristo. La sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni, Traduzione di C. FEDELI (Sestante 12), Vita e Pensiero, Milano 1999, pp. 202-203.

Incontro con Andrea Grillo

SABATO 27 MAGGIO 2017 – ORE 10.00

Andrea Grillo

docente di teologia (sacramentaria e liturgica)

terrà un incontro a S. Maria in Colle sul tema:

“Tornare alle fonti e tornare a essere fonti”

Ripensare insieme la Quaresima e la Pasqua, nella relazione con Dio, con Cristo e tra di noi, per giungere tutti al traguardo della Pienezza di Cristo (Ef 4,13).

DOMENICA  28 MAGGIO – SOLENNITA’ dell’ASCENSIONE