Lectio Avvento 2018

Domenica 16 dicembre

PER LA RICOSTRUZIONE DELL’UMANO

(Mc 4,3-9)

(con Lorenzo Biagi)

Nota sul percorso fatto: Un’avventura pasquale che vince la mediocrità. 

Riscopriamola pratica della lectio condivisa nel tempo del nostro pellegrinaggio. Gesù avverte un impulso interiore: il contatto con il Padre, che non lascerà mai. “Egli sarà il dono del Padre per l’uomo”.

Attendere significa intraprendere cammini che fondano la nostra identità di discepoli (figli e fratelli.

Il coraggio dell’alterità in relazione al Regno irrompe nella storia, trasforma il mondo e la vita dell’uomo secondo la proposta dinamica annunciata da Gesù. Il linguaggio della vita è chiave per aprire il tesoro dei cieli (Mc 4,3-9). L’assimilazione dei contenuti evangelici è decisiva per tutto l’universo umano e religioso. “Dice loro: “Non capite questa parabola? E come comprenderete tutte le parabole?” (Mc 4,13).

TEMPO DI NATALE

Lunedì 24 dicembre –        ore 21.00 VEGLIA

Martedì 25 dicembre –      NATALE – ore 10.00 Celebrazione Eucaristica

                                                Ore 17.00 – Celebrazione dei Vespri

Mercoledì 26 dicembre     chiuso

Lunedì 31 dicembre           ore 21.00 Veglia, Lodi e Celebrazione Eucaristica

Martedì 1 gennaio 2019    chiuso

AVVENTO 2018

DOMENICA 2 DICEMBRE

Prima domenica di Avvento

Ore 9.30 – Presiede la Celebrazione Eucaristica

Il Priore Generale di Camaldoli, p. Alessandro Barban

LECTIO BIBLICHE AVVENTO e Vespri

(dalle ore 16.30 alle 18.00)

Domenica 2 dicembre  – “Riscoprire la pratica della lectio condivisa. La Parola di Dio che i cristiani ascoltano e condividono fonda e ispira, nelle nostre relazioni,  la dimensione dei valori praticati da Gesù.

Domenica 9 dicembre

Domenica 16 dicembre

IL TEMPO DEL PELLEGRINAGGIO

Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo,

ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre”. (Gv 26,28)

Un’aspirazione in crescendo che fonda la nostra identità di discepoli e figli.

TEMPO DI NATALE

Lunedì 24 dicembre –       ore 21.00 VEGLIA

Martedì 25 dicembre –     NATALE – ore 10.00 Celebrazione Eucaristica

                                                Ore 17.00 – Celebrazione dei Vespri

Mercoledì 26 dicembre    chiuso

Lunedì 31 dicembre          ore 21.00 Veglia, Lodi e Celebrazione Eucaristica

Martedì 1 gennaio 2019   chiuso

GAUDETE ET EXULTATE

P. Ghislain Lafont – S. Maria in Colle 10 novembre2018

Comunità MonasticaCamaldolese

Un insegnante anziano, ormai fuori dall’Università e dai centri di ricerca, corre il rischio di sentirsi finito, tanto più che ha passato l’età delle intuizioni, della ricerca costruttiva, dei nuovi orizzonti. Ora, un invito come il vostro è un atto di misericordia nei miei confronti : se Dio non si stanca di fare misericordia, neanche voi, e di questo sono gratissimo !

Il mio discorso non sarà una lezione, piuttosto una conversazione familiare durante la quale scambierò con voi alcune reazioni semplici alla lettura della Gaudete et Exsultate. Ne ho letto parecchie volte il testo, l’ho meditato. La professoressa Morra mi incorragiò ad sentirmi libero nel scegliere una o due delle numerose tematiche presenti nel testo e a seguire il mio intellectus fidei nei loro confronti. In fatti, non andremo molto lontano nel documento, perche dall’inizio sono stato sorpreso del titolo : Gaudete et exsultate. Ora, se lo collegamo a quello dei precedenti : Evangelii Gaudium, Laudato sì, Amoris Laetitia, ci chiediamo senel pensiero di papa Francesco non sarebbe un partito preso a favore della gioia. La scelta di tali titoli sembra manifestare la volontà di presentare la fede cattolica in una luce positiva. Un cristianesimo luminoso, raggiante, soleggiato.

Ma, come è possibile : l’esperienza della vita non sarebbe piuttosto scura, triste, a volte desperata ? Basta aprire i giornali per sapere che nel mondo niente va bene, tutto invece va male, fin alla nostra Chiesa oggi disturbata dalla miseria adesso svelata di noi chierici ? Disturbata anche dalle divisioni interne : Il papa potrebbe dire, come Gesù in Luca 12, 51, « Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque, si divideranno tre contro due e due contro tre ». Come e di che rallegrarsi ? Comunque, pur non essendo ingenuo di fronte alla drammatica coniuntura odierna [basta leggere la Laudato sì], il papa fa mostra di una serenità che avevamo forse un po’ perduta dopo Giovanni XXIII, anche lui un uomo dalla pacifica chiaroveggenza. Non sarebbero i titoli in questione come l’annuncio di una nuova stagione, non soltanto ne dapprima della teologia, ma della spiritualità cristiana, oppure non si tratterebbe di un pezzo del tutto nuovo nell’itinerario della Chiesa nell’appropriarsi del Rivelato affidatole dall’inizio fin a oggi ? Una nuova visione del cristianesimo ?

Per orientare la riflessione, vediamo che « Gaudete et exsultate » non è un titolo ma, come spesso nei documenti pontifici, è l’inizio di una frase, cioè nel nostro caso un testo preso dall’ultima beatitudine del vangelo di Matteo, quella dei perseguitati. Lego : Rallegratevi ed esultate (Mt. 5,12) dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto e quello che offre è la vera vita, la felicità per laquale siamo stati creati (GE 1). Ora troviamo i stessi pensieri nell’omelia del 14 ottobre, in eco alla canonizzazione di Oscar Romero e di Paolo VI. Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo ; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente. La gioia cristiana risulta dunque legata a una terribile dialettica : tutto o niente. Legata al radicalismo evangelico. Al dono della vita eterna, deve rispondere il dono di un cuore indiviso.

Ora, dopo tanto tempo passato a meditare la Gaudete et exsultate, mi sono convinto che questo radicalismo messo in evidenza all’inizio del testo sarebbe forse la chiave di lettura di tutti gli sviluppi che seguono. Radicalismo, si, ma dell’amore, della misericordia. Quindi la mia presentazione cercherà di verificarne l’ipotesi. Devo però confessare che, per mettere in rilievo questo tema del radicalismo di amore, mi baserò su delle intuizioni che ebbi molte anni fa, quando, da giovane monaco e teologo, m’interrogavo sul problema irritante e sempre attuale della sofferenza innocente. Legendo allora i primi capitoli della Genesi, capii che la tragedia fa parte del mistero delle origini, che l’amore come pure la misericordia è da sempre ferito. E il radicalismo senza scappatoia di cui parla Papa Francesco che da paradossalmente nascità a una visione della nostra fede che direi di tipo allegro ma non troppo, che si potrebbe distinguere da un’altra più classica di tipo andante. Vediamole, l’una dopo l’altra, per rispondere alla domanda : quale finalmente è l’economia della relazione con Dio e come è questa sorgente di gioia

1. Allegro, ma non troppo

L’Eden, tragedia e gioia nel giardino.

Lasciatemi dunque  proporvi una volta di più il secondo racconto delle origini umane, Genesi 2, 4 e seguito. C’era una volta un uomo nudo in mezzo ad un giardino meraviglioso, con fiori, frutti, alberi, piccoli fiumi. Era stato creato da un Dio peralto sconosciuto che l’aveva formato dal polvere della terra e gli aveva dato tutto, con due regali preziosi : una donna tanto simile a lui che era stata formata a partire dal suo proprio corpo (allorche lui lo era a partire dalla polvere) perfettamente uguale a lui, con laquale vivere nel giardino, e una parola detta faccia a faccia chiamando dunque una risposta responsabile. La parola designava un albero, il frutto del quale Dio gli si era riservato, il quale dunque l’uomo nudo era invitato a non toccare. Il piccolo spazio dove cresceva l’albero era dunque « sacro », cioè il segno della relazione tra il Dio e l’uomo : relazione di parola ed ascolto.

Dio passegiava, felice, nel giardino, contento di ciò che aveva fatto, a volte però un pò inquieto : saranno l’uomo e la donna fedeli alla parola ascoltata, oppure no non lo saranno ? Comunque lì Dio era disarmato di fronte alla libertà della coppia ; non poteva che aspettare. La coppia da parte sua era ingenua e viveva con calma. Venne allora un serpente, un’animale creato dal Dio ma nominato dall’uomo che aveva dunque potere su di lui. Il serpente, astutto, voleva che l’uomo capiscesse la posta in gioco nel commandamento del Dio. Si trattava niente di meno che una questione d’identità : chi è Dio, chi è l’uomo ? E la risposta apparteneva all’uomo nudo : oppure il Dio creatore è giusto e la sua parola è degna di essere ascoltata, anche quando proibisce qualcosa in questo giardino innocente oppure no lo è. E esprimendosi su Dio, l’uomo si definisce se stesso : un’immagine di Dio, quasi uguale a lui, godendo della vita scambiata con lui, oppure un dio independente senza relazione, fatto se stesso origine. Il prezzo però da pagare, per una risposta era il rispetto dello spazio riservato a Dio mediante la sua parola : spazio sacro, albero santo, segni della presenza di Dio. In altri termini, si potrebbe dire : all’inizio era il sacrificio, come segno concreto di una fiducia, di uno scambio fondato sulla parola, luogo dell’identità reciproca e riconosciuta degli interlocutori. L’albero interdetto apriva la possibilità di un inter-dire tra di loro, ciascuno riconoscendo l’altro come era in verità, parlando ed ascoltando faccia a faccia, scambiendo a vicenda domande e risposte. Era una piccola morte (non tocccare un alimento), ma per così dire, gravida della vità, cioè di una relazione di dono reciproco tra Dio e l’uomo nudo. C’era una rottura nell’uso del giardino, ma istauratrice[1]. Dopo il discorso del serpente, la coppia era ancora giusta e pura, aveva però perso l’ingenuità dei bambini. E l’attesa disarmata di Dio era in un certo senso raddoppiata : adesso che lui aspetta la decisione della coppia ora consapevole del prezzo della parola.

Questa storia ci fa allora capire forse qualcosa del mistero della gioia secondo papa Franceso, del tutto dato/ tutto chiesto. Il giardino della Genesi è un spazio che potremmo dire « tragico » : lo spazio sacro dell’albero interdetto è il tempio di un sacrificio non cruente, tanto più essenziale perchè è il luogo della costruzione di una identità reciproca. Nudi, lo sono tutti, l’uomo, la donna, anche Dio : nudi cioè stanti faccia a faccia nella loro identità pura, senza niente attorno. Nudità chiamata alla trasfigurazione, essa sospesa alla risposta dell’uomo all’inter-dire di Dio. Immaginiamo poi la gioia, sia di Dio, sia della coppia, se la risposta fosse stata positiva : Vade retro Satana !

Giochiamo per un istante il gioco di questo inizio e immaginiamone il seguito. Che cosa sarebbe accaduta in quel giardino in cui l’uomo e la donna avessero resistito alla tentazione e vivessero pacificamente, dopo la rinuncia del serpente? In realtà, come l’ho già detto, dopo il superamento della tentazione, l’uomo e la donna non sono più gli stessi: erano innocenti e tali rimangono, ma non sono più ingenui, né su Dio che da benefattore si è fatto interlocutore, né su loro stessi, perché la loro nudità naturale è divenuta nudità cosciente. Seppure non hanno la conoscenza del bene e del male, tuttavia hanno compreso di essere sotto la parola di Dio: è precisamente questo che ora li definisce. Essi sono in ascolto: possiamo qui ricordare la definizione dell’uomo proposta in uno dei primi libri di Karl Rahner : « Hörer des Wortes, Uditore della parola ».

Dio allora può continuare a parlare.  Cosa finalmente è la storia, senon l’avventura della parola e della risposta ? Dio aveva parlato degli alberi, di quelli donati con larghezza e di quello che aveva riservato per sé, dirà forse altre cose? Come manifesterà di nuovo il dono che vuole fare loro, come solleciterà di nuovo la loro libertà, e ci sarà da attendersi un nuovo intervento del serpente? In termini di sacrificio: la parola di Dio,  che cosa farà oggetto di dono e che cosa farà oggetto di divieto? Come entrerà in gioco lungo il tempo il sacrificio simbolico? Come giungerà alla sua pienezza? Sembra così legittimo immaginare che l’Eden, come un luogo « eucaristico », conosca anche il tempo di una storia sacra, che possa mettere poco a poco l’umanità nell’orbita di una comunione perfetta. In definitiva, Dio non cesserebbe di parlare prima di aver detto tutto, e questo tutto, come sappiamo, è il Figlio suo. L’inizio della lettera agli Ebrei avrebbe potuto dire degli uomini innocenti ciò che dice degli uomini peccatori: Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola. (Eb 1, 1-3)       

Se è così, il termine finale dell’economia iniziata nell’Eden doveva essere un triplice e perfetto riconoscimento: di Dio come Padre, di sé come figlio nel Figlio e degli altri, uomini e donne, come fratelli e sorelle, in una comunione che tende all’infinito. E la molla di questa economia sarebbe stato la stessa che all’inizio: un amore sufficiente per ascoltare la parola in un movimento di accoglienza della novità e di consenso alla perdita di alcune acquisizioni, fino a che Dio fosse tutto in tutti e che tutti fossero tali in se stessi. E all’orizzonte, il credente scopre il configurarsi della dinamica divina in cui ogni persona è verso l’altro, dell’altro e con l’altro, in una circolarità infinita.

Non è tutto questo il fondamento permanente della Gioià : admirabile et aeternum commercium ?

Invenzione della misericordia.

Sappiamo della risposta negativa dell’uomo. Dio certo è deluso fin al fondo, consapevole della consequenze del rifiuto per la religione, cioè la relazione a Dio, ma anche per l’amore umano, per il futuro della terra.  Comincia una storia di desolazione : tutto, terra, uomini, Dio, era come sospeso a una parola : questa rifiutata, ciascuno degli elementi della maccchina crolla poco a poco, ciascuno trascinato dal proprio peso. Dio però, lui non crolla : avrebbe potuto riascendere laddove era prima della creazione. Ma il mistero della gioia continua e si manifesta la misericordia : la storia sucessiva, più di un crollo disastroso, è quella della perseveranza divina nel suo disegno d’alleanza. Fin dall’istante della caduta, questo Dio non rinuncia mai, ma si impegna in una lunga storia di alleanza, dove il combattimento tra grazia e peccato conoscerà delle tappe, di volta in volta dolorose o felici, fino alla venuta di Colui che doveva venire. Così,nella desolazione consecutiva al rifiuto umano, Dio ha sempre di nuovo fatto risuonare la sua parola : Adamo ed Eva non muiono subito, hanno il tempo di generare due figli ; dopo il drama di questi due (Gen. 4,1), arriva un terzo (4,29); se il peccato se molteplica e che il diluvio è deciso, la casa di Noe sopravive ecc. : la storia dunque è salvata dall’inizio, di modo che alla storia negativa del rifiuto si superponga un’altra, positiva e giocosa, quella della parola mai esaurita, e dell’ascolto mai totalmente rifiutato. Alla fine, Dio avrebbe communicato tutto, cioè il suo Figlio,il Verbo predestinato dall’inizio a ricapitolare tutto in se verso Dio.

 Andiamo allora in un altro giardino quello dei ulivi,  dove l’ ultimo uomo, Gesù di Nazareth, sta in dialogo con Dio. Nella situazione sua gravata da tutta la storia delle  relazioni fallite fra Dio e l’uomo che si trova di fronte, anche lui è messo alla prova. Prova non più di un interdetto limitato ma di un silenzio totale. Mandato dalla parola di Dio per istaurare il Regno di Dio, Gesù non soccorso quando è perseguitatto dai nemici di questo Regno. Gesù è invitato a trovare nell’abandonno silenzioso di Dio, l’ultima parola dell’alleanza. Sulla croce poi, l’uomo nudo dice due cose apparentemente opposte, ma che sono in fatti le due facce della stessa medaglia : “Dio mio, Dio mio, perche mi hai abandonnato” e “Padre, nelle tue mani, consegno il mio spirito”. L’invocazione al Padre sulla croce manifesta l’identità insieme di Dio Padre e dell’Uomo crocifisso : è veramente e pienamente Figlio di Dio e figlio dell’uomo. L’agonia e la morte di Gesù sono la revelazione della Filiazione.

Scambio e Gioia

Tutto è compiuto, cioè il disegno divino iniziato con la prima parola è stato compiuto con l’ultima, un silenzio totale laddove si aspettava un istaurazione gloriosa di un Regno eterno, sofferenza dell’assenza e perseveranza nella linea di ascolto ed ubbedienza, che definisce l’itinerario di Gesù. Per capire meglio, potremmo ricordarci che il santi più popolari di oggi  hanno consciuto questa drammatica identità fra il silencio di Dio e la perseveranza nell risposta. Basta pensare a Teresina di Lisieux e madre Teresa di Calcutta : ambedue hanno vissuto tale abanddono, il quale non hanno sopresso la gioia del vangelo.Tutto è compiuto perche l’ultima parola di Gesù è la penultima nel dialogo tra il Dio e il nuovo Adamo : l’ultima spetta a Dio, cioè la Risurrezione non soltanto di Gesù ma dell’umanità fatta suo corpo.

Tutto è compiuto perche, prima di morire Gesù lasciò ai sui discepoli, in queste primizie dell’umanità intera, il sacramento mediante il quale essi potessero anche loro offrire al Padre la risposta giusta             alla parola sempre di nuovo proposta, inserire nel sacrificio di Cristo ciò che Paolo definisce un sacrificio spirituale. Gesù promise anche ciò che diede dopo la Risurezzione, cioè lo Spirito Santo che da l’inteligenza del Mistero, il discernimento per metterlo in applicazione nella vita di ciascuna comunità, la forza per compiere a loro turno la propria parte.

Direi che, anche nella sua situazione globale, l’umanità dopo lamorte/risurrezione di Geù, dopo l’Eucaristia e il dono della Spirito, è più salvata che peccatrice. Li si trova la ragione mistica della gioià : la prova è superata, la communione con Dio e tra gli uomini è data. Noi vediamo le cose esteriori, i drami scorragianti, a tutti i livelli : mondiale, regionale, familiare, personale. Ma non conosciamo le coscienze e i loro movimenti nascosti, le preghiere istanti, la generosità nel affrontare le sofferenze, la cura degli altri. Un sociologista francese, Jean Baudrillard, aveva, 40 anni fa, scritto un libro intitolato : « Il scambio simbolico e la morte » : a mio parere, questo titolo si verifica ai diversi livelli dell’essere e della vita. Dice la legge fondatrice di tutto. Nel documento, papa Francesco parla dei santi della porta accanto, mette in rilievo i piccoli gesti di communione, tutto il positivo scambiato senza manifestazioni visibili. Un teologo mi parlava di una « latenza cristica » dopo la Risurrezione nel mondo intero. Lo Spirito di Dio ci rende sensibili a tali dimensioni reali benche invisibili. Se volessimo parlare in termini economici, diremmo che il bilancio globale dell’umanità è sempre positivo : almeno 51% vs. 49%. Mi piace conclude questa parte del moi discorso con la frase che un pigmeo dell’Africa centrale diceva a una suora missionaria : « Morire ? E dire a Dio ‘Padre mio’ ». Il pigmeo si esprime con le parole stesse di Gesù sulla Croce.

2. Andante

                  Finora ho parlato di teologia allegro, ma  non troppo, a causa del legame essenziale, pur paradossale, tra allegria e « morte ». Adesso, devo dire una parola della teologia andante, più triste forse, più lenta, più classica anche : in effetti la teologia finora vigente, anche oggi nel CEC, pur rinnovata che sia, mi sembra essere una teologia triste. In effetti, guarda indietro : l’ideale si trova all’inizio della creazione, dopo di che il peccato si è molteplicato, oppure nel momento della Risurrezione, cioè della redenzione compiuta, dopo di che il regno del peccato ha ricomenciato. Allora  il sistema sacramentale è stato dato che permette a ciascuno di appropriarsi sempre di nuovo la redenzione. Prima del peccato, invece, vigeva una armonia organica e gerarchica. Il Dio onnipotente ed eterno ha creato tutte le cose con sapienza e ha promulgato una legge giusta e coerente con il suo disegno iniziale. L’uomo, la più alta delle creature, è anch’esso perfetto: in lui le realtà superiori, che sono dell’ordine dello spirito e quindi immateriali, dominano le inferiori materiali e non dipendono in alcun modo da esse, ne per la conoscenza, ne per l’agire. Perciò, per quanto riguarda tanto la conoscenza quanto la grazia, una mediazione sacramentale, che riguardasse necessariamente il corpo, sarebbe disordinata e inutile[2]. L’uomo, perfettamente equilibrato in origine, in armonia prestabilita con la legge di Dio, in effetti avrebbe dovuto obbedire alla legge, di cui avrebbe compreso immediatamente il legame con la vita eterna. Su questo piano della intellegibilità, di una perfetta razionalità, la disobbedienza, in un senso incomprensibile, risulta ingiustificabile, poiché tutto era disposto alla perfezione. Ora, comunque essa ha avuto luogo e ha dato nascita a una longa storia del peccato. La misericordia di Dio però suscita al contempo una storia di riparazione al termine della quale il Figlio di Dio stesso venga nella carne ferita e ponga il gesto perfetto dell’obbedienza alla volontà di Dio: sacrificio cruente che restaurà l’ordine infranto. Come dice Anselmo, a offesa infinita vittima sacrificale infinita, cioè la carne del Figlio di Dio. Visto però che tale redenzione non esaurisce il potere del peccato sempre attivo,  i sacramenti, che significano questa obbedienza del Cristo, la mettono a disposizione dell’uomo, in modo significativo ed efficace. Se mettiamo da parte il caso piuttosto raro  dei santi riconosciuti, la maggior parte dei cristiani è sottomessa a un processo di ripetizione, peccato e perdono, con la speranza, come si diceva, della penitenza finale, attraverso gli ultimi sacramenti e l’indulgenzia plenaria sul letto di morte. All’orizzonte si profilano le ultimi fini, cioè cielo oppure inferno, quest’ultimo forse essendo più temuto che il cielo non è desiderato: ritorno al Paradiso o caduta nell’Inferno e, nell’intervallo, il purgatorio abbreviato dalla celebrazione delle messe per i defunti e per la rete delle indulgenze.

Mi sembra che questa problematica della teologia classica sulla sacramentalità non riesca a dare tutto il suo valore all’aspetto intrinsecamente relazionale della parola. Tale teologia si fonda sulla onnipotenza della parola del Dio infinito; ora, la parola onnipotente è creatrice: essa non sperimenta alcun “faccia a faccia”, non si rivolge a nessuno. Essa è assolutamente performativa: ipse dixit et facta sunt, “egli dice ed è fatto”. Se, poi, questa parola si rivolge ad un destinatario, essa è qualcosa di simile ad un imperativo categorico: che si obbedisca o non si obbedisca a questa legge senza fondamento, conta solo la onnipotenza di colui che parla. Una certa lettura del testo della Genesi, autorizza senz’altro una tale interpretazione sotto il segno dell’Onnipotenza e non possiamo rispingerla totalmente. Ma, nel racconto della Genesi, la parola indirizzata, anche se è divina, non risulta onnipotente in modo assoluto. Anche se prende la forma di un comandamento formale, ha bisogno di essere ascoltata e compresa dall’uditore che decide della propria risposta. L’ascolto, a sua volta, presuppone il riconoscimento della autorità di colui che parla; esso include anche – almeno implicitamente – la coscienza che l’uditore ha di se stesso: “è proprio lui che mi si rivolge e sono proprio io che rispondo”. Si comprende allora che la tentazione di Satana non riguarda immediatamente l’atto da compiere (mangerà? non mangerà?), ma le due identità: quella di Dio (è giusto o ingannatore?) e quella dell’uomo (è o non è come un dio?). Lì dentro non vi è ancora alcun peccato, ma il caso serio di uno scambio di parole. La decisione di fronte alla tentazione implica allora ciò che prima ho chiamato “sacrificio”: mangiare o non mangiare significa e realizza la relazione tra le due identità, divina e umana; la verità delle due identità non si scopre se non mediante l’accettazione di un limite, quindi di una negazione. E il risultato di questo « sacramento » è la risposta alla domanda: chi è Dio? Chi è l’uomo? E l’instaurazione della vera relazione tra uomo e Dio.

Si vede bene la differenza tra la visione delle origini centrata sul sacrificio simbolico, oggetto di invocazione e di domanda, di libertà e di risposta, e quella, più corrente, del comandamento imperativo emesso dal Dio Onnipotente il cui destinatario è un uomo creato perfetto e che non vuole obbedire. Nel secondo caso si vede lo scontro di due perfezioni diseguali, quella di Dio e quella dell’uomo; la seconda paga il prezzo della sua rivolta con una perdita incommensurabile finché un eventuale redentore, anch’esso perfetto, ristabilisce l’ordine mediante un sacrificio espiatorio. Tuttavia il male non risulta perciò sradicato: l’Eucaristia sarà allora il mezzo per ripresentare a Dio, giorno dopo giorno, il sacrificio espiatorio. Sarebbe qui il luogo di parlare della teologia del sacerdozio e del potere incredibile del prete, l’unico a poter distribuire i sacramenti necessari alla salvezza. Ma questo tema non fa parte del mio discorso oggi. Nel primo caso, invece, si trova un Dio che dona e che parla, deciso a continuare lo scambio fino ad un dono ultimo e reciproco: la comunione di tutti gli uomini nel Cristo mediante lo Spirito. Per prendere i termini di Lessing, Dio inizia senza nessun ritardo una “educazione del genere umano” dove il combattimento tra grazia e peccato conoscerà delle tappe, di volta in volta dolorose o felici, fino alla venuta di Colui che doveva venire. Dopo la venuta di questo Messia atteso, il cui sacrificio simbolico si era iscritto nella storia del rifiuto, la salvezza prosegue, animata dallo Spirito del Risorto diffuso senza misura, mediante il gioco continuo del sacrificio simbolico compiuto e reso perfetto in sintonia con la libertà degli uomini. Finché non si giunga alla “fine”; cioè al Simbolo compiuto, quando Dio sarà tutto in tutti. E’ questo, ai nostri occhi cristiani, il luogo dell’Eucaristia, come memoria, presenza e passaggio, anticipazione giocosa della Fine.

Mi chiedevo all’inizio della mia presentazione : quale è l’economia della relazione con Dio e come è sorgente di gioia ? Si tratta al mio parere di un’economia di sacrificio simbolico, fattore di communione. Tale sacrificio ripone sul mistero della parola, insieme come un’invocazione, come un rivolgersi reciprococo, poi come domanda indirizzata da Dio all’uomo creando un spazio sacro, ambiente  dello scambio, admirabile commercium. Ho detto « mistero della parola », secreto nascosto e oggi rivelato, cioè

1.che Dio stesso è in se scambio perfetto, desappropriazione costitutiva, dono immanente,

2. Che, creando l’uomo, Dio inizia una dinamica di parola che sara compiuta col dono della sua Parola immanente, il Verbo, in vista di una communione con gli uomini, compiuta e perpetua nello Spirito. La vicenda di Gesù, animata anche essa del sacrificio simbolico, è gravata dal peso contrario, iscritto in un altra storia, questa negativa che porta al colmo del male. La vicenda dell’umanità consiste nell’accogliere il svelarsi progressivo tanto della communione compiuta in Cristo quanto del male insieme apparentemente potente ma effetivamente vinto. E una storia di sacrificio spirituale e la gioia è insieme il dono e l’accompagnamento di tale storia.

Sarebbe interessante di provare a fare una fenomenologia dell’attegiamento cristiano di Papa Francesco nelle congiuntura odierna. Mi piacerebbe approfondire la sua insistenza sulla fermezza, securità, solidità interiore (sei volte fra i numeri 110-125), sull’invito alla preghiera e il raccoglimento, ma al contempo sull’agire audacioso e sulla parresia ed, invece sul contesto di violenza dove stiamo. Insistere anche sulla chiara consapevolezza del disastro in corso e l’insistenza sui mezzi poveri, quotidiniani, semplicemente umani e sulla vittoria sperata di questi su quelli ecc.

                  Sarebbe anche utile di mostrare che le prospettive delineate nella Gaudete et exultate, ma anche nei documenti previ di papa Francesco, sono infatti l’interpretazione corretta, cinquant’anni dopo, del Concilio Vaticano II. Cosi, avremmo una spinta forte a rividere dei capitoli della dottrina cattolica rimasti ancora come erano. Il tema del sacrificio simbolico non lascia incolumi importanti settori della teologia : cito il peccato originale, le dimensioni della salvezza (Chiesa/Umanità ; « per tutti » o « per molti » ; estensione della speranza) ; la costituzione cristica e pneumatica della Chiesa prima di essere ierarchica e sacerdotale ; la pratica sacramentale giusta. In effetti queste tematiche ed altre si sono svilupate nell’ambiente di ciò che ho qualificato di « teologie andante ». Senza cancellare questa comme se fosse divenuta totalemente invalida, quale sarebbe l’impostazione globale di una « teologia allegro, ma non  troppo » ?

Permettetemi di lasciarvi con queste questioni ancora aperte.

Grazie


[1] Interdetto/interdire, rottura istauratrice : prendo queste formule da Michel de Certeau.

[2] cfr. per esempio la Summa Theologiae di S. Tommaso, III, 61, 2

Appuntamenti novembre-dicembre 2018

PROPOSTE IN PREPARAZIONE ALL’AVVENTO

 

P. Ghislain Lafont

Monaco all’Abbaye La Pierre qui Vire (Francia)

Sabato 10 novembre 2018 alle ore 16.30

terrà una conferenza su:

“La pazienza di Dio e il primato del dono”

Domenica 11 novembre  ore 9.30 –

presiederà la Celebrazione Eucaristica

 

DOMENICA 2 DICEMBRE

Prima domenica di Avvento

Ore 9.30 – Presiede la Celebrazione Eucaristica il Priore Generale di Camaldoli, p. Alessandro Barban

 

LECTIO BIBLICHE AVVENTO e Vespri

(dalle ore 16.30 alle 18.00)

IL TEMPO DEL PELLEGRINAGGIO

Domenica 2 dicembre  – “Riscoprire la pratica della lectio condivisa. La Parola di Dio che i cristiani ascoltano e condividono fonda e ispira, nelle nostre relazioni,  la dimensione dei valori praticati da Gesù.

 Domenica 9 dicembre

Domenica 16 dicembre

“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” ) Gv 26,28). Un’aspirazione in crescendo che fonda la nostra identità di discepoli e figli.

TEMPO DI NATALE

Lunedì 24 dicembre –       ore 21.00 VEGLIA

Martedì 25 dicembre –     NATALE – ore 10.00 Celebrazione Eucaristica

Ore 17.00 – Celebrazione dei Vespri

Mercoledì 26 dicembre    chiuso

Lunedì 31 dicembre          ore 21.00 Veglia, Lodi e Celebrazione Eucaristica

Martedì 1 gennaio 2019   chiuso

INCONTRI BIBLICI LUGLIO – AGOSTO CON D. G. BORGONOVO – (DATE)

prima parte del corso biblico 

 30 – 31 luglio e 1 agosto

(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

Don Gianantonio Borgonovo

Fine della profezia? Prigionieri della speranza

Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia

——————————- 

Seconda parte del corso biblico

 20-21-22 agosto

(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

Don Gianantonio Borgonovo

Fine della profezia? Prigionieri della speranza

Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia

 

 

 

Il buon Pastore (Omelia di P. Tarcisio Geijer)

Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.

Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore e duce delle anime vostre».  «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita». Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge».

Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi!

Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre. Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre.

E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente. Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezze dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!

(Certosa di Vedana, 1968)

programma incontri maggio-agosto 2018

Secondo fine settimana biblico: 18-19 maggio

con Don Flavio dalla Vecchia

Il Libro dell’Esodo (cap 1-15) –

Venerdì 18 maggio: dalle ore 20.30 alle ore 22.30

Sabato 19 maggio: dalle ore 9.00 alle ore 12.00

 

Alla sera, ore 21.00: VEGLIA DI PENTECOSTE

Domenica 20 maggio: PENTECOSTE (Eucarestia ore 9.30)

 

AGOSTO

Giorni biblici 30 – 31 luglio e 1 agosto

(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

Don Gianantonio Borgonovo

Fine della profezia? Prigionieri della speranza

Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia

 

Giorni biblici: 20-21-22 agosto

(Lezioni: dalle ore 20.30 alle ore 22.30)

Don Gianantonio Borgonovo

Fine della profezia? Prigionieri della speranza

Isaia 55-66; Zaccaria 9-14, Malachia

 

 

Passione secondo Marco

PASQUA 2018

 

Ci prepariamo a partecipare agli eventi divini con cui Dio compie in noi la sua opera.

L’insuccesso di Gesù sanzionato dalla sua morte

è il luogo della sua vittoria

sui poteri di disintegrazione e di violenza

che governano

il divenire delle società umane.

L’immersione del Nazareno

nella miseria umana,

della quale denuncia l’ingiustizia,

non richiama

all’anarchia del comportamento

o alla ribellione senza progetto,

bensì ad una giusta relazione

con Dio e con gli altri. (C. Duquoc) 

Dalla Cena alla Passione

Gesù prende il pane e parla del suo corpo, prende il vino e parla del suo Sangue; ciò che si vede con gli occhi rinvia ad altro: alla sua dedizione, che nutre il pellegrinaggio verso la nuova creazione e ci lega eternamente nel suo perdono.

Dalla Passione alla Sepoltura

Occorre liberare l’opera pasquale da ogni meccanismo di punizione. La terminologia relativa al castigo per il peccato, non si adatta all’azione divina; la Pasqua è l’atto positivo di Dio che ama, vede, ascolta, soccorre, libera e ricostruisce l’uomo. Il Figlio dell’Uomo che doveva patire non è legato alla destinazione della morte in croce voluta dal Padre, ma alla necessità di condividere l’amore e il progetto di Dio per l’uomo perduto. Tale progetto Gesù lo apprese dalle Scritture e nella preghiera e lo realizzò incontrando l’uomo lungo le strade. Imparò la sua dedizione dallo Spirito del Padre nelle cose che patì (cf Lettera agli Ebrei 5,7-9).

Predicò che l’odio si vince con l’amore e il perdono; che l’ingiustizia e la menzogna si sconfiggono con dinamiche di vita che ridonano dignità e speranza ai perduti della storia.

Investì tutte le sue risorse nel progetto del Padre, rimase fedele anche nelle ore buie della ingrata risposta umana. Continuò ad amare fino al segno supremo, anche quando la bufera della malvagità lo travolse, rivelando in se stesso l’amore del Padre.

Dalla Tomba vuota al trionfo della Risurrezione

Così Gesù portò a compimento il programma luminoso del Padre, rendendoci partecipi della sua Risurrezione; di essa Egli è la primizia e il primogenito di tutti gli uomini chiamati suoi fratelli, perché saranno in Dio nella stessa condizione di vita (Cf 1Cor 15,28).

 

PASSIONE DI GESU’ SECONDO MARCO

Cap 14,1-15,47

Il dramma del cammino umano di Gesù, più volte annunciato sta per concludersi (8,31-10,33).

Marco aveva dedicato dieci capitoli per narrare la missione di Gesù; tre capitoli per riassumere gli ultimi tre giorni al Tempio. L’ultimo blocco, ancora di tre capitoli, per raccontare la Passione e Risurrezione.

  1. – BETANIA – 14,1-11

Si evidenziano due comportamenti: il complotto per arrestare e uccidere Gesù, con il coinvolgimento di Giuda e il gesto incompreso di una donna anonima, incastonato al centro del racconto. Marco narra l’unzione del Re Messia con l’olio profumato di puro nardo, versato sul capo di Gesù.

Due gruppi a confronto: quello travisato miseramente dal calcolo del denaro: “Si poteva vendere il profumo invece di sprecarlo”; Giuda consegna Gesù e viene ricompensato col denaro. Al centro la Parola di Gesù, che difende l’operato della donna interpretandone il gesto: ha visto anticipatamente il mio corpo morto. Un profumo perduto per un corpo perduto! L’azione è bella e resterà per sempre: “I poveri li avete sempre, non sempre avrete me”. Anche la presenza di Gesù è un dono unico ed eccezionale: il Messia, il Figlio di Dio che conclude la sua presenza.

La convivialità di Betania è onorata profeticamente dalla donna anonima, che venne senza essere invitata; per questo gesto sarà ricordata quando il Vangelo verrà annunciato e prenderà il posto del corpo perduto. L’alternanza dei paradossi segnerà l’intero racconto della Passione e della vita alla tomba trovata vuota.

  1. – LA CENA – 14,12-31

Il definitivo atto con cui Gesù si dona, prende tutto il suo rilievo dall’introduzione: “Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua” (v 12) e dai due tradimenti che fanno da inclusione: quello di Giuda che lo consegnerà (v 18) e quello di Pietro che lo rinnegherà (v 30). I commensali di tutti i tempi dovranno confrontarsi con questi gesti compiuti dai due discepoli. Marco non dice il motivo per cui Giuda decise di consegnare Gesù, solo precisa che lo farà con l’inganno. Il gesto di Pietro è dettato dalla paura e dalla fragilità.

Nella Cena Gesù dà ai discepoli il senso della sua morte, spezzando il pane e porgendo il bicchiere. Al di là di ciò che vedono e percepiscono, essi sono invitati a ricevere il dono totale che Gesù fa di se stesso come salvezza, introducendoci nel Mondo Nuovo che viene con il Regno di Dio. Della cena pasquale ebraica, Marco volutamente non ricorda altro, se non il compimento di Gesù, che sancisce per sempre il legame di salvezza di Dio per tutti. Il resto è ormai teologicamente insignificante. Rimane decisivo, d’ora in poi, ciò che Gesù compie, offrendo se stesso nella distribuzione del pane e del vino, trasformati dalla sua Parola in segno del suo corpo e del suo sangue.

Gesù attribuisce alla sua morte il significato reale dell’offerta della vita come liberazione per l’uomo, al fine di unirlo definitivamente a Dio. La Pasqua trasforma l’umanità nei contenuti della vita di Gesù, aprendo l’accesso definitivo al Padre: Il Regno Nuovo che viene.

L’Eucarestia non scioglie subito la fragilità e le contraddizioni dei discepoli; Gesù annuncia il loro smarrimento a causa della debolezza di fronte al destino atroce che egli subirà. Degno di attenzione sublime è ciò che segue: Gesù non pronuncia nessun rimprovero, annuncia invece il loro coinvolgimento nella sua Risurrezione, precedendoli il Galilea (v 28). L’inconsistenza umana (la carne) è superata dal dono ineffabile dello Spirito (14,38)

  1. – GLI EVENTI DEL GETSEMANI – 14,32-52

Marco li racconta nella loro realtà cruda: spavento, angoscia e tristezza fino a morire assalgono Gesù. Il terribile momento è riempito dalla preghiera scarna e prolungata:

Abbà (linguaggio di affidamento)

a Te tutto è possibile,

non come voglio io,

ma come vuoi Tu”.

Nel momento drammatico Gesù cerca l’affidamento pieno al Padre. Pur sentendo tutta la ripugnanza di ciò che lo attende, rinnova e chiede solo la piena sintonia con il suo disegno. Questa tensione ha sempre contraddistinto la sua vita di uomo e Figlio; prima nell’impegno con le persone, ora dinanzi al Padre, poi nelle mani di coloro che lo elimineranno.

La cattura: la scena è violenta: “Gli misero le mani addosso”. L’evangelista preferisce non dire che uno dei discepoli reagisce con la spada. Ricorda invece la Parola di Gesù “Perché avete scelto questo momento e questo luogo di tenebra, quando ogni giorno ero in mezzo a voi?”. Poi i discepoli fuggono, ma un giovane cerca di seguirlo e viene aggredito.

Presagio di ogni sequela? Aurora del raduno del Risorto dopo la dispersione?

  1. – IL PROCESSO DAVANTI AL SINEDRIO E IL RINNEGAMENTO DI PIETRO – 14,53-72

Un processo per direttissima in piena notte, davanti al supremo organo legislativo e giudiziario del giudaismo del tempo. Marco mostra la sua abilità narrativa inquadrando il processo all’interno delle sequenze del rinnegamento di Pietro. Nel dibattimento processuale, la via dei testimoni si mostra inconcludente; allora il Sommo Sacerdote pone la domanda precisa sull’identità di Gesù; ad essa egli risponde ufficialmente di essere il Messia, Figlio del Benedetto, aggiungendo la profezia di Daniele e spiegando di essere Figlio dell’Uomo che siederà sul trono di Dio quale erede del Regno (cf Dan 7,13).

La dichiarazione solenne e pubblica è la professione di fede che la comunità cristiana farà propria lungo i secoli, ma è costata la condanna a morte del suo Signore.

Il processo si conclude con la scena umiliante del Messia Figlio respinto. Un sarcasmo ignobile per deridere il condannato come un visionario blasfemo. E’ una scena di disprezzo che la storia tristemente rinnova. Il racconto prosegue con il rinnegamento di Pietro, secondo un crescendo impressionante: “Pietro incominciò a maledire e a giurare: Non conosco quest’uomo che dite”. Un pianto lo purifica, ricordando le parole che Gesù gli aveva detto. Pietro diventa il modello di ogni discepolo fragile.

Resta il monito: mentre Gesù riconosce di essere Messia e Figlio di Dio, accettando di essere umiliato e condannato a morte, Pietro per paura di sacrificare la vita, nega di essere stato chiamato per essere con Gesù. Le nostre risorse restano fragili (carne) ma se ci lasciamo guidare dallo Spirito si può sostenere tutto (cf 14,38).

  1. – DAVANTI AL GOVERNATORE PILATO – 15,1-20

Pilato non è convinto dell’accusa politica fatta a Gesù “di farsi Re dei giudei”: gli sembra irreale. Per questo tenta invano di difenderlo anche davanti alle folle: “Che male ha fatto?” (v 14). Alla fine cede, decidendo la condanna. Impressiona il silenzio di Gesù e il vociare sedizioso della folla inferocita. Segue la scena dei soldati, che deridono la pretesa di Gesù di farsi re e improvvisano un’atroce intronizzazione davanti a tutti gli impiegati del palazzo del governatore romano.

Ma la simulazione tragicomica si fa seria, perchè la dignità regale del condannato è vera, anche se disprezzata.

  1. – L’ESECUZIONE, LA MORTE DI GESU’ IN CROCE E LA SUA FECONDITA’ INAUDITA- 15,21-41

Le tinte narrative continuano forti e paradossali in una rigida successione. Marco allude in maniera discreta il compiersi delle Scritture:

  • costringono Simone di Cirene a portare la croce di Gesù; Egli aveva invitato il discepolo a portare la croce: Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”(cap 8,34);
  • la bevanda amara per stordire il giustiziato (cf Sal 68,22);
  • divisero le vesti (Sal 21,19);
  • le ore del supplizio mortale diventeranno le ore dell’orante;
  • Gli scherni al crocifisso, re dei giudei, annoverato tra i delinquenti (cf Is 52,13);
  • I passanti lo bestemmino scuotendo la testa (Sal 22,8).

La beffa più grave è gridata dai gran sacerdoti e dai dottori delle Scritture: Ha salvato gli altri e non è capace di salvare se stesso! Scenda dalla croce il Messia e gli crederemo”.

Ma il Crocifisso è potenza di Dio che salverà gli altri (1 Cor 1,25). Il Messia crocifisso non sarà mai conforme al pensare umano, è solo Mistero di dono divino, perdita totale di sé nell’abbandono (cf Sal 22,2), e rivelazione abissale del Figlio di Dio riconosciuto da un pagano.

Da una simile morte chi si attenderebbe qualcosa?

Marco, simbolicamente risponde presentando il primo effetto: lo squarcio del velo del tempio, l’accesso a Dio di tutti gli esclusi. Nelle tenebre dell’uomo condannato, solo e abbandonato, abita Dio, la sua fedeltà e solidarietà per tutti i derelitti.

Conclude l’evento del crocifisso lo sguardo delle donne che lo avevano seguito e servito fin dall’inizio, dalla Galilea a Gerusalemme. La fecondità non è esaurita perché si estenderà in molte altre, fino ad oggi e nel futuro.   

  1. – LA SEPOLTURA: FINE O ATTESA? – 15,42-47

Attorno a Gesù rimangono coloro che aspettavano il Regno di Dio, quelli che hanno compreso la sua azione misericordiosa, presente lungo tutta la vita di Gesù e nella sua morte dissacrata. Quella morte è l’atto supremo con cui Dio libererà l’uomo. Il crocifisso diventa la casa per tutti gli uomini; nessuna notte, nessun inferno della storia potrà mai chiudere la porta del Nuovo Tempio costruito dal Padre.

La Croce mostra l’altra faccia del reale: la vittoria dell’amore veramente eccessivo, mostrato da Dio in Gesù, suo Figlio, Messia e nostro Salvatore. Brillano così le prime luce del Sabato definitivo.

Omelia di P. Ghislain Lafont al Vangelo di Marco cap. 9,2-10

(Domenica 25 febbraio 2017, Santa Maria in Colle)

Questo Vangelo è stato letto oggi a noi, dunque siamo invitati a fare anche noi l’esperienza dei discepoli.

Gesù ci ha invitato a venire su questo colle, a Santa Maria in Colle, per essere trasfigurato di fronte a noi. Siamo invitati a entrare in questa dinamica, preparata oggi per noi dal Signore: prendere il tempo, grazie allo Spirito che ci abita, di contemplare Gesù nella Sua luce ‘splendente (Mc 9,2-3) ma non accecante, una Luce che pacifica, che riscatta: prendiamo il tempo di essere illuminati, lo Spirito ci illuminerà.

Prendiamo anche il tempo di ricordarci un po’ dell’Alleanza significata un po’ da Mosè ed Elia (Mc 9,4), e che oggi troviamo nelle Scritture che noi leggiamo, meditiamo, e questo anche illumina i nostri cuori.

Ma siamo anche consapevoli che questa illuminazione alla quale siamo invitati, è momentanea, non può durare …e, molto presto, siamo trasferiti in un’altra dimensione, quella della ‘nube’: abbiamo l’esperienza della nube, che non è una notte oscura [ma] è una nube lucida nella quale non si vede più niente ma si può ‘sentire’, si può ascoltare…

Dopo aver preso il tempo di ‘guardare’ con gli occhi, prendiamo il tempo di ascoltare con l’orecchio.

Ascoltare la voce del Padre che ci dice, al profondo del nostro cuore, “È Gesù, è il Suo Figlio diletto” (Mc 9,7); il Padre rafforza la nostra fede, fa’ sì che non abbiamo più nessun dubbio oppure “che siamo capaci di superare il dubbio” e di riconoscere Gesù nella vita, negli altri e anche nella preghiera: ascoltare Gesù! perché è il Figlio diletto del Padre.

E che dice Gesù?, che dirà Gesù?

Ha già cominciato (Mc 8,31-32.34-38), prima della Trasfigurazione, a parlare in un modo un po’ …difficile [duro] della Sua passione e della Sua resurrezione; e questo discorso Gesù lo farà ancora due volte (Mc 9,30-32 ; 10,32-34) durante questo ‘periodo dell’ascolto’ (…Mc 9,7…).

E questo è anche una parola per noi, perché ciascuno di noi partecipa a suo modo – a livello della salute per cominciare, a livello delle preoccupazioni, a livello delle delusioni, ecc. Tutto questo nella Festa della Trasfigurazione ci rivela che non sono soltanto delle cose sgradevoli, ma è qualcosa che possiamo ricevere, vivere ‘con Gesù’, il Figlio diletto.

E che dirà ancora Gesù dopo questi annunci della passione?

Ci dirà nel Vangelo di Marco, ‘un modo cristiano di vivere’, che è semplice ma che allo stesso modo [tempo] richiede tanto tanto tanto…forse tutto!, ma se l’ascoltiamo dalla bocca di Cristo, allora diventa possibile.

E che dice Gesù? Io ho preso il Vangelo:

rispettare i bambini (Mc 9,33-37.42 ; 10,13-16), rispettare i bambini e…di più!: diventare ‘come bambini’ (Mc 10,14-16. Dobbiamo prendere oggi il tempo di pensare un po’ questo: “sto diventando un bambino?”, “rispetto i bambini…concretamente”?, “dove sono questi ‘bambini’?”

Dopo Gesù ci invita a un comportamento ‘casto’ (Mc 9,42-50 ; 10,2-12)… la castità del matrimonio sì…ma ‘castità’ è molto di più!: direi un’arte di vivere con delicatezza, con attenzione, con una certa ‘orto-possessione’…se si può dire così – e rispetto degli altri.

Gesù ci invita attraverso l’episodio del giovane ricco (Mc 10,17-22) di non tenere alle ricchezze (Mc 10,23-25): delle ricchezze ne abbiamo forse un po’, forse molto di più, forse in questa sala non avete tutti gli stessi gradini di ricchezza, ma non ‘tenere la ricchezza’, cercare di avere sempre un atteggiamento di ‘prudenza’ di fronte alle ricchezze, perché molto spesso la ricchezza diventa – come dice Paolo (1Tm 6,7-10 ; 1Cor 10,14) – una idolatria.

Gesù ci invita anche a non cercare i primi posti (Mc 10,35-45)… non lo so: nella famiglia, nell’impresa, nella politica …anche nella chiesa – …io sono ‘prete’, spero di essere ‘vescovo’, ‘patriarca’ e chissà…chissà!, forse papa! – ‘non cercare i primi posti’… cercare ‘il posto giusto’: il posto giusto è sempre un posto…umile!, ma non ‘umiliante’, ma ‘umile’ (Mc 10,43-45).

Alla fine Gesù finisce il suo discorso prima di partire [cominciare] la Settimana Santa, ci invita a ‘servire’ (Mc 10,43-45)…

Dunque:

rispettare i bambini,

diventare un bambino,

avere un comportamento casto,

non tenere le ricchezze,

non cercare i primi posti,

servire… ma tutto questo è impossibile!, non possiamo fare questo, è troppo difficile!

Ma se ascoltiamo Gesù, il nostro cuore, abbiamo Gesù che ci chiede: “per favore, non tenere alle ricchezze”, “per favore, in questa situazione, abbi un comportamento casto”, “in questa circostanza, metti la tua gioia nel servire”… allora, quando questo viene da Gesù, per Gesù…lo faremo?, ‘con Gesù’, lo faremo.

Ma ‘da noi’, certamente no: è troppo difficile! Ascolta!, Ascoltatelo! (Mc 9,7) dice il Padre.

E, dunque, mi sembra che questo Vangelo della Trasfigurazione ci invita umilmente, ‘con perseveranza’, a essere vicino a Cristo…con gli occhi – la contemplazione; con l’orecchio – l’obbedienza; con le mani – fare ciò che Gesù ci invita a fare.E allora, giorno dopo giorno, arriveremo alla Pasqua…e saremo partecipi della Risurrezione.

[Quindi] noi preghiamo gli uni per gli altri ma anche per tutti i cristiani che celebrano oggi l’Eucarestia…e per tutti gli uomini alla fine…che in una maniera o nell’altra possano contemplare un po’ la Luce di Dio, ascoltare la Parola ‘che-salva’ e, con energia, fare ciò che ci è chiesto.