La “Casa” (comunità ecclesiale) nel Vangelo di Marco. L’esperienza degli inizi

La scelta di raccontare Gesù 

I primi scritti (in ordine cronologico) del Nuovo Testamento sono le lettere di Paolo; non hanno molti  dati sulla vita di Gesù: ci dicono che è nato, morto, risorto, “salito al cielo”. A Paolo interessa  mostrare le conseguenze: se Cristo è morto e risorto per noi, allora anche noi… Anche per Marco la  morte in croce di Gesù è il centro dell’annuncio; ma rispetto a Paolo ha intuito qualcosa in più: ha  scritto un racconto, una “biografia di Gesù”. È stato il primo ad avere questa idea, quella di  raccontare Gesù. Perché? Non lo sappiamo. Con quale effetto? 

Marco ha scelto di annunciare Gesù raccontando Gesù, raccontandone cioè la vita, le esperienze,  gli incontri, i gesti; le parole, l’accoglienza, l’incomprensione; le difficoltà, la morte, la risurrezione.  Questa mise en récit, questa messa in racconto dell’esperienza straordinaria di Gesù Cristo Figlio  di Dio ha appassionato, scandalizzato, convinto, messo in crisi i suoi destinatari (che possiamo  immaginare sia come ascoltatori sia come lettori) e ha funzionato non solo come supporto per la  predicazione, ma come vera e propria esperienza formativa e strategia mistagogica: Marco ha  provato a farci entrare nel mistero grande del regno di Dio e della persona singolare e irripetibile  di Gesù di Nazaret facendoci percorrere, insieme con lui, le strade dalla Galilea a Gerusalemme, in  un apprendistato discepolare condiviso con folle di uomini, donne, bambini, emarginati, potenti  (A. Guida, Vangelo secondo Marco, Àncora, Milano 2017, p. 14). 

È una «strategia mistagogica»: entrare nel mistero di Gesù / Dio (regno) attraverso il racconto. Certo  manca di sistematicità: in generale perché è un racconto, in particolare perché è Marco! Anche sul  nostro tema: non una riflessione organica, ma narrazione di esperienze. Quello che perde in  sistematicità lo recupera però in coinvolgimento: il racconto di fa entrare in un mondo, ti rende  partecipe. Marco racconta un’esperienza (che è significativa, arché – cfr. 1,1 – principio e  fondamento): come risuona con la mia esperienza? È questo il punto di vista da cui ci porremo:  recuperare l’esperienza di Marco e lasciarla risuonare con la nostra; e così “imparare” cosa significa  essere comunità ecclesiale. 

Oggi ci fermiamo sugli inizi. Dopo aver detto che Gesù si trovava in Galilea e proclamava il Vangelo  di Dio, Marco ci racconta due episodi. Il primo lungo il lago: Gesù chiama quattro pescatori a  seguirlo. Il secondo in città, a Cafàrnao: una giornata di Gesù, che al mattino del sabato va in  sinagoga a pregare, poi nella casa di Pietro, quindi in un luogo deserto, isolato. Tre luoghi che  diventeranno “suoi”, abituali. 

Lungo il mare di Galilea: Gesù ti cambia la vita 

16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano  le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare  pescatori di uomini». 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide  Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti.  20E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono  dietro a lui.

«Mentre gettavano le reti in mare; mentre riparavano le reti». Si nota sempre, leggendo questo  brano, la normalità della scena: luogo comune, di lavoro; tempo non precisato; persone che stanno  semplicemente facendo quello che facevano ogni giorno. 

Il primo luogo in cui Gesù opera è un luogo comune, di lavoro. Inoltre veniva da Nàzaret: ha fatto lui  gran parte della strada per incontrare Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. È la stessa esperienza  che faccio anch’io quando mi rendo conto che il Signore mi incontra qui, dove sono oggi; io vorrei  essere altrove, lui mi cerca qui. Cfr. S. Agostino! 

L’evangelista Marco ci racconta la chiamata dei primi quattro discepoli in modo da sottolineare la  cosa che per lui è più importante di tutte: Gesù. Tutto il resto non ha importanza (sentimenti,  motivazioni, progetti…); a lui interessa solo mostrare come Gesù passa e ti cambia la vita. Anche l’apostolo Paolo racconta la sua vocazione; non lo fa mai in modo troppo dettagliato, ma  ripete quello che conta: «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una  perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato  perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo… Non però  che io abbia giù conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre  per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,7-8.12). Nella lettera  ai Galati racconta come l’aver incontrato Cristo Gesù gli abbia trasformato la vita dal di dentro:  «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che  vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me»  (Gal 2,20).  

Il racconto di Marco, le pagine di Paolo, così come la chiamata di Levi e altri testi ancora ripetono  sempre lo stesso schema: in qualunque modo succeda, incontrare lui cambia la vita! Ricordo la storia della mia vocazione. Quando e come il Signore, Gesù, è passato e ha cambiato la  mia vita. Ricordo con gratitudine i momenti più luminosi; ricordo con serenità i momenti più bui, i  rinnegamenti, le incertezze; vivo nella fiducia che Gesù mi ripete ancora, ogni giorno, «Seguimi». Nasce in me una preghiera di ringraziamento; rendo grazie al Signore Gesù perché mi ha incontrato,  perché ha dato un senso alla mia vita, perché ha posto in me il desiderio del giorno beato in cui non  avrò più bisogno della Scrittura per intuire i lineamenti del suo volto. Lo vedrò faccia a faccia.  Tornano alla mente ancora le parole di S. Agostino: 

Tardi ti amai, bellezza così antica, così nuova, tardi ti amai. 

Ed ecco, tu eri dentro di me ed io fuori di me ti cercavo  

e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione. 

Eri con me, ed io non ero con te. 

Le tue creature mi tenevano lontano da te,  

proprio loro che non esisterebbero se non fossero in te. 

Tu hai chiamato e gridato, 

hai spezzato la mia sordità; 

hai brillato e balenato, 

hai dissipato la mia cecità; 

hai sparso la tua fragranza ed io respirai, 

ed ora anelo verso di te; 

ho gustato ed ora ho fame e sete,  

mi hai toccato, ed io arsi nel desiderio della tua pace. 

(Confessioni, X, 27)

In sinagoga: Gesù è potente contro il male 

21Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano  stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli  scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò  a gridare, 24dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il  santo di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito impuro,  straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a  vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli  spiriti impuri e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della  Galilea.  

La sinagoga è il luogo di preghiera della comunità; non sappiamo tanti dettagli di com’erano o cosa  vi si faceva, sappiamo però che c’era un appuntamento fisso ogni sabato, che si leggeva la Torah e  che si radunavano tutte le famiglie. Gesù insegna e il suo modo di parlare attira l’attenzione; non  tanto per il contenuto (che Marco non riporta), quanto per lo stile: è efficace. Non solo dice, ma  anche realizza (cfr. Mc 1,15 e 1,27). 

Per capire meglio occorre ricordare due cose sul contesto religioso-culturale del tempo. Prima: Dio  e solo Dio è Santo, più ci si avvicina a lui più si diventa santi, più ci si allontana da lui più si diventa  impuri. Questo vale per le persone e per le cose; non è una questione (solo) morale. Seconda: non  ci sono fenomeni solo naturali: dietro/dentro tutto ciò che è bene c’è Dio oppure un suo angelo;  dietro/dentro tutto ciò che è male c’è il maligno (o un suo spirito; impuro perché allontana da Dio). 

Entriamo in questo mondo, così diverso dal nostro; notiamo che Gesù ha la capacità di far venire  allo scoperto il male (perché i due sono incompatibili) e di sconfiggerlo. Il maligno non sopporta la  presenza di Gesù; più lui è presente, più il male arretra. È questo che succede nei primi capitoli di  Marco: Gesù passa e libera dal male (nelle sue varie forme); subito; tutti; sempre. È la primavera di  Galilea! 

Capiamo perché i presenti sono pieni di stupore e timore, due atteggiamenti tipici di fronte a  qualcosa di inaspettato e di grande (divino). Fanno un’esperienza incredibile della forza di Gesù  contro il male. 

Ora che riconosco l’esperienza che racconta, mi accorgo che questa pagina di Vangelo parla anche  di me; posso “entrarvi” e riconoscere la mia vita. Per esempio: immagino di essere lì in sinagoga,  tranquillo, nell’attesa che inizi la preghiera. Arriva Gesù e subito uno tra i presenti comincia ad urlare;  Gesù gli parla e lo libera dal male. Basta la sua presenza. Sono anch’io stupito come tutti, percepisco  la forza di Gesù, la sua autorità contro il male. 

Immagino come potrebbe essere fargli spazio in me; lasciarlo entrare in quella stanza in cui ci sono  le esperienze negative, i sentimenti di cui mi vergogno, gli errori, le incertezze… Come potrebbe  portare vita, purificare, far fiorire la mia vita! Può darsi che ci sia qualche cosa che in questo periodo  mi fa soffrire particolarmente, mi inquieta più del resto; ne parlo con Gesù; lascio che entri nella mia  casa, senza vergogna; lo ascolto. 

In casa: Gesù guarisce tutti 

29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo  e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si  avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la  sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era 

riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni;  ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 

Di questo brano mi colpisce subito e sempre di più, ogni volta che lo rileggo, come Gesù guarisca  tutti! Inizia in modo semplice, con un miracolo “privato”, con una guarigione “facile” (anche se  probabilmente la febbre è una cosa più seria, nel mondo antico, di quanto lo sia oggi da noi). Poi  però gli portano tutti gli ammalati; tutta la città era davanti alla porta della casa. Ancor oggi si  possono vedere i resti della città di Cafàrnao, la casa di Pietro è a pochi passi dalla sinagoga e le case  erano proprio piccole, praticamente una stanza. Se non lo sapessimo, Marco ci ricorda che la città è  grande e i malati/indemoniati sono molti – e Gesù li guarisce tutti! 

Provo ad immaginare la scena: sono in casa di Simone e Andrea, sta tramontando il sole; e poi inizio  a sentire un brusio, gente che bussa, persone che portano ammalati da ogni angolo della città. C’è il  mondo fuori dalla porta; Gesù ha una parola per tutti, una parola efficace, che guarisce, che ridona  pace. Ha una parola anche per me? Cosa desidero che faccia oggi per me? Cosa o chi gli porto, perché  se ne prenda cura?  

Sul monte: Gesù e il Padre 

35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là  pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli  dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io  predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle  loro sinagoghe e scacciando i demòni. 

Ricordiamo la sera prima: dopo il tramonto del sole gli portano tutti gli ammalati della città, che  erano molti; non immagino che Gesù li abbia liquidati in pochi minuti, ma che sia stato con loro fino  a notte fonda. Eppure al mattino presto, quando è ancora buio, si alza a pregare. Non è una fuga dal  lavoro: quando arrivano i discepoli, si rimette all’opera: quello che ha fatto qui a Cafàrnao lo ripete  nelle altre città e villaggi della regione (di tutta la regione). Ruba tempo al sonno, ma non può fare  a meno di pregare.  

È bello che Marco non ci dica i dettagli della preghiera di Gesù. Così lo posso immaginare  semplicemente in silenzio; al mattino presto, in un luogo deserto (cioè fuori dalla città): nel silenzio  più semplice. Immagino Gesù così: in silenzio, davanti al Padre. È così fin dal principio, quando «il  Verbo era presso Dio» (Gv 1,1). Potrei anch’io dedicare del tempo semplicemente a stare davanti a  Dio; occorre cercare e fare esperimenti finché trovo il luogo e il momento migliore per farlo; occorre  la pazienza di prendere il ritmo. Ma poi diventerà una “necessità”… 

Quando prego, immagino Gesù in preghiera; è qui accanto a me, prega con me. 

Marco non mi spiega che cosa vuol dire essere discepoli di Gesù; non fa un trattato ben ordinato;  non usa concetti ma racconta esperienze. Mi fa entrare in un mondo in cui Gesù ti cambia la vita, è potente contro il male, guarisce tutti, sente il bisogno di stare con il Padre. Meno strutturato rispetto  ad un trattato di teologia (che pure è assai utile!), ma decisamente più coinvolgente.